cambiare passioni

Sento la vita che vira dentro ed annusa vento di bolina.
Bisogna cambiare passioni
Tornasole d’umore, s’ immerge nell’ estate, traccia un graffio sanguinante.
Bisogna cambiare passioni
Via dalle collezioni gonfie di ricordi e d’abitudini. 
Bisogna cambiare passioni
Annoia ciò che si conosce, ma di ninfee e’ disseminato il mio stagno che diventa torrente.
Bisogna cambiare passioni
Guardo le collezioni, ormai mute, le mappe che conosco a menadito.
Bisogna cambiare passioni
Per ogni desiderio c’e un antefatto, la sua ragione rimossa ed una paura insoddisfatta.
Bisogna cambiare passioni
Prendiamo l’animale di sorpresa nell’ attesa nuova che si rapprende.
Bisogna cambiare passioni
Diventa ricordo quello che non scrive il nome sulla mia anima di vetro.
Bisogna cambiare passioni
Dopo il deserto dell’immediato, oltre la facile abitudine, oltre la fonte che disseta.
Bisogna cambiare passioni

Meglio

Gli italiani non ne possono più dei politici italiani.

E’ una buona notizia perché vince la richiesta del nuovo in politica.

Chi è nuovo davvero, si faccia avanti, si impegni.

Meglio se è giovane e pensa agli altri.

Meglio se ha cuore e cervello.

Meglio se capisce chi non la pensa come lui, ma non cambia idea ogni giorno.

Meglio se ha amore per la casa comune.

Meglio se ha rispetto delle regole e delle istituzioni.

Meglio se vive nella vita reale e non nei palazzi del potere.

Meglio se considera i giovani, il lavoro, la giustizia, l’eguaglianza, la scuola, la solidarietà come priorità del Paese.

Meglio se non ama il potere più dei cittadini.

Meglio, ma non solo, perché c’è da fare molto per tutti.

C’è una buona aria, adesso mandiamo al mare il signor b.

Per sempre.

Noi andremo quando possiamo, perché bisogna lavorare.

in fondo

In fondo l’annuncio più importante che attendiamo, oltre gli stessi referendum, è:

E’ STATO RAGGIUNTO IL QUORUM.

E questo, non solo per assonanza, significa che questo Paese un cuore ce l’ha, anche quando non gioca la nazionale.

Sul significato del risultato politico, vorrei invece esprimere una speranza: non appropriarti del risultato, opposizione, è un segnale anche per te.

E’ importante essere dalla parte giusta, ma non basta. Quello che a me dice il voto ripetuto di questi mesi è la necessità di cambiare. Ovunque, a partire dall’offerta politica e dagli attori. Di essere nuovi, perché sperare esige novità, di non inglobare il dissenso come consenso.

Si può fare. Ancora una volta a chi vuole cambiare viene data una possibilità. Per favore non buttiamola via, usiamo questo vento per andare avanti davvero.

Magari finché scrivo il quorum è stato superato davvero, magari.

E’ bello pensare che qualcosa di positivo sta accadendo.

green economy

Il rosso lamiera, da arrogante, sbiadisce senza decidere. Il giallo sporca, accontentandosi di riflessi, il blù sfuma verso l’avio e solo il grigio impavido resiste. Per lui sporco è già aggettivo identificativo, ma in realtà, attende spray misericordiosi di segno e di colore. Banali anch’essi nella loro ripetitività, Basquiat da queste parte non ha avuto eredi, solo l’inox, freddo nobile conscio, ostenta: non ha mai legato con nessuno.

La pioggia lava e il verde d’alberi, erba ed edera, rifulge. Colore un tempo difficile, il verde, ora sembra amico mentre evoca e mistifica. Non lui, ma le architetture, i passaggi d’alluminio e acciaio, i vetri sporchi, le strutture nate ruggini. Non acciaio corten, proprio ferro da fonderia, ferrazzo da rifusione e ganga, perché non è più tempo d’esili colonnine di ghisa, di pensieri da forgia. Tutto s’è seppellito nel secolo breve. Breve e ricco, Di visionari, fabbri d’anime e strumenti, note, parole, invenzioni, testi. Allora sì, fare pensieri multimediali e rappresentarli in piani scorrevoli tra loro, anche nell’intersecarsi, era complicato.

Vi do una cattiva notizia: è stato inventato tutto nei concetti fondamentali, adesso va di moda l’evoluzione del dettaglio. Qualche spirito libero s’esercita nel deserto: non farà danno. Basta lasciarlo dov’è, difficile da raggiungere anche per i curiosi. Vedete, guardatevi dentro, s’è perso l’elogio del brutto, del possente, dell’ordinato, del meccano che dalle teste trasmetteva moti oculari. La torre Eiffel è brutta, è un ammasso di ferraglia, basta finalmente dirlo, anche il colosseo è un ammasso di pietre squadrate, e San Pietro è sproporzionato per la vista e piccolo per l’ambizione di contenere le anime. Ma non sono banali- Perché elogiare il banale e prendersela solo con i monumenti ridicoli contemporanei? Prendetevela con il bello che non nasce, chiedetevi perché. Alemanno ha accettato un monumento banale? Colpa sua. Come si educa l’artista, se non si rifiuta. L’elogio del brutto è processo consapevole, militanza, fatica, ed invece anime tiepide, accettano, non dicono, si astengono, si voltano altrove. Per convenienza, mica per altro.

Possiamo continuare e dire che la caban di Le Courbusier è il nostro sogno, perché i sogni sono domestici, e nei geni sono ancora più domestici. Solo chi non ha sogni, ma solo voglie e desideri, deve rivestirli d’infinite pietre, d’infinite scopate, d’infinite finte trasgressioni. Nella furia iconoclasta della giovinezza tentammo di togliere lo champagne al genio, a Strawinsky o Picasso o Gadda o Hemingway, ma erano già morti, e per fortuna non se ne accorsero. Neppure le star intelligenti d’allora se ne accorsero, mettendo allegramente i fegati sotto alcool e chiacchere.

Basta non è tempo d’iconoclasti. Adesso è il verde che evolve e lega il pensiero, quello furbo e quello disinteressato. Ed io, che non ci penso, mi commuovo davanti ad un tiglio, al suo profumo. Lo ringrazio di nobilitare scelte di appalti a valore apparente e decrementante. 

Vi do una buona notizia:  stato inventato tutto, basta legare e perfezionare, leggere finalmente i manuali accumulati, adoperare le release esistenti, aspettare che i bambini crescano anziché buttarli via con i catini. Si può far fallire la apple, la bmw, la mondadori, la sony, il consumismo. Leggere tutto, sfruttare i sistemi operativi, andare al cinema, ascoltare musica dal vivo.

Il verde lega e nobilita, perfeziona legni, giri di vite e colle. Se si calpesta è tollerante, se ci si adagia è meglio.

E’ verde e se si guardano i conti non è neppure tanto economy, è la strada. Una strada. E tanto basta per mappare e ricostruire il mondo, così che sembri nuovo. Ma qual’è il bilancio vero  di questo verde che riempie le bocche? Su questo, come su molto altro, bisogna svoltare l’angolo dell’apparenza, puntare alla sostanza delle cose, accettarne la durata. Pensateci, green economy è accettare la durata e la funzione delle cose, siete pronti? 

p.s. el me par novo. Mi sembra nuovo. Non ci sarà mai nulla di così forte nella lingua come il dialetto e parere è un verbo nobile, anche nella negazione.

salmoni al referendum

La democrazia, la verità, le notizie, il capitalismo, l’ingerenza del denaro nelle cose semplici della vita. A proposito di nucleare, acqua, legittimo impedimento e molto d’altro ancora. Troppo facile parlare solo di Fukushima, dove la notizia sotto la notizia è doppia e cioè che davvero non si sa cosa stia accadendo e che quello che viene detto è comunque deviato dagli interessi politici ed economici. Quell’incidente ci parla del mondo, non solo del nucleare, di come l’economia modifichi le nostre vite, le percezioni, il rapporto con la democrazia.

Capisco allora che questi referendum riguardano la nostra idea della vita, ovvero come viviamo e come vorremmo vivere, le fandonie che ci raccontano, l’egoismo generazionale che viene alimentato nell’idea che basta consumare perchè una soluzione si troverà. Sotto c’è una preponderare dell’economia deviata intesa come baratto tra una promessa di benessere ipotetico, da scambiare con un  esproprio sottile, continuo di ciò che è di tutti verso pochi gestori, possessori, proprietari. Un poco d’acqua in meno, un poca di proprietà pubblica in meno, un poca di energia in più, un po’ di diseguaglianza in più. Viene sottratto quello che, apparentemente, sembra non contare molto, quello che è già di tutti ed è parte di un’immutabile non costo apparente. Vorrei rassicurare i dubbiosi: so parecchio di quanto accade nel pubblico e nella gestione dell’acqua, degli sprechi e privilegi. Come pure del nucleare so apprezzare pregi e difetti, prima dei rischi. Per questo la mia è una scelta ideologica che non si basa sul mero conto economico, ma sul modello di mondo in cui vorrei vivere. E in questo mondo l’acqua è pubblica, il pubblico è imprenditore efficiente dei beni essenziali, l’energia si risparmia, il nucleare è una tappa della conoscenza, ma non serve per consumare di più. Anche il legittimo impedimento, non è legittimo in questo mio mondo, sapendo che cedere l’eguaglianza e la giustizia significa cedere la libertà.

Mi piace pensare che questa sia l’era del salmone che risale torrenti del conformismo peloso e cerca acque pulite.

Mi piace pensare che questo vento che si è levato sia la volontà di riprendere in mano ciò che davvero si vuole e non lasciarlo gestire ad altri.

Qualche anno fa, in questo paese, avallato nell’idea di modernità che coinvolse destra e sinistra, il capitalismo nostrano anziché occuparsi di maglioni, meccanica o chimica, ha iniziato silenziosamente l’acquisto dei servizi. Prima le banche, poi il trasporto su gomma, poi la telefonia, poi le autostrade, poi il gas e ciò che doveva essere liberalizzazione diventava privatizzazione di un monopolio. Non libera concorrenza, ma alleanze, cartelli e prezzi che crescevano in un mercato garantito. Con una variante in più, che con la tariffa futura si pagava l’acquisto dell’impresa. Come dire che erano in realtà gli utenti a pagare il costo dell’acquisto della società. Un’ imprenditoria senza coraggio d’innovazione e manifattura comprava con la forza dei rapporti con il capitale finanziario, e i soldi degli utenti, i servizi. Una rendita sicura per sempre. Solo che il paese diventava sempre più povero di patrimonio, e i cittadini diventavano sempre più poveri di risorse. Una gran parte delle risorse private si è rivolta in investimenti destinati a far denaro anziché crescita del paese, surrogando compiti e privatizzando rendite di posizione. Siamo diventati, più ricchi? Più liberi? Si sono dette più verità?  Il paese ha una prospettiva di crescita economica? 

Io penso che così non sia stato e votando 4 sì ai referendum, sento che il significato va ben oltre l’oggetto referendario. Mi torna a mente la sapienza vitale del salmone che risale le cascate per trovare acque pulite, ovvero il mondo in cui vuol vivere e crescere.

E mi sento più forte e determinato nel pensare che un’ideologia nello scegliere il mondo in cui si può vivere è avere un’idea di sé e di ciò che si vuole, non una prigione in cui mi viene impedita la libertà. Anzi. 

disattenzione

Nulla più che la disattenzione solleva nuvole d’orgoglio.

Pulviscolo d’hybris che attende queta d’evolvere in morso.