ma come avrà fatto a capire che giocare a base ball con i miei testicoli è sempre stato il mio sogno inespresso?
DA: baileyjexoxi47@audiotrack.it
OGGETTO: E Possibile con i Vostri Giochi di Baseball Testicoli
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Adesso capisco a cosa serve l’esame di lingua proposto dalla liga: qua non si capisce qual’è l’affare, il negossio, il cosa l’è ! Comunque lascio il link
“L’assoluto non l’ho mai conosciuto, ma lo conosco così come chi soffre d’insonnia conosce il sonno, come chi guarda l’oscurità conosce la luce.”
Carlo Michelstaedter
Se passate per Gorizia, oltre a godervi la città, assolutamente mitteleuropea in questo periodo, passate alla Fondazione Cassa di Risparmio, c’è una mostra sulla vita di Carlo Michelstaedter. Ne vale la pena per ri scoprire un giovane senza tempo che pensava in greco antico, ragionava e viveva nel presente, sentiva l’Italia come patria e non cessava di essere tedesco e giuliano assieme.
L’ho amata questa mattina. Quando l’ho sentita entrare nel tiepido del letto, ancor prima che nascesse.
L’ho amata nel cielo grigio senza luce, nella prima pioggia dopo il freddo della notte.
L’ho amata, nella sua luce d’ acquario, nel profumo del caffé che sale, nel sottofondo di radio 3.
L’ho amata col senso di inermità che mi rende forte, con la pelle scoperta pronta ad essere ferita, con i sentimenti senza filtro.
L’ho amata perché cancellava i sogni, toglieva gli alibi, mi parlava di me e non d’altri.
Quando pensavo d’essere un guerriero le mattine le vestivo d’un drappo da battaglia, le accompagnavo con canzoni amate. Adesso, invece, questa, la tengo stretta al giorno, le scrivo un mantra che m’accompagni, glielo sussurro finché l’attraverso e sarò un viandante con una meta ed uno scopo.
non farà male, non così tanto da piegarmi.
Passerà se non rifiuterò di percorrerla, passerà con un pensiero, una carezza ed uno sberleffo. Passerà ed io me ne ricorderò.
C’era un cinema estivo vicino a casa. All’aperto, col rischio del temporale, gelati mezzi sciolti, e sedie a listarelle di legno. Lì vidi per la prima volta : la grande guerra. La sera dopo ci portai mia nonna. Non gradì, si offese. Lei, così ironica, non riusciva ad immaginare che si potesse ridere sulla tragedia che le aveva portato via il marito e sconvolto la vita. Le serviva una ragione per mitigare il dolore, ma la ragione non c’era. Dal mio canto, forse per la prima volta, capii che si poteva ridere anche dopo la morte, che la tragedia si univa all’uomo anche attraverso il sorriso, che così il dolore ritrovava la sua dimensione e rendeva possibile la vita.
Delle polemiche di questi giorni non parlo, chi ha rispetto per la vita deve rispettare chi se la toglie, magari rispettare meno chi butta via quella degli altri, ma i nostri moralisti tacciono su questi ultimi ed alzano la voce sulla coscienza alta. Paura? Forse. Di chi rifiuta, che al pari di chi resiste, e ha una dignità sconosciuta ai più, guarda in faccia con il libero arbitrio e non cala lo sguardo.
Penso a Monicelli, al suo incarnare la definizione di pessimista, ovvero l’ottimista che sa come vanno a finire le cose. Penso al termine alto di comedia dove l’uomo si rappresenta, non viene rappresentato. Penso all’essere di sinistra di Monicelli, così tranchant, privo di fronzoli e con la libertà di dire, insofferente perchè la sofferenza non è uno stato della normalità, perché in accordo con la convenienza, col tornaconto. Già, sinistra dovrebbe essere libertà di dire e di essere, rispettando il soggetto, ovvero l’uomo.
Era Lui, con i suoi privilegi di cui era cosciente, con la fortuna d’aver fatto un mestiere che gli piaceva, con i silenzi che venivano interrotti dalle battute al vetriolo, dai giudizi senza appello. Eppure lo immagino guardare ironico, il disputare di questi giorni, e dire con la faccia seria: mi fate un po’ da ridere.
Lui, un presunto cinico, era esattamente il contrario del cinismo, così lo percepivo nei suoi film mai chiusi alla speranza. In Lui, i difetti degli italiani si riscattavano in qualcosa di più alto e serio, pur restando evidenti e veri. Partivano dal grottesco per approdare all’uomo. E’ stato un interprete alto dell’unità del paese, perché le sue diversità territoriali erano forti e condivise, ma ciascuno rimaneva sé stesso con un paese per tutti.
Era vecchio, ma non pareva, mancherà proprio perché rimane.
Appena fuori gli stabilimenti fatiscenti, stamattina, l’erba e le grasse piante di prato erano verdi. Foschia, vapore dalle torri di raffreddamento, recinzioni cieche di cemento, ferro spinato a tener lontani gli altri, fino ai varchi con stanchi custodi di primo turno. Marghera, già il nome è plumbeo, pesante di lavoro sofferto, di vite consumate in un sogno di benessere. I destini del paese erano anche in questa terra che si disfa, ora spugna piena di veleni che un tempo non erano tali. Non sembrava, non pareva, che si seminasse morte tra le erbe spontanee, la vita in fabbrica era già un privilegio, il lavoro non poteva fare così male. Ora si pensa alla salute, ma fino alla metà degli anni ’70, la salute si negoziava nei contratti: le lavorazioni insalubri producevano indennità. E morte prematura. Ma sarebbe successo, forse, ad altri, od almeno così si pensava. Mentre l’ essere in una grande azienda portava un trattamento aggiuntivo: i figli avevano colonie dove andare d’estate, c’era un cral per far la spesa e le gite, il panettone a natale, la gratifica, il cottimo. Qualcuno si sentiva parte di qualcosa di importante, un’appartenenza al futuro, perché dal suo lavoro usciva il pcb, oppure l’acrilonitrile, o l’acido tereftalico e già i nomi evocavano la dimensione degli impianti, lucenti castelli d’acciaio inox e vetro. Veleni non esplorati, si trova solo quello che si cerca, m’insegnavano in laboratorio, non indagati. Presenze che intaccavano silenti, fino alla consapevolezza, ma allora era troppo tardi. Quanto contò medicina democratica, l’unione tra conoscenza e sapere pratico per disvelare le ragioni delle malattie da lavoro. Un esempio di interclassismo forse senza eguali nella storia dell’impresa. Altre sensibilità, altre percezioni del lavoro e del suo ruolo sociale. Della solidarietà.
Mi raccontano che da molto ormai, nelle dismissioni c’è paura da parte dei compratori, non si sa cosa si compra davvero. E non bastano le certificazioni, nella testa della gente, qui il requiem è già stato eseguito, anche se continua a suonare in ogni mattina, in ogni strada, nell’acqua sporca dei moli, tra i cefali che crescono indisturbati vicino alle bricole, dove è vietata la pesca da anni. Che accadrà in futuro di questi terreni pieni d’alberi ed erba senza verde? Quello che si legge nella texture di grigio cemento, acciaio, e verde è la tavola degli elementi, non l’uomo. Potrebbe essere un luogo senza l’uomo con una vita alternativa, ma la rendita dei suoli, la visione di Venezia ad un tiro di schioppo non lo permetterà.
Non molto distante, si consumava l’ultima difesa della repubblica di Venezia nel 1848, un pugno d’uomini, con una città stremata dalla fame e dal colera resistevano rispondendo ad un sogno, non alla realtà. Servirebbero uomini come quelli: disposti, pronti, senza calcolo o misura di fatica. Chissà.
Guardo attorno e il requiem è la falsa immagine del verde che diventa colore senza vita.
Un rivolo giallo, denso d’argilla si stacca dal cumolo di sabbia e sassolini nel vicolo. Lentamente conquista centimetri verso la grata, segue i principi del minor sforzo, della via più breve, mentre lotta contro il vento e la pioggia che dilavano l’asfalto. Sovrappone pazientemente strati di particelle impermeabili, in una scia che s’ingrossa sotto l’effetto dell’acqua: ciò che lo minaccia nel suo successo è ragione della sua crescita. Facile per un pensiero trasversale cercare analogie umane, regole che aiutino a capire. Quando si esce dal contingente, ma resta la sofferenza di fondo, i fatti hanno bisogno di elevarsi. Di assumere un’evidenza probante nell’epica delle nostre piccole vite. Far capire ciò che ci accade nel contrasto di forze che prostrano: l’essere, il dover essere. la propria natura, la ricerca dell’essenza. Proprio quest’ultima assume il rango di legge fondamentale, il cui sembiante sembra essere la vita sobria. L’equilibrio dinamico del non dipendere, neppure da sé.
Stanotte il vento ha giocato con i camini, anche il rosmarino è stato coinvolto ritmando le folate sui vetri della terrazza. Ascoltavo nel buio relativo della città, e la vita sobria sembrava ad un passo, intrinsecamente quieta come il tepore del primo inverno.
Ciò che sembra minacciarci nel successo è ragione della nostra crescita. Basta trovare la legge che ri compone le forze, che senza assegnare posti, indica una direzione. In una direzione c’è posto per le passioni, la vita sobria le contiene, le enfatizza e le pone nel loro ruolo di motore della vita.
Non vorrei che qualcuno mi togliesse il peso, ma che il vivere assieme fosse un capire il senso e m’ aiutasse a mutarne la ragione nella libertà.
Il vento ha trascinato le nuvole nella notte, le ha addensate in pioggia, che ora scaglia contro il tetto, sui vetri. Suoni nervosi, ricchi di fretta di concludere, come i rapporti senza stima e condivisione. Mentre scie di goccie al buio s’ ingrossano e rincorrono veloci; a loro modo passioni che pongono regole individuali e non si mescolano alla furia del temporale.
Vorrei scrivere con le goccie di pioggia, disegnare con la sabbia, costruire il mio mandala di regole talmente labili che solo la loro consapevolezza sia ferrea.
Dal cumolo di sabbia, giù in basso, inizia la lenta marcia del rivolo giallo verso il chiusino: percorso breve, minima energia per il fine, pazienza e costanza che governano, assecondando, il moto scomposto dei contrasti.
La regola della libertà, è la congruenza con il fine, non il fine stesso.
Particelle d’argilla si sovrappongono, procedono, conquistano. La vita sobria ha il colore meraviglioso del sole ed è sintesi di ogni forza scatenata nella notte.
Nettar via, il braccio usa il taglio della mano, percorre il tavolo con un arco, ri pulisce. Briciole, giornali, idee senza idee, vuoti a perdere. Ri è il suffisso del già fatto a cui appendere le azioni nuove. Si conosce all’odore quello che non va, il ri-permettere di far di nuovo. Anche gli occhi per vedere e leggere, per guardare ed attirare, a sé, sono nuovi in questo contesto. Com’è necessario sia, per provare ad essere non per interposta persona, per provare a sentire in proprio. Senza pescare nei nomi per un erotismo di accatto, per non riflettere su sé gli specchi d’ altri amplessi. Per non scivolare negli standards privi d’oggetto: sotto la sesta non è amore, devi cambiare molto spesso, sono i numeri che contano, ma non quelli che hai addosso. The italian way d’adesso, il parlarne con la giusta distanza, è resistere, contrattaccare, esistere. Già, perché il problema, la necessità, è esistere in proprio, trovare i riferimenti, le voci con cui parlare, il rifiuto del lamento. E dirlo, infine dirlo, che la politica è altro, che la vita è altro. E sussurrarlo nell’orecchio finché si fa all’amore, dirlo, perdio, noi lo facciamo diverso, davvero diverso: lo facciamo per noi e basta.
Si potrebbe pensare che succede, è il caso, ma lo stesso è una carognata. Nel bar da Anna si vede il corso, le ragazze che chattano al cellulare, i 40-50 enni che hanno accumulato strati di consapevolezza e che parlottano in cerca di amori a breve. E’ un posto bello, di quelli che dovrebbero essere finanziati dal comune, perché hanno un ruolo nel mantenere identità che non poggiano sul denaro. E’ un porto, si attracca la barca, si prende il campari, lo spritz e poi si riparte, la vita è dentro e fuori. Non si alza la voce, la mattina si spacciano cappuccini per ragazzi e anziani in cerca di caldo, la sera forniscono da bere, una parola, un luogo: è una funzione sociale. Ma Anna non pensa che basti fornire un posto, una vetrina da cui guardare, e il venerdì regala musica e poesia. Qualcuno capita per caso, altri lo sanno, alcuni sono amici di chi canta e recita, però … Ecco, però, se qualcuno che non hai mai visto attacca al microfono dicendo: ho visto le menti migliori della mia generazione, allora sei perduto. Eri andato per uno spritz e ti trovi con Ginsberg, Ferlinghetti,Corso, Kerouac.
Cazzo, questi sono l’incompiuto, quello che hai lasciato indietro, con i sogni, i capelli, lunghi, tutto quello che avresti voluto essere e non sei stato. I tentativi di distruzione, le paure, le codardie, i giorni gloriosi, tutto in un giro di chitarra, un accordo che colpisce al cuore. Quello che è venuto poi è stato un succedaneo, un treno pieno di signori, quando volevi piedi nudi e notti sterminate. Con la vita, ti sei raccontato che è arrivata la consapevolezza.
Piano, in testa, emerge l’ateo che tagliava dogmi e gole, era lui che dominava allora? o era un compagno con cui confrontarsi e basta. Come ci siamo ridotti, che miseria per chi non ha più un sogno decente da sognare. Dio, dio, dio, per noi che non crediamo, dov’è l’uomo adesso? Sangue non ce n’è più e non si vive di parabole interrotte, di possibilità mancate. Pensieri da vecchi. I vecchi non dovrebbero pensare, dovrebbero coltivare vizi, miserie e pensione, non dovrebbero guardare il mondo che non capiscono.
Due ragazze scambiano messaggi, parlottano, al primo accenno di pausa, (era un silenzio tra versi di una poesia di Corso) si alzano, e vanno verso altri rumori, altra vita.
Si conclude, tra applausi e yuuu, cosa si conclude? Cazzo, io c’ero, c’eravamo e dovevamo guardate l’altro lato. Cosa abbiamo fatto? Dove ci siamo perduti?
Ciò che ci sta attorno è quello che abbiamo espulso,
senza digerire,
ci siamo girati per non sentir l’odore,
e lo stupore dell’incomprensione è in questi cumuli che non riconosciamo,
sono nostri, noi, che giocavamo ai dati pensavamo di fregare dio,