Questa è la strada più breve per sciogliere la complessità della comunicazione. Come se la semplicità fosse solo nei meccanismi del piacere, e in questo o nella sua assenza, si muovessero gli uomini.
E’ una riflessione generale e naturalmente semplifico, però sento che nei rapporti qualche pezzo di pazienza si è perso per strada, e che la religione del fare come dimostrazione del vero, ha ripreso il sopravvento sull’interesse. Una visione utilitarista degli altri che si traduce nel: se mi servi mi interessi.E il resto sembra perdita di tempo.
L’ estate ha invaso le stagioni, gli uomini, i rapporti. Se davvero fossimo perennemente in vacanza, e non ci fosse la difficoltà del capire/capirsi, sarebbe l’età dell’oro. Ed invece siamo solo nell’era della soddisfazione dei bisogni accessori che diventano principali. La nostra fragilità ci rende invincibili e semplici, solo quando non pensiamo, non comunichiamo, non ci confrontiamo.
Mia madre mi metteva in mano due forchette e faceva incastrare i rebbi. Non sapevo si chiamassero così, già il fatto che dall’incastro nascesse una nuova forma, era una scoperta. Le mie erano mani piccole, allora. Lei aveva una pazienza chiara, veloce, mi mostrava come fare e guidava le mani in quel movimento ellittico continuo. Poi cominciava a rompere le uova, separando tuorlo e albume ( per me il tuorlo, era il rosso, quello che, diventato giallo di zucchero, avrei avuto il permesso di leccare dalla terrina, poi si sarebbe mescolato con il bianco, l’albume, altro nome strano, per finire il tutto, sempre mescolando, nella fecola). A me toccavano gli albumi, sostanze gelatinose, appiccicaticce, che non ispiravano al tatto, e che al gusto sapevano leggermente di sale. Una schifezza, mi pareva, eppure la mamma, riempiva senza posa il piatto fondo in cui adesso riposavano le forchette. Poi mi prendeva le mani e mi insegnava, come si sbatteva. Sembrava facile, ma quel movimento, dopo poco, faceva dolere i muscoli del braccio, e continuava, continuava, e non ci si fermava mai e la gelatina diventava spumosa, poi sempre più solida. Salendo la fatica, con i muscoletti contratti, chiedevo: basta così? Lei prendeva le forchette, le immergeva e mi diceva: vedi, cadono, Devono stare in piedi. Dev’essere solida. E riprendevo a sbattere, non mi sarei mai arreso, era una cosa mia, la difendevo.
Quella schiuma sembrava davvero solida, di un biancore assoluto, sarebbe entrata nei tuorli tirati a spuma con lo zucchero, l’avrebbe diluito prima di unirsi alla fecola. Il segreto della torta margherita era questo, non c’era lievito, solo colore e leggerezza. Doveva lievitare da sé, raccogliere la forza e mutarla in una nuvola gialla che saliva e restava leggera. Essere altro, per riempire la bocca e saturare di gusto.
Da allora penso che la leggerezza sia questo montare dentro, questo cangiare colore e sostanza, conservando sé. Fatica, altro uso delle cose, costanza, obbiettivo, trasformazione. Sembra un mantra del mutamento, un far lievitare senza lievito la parte di noi che vola e cammina.
A volte pare che la differenza tra vecchio e nuovo, tra principii e contingente, debba sempre propendere verso il secondo, come si vivesse sempre nel giorno ed il futuro non fosse determinato proprio da ciò che facciamo oggi.
Non è solo un invito a togliere dalla nebbia queste generazioni future che, come disse un parlamentare democristiano, quando ancora il debito pubblico veniva generato per spese sciagurate: ma chi cazzo sono questi posteri, che neppure votano. Ma la necessità di salvare il salvabile perché la miseria dei giovani sta traboccando, invade il paese e dilaga sulle altre generazioni. Il problema della crescita diviene tanto centrale che è la misura della adeguatezza di chi governa. Invece si preferisce, o con la modifica all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, o con le misure che mettono le mani in tasca a chi non ha più tasche, dividere sindacati, forze attive, generazioni. Il monologo di Agrippa applicato al contrario, ovvero disgiungere le membra per cibarsi del corpo.
Cannibalismo sociale, ecco quello che sta avvenendo nella coscienza indotta. La Cgil è stata fortunata, il consenso allo sciopero è cresciuto con la dissenatezza di quanto avviene politicamente con la manovra, quando è stato proclamato lo sciopero la modifica sui contratti di lavoro ancora non c’era. Però c’è un messaggio che non viene colto in questo sciopero, come in molti lamenti, proteste che vengono derubricati come routine: il paese si sta sgretolando. Politicamente, socialmente, prospetticamente. Manca un mare comune in cui salvare la barca. Non è la solita questione tra apocalittici e integrati, è l’uso della parola modernismo che è usurata, che nasconde altro, il confronto dialettico tra cambiamento e conservazione deve essere chiaro, poi vinca il migliore. Invece si confonde tutto per trarne vantaggio e si occulta la centralità del produrre e della crescita e del suo fine sociale. Ci si può scannare sui modi, sulle teorie, sulla ragione, ma la relazione tra ciò che accade e ciò che sarà, non può essere consegnata ai mercati.
Vedete, e qui concludo, nella crisi dei sub prime, molte banche e i mercati finanziari, sono state salvate dagli stati sovrani che si sono indebitati per questo, sono gli stessi che adesso, stanno attaccando gli stati sovrani per fare profitto sul fallimento degli stati. Tanto che mi auguro che una nuova bolla, una nuova crisi metta in ginocchio nuovamente le banche, i fondi, la finanza per distogliere l’attenzione dagli stati. Ciò che muove tutto non è la concezione etico protestante del profitto, ma la sfrenata crescita del far denaro senza corrispettivo sociale. In questo la Cgil è più moderna degli altri sindacati, difende principii, realtà sociali che devono valere erga omnes, non fabbrica per fabbrica, generazione per generazione. Nella cultura del lavoro il denaro è uno strumento, un mezzo, nella società del profitto, il denaro è un fine.
La bambina bionda avrà tre anni, porta un caschetto rosso in testa e sta sul marciapiedi, a cavallo della sua bicicletta. Con un braccio tiene una bici, eguale alla sua, in equilibrio. Passa un mezzo dei pompieri. rosso come il suo casco, si distrae. Saluta con la manina, viene ricambiata da un pompiere che sorride. Cade la bicicletta.
Dalla porta esce un bambino, ha un anno più della bambina. Il suo caschetto è blu, raccoglie la sua bici, senza protestare e sale. Aspettano e intanto si parlano, additano, sorridono. Forse lei gli racconta dei pompieri e del saluto. Adesso esce un uomo, avrà 35 anni, anche lui con una bici, un caschetto. Parla con i bambini, istruisce, accarezza. Partono, lui davanti, i bambini dietro. Sono sulla pista ciclabile che scende verso il lago. Lentamente, nel pomeriggio, sfumano verso il sole.
Le vite proseguono normali, ovunque, in lingue diverse, equivalenti e sovrapponibili. Fatte di affetti, consuetudini, piccole gioie e dolori, chiuse in cerchi ristretti di idee, prima che di cultura e di case fortilizi d’essere. Sfumature di caratteri, qui prevale l’ordine, altrove la fantasia. E’ lo stesso per ogni nuovo incontro. Si confrontano i caratteri, c’è curiosità, si capisce, spesso poco e male, poi la vita continua, a volte si intreccia, quasi sempre scivola via. Per caso, noi tocchiamo una vita, ne siamo toccati. Quando si segue il filo dei pensieri e si osserva, non occorre parlare. Questo vedere-sentire ci modifica, aiuta a sentire la singolarità nostra e l’eguaglianza di gran parte delle vite. Un brusio enorme dell’universo, che tocca leggero. Nelle modalità dell’essere, scegliamo cosa e con chi, il resto è appena meno importante, come le iterazioni deboli, tiene assieme l’universo e noi. Il nostro universo che è importante per noi, scorre a lato delle vite, nel flusso. Di me non resterà traccia negli occhi di quella bambina bionda, ma lei resta nei miei. E’ la percezione che la vita continua, tendenzialmente lamellare, su piani che hanno velocità differenti, si muovono assieme e solo dove c’è un ostacolo-occasione si mescolano. Lì si può accettare il confondersi, oppure riprendere a scorrere, non dipenderà solo da noi.
E’ una percezione forte quella che mi prende: la vita continua dove me sono andato. E’ una tenera verità che genera una sensazione di pace, di continuità. Anche sul lago è sera, anche nelle case e nelle persone che conosco, e per cui sento cose importanti, è sera.
La rivoluzione vera è allegra, anche l’opposizione vera lo è. Si prende sul serio nelle cose fondamentali, ma il resto è ironia, auto ironia.
Prendere sul serio l’avversario, significa combatterlo, e il riso è un’arma terribile. Introduce il dubbio, la sfiducia nella sua forza, va ben oltre la nudità del re, ne vede il pisello ridicolo, i fianchi flaccidi, la caducità del corpo e della mente.
Il ridere è sempre stato una difficoltà della sinistra, ci siamo sempre presi troppo sul serio, avevamo cose importanti da fare. Salvare il mondo, modificarlo positivamente, ad esempio. Questo impediva di vedere il limite delle cose che si facevano, tutto era importante, serio, definitivo. Cosa ci può essere di talmente serio in un’alleanza con la lega, con Casini, con Fini? Si sa che dura poco, è funzionale a un risultato tattico, ma non cambia nulla del mondo che volevamo. Semplicemente mette in luce la nostra insufficienza, incapacità di essere convincenti. Le persone vogliono speranza, leggerezza, libertà di non credere al messia di turno, qui aiuta il ridere, il lato comico delle cose e del potere. Non occorre essere sguaiati, basta conservare l’ironia, capire il limite, denunciarlo allegramente. Nella crisi economica che stiamo vivendo quanto cambierebbe il mondo se alle facce serie che ci impongono i sacrifici che loro non faranno, una risata crescesse. Non li prendesse sul serio, si opponesse, consumando meno e diverso, per non pagare tasse su consumi che non ci appartengono. Se esaminando le nostre vite, la parte allegra emergesse, le gioie e le tristezze diventassero davvero il centro del vivere, rifiutando i palliativi, le sostituzioni che si pagano, quando cambierebbe la galassia delle cose importanti?. Queste manie dell’eccezionale, dei vini costosi e rari, dei miti del cibo a tre stelle Michelin, della vacanza in luoghi esclusivi ed esotici Le vite eccezionali, senza limiti di spesa e di sensazione. Lo spettacolo, lo sport come storia del meraviglioso, ma cosa c’è di meraviglioso in tutto questo? Vivere, far l’amore è bello in sé, perché il contesto dev’essere indimenticabile? Se guardo le mie ciabatte sono ridicole, ma mi mettono allegria, mi fanno stare bene, sono me.
Ridere del lusso, del potere, dei propri tic e ancor più di quelli dei potenti, riporta meschinità della miseria vista dai maggiordomi, la vita è fatta di funzioni corporali, pensieri incerti, cedimenti resi abitudine, età. Passano. Passano come tutti. Sono uguali a noi, spesso peggio, perché tanto rispetto? Non permettiamo loro di modificarci le vite, togliendoci la libertà di ridere, di noi stessi e di loro.
Bisogna ripeterlo ogni giorno: siete ridicoli, noi siamo importanti e non ci sottometteremo. Ci fate ridere e una risata vi seppellirà.
Qualche anno fa, affrontando, allegramente, un sottopasso in Catalogna, un amico, incaglio’ il tetto della roulotte e semplicemente, la dissolse. Si fermo’ dopo 100 metri e, guardando la scia di abiti, stoviglie, coperte, oggetti, disse: Giovana, ma quanta roba gheto porta’ via. Poi raccolto il raccoglibile, la vacanza continuo’ in albergo. Nell’evoluzione della specie, i neuroni e il dna, si sono specializzati. In una dialettica tra forma e contenuto, all’uomo e’ stata destinata la forma. E quindi una particolare abilita’/acuzia nel trattare i volumi. Questa innata capacita’, ormai 2 milioni di anni di viaggi pesano sulle predisposizioni, fa si che il momento dello stivare il bagaglio, sia momento sacrale della parte maschile del genere. In quel momento, l’uomo si ricongiunge con tutti gli appartenenti maschi della sua stirpe. Ascende in linea retta verso gli antenati, ne ascolta sciamanicamente il consiglio e dispone, impila, allinea, assicura l’immenso bagaglio, ovvero la casa appresso, che l’altra parte del genere ha preparato. C’e una fiducia estrema del maschio nei confronti della femmina, a lei si affida, lascia che intuisca pensieri, necessita’ ipotetiche, ma soprattutto le delega, la soddisfazione dei bisogni.
E’ questa fiducia che farà scoprire, a posteriori, la diversità della visione del mondo tra generi, sia nelle necessita’, come pure nella percezione e nel concetto di numero. Come considerare equivalenti gli insiemi, se da una parte troviamo in tutto due camicie, una maglietta e un pantalone, da confrontare con 8 vestiti, 3 gonne, quattro shorts, sei pantaloni, 5 camicette, 2 maglioni,4 paia di scarpe, il tutto con dovizia di creme, unguenti, boccette e foularini sparsi? Gran parte degli abiti faranno un giro turistico senza toccare corpi. Creme, attrezzi, sandali resteranno nelle loro buste, ma il senso di sicurezza che infonderanno nella proprietaria sarà impagabile. E lui, il maschio, che sa tutto questo e soffrirà alternativamente caldo e freddo (ma non faceva caldo in medio oriente? Si, cara, ma siamo a gennaio, non in agosto), ad ogni ritorno cancellerà il ricordo, e la volta successiva, si affiderà con immutata, bambina, fiducia a chi ben meglio di lui, sa, cosa serve. E’ la presenza della madre provvida che continua, introiettata nell’ adulto che trova così bello affidarsi. Se fare il bagaglio e’ caratteristica somma dei viaggiatori, dobbiamo pur dire che e’ gene ballerino e recessivo, che la sapienza accumulata in innumeri migrazioni, si disperde ad ogni generazione. L’uomo si fida dei contenuti e dispone i volumi, con talento geometrico, impila verso la forma principe del bagaglio, ovvero il parallelepipedo. Incastra come in un puzzle tridimensionale, assicura e poi rimira l’opera che terra’ conto della velocità, dell’incidenza dell’aria, dei moti di Bernoulli, della teoria dei gas applicata ai moscerini.
Ma anche questa capacità è ormai in disuso, almeno in occidente, ha raggiunto il massimo della sua espressione tra gli anni ’60 e ’80, per poi lentamente è confluita in forme fisiche aerodinamiche, facili e prive di cognizione e intelletto. Infatti a partire dagli anni’90, il parallelepipedo fu, gradualmente, sostituito da quei siluri di derivazione germanica che ancora oggi occupano i pochi portabagagli in circolazione. Qualunque cosa abbia sopra la testa (non fate i maliziosi), ad ogni sosta, il maschio della specie evoluta, scenderà e verificherà. Dopo aver congruamente ammirato l’opera ed essersi silenziosamente congratulato con il motore ansante, controllerà la tensione e lo sfibramento dei cavi, la forma e l’equilibrio del parallelepipedo sovrastante l’abitacolo,oppure la tenuta del siluro, questo, invero assai stabile e poco dipendente dalla sua perizia, ma nonostante questo, per riflesso condizionato, almeno le chiusure a scatto, le verificherà. La vera novità, per la specie migrante, è stata la station wagon, in questa il maschio trasferisce il talento aereo della combinazione e dell’incastro. La forma nirvanica del bagaglio nella s.w. e’ la calma orizzontale della superficie composita. Ovvero il piano assoluto e li per un attimo, ad ogni sosta, il nostro si bea, di tanta varia forma ricomposta nella superficie piatta, un luogo geometrico su cui una sfera potrebbe correre, se ve ne fosse gioco o necessita’. Ecco quello è il momento in cui una voce più acuta di un’ottava e mezza, dice soavemente: caro, potresti prendermi, per favore,…
Qualunque cosa sia, sta sotto, e per prenderla, il caro, dovrà infrangere quella superficie costruita con tanta cura, disseminare attorno una quantità inverosimile di contenitori, non trovarla e disperarsi, perché quello che prima si incastrava, stava e ricomponeva l’ordine universale, adesso è cresciuto, E caso unico di contraddizione alla termodinamica, senza aumentare l’entropia, enfatizza il volume, lievita. Insomma non ci sta più.
Di fronte a questa domanda terribile, il genere maschile dei caro, si scinde in due grandi tronconi, quello militare che risponde: adesso no, non si può, dopo all’arrivo. E resiste impavido ad ogni: ma ne ho bisogno, ma cosa ti costa, è proprio lì.
Di questi uomini sono stati costruiti gli imperi.
L’altro troncone è quello remissivo, che scava, cerca e quasi mai trova, perché l’oggetto cercato non stava lì, e nella quasi totalità dei casi era dentro l’abitacolo sul sedile posteriore.
Se l’abolizione della schiavitù,la democrazia, l’istruzione di massa hanno fornito basi solide per nuove grandi eguaglianze, hanno però sottratto una libertà, prima incondizionata: i ricchi avevano chi faceva, pensava, trasportava i bagagli, e non erano le mogli, i poveri non avevano nulla e quindi il problema non esisteva. Questo dimostra che, nell’evoluzione della specie, l’uomo si fa carico non solo di creare la democrazia e perseguire l’eguaglianza, ma ne porta anche il peso. E di questo se ne farà carico non solo nell’andare, ma anche nel viaggio di ritorno, con rinnovato impegno, visto che nel frattempo il carico è raddoppiato. (tanto porta la macchina).
Assioma del maschio viaggiatore:
non esiste un viaggio di ritorno, a parte i naufragi, in cui la quantità di cose, abiti, cibi, monili, suppellettili, da trasportare, sia eguale a quella dell’andata.
Via dalle giustificazioni e dalle colpe che poi, alla fine, esprimono solo bisogno.
Via dai meccanismi in cui si è sempre un poco meno di ciò che si è davvero.
Via dal chiedere e dallo spiegare.
Se non c’è sforzo per capire, il dialogo sfuma, la comunicazione s’arresta, restano le impressioni. E che ce ne facciamo delle impressioni, delle sensazioni? Utili per il pericolo, per la foresta, ma sapendo che il loro tasso di errore è elevato, ad ascoltarle troppo, si gettano molte possibilità della vita. Vivere è una bella fatica, non priva di rischi, ma a questo soccorre l’intelligenza, la comunicazione, ovvero il mettere in altri un pezzo di noi e ricevere qualcos’altro di ritorno. E il fidarsi, perché se non ci si fida non c’è scambio.
A tutto questo serve l’intelligenza applicata e attiva, la fatica di capire perché lo si ritiene utile, interessante, vantaggioso. Ed è inutile giustificare, il cercare altrove le colpe per ciò che non va. Come a nulla serve spigolare nel passato.
Lo spiegare ha un limite, non può scivolare nel giustificazionismo, ovvero in quella necessità di dire in più per essere benvoluti. Il crivello della comprensione è un buon selettore per l’interesse, non occorre capire tutto e subito, basta aver voglia di capire e comunicare.
Questo modo di pensare potrebbe sembrare snob, forse a volte lo è, ma parte da una disponibilità di comunicare, e il tutto facile, come gli stimoli e le sensazioni, sono solo una parte del trasmettere/ricevere. Credo che ci sia una selezione naturale, facciamo fatica solo nei confronti di chi ci interessa davvero, per il resto si lascia perdere.
Per vivere di stimoli pavloviani non occorreva evolvere il genere.
Nell’evoluzione del maschio umano c’e una pulsione irresistibile, ed e’ quella di aprire il cofano motore quando c’e una sosta in un lungo viaggio. Dopo l’apertura del cofano, la specie umana maschile si divide in sottospecie: i pratici, i contemplativi, i teorici.
I pratici, toccano con leggerezza non priva di forza, l’innesto delle candele, estraggono l’astina dell’olio, ne guardano densità e colore, figli di quell’antica scienza degli umori che ha costruito la medicina fino all’età moderna, annusano. Se potessero assaggerebbero e non è detto che qualcuno non lo faccia. Altri picchiettano con discrezione i tappi roventi, guardano livelli, alla fine soddisfatti chiudono il cofano, scuotendo leggermente il capo, perché il malato è sano, ma senza cure e sguardi amorosi sarebbe destinato alla rovina.
I contemplativi non toccano nulla, semplicemente guardano, sono sorpresi di tanta benevolenza. Si perdono nella coscienza del motore immoto, lasciano che lo zen dell’assenza di gesto li pervada e da loro si trasfonda nella parte meccanica, finalmente parte del tutto, segmento disponibile dell’universo la cui conoscenza può solo entrare per propria natura e non per induzione. Questi maschi hanno solo un difetto, non chiudono il cofano e non ripartono persi come sono in un non tempo contemplativo. Di solito provvede una donna, moglie, compagna, amante, non importa, a richiamare il nostro nella realtà e dal sospiro che accompagna la chiusura del cofano, si capisce che lo stato nirvanico abbandonato per la banale realtà, costa molto al maschio contemplativo
I teorici, hanno la comprensione totale e profonda. Al contrario dei pratici, non toccano nulla, ma vedono, Al contrario dei contemplativi che attendono, loro sentono. Sentono i fluidi scorrere, ne vedono i percorsi, non toccano nulla perché non c’è nulla da toccare se una persona sa come funziona, basta l’occhiata rassicurante che racchiude la complessità ad assicurare i viaggio sereno. Di solito chiudono il cofano dicendo: tutto bene. Magari non lo dicono, bastano gli occhi. Da quelli si vede che l’auto scelta è nella testa del teorico, anzi appartiene alla testa del teorico.
Fin qui il maschio umano automobilista, ma se ha una moto, il comportamento muta. Sembrano gesti analoghi quelli che fanno aprire il serbatoio e guardare dentro, pensando che lo spirito del viaggio parli attraverso i vapori di benzina. Oppure sembra eguale la contemplazione dei tubi benzina e delle testate, solitamente fatta accucciati, in modo semiorante. Sbagliato!
L’umano motociclista è differente e mentre l’automobilista è un uomo solitario, egli è socievole, anche se solo con i propri simili. Scherza, maschera la conoscenza profonda del mezzo, parla del viaggio, del casco, sembra interessato ma non così tanto. Non fidatevi. Ha molto di più da dire, basta attendere ed un forte elemento socializzante emergerà con tecnica e conoscenza, ad esempio, nelle aree di sosta, parlare dei battistrada dei pneumatici e della loro scolpitura, è più aggregante di un partito politico. Oppure dissertare delle pinze dei freni anteriori, confrontandone dimensione e bellezza, maschera fremiti ed allusioni, sessuali notevoli. A volte, ma è più difficile, perché molto intimo, si sente ragionare sulla trazione; meglio quella cardanica, o quella a cinghia? Quella a catena è quasi banale. La trazione del missionario.
Pare che anche nell’antichita’ nelle soste ci fosse chi osservava attentamente il cavallo cercandone i motivi di contemplazione, mentre altri si dedicavano agli assali od allo stato dei cerchioni delle ruote. Ma c’è poca letteratura sull’argomento e spesso inquinata da altre vicende, come gli inseguimenti, gli agguati, il derubamento del viaggiatore, che poco giovano al motivo reale della sosta, ovvero la contemplazione stupita del mezzo e della strada percorsa. Come in un confronto mentale da telecinesi realizzata: ero qui ed adesso sono qua. Cosa sarà accaduto della realtà nel posto lasciato e cosa accade della realtà nel posto in cui sono. Dubbi tomistici che il conduttore di carrozze semplificava con la teoria dei bisogni, ma che hanno fatto, ed ancora sostengono, non poca parte del pensiero umano occidentale evoluto. Perché è bene saperlo, un indice di civiltà inequivocabile è dato dal numero di persone che guardano dentro al cofano: agli stadi più alti della civiltà occidentale, l’uomo è solo, Con il crescere del numero dei contemplanti, la civiltà occidentale si diluisce, ed infine si perde. Provate ad aprire un cofano in Africa o in oriente, improvvisamente decine di persone che non c’erano, oppure erano intente ad altro, vi si affolleranno intorno, consigliando, disquisendo, proponendo e se per caso, c’è un problema, potete star sicuri, non che verrà risolto, ma che in decine ci proveranno.
Ho osservato attentamente le pulsioni degli altri primati, ma non ho trovato nulla di equivalente, questi scopano e si spidocchiano, a volte sembrano ridere, questo è il segno che si sono fermati nell’evoluzione.
Le spinte, i pilastri con le volute d’arenaria rossa scolpita, il sesto acuto degli archi, l’organo.
A chi piace il suono e la musica dell’organo, adesso? Eppure nell’organo barocco, c’è una fatica fisica ed un senso dell’assieme che solo il pop ed il rock possono capire. Senso di dominio delle menti e degli spazi, dialogo con i volumi. Si diffonde a ondate nella navata. Pedale, ripieno, tre tastiere che si incrociano, cambiano registri. Femmineo a tratti, merletto, maschio, furibondo, cosciente, si quieta, riparte. Il senso tattile del suono. Chiudo gli occhi, ascolto.
Fuori c’è mercato. Markt platz, fiori, frutta, miele, artigianato di legno e paglia, tisane, chioschi di wüstel e salsicce. Vista la quantità di bratwürst, senape, molta e colante, maionese, polpette e birra che si spaccia, che ci faranno con tutte queste tisane? Birra fresca, non pastorizzata, piena di fermenti, si combina con il profumo dell’aria, scende a grossi sorsi, fa scordare che è prima mattina.
Icona della Germania, il chiosco dei wûstel, gusto rude, nessun rispetto per la logica del nutrirsi, solo gusto, piacere che schizza dalle papille al cervello. Ipotalamo in festa, poi di quel che scende, che sarà, sarà. Non è così forse, per ogni piacere che non sia intellettuale? Un altrove animale, fatto di acuzia ed elaborazione automatica. Con rutto finale. L’ordine nel disordine ed il suo contrario, come fosse tutto reversibile. Non è reversibile, nulla è reversibile. Si vede nelle pance.
Appena attorno l’impressione linda degli uffici, dei negozi, la precisione dell’essere pubblico, immagine incollata sullo specchio della società, che provoca l’affollarsi ordinato. Educa. Penso agli stranieri, a me che frequento questi posti e mi adeguo. Le regole ed il luogo mi educano. Non faccio il furbo con il parcheggio, attendo il cameriere che so che arriva, mi metto al mio posto. Chi abita in questi posti, non importa da dove venga, è soverchiato, educato dalle regole non scritte e rispettate, più che dalle leggi. Non si integra in casa? Non importa, fuori si sottomette. Non c’è nulla di male nella libera sottomissione, si può trasgredire, ma si sa che la sanzione sociale arriverà.
La città nel ’45, era rasa al suolo, rispettata solo la torre campanaria ed alcuni edifici della piazza, il resto macerie. E’ stato riedificato tutto quello che era importante, ricostruite le vetrate al piombo nei palazzi e nelle chiese, introdotto il nuovo che sembrava utile. La seconda guerra mondiale ha distrutto in tre anni, ovvero tedeschi, americani, russi, inglesi, francesi, hanno distrutto, più di quello, che quattro secoli di invasioni barbariche e guerre, siano riuscite a distruggere. La rinascita ha portato nuove ricchezze, speculazione. Anche qui, il brutto si è fatto strada con edifici pretenziosi. Spesso banali. I segni sono diventati anonimi in tempi brevi. La vera svolta è avvenuta 20 anni fa, quando il governo federale decise di costruire una centrale nucleare vicina alla città. Ci fu la rivolta ordinata, ma non pacifica, dei cittadini. La vittoria e poi la scelta delle energie rinnovabili, la mobilitazione di un territorio, il cambio della cultura del buttare l’energia. Da quel momento il territorio, uso questa parola globale che è fatta di cittadini, animali, piante, economia, orienta, condiziona, controlla le politiche degli amministratori, pronto a cambiarli se non rispettano i patti. Da 8 anni un sindaco giovane, un grünen, un verde, governa la città. Anche il governatore del Land, siamo nel Baden Wuttemberg, da quest’anno, è un grünen. Questo Land per 50 anni è stato un feudo CDU, il partito del Cancelliere. E’ il segno di una direzione del benessere, non della direzione, è una possibilità. Qui di benessere ce n’è molto e l’affare della crescita compatibile è stato fiutato per tempo, adesso procede per suo conto, tra ricerca, produzione, commercio.
L’organo procede per ripieni. Lo suona una ragazza. Avrà poco più di 20 anni. Il volume sonoro cresce, emoziona, riempie. In città c’è un conservatorio importante, e la terza università della Germania, la nona d’Europa. Fuori una bambina di 8/9 anni suona compunta la tromba, pezzi discretamente complessi, raccoglie i soldi per acquistare la sua bicicletta. L’arte, a volte, fa guadagnare subito.
Questa è una città di 200.000 mila abitanti, poca cosa rispetto alle megalopoli che stanno crescendo altrove. Anche in Germania. Sembra ancora più piccola. Nella crescita si è scelto un modello estensivo e contenuto in altezza. L’agricoltura è importante e rispettata. Negli ultimi anni i nuovi quartieri, due, sono stati fatti in linea con la scelta energetica della città: sono a basso consumo ed autosufficienti. Ricchi di parchi, di tetti in erba, di case passive, con una presenza anomala di bici e ciclisti. Qui la bici è un mezzo vero di trasporto, prepotente nelle sue piste ciclabili, considerate regni invalicabili. Chi sceglie di non avere l’auto, riceve un congruo contributo mensile dal comune per lo spostamento con i mezzi pubblici. Beauburg, Vauban, i due nuovi quartieri, hanno spopolato il centro, e il comune ha dovuto incentivare la presenza delle persone nella città perché il verde e i servizi portano verso i quartieri periferici.
Il console italiano mi diceva tempo fa, che si impiega tempo a sopportare i ciclisti, a considerare che bagnarsi con la pioggia non è una tragedia, che risparmiare energia ed acqua sembra inutile, ma poi diventa un’abitudine e che quando si torna sembra strano che già non si faccia ovunque. In fondo serve poco.
Fuori il mercato continua, nel duomo è fresco. Non tutto va bene da queste parti, è un altro modo di vivere. Un modo possibile, magari non mi andrebbe mai bene, però trovare la maniera di utilizzare esperienze e poi innovarle secondo lo spirito, la cultura del posto in cui si vive, sarebbe una riduzione dello spreco dei tentativi a vuoto.
p.s. a proposito di biciclette, energia, alternative non possiamo dire di non sapere: