S’arzola

Un grande spazio di terrazza naturale, un campo aiutato dall’uomo a spianarsi, appena fuori del paese. Una vista magnifica. Verso ovest digradano i monti, oltre c’è il mare. Siamo al centro della Sardegna, nel Mandrolisai. Fortezza naturale, luogo di passaggio per le greggi, ma soprattutto sito di arcaiche stanzialità contadine. Sul lato del campo, un lastricato di pietre antiche, cavate, squadrate, posate con sapienza d’uso. Un tempo era il luogo della battitura del grano, adesso è un campo delimitato da una grande quercia. Si scende per un sentiero breve. Con me, donne, uomini, in abiti scuri, da domenica d’un tempo. Una serie di sedie vuote attendono. Poi arrivano le donne, tutte vestite di nero, reggono rami d’albero con biglietti scritti, appesi. Si siedono, sembrano dormire, attendono il silenzio. Poi parte la musica di sottofondo e la rappresentazione inizia.

Qui la descrizione si ferma. Potrei parlare del giallo della paglia che si mescola al marrone della terra, del sole che fa vibrare le foglie di quercia, che trascolora il nero e scalda abbracciando terra e uomini, assieme, delle voci che si inseguono, della gioia degli uccelli in settembre,  dei monti che si fanno azzurri, ma tutto questo era cornice. Anche le donne, attrici brave, intente ad un compito che non è il loro usuale, sono diventate, per me, canale di sensazioni. Così il testo, che mi arriva a blocchi, segmentato in mattoni di significato denso d’umanità, diventa sensazione. E la sensazione è quella del rito della terra che si ripete. Solo le donne possono essere officianti del miracolo del riprodursi, ma sono l’evidenza del rito, la sostanza si agita nel profondo. L’uomo contadino, guarda e apprende ciò che sa: occorre una certezza ragionevole, solida, perché la terra diventi stabile in lui. Prima che diventasse contadino, la terra non era parte umana, l’uomo seguiva le migrazioni degli animali e delle messi selvatiche, mangiava tutto il mangiabile, poi si spostava. L’archetipo si stabilizzò con la sensazione di concretezza, di risoluzione buona di un problema vitale, diventando esso stesso vita e ritornando sull’uomo. Questo sento, finché parlano di lavoro duro, valore del denaro che devia le menti, accumulo, contrapposti ad una economia primigenia, basata sulla necessità, sul gruppo, sulla convivialità.

Una verità percorre il sole del pomeriggio: la guerra sacrifica i contadini. La fabbrica, gli operai, sono necessari alla guerra, ne forniscono materia e sostegno. Non per colpa loro, è il capitale che così decide nella divisione del lavoro sporco, ai contadini morire e combattere, agli operai tocca fornire materia e scopo della vittoria. Sentivo dentro le stesse cose sul san Michele, sopra Gorizia, dove masse immense di contadini si sono macellate a vicenda, 100.000 morti in tre mesi. Molti erano sardi, ma anche siciliani, calabresi, veneti, lombardi, abruzzesi, piemontesi. I contadini si assomigliano tutti, qual’era la differenza quando erano a terra morti, o quando vivevano dentro la terra, nelle trincee che scavavano come a far canali per portare l’acqua nel campo. Nessuna. I contadini conoscono la terra e poi, pensavano i generali, i contadini si riproducono facilmente, i contadini fanno contadini, e con la guerra intanto, si diminuiscono le bocche da sfamare.

Il carso assomiglia a questi luoghi, Anche lì il mare è appena oltre i monti, il territorio è arso d’acqua, pochi boschi, tanta piccola macchia. Terra anche quella di contadini. Ritrovo qui le emozioni di luoghi che conosco, ma ciò che la rappresentazione evoca, va oltre. Un soffio caldo di passato, e gelido d’assenza, di rottura con l’umanità ricevuta. L’archetipo del contadino lo possediamo tutti, eppure sembra scomparso. Dove s’è interrotta la sequenza del mettere assieme lavoro duro ritmato dalle carestie, del con dividere, del trasmettere sapienze e specificità d’un luogo, con le vite?

Karl Kraus diceva che mettendo assieme terra e sangue si ottiene solo tetano, ma lui pensava già all’emergere dei miti della razza, sentiva che i perimetri umani senza accoglienza diventano morte. Qui prima, l’accoglienza era sacra. Ancora oggi lo è.

E’ tutto così arcaico in questo luogo, la quercia è un contenitore di simboli, assieme alle pietre allineate per contenere il raccolto, alla vista dell’universo chiuso dai monti. L’infinito di Leopardi, vissuto ogni giorno. Uscendo per tornare, appena fuori delle luci del paese, sotto una stellata incredibile, ho riprovato la stessa sensazione d’un universo che si mostra e piega verso il basso, e tocca e feconda la positività degli uomini.

La mente va alla Sacre di Stravinskij, anche qui, ad Austis, potrebbero esserci necessità d’ingraziarsi dei riottosi di benedizione, ma è l’uomo, non il dio antropomorfo, che si aggira per il campo. Ci sono due sfere, quella degli uomini che sanno cosa li attende, il rischio e la speranza. E questo è il loro luogo. Poi il contenuto esterno al progetto del vivere, ovvero quello che la fatica e l’ingegno non governano. Lì subentra la paura del conosciuto negativo e la necessità di capovolgerlo in bene, o di almeno limitarlo. Ma oggi quella parte non si sente, si avverte l’uomo che è stato navigatore, guerriero, cacciatore ed ora s’è fermato. Un uomo che vorrebbe dire la ragione della bellezza del vivere in questo posto, raccontando perché, pur con fatica, questo è il suo luogo. Al suo posto, lo raccontano, le opere stanziali, l’aia, le case, la cura degli alberi e dei campi. E con il silenzio e la nenia. Se avessi talento, scriverei un’opera per Austis, fatta di silenzio, occhi per vedere e nenia. Nenia è quella musica che si ripete durante la fatica, nella solitudine. Che mutata arriva alla culla, e poi ancora esce all’aria filtrando tra i denti, passata in altri. Non è il ballo gioioso e bellissimo che seguirà poi nella piazza, non il canto a tenores e neppure le gare di versi a tema tra poeti. No, il silenzio, la nenia, le parole che restano a mezzo, tra bocca e aria, risuonando nelle teste, sono il dialogo dell’uomo con la terra. 

La nenia e gli altri sensi sono la compagnia di chi parla con il mondo. In confidenza, e timore d’autorità, gli sussurra, accettandolo anche nelle sue sfuriate, sapendo che non dura. La terra. Un tempo, la terra era ovunque. La terra non era sporca, veniva calpestata con leggerezza, per rispetto del suo ruolo di madre. La terra, oggi così incongrua da uscire dal vissuto, è la terra che parla poco, che quasi non fa rumore, che viene rimossa dall’esistere..

Cercavo di trovare la terra in noi, ascoltando e guardando, davanti alla quercia. Cercavo la terra leggera di vita e il sentire, mi interrogavo sulle sovrapposizioni: dove finisce l’uomo di carne ed inizia l’uomo di terra.

Tutto questo accadeva a s’arzola, ad Austis, ieri.  

scrivere senza malinconia

Internet, i blog, sono luoghi a basso rischio, a parte la dipendenza e il ruolo di compensazione. Sono un utile allenamento ad altro. Lo scrivere, per chi lo considera importante, e’ fatto di una dimensione personale intima e di una dimensione esibizionista. Per chi scrive da sempre questi temi dovrebbero essere chiari, ma a volte resta un pungolo ad essere differenti.

Il luogo dello scrivere, oltre un sé fatto di pezzetti di specchio, e’ il libro. Per scrivere un libro serve coraggio ed incoscienza, passione ed assiduità. Nel piccolo è consentito bearsi nella frase tornita, nel pensiero terso, ma questo limite e’ furbo, perché evita la fatica di provare a crescere e toglie il rischio dell’ insuccesso. 

Non occorre scrivere libri per forza, ne escono già una quantità inverosimile e per la stragrande maggioranza sono inutili, al massimo cambiano chi li scrive. Del resto il piacere di scrivere è altra cosa, ovunque lo si faccia, può frequentare cose personali o generali, è un discorso a sé, alla propria sensibilità.

Io sento quando le parole mi si usurano tra le dita, quando perdono significato. Cuore, amore, anima, sentire, percepire, e allora devo nettare, mettere da parte questi contenitori e far emergere quello che si agita davvero. Che è fatto di pieghe, di corrugare sottile, di poco e di variazioni. Il diavolo si agita nelle variazioni e il diavolo per chi scrive, è il progetto, il disegno ampio. Che io vorrei lineare e troppo spesso è circolare, come il ricordo e il rimorso.

Porsi dei limiti, sapendo chi si è, fa parte dell’apprendistato, ma superare il piacere ed affrontare fatica e giudizio, su un progetto ampio ha bisogno d’altro.

Altrimenti ci si esprime come si può e, a meno di essere Karl Kraus, si sa che nel breve c’è la nostra altezza.

hortus conclusus

Un sogno ricorre nella mia vita. E’ un sogno vero e ricordo quando l’ho sognato per la prima volta. Ero un ragazzo.

Nel sogno c’è un muro alto, fatto di pietre incastrate e tenute a calce, non c’è una porta e il muro è una circonferenza. Devo scavalcare per entrare, alcune pietre sporgono per questo e disegnano una diagonale sinuosa che si projetta sul terreno. Una spirale.

Nel sogno salgo, finché lo faccio mi guardo attorno, c’è campagna, qualche albero. A volte scorgo il mare.

Entro nel recinto. E’ il mio giardino arabo, lo sento, con le rose, i tulipani, le dalie, il verde uniforme dell’erba, alternato alla terra rossiccia e la sabbia bianca. Al centro una fontana con una polla, l’acqua trabocca e scende in rivoli. Si perde nel verde.

Mi siedo su un asse di legno, appoggio le spalle alla parete, guardo il cielo. Poi lo sguardo scende e si perde morbido, nel verde, nei colori delle cose.

Ho la percezione dell’equilibrio e della pace. Nel sogno è pomeriggio, verso sera. Posso chiudere gli occhi e riaprirli, e il pensiero scivola tra sonno e veglia senza distinguere. In tranquillità. Ho la sensazione di aver fatto.

La mia interpretazione è che l’orto chiuso è la fortezza di me, il desiderio e la sua soddisfazione avvenuta. E’ la mia misura, nel coltivare e contenere ciò che è prezioso al mio sentire. Nel cerchio trovo il dissolversi del fintamente importante, l’acqua pura scioglie il rigurgito del fondo archetipico, il nero che si trasforma, trascolora, diventa buono e compatibile. La bestia allora convive, corre assieme, gode delle stesse cose, ha lo stesso riposo. Si ricompone l’unità.

E’ un sogno che mi piace molto, purtroppo infrequente, ma so che accompagna momenti di passaggio, di movimento verso il nuovo. Quando mi sveglio sono sereno, un poco mi spiace perché vorrei che il sogno continuasse, sfumasse piano, ma non mi angustio, ho la sensazione che tornerà.

Penso che per aprirsi bisogna avere un recinto di sé, un proprio giardino arabo, che quella circolarità è contenuta in altre circolarità maggiori e che mentre queste si possono aprire, altrettanto serenamente il primo deve restare lo spazio costruito, vissuto, curato.

Quando sento l’inutilità del fare, l’affievolirsi della speranza, il senso del mio limite devo riportarmi nella cellula primigenia. Quella sola che mi contiene. Anche nella gioia è così, esiste un di più da assaporare, che mi appartiene e che posso cedere solo essendo me stesso.

Non ho fretta.

Nel mio scrivere di questo sentire, avverto il superfluo, l’eccedente, mi rileggo ed è come rifilare il bordo di una torta. Di quella che sarà una torta. Per ora è pasta cruda, buona da mangiare, ma diversa da quello che diventerà. Una torta non si racconta, si assapora, il giardino arabo è la stessa cosa, si descrive, ma il sapore è altrove.

 

sono gli stessi

Non è un governo diverso da quello dello scorso anno. 

Era Scilipoti, forse, che doveva convincere Standard & Poor’s a dare fiducia? E’ cambiata la maggioranza, ma non è cambiata nella sostanza e l’hanno capito, si vedeva e sentiva. Neppure la fuori uscita di Fini, ha cambiato la sostanza: sono gli stessi.

Confindustria se ne accorge ora? E gli altri che cominciano ora a prendere le distanze dov’erano? Un paese di pavidi viene declassato da un’agenzia discutibile, ma resta pavido. L’Europa per convenienza, un poco ci difenderà, ma ci ha già declassato come importanza: siamo inaffidabili. E questa consapevolezza non ci basterà per avere uno scatto d’orgoglio e cambiare il Paese. Cosa dobbiamo ancora soffrire, perché ci sia una reazione?

Questo Paese non cresce, non ha una visione chiara del suo futuro, rifiuta la malattia. Ci perdiamo dietro i vizi di uomini piccoli e perdiamo la misura di quegli uomini: sono piccoli e servono giganti. E’ finita l’epoca della normalità. In questo sta la pavidità, una qualità miserevole per l’individuo e per un popolo, perché il pavido non salva nessuno, se non se stesso, neppure i suoi cari, salva. Invoca l’istinto per dismettere l’intelligenza che porterebbe ad una scelta diversa.

Ci sarà un’altra manovra, altri miliardi verranno tolti a chi è già in sofferenza e la rabbia ancora non monterà. Tutto questo ha un nome, un progetto politico che ha avuto consenso, alleati, ma la tentazione sarà di rimuovere tutto, di parlare di secessione, di orgoglio. Da chi, da se stessi? la lega ha governato assieme, è complice del disastro, si è immersa nel berlusconismo per convenienza politica, per furbizia e non per un progetto politico coerente.

Qui di solito si dice: si ma anche l’opposizione. Certo, anche l’opposizione, il Pd, e non solo, non ha fatto a sufficienza, ma questo è parte della malattia. Sono gli stessi. E questo paese è malato. Adesso non basta per trovare una soluzione economica, serve una proposta politica credibile, che dia un motivo ai sacrifici, indichi un percorso, una luce. Se tutto resta così, il fatto di avere questo parlamento non risolve la situazione, anzi l’aggrava. Questa difficoltà non sarà facile da risolvere, la vera novità sarebbe il rigore morale nella politica. Questo potrebbe essere il discrimine, un terreno solido da cui partire, ma bisognerà con umiltà, andare avanti guardando al mondo e al Paese, con un’unica direzione: la bussola del bene comune.

L’evidenza e la forza del bene comune, un programma fatto solo di questo per uscire da questo 25 luglio senza una guerra civile. Le guerre civili non sono sempre cruente, sono le guerre che spaccano, dividono i popoli, li collocano su versanti d’odio. Ecco, dovremmo evitare questa guerra civile.

La chiesa non si può tirar fuori da quanto accade, ha protetto, cresciuto il berlusconismo, ha chiuso gli occhi davanti a questioni morali che hanno aperto baratri nel Paese, Sono gli stessi, doveva riconoscerli, ma anche la chiesa è la stessa. Vuole restare in politica, influenzare e determinare le scelte senza prendersene le responsabilità. Penso però che, com’è accaduto dopo aver benedetto i gagliardetti fascisti, anche questa volta alla fine raccoglierà i vantaggi della caduta e ribadirà la sua terzietà. Magari fosse terza, ma non è così.

Oggi è il 20 settembre, cadeva Roma papalina e vinceva l’apparato della chiesa. Il regno d’ItaIia, nonostante una legge giusta e avanzata, le guarentigie, sarebbe stato condizionato fin dal suo inizio dalla non accettazione da parte della chiesa del fatto di non avere un potere temporale. E il potere temporale prese altra forma, accumulando da allora la diversità dei cattolici e i loro vantaggi. Allora come adesso, vantaggi, che miseria davanti a un paese spezzettato. Sentiremo il cardinale Bagnasco, venerdì, ma non saranno parole chiare e soprattutto non ci saranno azioni chiare. Non ci sono mai state perchè c’è molto da perdere e soprattutto non si vuole che questo sia uno stato laico, per cui in maniera felpata si preparerà il dopo Berlusconi, si darà fiato ad un partito di centro che consolidi la differenza, si dirà che i cattolici non hanno un partito, ma non si devono dividere.

Che significa dividere i cattolici in politica, quando è il paese che affoga?

Sono gli stessi, e non invochiamo il principe di Salina, parliamo ai giacobini, parliamo ai riformisti, parliamo agli uomini di buona volontà. E’ ora, che il nuovo non sia il vecchio. E’ ora.

è iniziata la scuola

Da qualche giorno il traffico è aumentato, le rotatorie si saturano più in fretta. Basta metterlo in conto. Stamattina mi sono scoperto a guardare i fiori spontanei lungo l’argine, l’acquazzone di ieri li aveva lavati. Anche l’erba era brillante, alta e grassa, di quel verde giusto e irriproducibile, che non si vedeva da tempo. Un regalo per gli occhi.

Il traffico aiuta a perdersi nei pensieri. Noi guidiamo come camminiamo: automaticamente. E da quando è iniziata la scuola, come ogni anno, tutto va a rilento. Non ne capisco bene il motivo, ma ne accetto gli effetti. La mia scuola era in centro, dopo i primi anni, si andava soli. A piedi da casa. Ed era una conquista grande. I ricordi altrui annoiano, stamattina ci pensavo finché guardando il canale, le rive, l’erba. Di quegli anni mi resta molto, ma è cosa mia. Sfumature e lacche di ricordo. Ma riassumendo all’essenza, mi resterebbe il profumo di legno di cedro delle matite, l’odore buono di carta e d’ inchiostro che porto ancora con me, nelle passioni inconsulte per lo scrivere, in un certo modo e con certi mezzi. Resterebbe il buco, fatto con una gomma, in una delle ultime pagine rimaste in un quaderno, dopo aver strappato lo strappabile. Era quella maledetta parola che non veniva giusta: celo, e in quel cielo senza la i, ho versato tutte le lacrime che avevo. Resterebbe il profumo e la consistenza dei libri nuovi, che sembravano così belli e pieni di parole, giuste giuste da leggere. Ma passava prestissimo la foga d’imparare e restavano i ceffoni conseguenti.

Questo e molto d’altro resta. Intanto il traffico è sempre lento. Arriverò in ritardo anche oggi, è iniziata la scuola, capiranno.

patto lenonino

Del tuo fornitore abituale, meraviglia il fatto che faccia altro. Che scriva poesie, o intraprenda in hi-tech, che sia operatore notturno di borsa, oppure abbia qualche lavoro diverso da ciò che conosci. Per te resta sempre legato alla cosa che ti fornisce, fosse questa due etti di stracchino oppure un’ auto usata. Altrove avrà famiglia, interessi, abilità, passioni e pensieri elevati, e saprà suonare, scalare vette di pensiero, ma lui per te, nel lavoro, è quello che vi ha fatto incontrare. 

Chissà cosa pensava Tarantini, quando a un puttaniere forniva ragazze secondo misura e gusto, che lo si considerasse un imprenditore in vacanza? Forse pensava che la sua abilità nel soddisfare desideri, gli avrebbe dato crediti d’intelligenza nell’intraprendere. Magari credeva che il pappa si sarebbe dissolto nell’uomo d’affari. E invece che si trattasse di protesi sanitarie o di appalti in lavori pubblici o semiprivati, la sua funzione era quella del procacciatore di donne. Era si, fornitore di protesi, ma quelle allo smisurato senso di onnipotenza di uomini incapaci di discernere ciò che separa potere da funzione pubblica.

Tarantini pensava che i soldi lo facessero capitano d’industria e la frequentazione del potere, generasse il prodotto. Cercava appalti, grandi infrastrutture, ma era specializzato su tutto, fosse un gasdotto oppure il monitoraggio elettronico per protezione civile, bastava chiedere. Come per le ragazze. Parlano di oltre 50 milioni di appalti  che potevano essere assegnati. Questa è una tragedia per un Paese allo stremo della fiducia, induce a pensare che ogni sacrificio sarà ingoiato dal malaffare. Questo gli imprenditori non se lo meritano, quelli che resistono come i lavoratori, quelli che mettono quello che hanno in un’ idea, nel loro lavoro. Questi non se lo meritano. Ci sono i prenditori, quelli che portano via e basta, senza dare, e gli imprenditori, quelli che, comunque la pensino, rischiano e generano ricchezza.  Se il capo del governo, l’impresa pubblica, favoriscono i prenditori, i primi a soffrire saranno i secondi, oltre che l’etica pubblica. Accade, accadrà, ma il mercato è un buon regolatore nel tempo, tollera e magari glorifica i ladri, ma prima o poi demolisce gli impostori. Le abitudini sessuali dei capitani di pensiero, politica o industria sono comunque legate ad un prodotto ed è questo che alla fine fa la differenza vera. Ma adesso ci sono le macerie e i disastri morali e materiali.

A Berlusconi piacerebbe essere ricordato per le sue grandi “opere”, a suo dire, fatte. Non sarà così, per un po’ resterà un uomo di potere e denaro, perduto dal suo essere puttaniere oltre limite e poi basta. 

Questo momento di disperazione morale, ricorda il ’45 di Mussolini, i proclami e i discorsi dell’ultimo periodo. C’era chi ci credeva, chi, per convenienza o altro, si lasciava imbabolare, il consenso s’era già disfatto, travolto dalla realtà. Si attendeva la fine.  Adesso non c’è la guerra per fortuna, e neppure i nazisti in casa, ma il travisamento dell’evidenza, la sua percezione distorta, la fantasia di una soluzione risolutiva, un’arma speciale e definitiva in grado di ribaltare tutto, questo c’è. Poi si finisce a sputi e questo si vorrebbe evitare, non farà bene a nessuno perché questo Paese è stato consenziente e pavido. Finirà, e speriamo presto, per questo soccorre la pervicacia del perdersi, che oltrepassa ogni soluzione, consiglio o limite.

l’amore dell’inutile

Sai.

E’ così pleonastico questo sai, se si sapesse davvero, non cercherei parole che non servono.

Sai, ho capito che l’amore di ciò che altri è inutile, è la mia vocazione, del resto è coerente con l’apprender cose inutili. Questo è quello che vorrei dire con parole giuste.

In fondo non ho mai avuto voglia di far fatica per alzare, trionfante, il cuore di qualcosa. Sarà per questo che mi piacciono le passioni fatte a scialle, che scaldano ed avvolgono, quando si è da soli. Le fiamme duran poco, lasciano vuoti che si devono riempire. E l’unico vuoto che davvero cerco, è quello del pensiero, tolto finalmente dal rumore di ciò che si deve essere, fare, diventare. Il vuoto del meditare che poi si riempirà spumeggiante, del nuovo senso che non sapevo d’avere. 

Forse è indolenza, o ribellione al luogo comune dell’utile, oppure dipende dalla fantasia. Ne ho troppa. Disturba piacevolmente e porta altrove.

Magari è la curiosità, questa non è troppa, è particolare, discreta. Può far senza, non per mancanza, ma per privazione.

C’è un senso profondo nella privazione, e ancor di più, nella dolcezza della privazione. Una libertà che, per me, è la libertà.

Libertà di desiderare, accogliendo e restando sé.


pozze di nero

E’ una casa solida, antica. Una di quelle fattorie fortificate che si usavano nei territori di frontiera. Forse questa è una ragione che è proseguita nelle teste. Nel sangue, si diceva un tempo, rendendolo più spesso, impermeabile al cambiamento del tempo.

Adesso è un ristorante, si mangia bene, sono gentili e sbrigativi. Il dialetto è bello, quasi del tutto incomprensibile, e le alpi carniche, testimoni di migrazioni, fatiche e invasioni, sono bellissime e vicine.

Guardo la mensola del camino e sparisce il piacere del vino e del cibo. Vedo foto con cappelli che conosco. Sono foto vecchie, i cappelli sono quelli che usavano gli ustascia, in una cornice c’è un gruppo con auto degli anni ’30, uomini in divisa, ufficiali. Continuo ad osservare e su un lato c’è un piccolo busto di bronzo, davanti a una foto di Mussolini.

Non indago oltre, ma non ho più voglia di scherzare, mi concentro, è un pranzo di lavoro e prima finisce, meglio è.

Penso alle pozze di nero che ancora si annidano, ideologie che non s’asciugano, fango che ha seppellito uomini, cose, possibilità, accoglienza.

Mi versano il vino. Nero, come dicono da queste parti. Per me, rosso, insisto. Sono un cugino per loro, accettato perché veneto, ma altra cosa, quasi straniero.

Saluto ed esco. La casa è bella, fatta di pietra viva squadrata, il cortile è grande, circondato da un muro alto. Dietro gli alberi, e le alpi. Non voglio e non devo immaginare, cos’ha visto questa casa, è un luogo che evoca pensieri bui, adesso.

Poco oltre, sulla strada, trovo un campo grande di alberi secchi, grandi, spezzati e sradicati, come fosse passata una tromba d’aria. Sembra essere uno specchio di ciò che produce una pozza di nero. Di qualsiasi colore nero d’anima e di cuore.

apprendere, e perché ?

Bisognerebbe dirlo prima dell’uso che l’apprendere è una droga. Che non basterà mai, che quando si comincia non si smette.. 

Bisognerebbe dirlo ai ragazzi che non è vero che apprendere gli servirà per avere denaro o chissaché. Invece si mentirà dicendo che sapere è utile ad essere felici, che servirà ad essere qualcuno, che si avrà un ruolo e successo.

Bisognerebbe istruirli sul rischio che porta con sé, l’apprendere. Sul fatto che genera pensiero critico, che saranno scontenti, e che capiranno se gli viene sottratta la vita.

Bisognerebbe parlare sinceramente loro sul rischio del sapere, sul senso di ignoranza che genera, sulle sicurezze in cose inutili e le incertezze in cose “utili”.

Bisognerebbe dirgli che intelligenza e apprendimento vanno nella stessa direzione, ma che non è necessario essere intelligenti per vivere in questo mondo, e che non rende automaticamente felici, anzi, ma che quando si sente qualcosa, lo si sente di più, che capire diventa un’abitudine e una frustrazione quando non accade.

Tutto questo e molto d’altro bisognerebbe dire all’inizio di ogni anno scolastico. E anche che solo in alcuni casi la scuola gli insegnerà ad apprendere, anche se questo sarebbe davvero il suo ruolo oggi, e che apprendere dipende da chi insegna e da chi frequenta, ma nessuno lo dice e si parla d’altro.

bazar

Le pile accumulate di libri senza ordine, oggetti che seguono ed evocano discreti. Persone animate da sentimenti diversi passano, qual’è il filo, le parti comuni che metteranno assieme un ordine profondo e segreto?

Nel rispetto per noi troviamo senso profondo ai nostri segreti, le parti che con fatica guardiamo e non mostriamo, se non in una intimità assoluta.

Sono cifre preziose che lasciamo uscire con-fidando, e comprendiamo davvero nel timore del mostrarsi e vedersi riflessi.