trincea

Migliaia di uomini gettati l’uno contro l’altro. Non esistono passioni complesse, o migliori, quelle persone, quei contadini sentivano come noi. All’assalto o a difendere è stato usato il possibile, la vita durava il giorno e venivano spinti a camminare sull’inferno. I soldati si suicidavano prima dell’assalto, i morti restavano nella terra di nessuno, così i feriti che urlavano finchè morivano,  circa il 40% dei soldati di prima linea fu ucciso, i feriti furono il 60%. Se si scindono le singole vite dai numeri lo sgomento, il dolore prende alla gola.

Come allora, questa terra è grassa, nera di sterco di vacca e di maiali. I fiori selvatici ci crescono volentieri. Come allora. Se noi non esistessimo, non cambierebbe nulla, se non fossimo esistiti sarebbe eguale. Appena oltre la trincea, mai espugnata, ci sono tracce delle presenze dei soldati. Pezzi di latta, qualche resto di caricatore: questo era un Mannlicher, questo un Mauser. Cercando con attenzione tra i sassi, qualche proiettile. Questo è un Mannlicher, questo un Mauser. Due nomi per definire le parti di chi sparava. Se scavassimo ed analizzassimo il terreno con attenzione troveremmo il sangue dei vinti e dei vincitori. Tutto mescolato, tutto in queste erbe e questi fiori. Da poco lontano arrivano i suoni dei campanacci, le voci, le risate. Bisogna rimuovere, togliere il sensibile, lasciare il personale e l’esperienza, ogni memoria dev’ essere annullata nel chiuso delle generazioni. A chi importa se allora si sono spente possibilità, trajettorie vitali, un mondo possibile, una generazione. Quello che è venuto dopo era il mondo dei sopravvissuti, che avevano un unico problema: rimuovere quanto davvero accaduto. E il perché loro erano vivi.

 

in sei mesi

In sei mesi. Mi racconti, e le lacrime vanno per loro conto. In sei mesi ti sei innamorata, hai toccato il cielo ed è finita.

In sei mesi, mi ripeti, e sembra un tempo lungo e corto assieme. Tutto nei sei mesi in cui non ci siamo visti.

Non sapevo nulla, forse la felicità ha circuiti più piccoli della tristezza, restringe il cerchio del comunicare.

Racconti ed ho riconosciuto le sequenze da manuale. Le tue, le sue, il ribadire la dignità dopo le sciocchezze che solo gli amori infelici sanno produrre.

Mi vergogno, dici, e ti rassicuro che tutto si fa, anche le pazzie, che sono tali solo dopo.

Mentre ti parlo penso che lui non era mai stato davvero innamorato e tu non te n’eri accorta.

A certi uomini dovrebbero togliere la licenza di far male, hai sospirato, ma non è così, dovrebbe esserci un’educazione alle parole e al discernere i sogni dalla realtà, ed accettare gli uni e l’altra.  

La buona fede non scusa. Già, ma lui non era innamorato. Gli pareva, l’hai coinvolto, forse s’è illuso, ma non si cambia davvero e  te l’ha solo raccontato.

Puoi contare su di te, su chi ti ascolta ed è dalla parte tua,  ti ho detto. E non è poco. 

Penso che dopo tutto il buio, la solitudine improvvisa, l’offesa, l’energia spesa nel lasciarsi meriterebbe di più. Un glossario delle parole del vero e del buono che è stato, capire dove si è per tracciare una direzione.  Insomma un educarsi al dolore per uscire da una relazione che continua altrove, dove l’ansia dell’abbandono si spegne e restano le persone.

Facile.

Parole.

 

sentimental journey

Ausculto i segni,

zampette di desideri,

i vaghi odori di dolce dai negozi chiusi.

Il silenzio si stende a pennellate larghe

nelle vampe di notte

tracce di luce, oltre i balconi aperti:

dispersi fotoni nell’aria, in cerca di superfici

su cui spegnersi.

Di notte il silenzio si allunga,

è un gatto annoiato, che agita lenzuola di seta,

e i pensieri, cartocci sudati

di notte fanno rumore.

A te penso,

un poco,

non basterà, non ti basterà.

E questo silenzio

sciacqua le rive,

e sale e scende

fino ad affogare il sonno.

Piccoli rumori preziosi,

sul tetto,

contro i vetri aperti,

una bava di vento ha atomi d’erba

e di te.

ho scritto

Ho scritto parole, ovunque.

Sulle tovagliette dei bar, appena oltre l’insalata e le macchie d’olio.

Sul bordo dei letti delle camere d’albergo, aspettando il campari.

Ho scritto sudato sui tronchi, tra l’odore dei funghi nel bosco.

Dal sedile dell’auto ferma sul ciglio di strade di campagna,  prima che sparisse tutto.

Ho sopportato le risatine, i commenti, le richieste, strappando ciò a cui tenevo, per non sporcarlo di disattenzione.

Nudo ho scritto versi dopo aver fatto l’amore, oppure al posto di averlo fatto.

Mi sono nate parole senza destino e versi che dovevano spaccare il cuore.

Ho usato caratteri che per me solo avevano significato, lasciandoli naufragare sui tavoli delle riunioni.

Cercando parole pubbliche e segrete, le ho spogliate con tenerezza, e assaggiate con voluttà,

ho lasciato scaldare le tempie dalla passione contenuta in quei segni neri, prima di tracciarli sulla mia bandiera.

Ascoltando l’eco di vite fuggite, sono nati dialoghi per legami inesistenti, allora

mi sono alimentato dei miei versi senza valore, felice solo d’esser vivo.

Ho messo a bada, con disprezzo chi tirava la mia giacca per togliermi la fantasia

e le parole sono diventate setter che inseguivano felici uccelli di brughiera.

E’ per questo che ho scritto su ritagli di giornale, su foto e carte fini, con penne che si pavoneggivano del tratto, e il mio corsivo m’ha seguito attento agli scarti dell’umore e dell’età. Di tutto questo scrivere ho fatto grano da passare tra le dita. Un rosario infinito che nutre e non disseta, che disegna e non conserva.

Al massimo un germoglio. Talora.

l’eccezione

Ci sono accadimenti, comprensioni che scardinano il quotidiano. Dopo tutto sembra più piccolo: gli spazi, le parole, i pensieri,  gli stessi oggetti usuali. Anche ciò che si legge deve avere dimensione, consistenza ampia. Come se l’animo si fosse dilatato ed avesse bisogno di nuove misure.

il refe grigio azzurro

Non scegliere.

Magari si potesse; è il non credere che costringe ad affrontarsi.

Si guarda il refe grigio azzurro che fa trasalire, che annoda paure, che le estrae alla luce, dicendo: se vuoi nascondi, affar tuo, non mi sfuggirai.

Sfuggire a chi, se non a se stessi. Come si potesse rinunciare alla propria inclinazione senza un cilicio che piega le teste prima dei cuori.

Ed allora emergono le paure annidate e traslate. Dalla morte all’amore, sino al sesso. E poi di nuovo a rovescio. Tutto ruota sulla solitudine, sul terrore di non essere amati.

Nell’allegria timorosa dell’inizio d’ogni guerra c’è un limite che si sposta, come un cartello di confine divelto nella furia d’invadere, che poi è paura d’essere uccisi. Ma oltre il confine, il coraggio, subito muta nel ragionare attorno alle paure, al vestirle, perchè nude non si tollerano se non nel trasalire involontario. La morte, il sesso, l’amore. Tutto assoluto, tutto relativo. La paura vestita è relativa, consente decisioni ponderate, ma è l’immagine di quella assoluta che sta dentro e pesa. E’ la bestia che, a fatica, si è sollevata dalla palude e ripete il gesto arcaico dello scrollar da dosso. Eccolo un colpo di coda del sauro che ospitiamo nella broda in fondo al cuore. Un colpo di coda per vivere, per non lasciare che l’assoluto profani la vita.

Vestire e agghindare le paure, parlar d’altro, è compito delle religioni, della delega che l’uomo fa al gruppo per sfuggire alla solitudine siderale della compagnia di sé. Il lasciapassare per uscire nel bujo ed urlare alla notte: voglio l’immortalità, voglio essere sempre immerso nella bellezza, voglio un dio che mi consoli e perdoni, voglio uscire dalla solitudine dell’assenza d’amore, voglio ricongiungermi con mia madre quando l’amore non era fatica. Voglio. E se io delego a te, tu me lo devi dare.

Ed allora il vestito consolante si trova, si relativizza l’assoluto, sarà per altri la disperazione o la forza di volare sulle proprie ali di pterodattilo: non nobis domine.

 

Ma un’educazione al lasciarsi, no?

Ho paura di me di Massimo Gramellini da La Stampa del 14 luglio 2010
 
   
Ancora una donna uccisa dall’ex, in questa estate del nostro scontento che perseguita a colpi di spranga e di coltello chi ha l’unica colpa di volersi sganciare dal proprio passato. Li chiamano delitti passionali, rievocando il frasario degli omicidi d’onore. Ma la passione è un’altra cosa: per non parlare dell’onore. Non cerchiamo pseudonimi alla bestialità. Oltre a un senso primitivo del possesso, negli ex che uccidono e si uccidono (come l’altra sera a Ceva) in nome dell’amore sfuggito c’è l’incapacità maschile di reggere il distacco, l’abbandono che mima la morte. La prima volta che venni lasciato da una ragazza riconobbi subito la morsa allo stomaco: l’avevo provata per la scomparsa di mia madre. Lo stesso senso di smarrimento e di ingiustizia: adesso che ne sarà di lei, di me, di lei che può fare a meno di me?L’orfano precoce rappresenta un caso estremo. Ma ogni storia che finisce rinnova il trauma primordiale del maschio, quello sganciarsi dal grembo della donna che lo induce a sentirsi abbandonato anziché creato. E’ una forma disperata di dipendenza che si nutre di falso orgoglio ed egoismo autentico. Per guarire serve lo scatto di coscienza che trasforma una marionetta di muscoli in un uomo. Io la chiamo Difesa della Sconfitta: la capacità di sopportare lo strappo del cuore senza smarrire il rispetto di sé. Saper perdere è la premessa di ogni educazione sentimentale. Si applica in amore come nello sport, in politica come nella vita. Ma non la pratica quasi nessuno, perché nella civiltà delle emozioni isteriche e rancorose quasi nessuno riesce ancora a farsi invadere dalla calma forte di un sentimento.

 

Se mi lasci non vale
   
LIETTA TORNABUONI da La Stampa del 15 luglio 2010 
Se in questo periodo mariti, ex mariti o amanti ammazzano una donna al giorno (perlopiù a coltellate), i pragmatici dicono che è colpa del grande caldo che scatena furori o fa sprofondare nelle depressioni, che lascia sentire con maggiore strazio la solitudine estiva e fa desiderare con più struggimento un poco di felicità.Gli psicologi facili dicono che la morte è la secolare risposta degli uomini all’abbandono; che se a venire lasciati sono i mariti, insieme con la moglie perdono la casa, i figli, i pasti cucinati, l’assistenza in caso di malattia, la condivisione della vita, le camicie pulite, e non sanno come fare.Secondo gli studiosi di sociologia, questa epidemia di sangue dipende dalla nuova fragilità maschile, da una ipersensibilità da adolescenti perenni, da una frustrazione che non permette loro di sopportare il vedersi rifiutati, il dover considerare un fallimento tutto ciò che avevano costruito magari con sacrificio.Per i moralisti cattolici, la colpa degli assassinii sta nella leggerezza con cui viene vissuto il rapporto donna-uomo, nel matrimonio o in altro tipo di relazione. Per gli analisti laici, gli uomini colpevoli di assassinio sono bruti che hanno capito nulla, che non si sono resi conto dei cambiamenti avvenuti negli anni, del diverso atteggiamento di libertà delle donne.Forse è tutto vero. Ma forse nessuna di queste ipotesi è vera. Si valutano infatti gli avvenimenti della cronaca con un’ottica deteriore: se accadono fatti tra loro simili, non si tratta per niente d’un fenomeno sociale, benché gli elementi esteriori sembrino analoghi.Sarebbe interessante se gli episodi consentissero un giudizio comune: darebbe l’occasione di prevenire ed evitare i fatti di sangue, con grande vantaggio individuale e collettivo.Però non è così: è da bambini fare della psicologia spicciola su gente che non s’è mai vista né si conosce, mentre ogni fatto occulta le proprie motivazioni, le ragioni per cui accade, il carattere dei diversi protagonisti, le pulsioni respinte o quelle a cui ci si abbandona. E, soprattutto, non si continuerebbe a definire i gesti di morte delitti passionali.

Il nostro male quotidiano

Lidia Ravera da L’Unità del 15 luglio 2010

Un triste copione che si ripete? Un allarmante incrudelirsi della violenza di genere? Un sintomo della degenerazione delle relazioni affettive? Un segnale ulteriore delle rabbiosa debolezza di un animale morente, l’io maschile? Domande. Soltanto con una dolorosa scarica di domande si può commentare la crescita esponenziale dei crimini contro le donne. Accoltellata perché “lo voleva lasciare”. Sgozzata per gelosia. Massacrata a sprangate perché non aveva intenzione di passare da una storia virtuale a una reale. Bruciata viva perché non lo amava più. Sono giorni di spavento, a leggere i giornali. La cronaca politica parla soltanto di malavita: sottosegretari, senatori, ministri inquisiti, condannati. Ormai non si registra che un accenno di nausea: toh, pure questo, guarda! Ce n’è altri due. Hai visto? Dell’Utri sta anche in questo inguacchio… è lo stesso di ieri, o è un altro? Sembra cronaca nera, la pagina politica. La puoi leggere come un romanzo criminale.
Seguendo le trame, scordando la trama. Tanto non cambia niente. I malvagi, male che vada, si dimettono. Nessuna catarsi, nessun risarcimento ai buoni. Stanchi, proviamo a leggere la cronaca nera come se fosse politica. Cerchiamo di dare una spiegazione al sangue, un colore al dolore. Che cosa sta succedendo? La gelosia è un sentimento che ha radici lontane, ma quando trasforma in assassini due, tre, dieci uomini in pochi giorni, la sensazione è che sia in corso una modificazione profonda: le donne sono cose di proprietà, sono funzione del desiderio altrui, non sono persone, titolari di diritti, di desideri, di libertà. Bastonarle a morte è male, ma, nel grande disordine morale in cui siamo immersi, il discrimine fra ciò che è bene e ciò che è male impallidisce impercettibilmente ogni giorno.

 

 

Ho riportato questi tre articoli, tra i tanti di questi giorni, sul tema della violenza nel lasciarsi. Due omicidi/suicidi nel veneto, in tre giorni, ma dappertutto ne stanno accadendo. E’ solo violenza oppure qualcosa di più. Perchè non c’è un’educazione al lasciarsi, che venga impartita sin da piccoli. Perchè le risposte religiose, sociali, tendono a rafforzare l’idea che sia meglio comunque non rompere, sopportare, coartare se stessi?

Accanto al diritto di famiglia e ai suoi aspetti economici/sociali, accanto alla perdita di status dovrebbero esserci le buone pratiche del chiudere i rapporti, del permettere che la persona si senta sicura nel proseguire la vita affettiva. Troppa enfasi sull’amore appartenenza, troppi messaggi contraddittori sulla libertà sessuale e sull’esclusività. Il singolo viene lasciato solo ad apprendere come trattare forze interiori immani e cui gli è stato inculcato attribuire carattere di definitività eliminando la vita e il suo evolvere. Se venisse insegnata l’idea del flusso della vita, della necessità di essere prima di tutto se stessi e poi relazionarci con gli altri, forse la visione di morte che accompagna l’amore verrebbe mutata in qualcosa di più positivo e meno definitivo.

il ragno d’acqua e la zanzara

Il ragno d’acqua cammina sulla superficie sfruttando la tensione superficiale. Non gli interessa molto che l’acqua sottostante sia inquinata, la sua principale attenzione è non bucare la superficie e finire annegato. Si fa i fatti propri, non partecipa, non punge.  Qualche pesce lo degna d’attenzione e lo divora in un boccone, ma accade imprevedibilmente e di rado.

La zanzara con l’acqua, ha altre attenzioni, nasce e cresce in acque stagnanti, appena può se va e cerca alimenti sottopelle altrui, punge, si ciba di ciò che è inquinato, diffonde la malattia senza esserne toccata. E’ divorata da altri animali, ma si riproduce tanto velocemente da non consentire che la sua presenza venga meno.

 Non mi piace la zanzara e neppure il ragno d’acqua, però penso che, dovendo agire, tra i due si debba togliere l’alimento a chi sta diffondendo la malattia. Una bella applicazione della profilassi per evitare che il paese si ammali.

 

jalousie

 

Negli amori, nelle passioni, politica compresa, si vorrebbe che non ci fosse un prima, e che il primo giorno del nuovo sentire coincidesse con la nascita dell’universo. Così pensano i totalizzanti, gli idealisti, i praticanti dell’assoluto, rodendo il presente con le ombre. Gli interrogati sulla gelosia relativizzano, sconfessano, sottaciono. Sanno che il prima è preparatorio al presente e non fa male se non alle paure proprie. Però si adeguano al dictact dell’abolizione del passato, per non perdere una possibilità di futuro. Infine i realisti, dicono che non importa e se ne fanno una ragione dove ragione non ce n’é. 

 

 

si può usare uno stradivari per suonare la gelosia di sé ?

certo… e come accontentarsi di meno!