Noi eravamo e adesso cosa siamo?

Queste righe le ho scritte per un blog fatto da Faty e altri giovani, per riflettere sulla condizione giovanile.   http://noclaps.wordpress.com/ 

E’ quello che penso della mia generazione, convinto che questa abbia una occasione unica per non dichiarare il fallimento della propria vita collettiva, delle speranze che ha incarnato, del mondo che voleva ed in piccola parte ha cambiato. Lasciare ai giovani la possibilità di cambiare il mondo è un regalo che facciamo a noi stessi, un bene che ancora non conosciamo.

Questo del rapporto tra giovani e anziani (grandi come dicono loro, con molta misericordia, ma siamo vecchi, irreparabilmente vecchi, se non viviamo le nostre vite lasciando che quelli meno “grandi” di noi vivano le proprie) è un tema che sento molto presente in me, non solo attorno. Ne parlo con mio figlio e con altri giovani, quello che ricevo è talmente vitale che mi pare incredibile che questa non sia la vera riforma che una forza politica di cambiamento sceglie per governare il Paese.

Basta guardare gli eventi sui giornali, o andare alle inaugurazioni, alle celebrazioni. Non importa che siano grandi o piccole. Bisogna guardare nelle prime file, attribuire le età, riconoscere le facce. Se il mondo fosse vero, ovvero aderente alla realtà, dovrebbero esserci giovani uomini e donne in  quelle file. Se il mondo procedesse in un senso lineare e non circolare, uno di  quei giovani si dovrebbe alzare e chiamare un nome, invitandolo a dire di sé, testimoniare qualcosa, passare un testimone, raccontare cosa sta facendo perché adesso il mondo cresca, sia più giusto, vada un poco avanti nella coscienza del bene comune. E il chiamato dovrebbe dire, con la sintesi degli anni, di chi ne a viste, che non s’è stancato di vedere, dire. E poi dovrebbe tornare al suo posto, con una leggera commozione negli occhi e nella voce, perché gli uomini vecchi, anche quelli che non sanno di esserlo, sentono la difficoltà del mondo. Si commuovono. Poi gli passa, ma quel leggero tremore di voce gli scava dentro la sensazione che il percorso che avevano iniziato non si sia compiuto.
Noi eravamo la testa di cento manifestazioni, avevamo un fuoco nelle mani, con cui giocare e fare luce nelle nostre notti. Le notti insonni saranno pur servite a qualcosa. Credo. Spero. Oppure no?

Noi eravamo e adesso cosa siamo?
Forza queta, riflessione, cambiamento senza utile personale, oppure siamo diventati quelli che sembrano i più fortunati di noi: gli smoking delle prime, i culi per sedili delle auto grige, che però sono blù, gli oracoli che distillano saggezza e sono privi di cuore?
Siamo davvero così banali?
Una generazione, la mia, spiaccicata sull’essere-avere, che dopo aver osannato l’essere, ha ripiegato sull’avere spacciandolo per il primo. L’avere è il cialis della mia generazione, quello vero, quello che serve per il coito giornaliero con una vita non consenziente, che invece ti direbbe: fai altro, occupati di altro, dai una mano, mettiti a disposizione. E se non serve a far soldi, meglio, è così bello il mattino senza la pressione alta.

Il grande servizio che compirebbe il nostro sogno giovanile, che davvero prolungherebbe la giovinezza, sarebbe permettere il cambio generazionale, permettere che questa società diventi giovane, faccia errori nuovi, inventi virtù sconosciute, sperimenti piaceri meno banali. Questo chiedo a me stesso e ai miei coetanei: farsi da parte per scelta, che significa essere dentro, nel profondo, della società più giusta che volevamo. Non cacciati, ma utili, disponibili. E’ una così grande libertà dire ciò che si pensa, vivere come si pensa giusto, ed assieme a questa, è ancora più grande la libertà di ascoltare ciò che dice una persona che non ha la tua esperienza, la tua età, il tuo percorso e sentire.

Non annoia, capisci, non annoia. E noi siamo annoiati di noi stessi, sgrufoliamo in un mondo che è nostro, ma che contiene una domanda terribile: è un mondo peggiore di quello che abbiamo ricevuto?

Bisogna lasciar fare ed essere lo stesso, affrontare la realtà e non occultare il cadavere. Non faranno peggio di noi, avranno misericordia e cuore e soprattutto non annoieranno come noi stiamo facendo.

pioggia

Puntuale è arrivata,

fredda, sprezzante dell’incongrua estate,

mostra la metafora d’una falsa giovinezza.

Nulla è come prima e tutto continua,

adesso specchia il senso d’essere,

qui ed appena oltre.

Suadente di verità, racconta,

mentre, immortali per una stagione,

ci immergiamo nell’autunno.

battalia

Non molto tempo fa, la mattina, appena svegliato, mi dedicavo tempo per guardare fuori dalla finestra, poi respiravo profondamente il primo caffè, mettevo in ordine gli impegni, stabilivo una colonna sonora della giornata e uscivo. I pensieri che mi riguardavano da una parte e il lavoro, i problemi esterni da un’altra. Nei miei post più vecchi c’è traccia di questo modo di uscire in battalia.

Molte cose sono rimaste eguali: il caffè, la musica, il modo di vivere i miei pensieri, molti interessi e passioncelle. Altro è mutato in questi tre anni, non pochi “amici” di lavoro se ne sono andati, qualche errore ha morso la carne, la divisione tra spazi interni ed esterni, si è spesso frantumata. Ma le cose che tengono in piedi il mio modo di vedere il mondo sono sostanzialmente rimaste, segno che contano davvero. Di queste una è particolarmente chiara: il rifiuto fisico di sottostare a qualcosa che mi è estraneo.

L’attualità, ad esempio, faccio fatica a dirne perché mai come in questi anni di comunicazione continua è diventato regola parlare solo del momento, dell’oggi. Come se il nostro tempo, quello che viviamo, fosse una infinita serie di avvenimenti rotti, frantumati, dai successivi. Macerie d’istanti e d’emozioni su cui camminiamo per andare verso il futuro. Oggi c’è la morte di Steve Jobs, ieri il processo di Perugia e Amanda Knox, domani le dimissioni di Tremonti o chissaché. Tutto imposto, tutto rilevante per un giorno, tutto manipolato, collimato con i sentimenti medi, premasticato, digerito in fretta.

Non mi va.

 Non mi va da sempre. Non mi piacevano le prime, i lanci con la corsa a vedere o a leggere per primi, gli avvenimenti eccezionali a priori. La notte dello sbarco sulla luna, andai a letto presto, non mi succede mai, eppure di quella notte ricordo tutto, l’emozione permane, ma soprattutto mi ha cambiato. Lo stesso potrei dire per la grande idea di riportare la parola scritta ovunque, rompere il dominio della parola detta, del telefono, della televisione. Oggi si scrive molto (e male) grazie a Steve Jobs, questo è nelle nostre vite oltre la notizia del giorno e a questo penserò con i miei tempi.

La velocità è un idolo della modernità, residuo futurista, sostituto dell’essere. Riporta il primato del fare sul pensiero, ne da visione economica come fosse l’unica lecita. E la velocità porta con sè il mito dell’oggi, del momento. E’ la definizione fisica di velocità, lo spazio parcellizzato dal tempo in tanti minuscoli segmenti. Zenone sorpasserà subito la tartaruga e non imparerà nulla dal suo altro modo di vivere, la scarterà come incongrua stabilendo che il mondo la può tollerare, ma non ammettere alla pari. Con la velocità e l’odierno si attacca il tempo, il tempo diviene obsolescente, scappa è più veloce di Zenone che continua ad inseguirlo e perde il senso della corsa. Della lentezza parlerò ancora, continuerò a farlo, ma ciò che mi preme adesso è il rifiuto dello stereotipo, dell’imposizione. I riflessi di tutto questo sono enormi, contengono il positivo (in parte) e il negativo del mondo, ma escludono la scelta. Bisogna adattarsi. E io non mi adatto, penso a ciò che è importante per me, ascolto la mia musica, affronto la battalia con le mie armi. Molto datate devo dire, poco efficienti ed efficaci, disorientanti spesso. Ecco, il vantaggio è questo disorientare, che significa togliere le stelle fisse e portare la navigazione su obbiettivi più larghi del giorno, perdersi contando di ritrovarsi.

Vorrei darvi una buona notizia, o cattiva per alcuni: siamo naufraghi, non arriveranno i soccorsi e dovremo contare su di noi, sul nostro tempo. Per ritrovare un senso bisogna pensare che il culto del giorno ci fa perdere il piacere dell’isola in cui siamo finiti.

no party

Credo che al di là dei nominalismi, del fascino delle parole d’importazione (indignados o altro), un sinonimo per la quasi perduta generazione, dei venti-trentenni, sia offesi.

Questa parte del paese è offesa perché privata di un orizzonte comune, di un ambito in cui poter dimostrare quanto vale. E deve valere, questa generazione, altrimenti non essa, ma il paese non ha futuro. Nei racconti, più o meno horror, della nuova chirurgia sostitutiva, si evoca ciò che potrebbe alimentare le banche d’organi, ovvero la donazione coatta o peggio. Ecco nel caso di questo nostro corpo sociale, una parte, quella giovane, sta coattivamente alimentando altra parte del corpo sociale. Sostituisce braccia, cuori, cervelli e capisce d’essere solo organo, non organismo.

I dati inps sulla gestione autonoma del popolo ( che è un modo per prendere in giro delle persone obbligate ad avere meno diritti) partite iva, informa che questa parte della previdenza, è in forte attivo: oltre 1.3 miliardi. Si dirà facile, questi contribuenti sono giovani, non hanno pensionati da sostenere, ma in questo caso non c’è accantonamento per le pensioni future, il gettito alimenta le altre pensioni, quelle dell’Italia dei pensionati baby degli anni 70-90, quelle dei trattamenti privilegiati e normali. Normale che che le persone attive assicurino i diritti maturati dalle persone in quiescienza, anormale che i primi non abbiano un orizzonte di diritti eguali.

Non mi interessano le guerre tra poveri, ma la questione del lavoro e della sua relazione con la vita privata e sociale dell’uomo, è il problema principale di questo paese. Senza una soluzione a questo problema anche l’evoluzione politica dell’Italia è bloccata, consegnata ad una sterile diatriba, tutta interna ai partiti, mentre cresce il partito dei no party, ovvero dei senza partito, dei senza storia, dei senza ideali. I bisogni non creano una nuova classe politica, ma certamente possono scrivere l’agenda delle priorità. La grande beffa è che in questo momento la crisi economica occlude tutto, e chi è più colpito dalla crisi dovrebbe fare lo sforzo di diventare un gigante, un soggetto che conosce il linguaggio sociale, che diventa alternativo e si struttura per restare permanente e alternativo. Gli esempi non mancano in Europa, i Grünen tedeschi, il nuovo governo Islandese, fino ai movimenti che stanno nascendo un po’ dappertutto, motivati dalla deprivazione di presente e futuro, ma anche da una carenza di evoluzione dei vecchi schieramenti storici di destra e sinistra, incapaci di affrontare una visione glocal del mondo.

Mi sono chiesto perché non c’è una protesta strutturata in Italia, perché ci sia sempre un ondeggiare tra entusiasmo e depressione, con vampate, che poi si spengono in fretta. Credo si tratti di una coscienza forte del proprio disagio senza un nemico certo, quindi priva di alleanze patitetiche, che manchi di base popolare (ma questo non è un problema, la storia viene spesso indirizzata da elites più sensibili) e che al tempo stesso, questa protesta, sia inserita in un sistema che sta ancora aggiungendo risorse private. Cioè il fondo del barile è nella famiglia, nei pochi risparmi disponibili. Ma anche nell’ideologia individualistica che è penetrata in questi anni di berlusconismo poco contrastato sul piano sociale e che porta il problema nella soluzione individuale, non collettiva.  

Ci si lamenta della scarsa reattività dei partiti di sinistra riformisti, ma ciò che vive deve credere in sé. E se questo vale per il nuovo, vale anche per le strutture ormai moribonde, per le quali la credibilità verso se stesse è necessaria per conservare i privilegi. Bisogna saperlo e contrattare con questa esistenza, oppure avere sufficiente forza per ribaltarla. Molto spesso tutto finisce per inclusione e la protesta non assume sostanza politica di cambiamento. Una coscienza collettiva dell’offesa, può cambiare le cose, se ha la capacità di inserire le ragioni della protesta nella politica. E soprattutto se è in grado di pervicacemente insistere, mostrare, far diventare moda (in senso statistico) ciò che è percepito come marginale. Mi sono chiesto spesso cosa manchi all’Italia perché si attivi una vera protesta, non ho risposte, casomai sensazioni. Una di queste è, la discontinuità della protesta, la sua episodicità che sembra non testimoniare un problema vero. La seconda è la mancanza di una piattaforma comune e di obbiettivi raggiungibili. Il tutto deve essere esplicito, alla luce del sole. Non importa quanto alti siano gli obbiettivi, ma chi li propone dev’essere convinto che sono raggiungibili. La terza condizione è che i movimenti, forse per preservare una purezza presunta, non cercano alleati con cui parlare da pari a pari. La quarta ragione è che solo una ristretta minoranza di giovani è convinta che il proprio futuro passi attraverso una propria protesta collettiva, gli altri sembrano occupati in altro. Tutte queste condizioni possono essere mutate, ad esempio quanto ho citato sulle pensioni mi fa pensare che possibili alleati naturali per la soluzione dei problemi della generazione senza diritti, dovrebbero essere i beneficiari di questa situazione, cioè i pensionati. Ma per far questo non basta la giustezza delle ragioni, serve la capacità di tessere alleanze, il non isolarsi. Molti, come chi scrive, è dalla parte di questi giovani, disponibile a battaglie comuni e sente la loro condizione come offensa. Creare alleanze con i padri è forse la novità e il discrimine di questa stagione del mondo, ma si può fare. Si può fare.

Nei prossimi giorni ci sarà una manifestazione nazionale sul precariato, se accanto alla protesta “ufficiale” dei sindacati e dei partiti di sinistra, ci sarà una presenza grande dei senza partito, dei diretti portatori di bisogni, ordinata, con il silenzio di chi è senza parola in questo Paese, senza furia ed incidenti che alienano ogni consenso, ci sarebbe un enorme impatto ed un segno di identità e di forza. La vera premessa per quel partito nuovo, il no party progressista e risolutore dei problemi che non solo i giovani vogliono.

p.s.esiste un blog che parla di queste cose, imparo molto da ciò che vi leggo:  http://noclaps.wordpress.com/

Chissà di cosa si stava parlando

Ho l’impressione che da un po’ di tempo ci sia l’occultamento mediatico del cadavere e che i processi siano video game. L’assassino diventa il protagonista, l’ imputato una vittima.

Meglio un colpevole libero che un innocente in galera, ma c’e qualcosa che non va in questo rapporto società-giustizia. Parlo di rapporto, principi, meccanica dove dev’essere chiaro ciò che si dibatte e decide. Molti anni fa una ragazza venne assassinata vicino a dove abitavo, un ragazzo si presento’ ai carabinieri la sera, disse che l’aveva trovata morta, si era spaventato ed era fuggito. Non fu creduto, cominciarono i processi, condanne, assoluzioni, condanne, fughe all’estero, carcere. Grazia. Si fece comunque una quindicina d’anni di galera. Non l’ho mai creduto colpevole, ma quello che credevo io, contava e conta poco, chi ha ucciso quella ragazza?

Ecco, il compito, per me della giustizia era trovare e condannare il colpevole, ricucire uno strappo. Invece alla fine si parlo’ molto dell’imputato, che essendo di estrema sinistra, per quegli anni era il negro di turno. Sono state investite somme importanti dalla stampa americana sul processo di Perugia perché fosse un evento mediatico, perché un imputato era wasp, ma chi si e’ davvero curato che fosse fatta giustizia, ovvero trovato l’assassino? Adesso in galera c’e’ un extracomunitario, magari e’ solo lui il colpevole, anche se si parla di concorso in omicidio. Con chi? E davvero ha avuto gli stessi mezzi ed opportunità di difesa?
Il dipartimento di stato americano esprime compiacimento, non ricordo se per la sentenza di assoluzione americana sui responsabili per la strage del Cermis, 20 morti, il governo italiano espresse disappunto, come se le sentenze appartenessero alla politica. Ma se stessero zitti sarebbe meglio, molto meglio.

calzoni ecrù

Hai calzoni larghi e stretti alla caviglia, lino credo. Sara’ la moda di quest’anno. Tinte pastello con un verde giallo che non ricordavo nei colori dell’anno. Ti stanno bene sotto il camice aperto. Dopo tanti anni che non ci vediamo, sei rimasta dove ti ricordavo a crescere tra ambulatori di clinica e pazienti in attesa. Stamattina pensavo con fastidio ai miei molti anni di sanità, allo squallore dei nomi dei farmaci accumulati sui tavoli alle apparecchiature luccicanti di vetro ed inox, alle attese inutili provocate dalle chiacchere dentro gli ambulatori, al mio guardare da fuori, essendo dentro. Persona informata dei fatti, anche dei moltissimi positivi, naturalmente.

Ti ricordo alle assemblee, c’erano i medici democratici, gli infermieri, gli operai della manutenzione e delle lavanderie, i cuochi che facevano capannello a parte, gli impiegati. Ero più giovane, informatico e sindacalista, dovevo capire il mondo partendo dallo specifico. Ero parte di quel mondo chiuso che era un asylum bisognoso d’aria, ma ne ero fuori, come succede a tutti quelli che non fanno l’attività principale.

Spesso parlavo, mi succede anche adesso, inseguendo un’idea. Di te ricordo, voce, volto e sorriso, gli interventi si perdono. Eri specializzanda e per fortuna, ti piaceva il caffè. Il caffè è la cosa più naturale per parlar d’altro, al bar si parlava della vita. Tu della tua, ascoltavo, come sempre, e anche allora non dicevo molto di me.

Saluti, ricordi il mio nome. Il tuo l’ho ripassato sulla targhetta del camice. Mi chiedi del sindacato, della politica. Scherzo sulla mia carriera, e tu, sulla tua. Entrambi siamo andati via da qualcosa. La fortuna è avere argomenti che non siano il passato, e allora parliamo di vacanze, di Africa, di luoghi, persone, di futuro.  Hai sempre una voce abbassata dal fumo.

Non siamo reduci da sogni, questo in fondo ci ripetiamo, servirebbe tempo per immaginare cos’è ora il mondo che vorremmo. E tornando verso la sala d’attesa, mi pare che le parole lascino una scia, come una guida per ritrovare una strada.

pensavo che

Pensavo che vissute le passioni cieche della giovinezza, il tempo e il passato, diventassero compagni stazzonati e poco esigenti. Com’eravamo stati è sempre un’approssimazione dell’ombra della verità. Si potrebbe ridere, od almeno sorridere, del come eravamo, Invece troppe forze ancora contrastano ed impediscono il flusso libero dei sentimenti, compreso quel volersi bene che ci fa guardare con indulgenza e comprensione il noi d’allora e adesso. Mi sembra assurdo, ma in realtà non lo è, che per rimettersi in ordine, si manipoli la realtà, eppure accade di continuo. In noi per convivere con gli errori e in chi ci ha conosciuto per giustificare i propri. Abbiamo ricordi diversi, realtà diverse che si tacciono nel miglior dei casi, oppure confliggono, o stanno assieme tra sguardi meravigliati del diverso sentire o ancora vengono usati per giustificare ragioni a posteriori. Randelli e velluto che piegano ciò che davvero accadde.

Qualche giorno fa, leggendo vecchie lettere mie e d’altri, capivo com’ero, senza l’emozione d’allora. Non mancano gli errori nella mia vita, le indecisioni, il dire governato, pensando di far bene, quando si doveva urlare, ma ciò basta a giustificare tutto quello che la vita ha seminato? Come dire: non siamo davvero mai soli nel combinare guai, né a far bene, ma sempre il prodotto di azioni e reazioni di cui portiamo il peso, se ricordiamo.

Però c’è un momento di non ritorno, uno scollinare dove il  passato diventa davvero tale, depurato dall’emozione d’altri. Basta mettere distanza, tener per sé la propria storia e andarsene, e solo chi ci cerca con pazienza e amore, potrà riaprire quella porta.

d come Domodossola

Ci si capisce per gran parte, poi funziona il presumere. Si dovrebbe chiamare presunzione, invece si dice intuito. Ma l’intuito dovrebbe funzionare prima che le cose accadano, mentre si suppone sovrapponendo pezzi di sé su altri, dopo. Nel nostro “intuito” ci sono le nostre paure e le deviazioni rispetto allo star bene presunto (anch’esso), non una norma che non esiste. Ma se siamo singolari, unici, dovremmo essere eternamente stupiti dalla differenza, dal non ripetersi di noi in altri. Invece diciamo una cosa e ne pensiamo, più o meno consciamente, un’altra.

Dovrebbe esistere una “stolidità” intelligente, una propensione a capire in ritardo, che emerga come qualità, in questo mondo ben più sicuro e sentimentale (fondato sui sentimenti e meno sul sentire), di quello in cui la presunzione era necessaria alla sopravvivenza dell’individuo e del genere.

Se già tra persone potenzialmente vicine, od affini, non ci si capisce davvero, cosa può accadere tra gruppi potenzialmente concorrenti? Accade che la genericità che applichiamo per comodità di pensiero , si insinua e condiziona nel pensare vero. Così si dicono nel piccolo quotidiano, parole terribili come: voi uomini. Oppure:sei come tutti gli altri. E così via, coniugando al maschile o al femminile, indifferentemente.

E d’altro canto, per orgoglio, nasce la necessità di spiegare, anche mutando il vero nostro, approssimando per farsi sentire, intendere nella diversità. Come ce ne fosse bisogno. In realtà vorremmo dire: ma come non mi capisci? se non ci riesci, fidati, capirai, altrimenti lascia perdere. Ci siamo sbagliati.

Una mia amica quando, come succede spessissimo, non rispondevo ai suoi schemi, mi diceva: sei una patacca. Le prime volte mi incazzavo, poi ho imparato a riderci sopra, era una cosa allegra non rispondere a uno schema. Ma intanto, l’avevo derubricata dalla comunicazione importante. Perché poi è questo che si fa, si prova, si riprova ed infine si ridimensione. Sembrava, ma non era.

Ciascuno di noi, quando fornisce l’immagine di sé, attraverso il racconto di quello che sente, manda molte verità e non pochi desideri. Projetta quello che è e il cammino verso cui procede, dovrebbe essere preso così, capito anche quando non si capisce e scartato quando  davvero incompatibile. Scavare nelle parole è sempre un esercizio fallace e affascinante. Le espressioni fisiche sono più sincere, ma anch’esse equivoche perché spesso è il tempo a fregarci, ossia la nostra percezione di averne poco e quindi se le cose non si incontrano, si rinuncia con un giudizio. Di solito lapidario. In realtà di tempo, ne abbiamo tanto, e non occorre correre per vedere più panorama.

L’economia degli incontri ha un valore crescente, si accumula nella vita ed è la diversità ad essere interessante, formante. Invece sembra che l’omologazione, il comprensibile subito, anche nella diversità, sia la condizione dell’utilità dei rapporti, come si riducesse tutto alla diade amico/nemico.

Funziona ed è efficace il ragionamento binario, come un flow chart.

Peccato.  

sotto valutare

Di molte persone conosciute negli anni del ribollire, conoscevo anche una seconda attività. La passione vissuta altrove. Chi recitava, altri suonavano, non pochi scrivevano, fotografavano. Tutti facevano altro, era un essere accessorio. Sottovalutato. Eppure era quello vero.

Scopro in una pagina di internet, una locandina di qualche anno fa. Il regista è un mio antico compagno di sindacato, ora scomparso. Di lui mi ricordo gli interventi sempre un po’ a sinistra mia, poi basta. Il sindacato, le categorie, sono fortilizi. Anche allora, faglie di mestieri, ciascuno difendeva competenze che facevano scomparire gli uomini.

Accadeva ovunque, del ragionar per circoli. Del mio compagno di banco in consiglio provinciale, conoscevo la passione politica, il parlare che si ascoltava molto, il mestiere di dirigente puntiglioso. Uno scassacoglioni dicevano i sottoposti, ma la sua passione per la danza non la conoscevo. E mi sorprese vederlo ascendere come organizzatore di stagioni importanti di spettacoli.

Ho ignorato abbastanza, non mi sono stupito a sufficienza degli amici scultori, dello scrittore avvocato poi famoso, del notaio pittore, ma anche dell’insegnante di istituto d’arte, le cui opere fotografiche sono al Moma, e poi dei chirurghi poeti e pittori, dello psichiatra che scriveva testi teatrali. Mi è sfuggito l’importante sotto la coltre di ciò che sembrava il centro della persona, ovvero la politica o l’abilità professionale. Quello che aveva un valore economico o sociale. Devo dire che analoga sorte toccava a me, si stupivano i miei compagni di lavoro o di politica, del fatto che scrivessi, o fotografassi. Ci si rideva su assieme per un poco e si passava ad altro, in fondo nessuno vuole veder dietro l’apparenza: è troppo coinvolgente.

Però l’importante era l’altra natura. Il doppio che riservavamo a noi e ai pochi che potevano capire quanto fosse vitale. Il doppio, ovvero quello che non mostriamo con facilità, quello a cui teniamo e che contiene i desideri, l’essenza di noi. Anche il dolore di non essere contiene, la fatica della maschera dell’altro, il tempo che manca, l’insoddisfazione, la penombra della libertà. Il doppio contiene la reale misura di sé, ciò che vorremmo esibire, ma non si può, se non quando prevale il successo, il valore economico appunto.

Il dilettante si diletta dell’opera sua, la tiene come proprio piacere e dannazione, e su questa costruisce un io altrettanto poco vero dell’altro, perché non può vedere la luce, mostrarsi.

Il doppio, il bagatto. Scandagliate, scandagliate tanto non mostrerete, spesso neppure a voi stessi, la vostra vera natura. Si dovrà leggere tra le righe, andare per percezione, come se l’unica vita vera non fosse quella esterna, ovvero ciò che si mostra, e cogliere invece l’altra che s’agita altrove. Questa sì, più importante e vera.

Adesso sono più attento, ho perso troppi pezzi sull’apparenza. Il metodo è togliere il giudizio, cercare di capire dove sta davvero chi mi è davanti, non tutti ovvio, ma solo chi m’interessa. E cercare di capire più le passioncelle, che i titoli o le abilità.

riga

Ho deciso di attaccare seriamente la consistenza della mia cantina. Una collezione di vini che mi ha accompagnato come attenzione al buono in questi anni. Prima la cantina, poi seguirà altro. Fa parte della necessità di mutare abitudini, di tirare una riga. Non divento astemio, semplicemente più parco nell’accumulo. E il dividere con amici, pochi, quanto messo da parte, costituisce un ulteriore piacere. Non sempre è facile. Bere un buon vino al ristorante è un problema di portafoglio, quando si decide di berlo in casa, è un lavoro che investe tempo e amore per chi riceverà il cibo, la sua costruzione, la condivisione, e ciò che lo segue.

Per chi ha poco tempo, il rischio è la fretta, l’approssimazione, il negarsi il piacere di un tempo sospeso, oscillando tra le fatiche del prima e il dopo. Quindi per adesso mi concentro su una scelta compatibile. Minimalista e fatta di sapori, anche per gli amici scelgo molto, ma si eccede sempre così tanto, che lo star bene è un imperativo correlato alla qualità.

Questo è tirare una riga: sapere di aver tempo ed usarlo con lentezza. Assaporando.

Non troverete giudizi sui vini, il vino è al più un mezzo, non un fine. Non per me. Forse parlerò di passi avanti nel sentire, di cose che emergono nello stare assieme per il piacere di starci, del conoscere nuove persone. La riga è questa, stabilire un punto di partenza e poi andare avanti, senza troppi vincoli di passato.