Facciamo gli stessi viaggi, viaggiamo su treni di giorno, senz’ avventura di sentire che ci cambi. Abbiamo ricordi comuni di tempi diversi, le stesse fotografie si rivedono fatte con estri differenti. Occhi ripetitivi guardano insiemi che ci accolgono indifferenti, in attesa d’essere toccati nel profondo. Baie di meraviglie dove l’identità si sovrappone, la mia, la tua, avanti un’altro. Qui una serie di foto del bazar, lì la musica comperata in quel negozio sul corso che portava al porto. Leggiamo le stesse guide, percorriamo strade simili in momenti differenti, beviamo, dormiamo negli stessi letti e mangiamo negli stessi alberghi. Confrontiamo i ricordi, le coincidenze, i c’era ancora… Se siamo accoglienti, sovrapporre non sarà una gara, altrimenti l’anch’io diventerà il di più. Il mondo si è ristretto, la leggerezza del turismo di massa comporta lo snocciolare una serie di mete raggiunte e di obbiettivi per il prossimo tempo. Quasi ci si dispiace di non poter programmare, ancor più, questa raccolta di figurine in cui l’unica cosa davvero interessante è l’emozione provata. Questa sì singolare e unica, se c’è stata. E la domanda non dovrebbe essere dove sei stato o cosa hai visto, ma cosa è entrato in te?
Mi piacciono i piccoli negozi di barbiere la mattina. Quelli, spesso vuoti di clienti, con un grande specchio e due poltrone, una sedia e un pacco di giornali vecchi. Annuso l’odore delle lozioni e della brillantina, scelgo un giornale. Poi un altro, due. Sempre bulimico. E la felicità è sedersi, spegnere il telefonino, lasciare che m’avvolgano nel telo e poi dire: si, il solito.
Da dietro il barbiere parla, un po’ con me che ascolto a mezzo e leggo, e un poco, al signore senza lavoro (adesso dice così, ma in realtà è in pensione e non vuole dirlo. Disoccupato gli pare più nobile) che è seduto su una delle due sedie di vinilpelle nera. Semi nuove, sai, inox, le ho comprate da un salone che rifà l’arredamento ogni due anni e con solo due bruciature di sigaretta, che neppure si vedono ( ma da quanto tempo non si fuma più in un negozio di barbiere?). In realtà le due sedie sono due quarantenni, con maliziosi baffi di ruggine e chi le ha vendute ha chiuso la barbieria. Lo conosco bene, ha chiuso, all’improvviso: è andato in pensione, con la stessa violenza con cui chiudeva la serranda. Incazzato con il governo e con il progresso, con la sua progressiva inutilità che neppure gli faceva pagare le tasse. Ma a volte torna nel negozio a prendersi qualcosa e a farsi la barba. Con il rasoio vero, non con questi gillette che con cinque lame non riescono a fare una rasatura liscia come il rasoio vero. Quello a lama libera con cui ti posso tagliare la gola, ma non lo faccio perché per un coglione morto ci sarebbe un intelligente in galera e il cambio non vale. Offrimi da bere e da fumare, lo sai che adesso non posso più né bere, né fumare e che me ne faccio della pensione, se non posso godermi la vita.
Siamo andati a bere, era un torrente di parole calme, fluenti come il movimento della mano che rade. Bere con lui è la cosa più solitaria che possa capitare dopo il bere da soli. Come entra al bar, subito viene risucchiato da una moltitudine di conoscenti- pensionati ansiosi di rimettere in ordine il data base del quartiere. Quello che mi ha messo di buon umore è stato il saluto quando ho pagato, mentre lui restava: grazie r. è sempre un piacere parlare con te.
Se non sta al bar, fa qualche barba e capelli a domicilio, arrotonda.
Mi perdo, godendo questo angolo di universo e intanto il mio barbiere sta accorciando troppo. Lui parla, il disoccupato interloquisce, io sto zitto, mi pare d’essere di troppo, se non per la testa che permette di occupargli le mani.
Zanzotto continuerà a parlare. Con le sue poesie, e con il suo messaggio sociale e civile per la difesa del territorio, della bellezza, della dignità del vivere e non dell’avere. In questo progresso scorsoio, una intervista pochi anni fa, ma anche nel dialogo con Paolini, c’è la visione del poeta che vive di realtà, denuncia il rischio, combatte l’imbarbarimento. La lega e l’uso distorto del dialetto è stato un suo obbiettivo, non il principale, ma quello evidente, che faceva notizia quando la definiva una peste. In realtà nella brutalità degli appetiti portati a norma, coglieva la distorsione delle parti migliori di una civiltà fatta di secoli di contaminazione e accoglienza, di apertura e battaglie per i valori comuni, tutto sacrificato su slogan che diventavano modo di pensare e arretravano tutti anziché far crescere. Zanzotto parlava così forte dei rischi della nostra crescita cieca di futuro e umanità, sui rischi del profitto senza il bene comune, che si rischiava di perdere l’altissima poesia fatta di penetrazione nelle cose, di assonanza tra civiltà, uomo e parola.
Pensando a lui, mi è venuto da riflettere su quanto è stato detto su Steve Jobs in questi giorni, dopo la sua morte. Grande è il suo contributo al cambiamento del modo di vivere, una svolta impensabile se letta nei paradigmi dell’informatica degli anni ’60 e ’70. Ho lavorato per molti anni in quel settore ed è difficile spiegare a chi non ha vissuto in quegli anni, cos’era un mainframe, quale fosse la distanza sacrale che esisteva tra i centri di calcolo e le altre parti dell’azienda. Il dato, l’informazione in quegli anni esplicava un valore dirompente, come ci fosse davvero la possibilità del governo e della manipolazione del tutto. Il gruppo che costruì il primo portatile rivoluzionò il concetto gerarchico dell’informazione, la rese portatile e la tradusse in un’ attività non specialistica. Il computer come macchina personale, da usare senza sapere come funziona. Un elettrodomestico.
In quegli anni la parola parlata aveva preso il sopravvento su quella scritta, il telefono era davvero la tua voce, come diceva uno slogan, ma il p.c. rovesciò le priorità, ritornò al centro lo scrivere. Noi stessi siamo parte di quella rivoluzione e di quello che ne seguì. Quindi Jobs fu geniale, nell’intuire e nel mettere assieme competenze, che singolarmente non producevano nulla se non curiosità, in un oggetto talmente innovativo da scardinare modi di vivere. Fin qui il suo grande talento ed abilità. E non parlo del marketing, certamente anche quello fu centrale, ma fa parte del genio averlo così tanto enfatizzato e reso protagonista. Quello che passa in ombra è come questi oggetti meravigliosi vengono prodotti, quanto conculcano gli uomini che li fanno materialmente, quanta sofferenza racchiudano quei profitti. Questo è il lato oscuro di Jobs. Sapeva, ma questo non era eticamente contrario ai suoi principi, tutto si svolgeva in una transazione dove ciascuna delle parti massimizzava, non importa come, il profitto.
E qui vengo ad Amantya Sen quando sostiene che è fondamentale per l’uomo non essere succube dei valori e della propria storia, ma agire dialetticamente con essi, chiedersi se, pur nel rispetto di essi, ci saranno conseguenze sociali nel proprio agire. In questo l’economia crea mostri etici perché la fedeltà ai principi toglie domande ai depositari della fiducia degli azionisti, giustifica l’ingiustificabile semplicemente non considerandolo un problema proprio. Questo permette, in nome del profitto di alterare l’ambiente, imporre condizioni dure alla vita di chi lavora, toglie diritti reali dicendo: è il mercato, baby.
Zanzotto questi problemi se li poneva e sollecitava una via umana alla crescita. Ogni volta che prendo in mano il mio portatile dovrei pormi una domanda sulla crescita tecnologica e quella umana. C’è stato un momento in cui andavano assieme, adesso non è più così e la prima si inerpica mentre la seconda arretra. Gli effetti sono intorno a noi, ed una riflessione sull’economia del benessere è quantomai attuale. Andrea Zanzotto ci ha aiutato in questo, lo farà anche in futuro.
Molti anni fa ho conosciuto un monaco teologo, molto particolare, fondatore di una comunità. Molti di voi, certamente lo conoscono. Questa persona mi colpiva, pur non essendo io credente, per la forza che emanava. Mi raccontava la sua vita impossibile, fatta di viaggi continui e con poco sonno, masticando peperoncino per tenersi sveglio Lo faceva con molta serenità ed un pizzico di compiacimento. Come fosse una condizione raggiunta da cui partire per fare altro. Ma non parlava della risorsa della meditazione, della passione, dell’approfondimento, e dello studio applicato su di sé, le considerava, cosa che non è, cose intrinseche all’uomo. Serio, diceva che ai 40 anni non ci arrivava, ma che era un misurarsi con la propria resistenza per una buona causa. E’ ancora vivo vegeto e importante per sé e per gli altri, segno che le passioni forti non consumano, ma in tutti questi anni, ha usato la lentezza per spaccare la roccia del pregiudizio. L’ ha usata su di sé e sugli altri per entrare davvero in profondità. Lo fa costantemente con articoli, libri, interviste e cambia il modo di vedere. E’ una persona che ha trovato una ragione forte ed il suo sereno vivere, applica su di sé l’univocità tra pensiero, parola, azione. L’unico segreto che consente una vita libera e davvero mobile nel mondo, perché priva di paura.
La parte interiore conta molto, allinea a livelli più alti i bisogni e soprattutto li soddisfa. Non è questione di quantità, anche la qualità diviene priva di senso, perché non si tratta di misura, ma di adesione a sé.
Ho pensato spesso, in questi anni, ai percorsi di chi come me non ha fede nell’ aldila’,eppure prova il bisogno di misurarsi su terreni più elevati della semplice soddisfazione dei desideri. Che sia la meditazione, oppure lo yoga, o ancora la ricomposizione della mente e del corpo, le discipline orientali, e molto d’altro come via laica alla serenità interiore, ne ho sentito parlare con dileggio, come rinuncia, oppure minore esperienza, perdita rispetto alla vita fatta di desiderio/soddisfazione. In realtà questo aspetto non è per nulla assente solo che non si rinuncia né al corpo né alla mente, anzi, ma la ricerca si articola nel trovare cose che durano, acquisizioni permanenti. Per questo non riesco ad essere indifferente di fronte alla banalizzazione di chi cerca sé stesso. In questi casi, ascoltare e non condividere non mi riesce, e queste voci mi danno fastidio. Come mi infastidisce chi pensa che ogni star bene dipenda sempre e solo dalla nostra volontà. Guarisci, sembra l’invito-promessa che ogni uomo rivolge a sé stesso e agli altri, che poi significa: non disturbare. E cosa c’è da guarire, la normalità inesistente? La medietà che non infastidisce? Oppure guarire è solo star bene e questa risorsa bisogna cercarla dentro, ma anche fuori di sé ?
Domande.
La leggerezza è ancora lontana, e che la strada è lunga come la vita.
Il giorno dopo si deplora, si stigmatizza, si strumentalizza. In fondo le cose sono semplici: da una parte una stragrande maggioranza di ragioni, di diritti violati, di negazioni quotidiane, quindi una legittima protesta. Dall’altra una volontà di distruggere, di rompere cose e simboli senza nome. Ogni domenica in molti stadi la stessa voglia si manifesta e viene arginata, controllata, ricondotta ad evento marginale. Qui ci si potrebbe chiedere perché i black blok nostrani non vengano trattati come gli ultras più esagitati, ovvero arginati, ricondotti in alveo di violenza controllata, separati dal resto dello scorrere sociale. Forse si tratta di cultura dell’ordine pubblico, non perché i carabinieri o la polizia non ce l’abbiano, ma perché dopo “masse e potere” e una letteratura socio-analitica che ha scandagliato il fenomeno, la violenza non può solo essere esecrata, e quindi accantonata, esiste e deve essere riportata in in gestione sociale. A questo serve la legge e certamente la tecnica dell’uso della forza. Non ho nulla da insegnare, neppure ho retropensieri, l’uso della disinformazione e della violenza coinvolge tutti, ci siano o meno pupari e pupi, certo è che la violenza non cancella l’evento. Epifenomeno del diritto violato.
Chi era in piazza ed erano tantissimi, confinati dalla violenza e dalle cariche, è stato testimone di molta dissenatezza ieri pomeriggio. Chissà cosa ne pensavano, ieri sera mi è stato detto: succede. E’ vero succede e, com’ è successo, riaccadrà, ma è naturale essere preoccupati, proprio per l’ inesistente violenza della stragrande maggioranza di loro, per l’incapacità della maggioranza dei giovani di offendere dopo aver riconosciuto l’offesa che ricevono. E’ questa caratteristica che dovrebbe portarci dentro le cose e che dovrebbe essere evidenziata dalla stampa, dai telegiornali: sono giovani che patiscono e non sono violenti, altrimenti non vivremmo tranquilli nelle nostre case, non attenderemmo che qualcuno risolva, metta mano al disagio che ora è sofferenza, dolore. Ieri non potevo essere alla manifestazione, per un evento non rinviabile,ma ero là con la testa, perché mi considero parte della comprensione di quanto accade. Ed andrò alle prossime manifestazioni, come continuerò a guardare, analizzare, pensare e dire che siamo dentro un evento, dove il termine storico, finalmente non viene sprecato. Si ricorderanno le aperture dei telegiornali. Accadde in altri momenti della storia planetaria, e se l’Italia verrà derubricata, come accade troppo spesso, dovremmo chiederci perché, ma il problema esiste e troverà un suo sbocco. Dovremmo avere la coscienza di vivere, non in un fatto marginale, ma in una situazione che riguarda le nostre vite e che ha solo una soluzione: cambiare le condizioni di accesso al lavoro, modificare il meccanismo di rapina legale delle risorse comuni, riportare regole vere di crescita sociale collettiva. Non mi interessano gli individui, non sono la soluzione del problema, gli stessi potenti sono in-potenti, perché possono innescare soluzioni, ma non determinarle. Siamo in un reattore, una pentola in cui ogni variabile produce effetti e la prima azione è diminuire temperatura e pressione. Lo faranno?
Le ragioni sono talmente evidenti che è impossibile negarle, lo stanno facendo uomini di destra e di sinistra, solo qualche imbecille tenta di utilizzare ciò che accade a suo vantaggio, perché dev’essere chiaro che ciò attualmente governa in Italia o nel mondo, ma anche la struttura ossificata della politica non riuscirà a trarre vantaggio da quanto ha sinora ignorato e contribuito a creare. La mia sensazione, e questo riguarda anche e soprattutto l’area politica a cui aderisco, è che si vedano le ombre, si immagini una realtà e per paura o impotenza non si voglia entrare nel giorno. Questo conduce a risposte sul particolare, non affronta il cambiamento necessario perché non lo considera il problema principale. Si pensa che il problema più urgente sia governare i bilanci degli stati, arginare gli attacchi della finanza eversiva (non creativa), anziché capire che la massa su cui si agisce non è argilla inerte e che è questa da governare. da riportare all’interno di una dialettica tra bisogni personali e collettivi. Solo che i bisogni vengono pensati come materia di leggi di polizia, anziché essere trattati come motore del mondo. La libertà può essere conculcata, ma il bisogno non scompare è un assioma dell’umanità, vale anche per il mondo animale. Quindi il ribollire del mondo chiederà soluzioni. Verranno queste, in molti posti con ancora maggiori limitazioni, con privazione di ulteriori diritti, ma altrove con aperture e soluzioni nuove.
Vorrei scrivere d’altro, oggi non mi riesce e senza fare il millenarista, è utile per me ricordarmi che vivo qui e ora e che devo scegliere da che parte stare. Non accontentarmi delle ombre, ma guardare in faccia ciò che accade.
Si sta dividendo il pensiero del mondo. Quel mondo che sembrava a pensiero unico, a vincitore unico, è in sofferenza. L’ha generata lui stesso la sofferenza ed adesso la crepa segna l’edificio, avanza, è un disegno di folgore, una radice. Alla fine aprirà la pietra e mostrerà il melograno nel suo succo.
Domani, in centinaia di città nel mondo, giovani e non giovani, mostreranno la sofferenza che sinora è stata occlusa.
Basterà? Non credo, ma già i giovani americani hanno portato davanti ai luoghi della finanza la loro insofferenza per l’imbroglio planetario che si sta consumando. Premi Nobel, avanzano dubbi sulle soluzioni alle crisi economiche del mondo, parlano dell’altra faccia della crisi, ovvero della miseria, dell’assenza di futuro, dell’inutilità della democrazia che non governa. Si affaccia una concezione insofferente del mondo che ramifica nelle coscienze e coinvolge l’ambiente, la mobilità sociale, l’ingiustizia, il potere, la libertà, i vincoli, il denaro.
Basterà? Non credo, ma per la prima volta dopo molti anni il disagio è mondiale, e qualche governo dichiara che capisce. Obama l’ha già fatto. Se non arriveranno fatti difficilmente la corrente si arresterà, per il semplice motivo che il mondo, ovvero la maggioranza di esso si sta impoverendo con la velocità di una guerra, senza che ci sia la guerra.
Riprende la voglia di pensare, di guardare dentro alle cose, l’individualismo, il vero cancro di questa gestione del mondo, perde evidenza. Inizia la coscienza che le cose non si risolvono più da soli, occorrono almeno basi e opportunità comuni.
Basterà? Non credo. Ci sarà bisogno di una alleanza vasta che guardi in faccia le priorità vere, basti pensare che mentre i governi discutono di pensioni e di diritti nel lavoro di chi ce l’ha, nessuno parla che milioni di persone non hanno né l’uno né l’altro. I partiti d’opposizione ancora non capiscono, al più blandiscono, si rivolgono ai giovani militanti, ma questi ben poco hanno capito perché altrimenti avrebbero già rovesciato le politiche dei partiti, riscritto le agende.
Basterà? Lo spero, abbiamo bisogno di un bagno di realtà, di capire che così sta morendo la maggioranza delle idee, la possibilità di riformare la società portando più giustizia. Credo ci sarà molta confusione nelle teste, che sarà facile smarrirsi, ma se verrà mantenuta la critica a ciò che ha generato questa situazione, ovvero la smodata volontà di profitto, sterzate anche brusche, inizieranno. C’è un mondo da ripensare, la gestione della cosa pubblica e dell’economia da reinventare, solo l’insofferenza per l’offesa patita e in atto assiame all’incoscienza, possono affrontare un cambiamento così immane. Spero molto in questa rinascita del senso comune della storia, di uno statu nascendi che, per la prima volta nella storia, affronti senza guerra l’esistenza di una società con diritti spendibili da tutti.
Può cambiare il mondo e vivere in questi anni può diventare l’avventura di una vita.
Il 10 ottobre, Andrea Zanzotto, ha compiuto novant’anni. Qualche volta ha corso per il Nobel, di sicuro è un grande poeta, un veneto perché scrive nella lingua di Soligo, un Italiano. Prima di tutto un Italiano. Cosa significhi essere Italiano oggi, non è ben chiaro. Io ho un’opinione, ovvero che sia appartenere a qualcosa che rende liberi, fa crescere e sentire che si è in un progetto più grande di quello personale, fa rispettare regole e compiere sacrifici, in cambio restituisce la dignità di una cultura, una lingua, molti diritti eguali, un luogo in cui tornare, un passato da ricordare e un futuro tutto da creare. Parto dal futuro, perché Zanzotto quando parla dei disastri compiuti dalla crescita economica nel territorio della Marca gioiosa e del Veneto, non evoca un passato aulico in cui si era poveri, ma felici. No, parla dell’infelicità del passato e di quella attuale che non può essere compensata da un benessere/malessere, ma anche di quella del futuro che è priva della possibilità del bello e dell’utile. Si è passati da una infelicità ad un’altra inseguiti dalla paura di non avere e quindi di non essere. Questo novantenne è offeso, come molti giovani precari e credo appartenga più a loro che alla schiera di intellettuali conniventi, giovani e vecchi, che sostano nelle anticamere del potere. Si può obbiettare che è un vecchio vizio degli intellettuali colpire la miseria dei tempi, scrivendo nelle case calde, contando su prebende e privilegi che certo un operaio non ha. Non è il caso di Zanzotto, scrive in veneto, potrebbe star tranquillo, essere chiamato a benedire qualche inaugurazione e invece rispetta ciò per cui ha vissuto, la Resistenza, il Paese. Insomma la sua vita, che quest’uomo riconosce e che negherebbe se non dicesse quello che ha sempre detto. Anche quando si era poveri. In Russia si dice che i poeti sono terribili perché vedono oltre la realtà, ne colgono il futuro e quindi lo predicono. E questo futuro esige che l’uomo, inteso come costruttore di un progetto di cui si conoscono fini e rischi, lo prenda in mano.
Per molto tempo, anche ora, sono stato tra quelli che hanno favorito la crescita economica. Ovvero ho aiutato imprese ad insediarsi, ho cercato di far in modo nascessero posti di lavoro stabili e alla luce del sole, ho pensato naturale che lo sviluppo fosse possibile con l’uomo, non contro di esso. L’uomo ha sempre trasformato il mondo in cui è stato, ha divorato specie, eliminato montagne, piegato (così gli pareva) la natura a sé. E’ necessario ora trovare la compatibilità tra questa pervasività/trasformazione e la capacità di equilibrio/rigenerazione. Già oggi un centinaio di giorni prima della fine dell’anno abbiamo già consumato le risorse del pianeta dell’intero anno. E questo accade e peggiora ogni anno. Il tema è tutto qui: come arrivare ad un bilancio che segni un pareggio e non un deficit da consegnare al futuro. Non sono un apocalittico, ma non ho neppure così tanta fiducia che la scienza risolverà tutto, e tantomeno la politica. Entrambe rispondono al principio di profitto prima che all’interesse comune, e il principio di profitto comporta che la somma di ciò che costa sia inferiore al prezzo a cui si vende. Tutto questo agisce su ciò che apparentemente non ha costo, anche Marx lo considerava tale, ma almeno allora, un umanesimo nei fini c’era. Quindi decrescita felice. Credo che questo sia il messaggio di Zanzotto, unito ad un senso civile talmente alto da far capire che il bene comune comincia in casa, nel quotidiano, nei pensieri, nel vedere davvero lo sfacelo in cui siamo immersi, nel provare speranza e perseguirla, nel dire basta: fermiamoci, pensiamo.
Questo è un territorio bellissimo, il tempo cancellerà le ferite, ma è il passaggio, questa stagione ad essere cruciale. Non riesco a trovare volontà di cambiamento, priorità che dicano che capire, studiare, prima di fare, è essenziale. Esistono gli strumenti: le valutazioni di impatto ambientale, le fattibilità, i piani industriali. Basta capire cosa si vuole raggiungere, qual’è la priorità. Consapevolmente rallentare, non perché ce lo impongono gli altri che stanno consumando più di noi, ma perché questa è la scelta consapevole. Oggi la priorità è il lavoro. Ma quale, quello precario che divora persone e territorio, oppure altro, e che sia stabile, che permetta alle persone di vivere, non solo di comprare cose. Negli strumenti che ho citato, la legge è il tetto con cui bisogna trovare la compatibilità, ebbene, questo non basta più perché ogni volta che si ragiona nel particulare, il generale subisce un’ulteriore peggioramento. E noi viviamo nel generale, non solo nel particulare. Da anni vengono proposti modelli e realizzazioni compatibili, anzi a impatto decrementante, io stesso lo faccio. Non si fanno perché costano. Ecco, bisogna sfatare la fanfaluca che sia possibile mantenere inalterate le componenti economiche ed avere miglioramenti determinanti, ma assumere un costo chiaro non dovrebbe essere un problema, proprio perché comunque adesso c’è comunque e lo si assume in forma surrettizia, attraverso tutte le altre componenti di costo sociale. Una proposta potrebbe essere di detassare gli investimenti che vanno in direzione di un miglioramento ambientale, che fanno immobili energeticamente attivi, che non alterano il ciclo delle acque e dell’aria, che accettano di sottoporsi a protocolli di salvaguardia ambientale commisurati al luogo in cui si insediano perché le compatibilità sonodiverse da luogo a luogo, e così via. Molto meglio che finanziare i pannelli solari nei campi coltivabili e soprattutto meglio che dire: crescete, poi qualcuno provvederà. Perché non provvederà nessuno, se non si provvede ora.
L’Italia, non la padania, è il settimo paese industriale al mondo e se riconquistasse un ruolo più alto nelle potenze dell’intelletto, della cultura, inizierebbe una considerazione diversa per questo Paese. Non penso solo al banale ritornello dell’investire nella ricerca, senza dire dove e perché vanno i soldi, ma del progetto di avere premi Nobel, di essere un paese che importa intelligenza e non la cede ad altri, di creare un modello di pensare la crescita partendo da ciò che si ha. Ma noi abbiamo un ministro del bilancio che dice che la cultura non fa pil, dove volete che possiamo andare. Il grande imbroglio della crescita è questo: far pensare che questa sia altrove da dov’è , non mostrare i luoghi in cui avviene, occultare il bilancio vero per ciò che si fa, dicendo cosa si dovrebbe fare. E questo purtroppo non è solo dentro le fabbriche, ma anche nel mondo del sapere, nella sua creazione e trasmissione, della criticità di esso. Non ce l’ho con la scuola e tantomeno con gli insegnanti, senza di loro questo mondo non si cambia, non si vede. Mostrate il mondo, fatelo vedere ai ragazzi, ditegli che si può cambiare. Di questo parlo e di questo mi parla Zanzotto.
Improvvisa è emersa la consapevolezza della pletora di baci che circolano sui blog. Non me ne rendevo conto, distratto come sempre, ma che senso ha?
Un bacio è trasporto di mente e di labbra, non solo una parola. Su quelle labbra virtuali o meno c’è un pensiero non superficiale, meglio usarlo con parsimonia. E’ prezioso.
Oggi parlavo della leggerezza, di cosa significhi per me. La leggerezza è il pesare poco sulla terra, è l’essere bamboo, seguire il vento ed al tempo stesso saper fortemente chi si è. Occorre una forte identità per la leggerezza, una profondità che si affina scarnificando. Per questo un bacio, una parola, un amore, un affetto, valgono. Valgono se sono il noi profondo. Distratti e rituali non servono a nulla: rumore di fondo.
Chi voglio e chi mi vuole, si devono incontrare e come in ogni transazione positiva, ognuno perde qualcosa per avere molto di più. Non per un momento, ma per molto, moltissimo.
Allora torno all’affilé, il coltello che seziona e distingue nelle parole come negli affetti. Divento più esigente e l’homme armé riprende il suo posto.
Ci deve essere sempre un difensore dell’ortodossia. Un inquisitore, un crociato del paradigma, colui che difende ciò che è, non ciò che sarà, e anzi cerca di impedirlo perché non rientra negli schemi e quindi è potenzialmente pericoloso. Si può codificare tutto, anche la trasgressione, e ricondurla all’interno degli schemi. Si insegna la trasgressione, quella possibile, naturalmente, e quella possibile è quella che non tocca gli equilibri.
Dell’eccessiva importanza del sapere codificato, della tronfia celebrazione che esso fa di sé, ben attento a conservare i privilegi per pochi e il monopolio del sapere da trasmettere, ben sanno i giovani ricercatori, i talenti, i lavoratori della ricerca, anche quelli che talenti non saranno mai, ma semplicemente hanno fame e per questo sono più svegli. Di tutto questo non possiamo fare a meno, però quello che accompagna questo mondo si potrebbe rimettere in competizione. Di qualche giorno fa le dimissioni di Guido Pescosolido per l’assegnazione del premio Acqui a De Mattei, già vicepresidente del Cnr e antidarwiniano. Una tempesta in un periferico bicchier di vino, si potrebbe pensare, ma in realtà uno dei tanti contrasti tra modi di vedere la realtà. Se condivido il gesto di Pescosolido, contro una interpretazione confessionale della storia, non riesco a non pensare che tutto questo in realtà non cambia un sistema che coopta e include. Una casta si dice adesso, e come tutte le caste bisognosa di conservare ruolo e potere.
Il ruolo del sapere e della scienza nel mondo è fondamentale, ma quanto di questo toglie nella criticità, quanto conformismo c’è nella scienza, negli insegnanti, nella trasmissione del sapere e ancor più nell’abitudine da indurre al pratico utilizzo di questo? Quanto viene inoculata la certezza che per ogni problema ci sia una soluzione già pronta, che basta cercare o attendere, che ogni danno così si potrà riparare?
La funzione del dotto è mutata nel mondo, ed è abbastanza recente la sua professione libera, anche quella dell’insegnante come mestiere di grandi numeri, non arriva ai due secoli e mezzo di età. In fondo, che fosse Maria Teresa, imperatrice d’Austria il sovrano che impose l’istruzione elementare come istruzione di massa, forse aiuta a capire quanto la scuola fu vista come formazione di buoni cittadini e forza lavoro più che luogo per formare individui critici e demolitori di paradigmi.
Dei miei insegnanti molti erano Teresiani in spirito e insegnamento. Non voglio dire che erano bravi o meno, voglio dire che prima veniva la formazione sociale e poi la scienza e che entrambe non erano discutibili. Chi mi ha fatto amare il suo sapere era chi mi conduceva dentro la bellezza del capire il pensiero già stato e lasciava aperta la porta al cambiamento, all’evoluzione. Gli altri erano venditori di cadaveri, alcuni inutilmente severi, che nascondevano difficoltà, ignoranze, troppe certezze e noia. Mestiere difficile quello che si prende carico di spingere fuori dal solo desiderio, dalla facilità, dal senso, i giovani. Credo, dopo tanti anni dopo il ’68, che l’intuizione di una orizzontalità tra chi insegna e chi apprende avesse molta sostanza. Nel senso che c’è uno scambio necessario e se lo scambio non avviene, l’apprendimento vero non si realizza. L’apprendimento è ciò che ci trasforma, non quello che si ricorda. il mio insegnante di impianti chimici a ingegneria diceva che un buon ingegnere doveva saper leggere e ricordare dove trovare ciò che gli serviva per risolvere od almeno affrontare un problema. Non c’era internet, i libri erano molti e pesanti. Credo ci volesse insegnare che una mappa in testa, un grafo era un modo per essere adeguati.
E non era tronfio. Avrete capito che i tronfi mi stanno sulle scatole, perché non hanno limiti e dubbi. Ma questo sentire forse è solo protezione per i miei limiti, per le mie ignoranze abissali, però se non le conoscessi come potrei vendermi un po’ sopra il mio valore?
A me non piaceva la chimica, era l’idea dell’alchimia che m’attraeva. Senza saperlo, ero antiscientifico, puntavo allo spirito delle cose. E le cose, si sa, non hanno spirito, ma mica lo sapevo, anche adesso ho qualche dubbio. Però poi ho scoperto che anche molte persone non hanno spirito, spesso neppure ironia. Peccato, a me l’ironia ha aiutato. E anche la chimica. Ne ho fatta molta e malamente, l’ho trattata come le altre cose che ho studiato (si fa per dire), poi non usate in nulla di quello che ho fatto. Però tutto è tornato a galla, adoperato per capire altro. Una spinta d’Archimede per una mente inutile immersa nel mare dell’utile, oppure il contrario (?), non importa basta che galleggi. (E non fate battute sulle zucche, usate la fantasia, grazie)
Dai miei pensieri stechiometrici ho appreso a pesare molecole e valutare energia, mi riusciva bene, ho pensato di trasferirlo nei rapporti tra persone, ma se quasi tutto si combinava, i risultati erano imprevedibili. Quindi la chimica mentiva? No, mentivamo tutti, ovvero avevamo verità non condivise.
Il sublime nitore d’una molecola,
questo dopo resta di un amore.
L’usare delle notti i colori insonni,
tornasole di sofferenza,
e poi da siderali distanze, guardare,
la termodinamica degli amori,
esempi di stelle assortite e universi d’antimateria.
Nane bianche, la cecità, la rabbia, la gioia,
scontri d’energia,che
scomposti, sono chimiche di bisogni,
così, a volte, l’attrazione genera molecole semplici
che s’aggregano nel desiderio di creare la terra
in cui rinascere.
La chimica ha un ritmo di tango, scarta e lascia aperta una porta, muta e non trasmuta. ecco la differenza con lo spiritualismo che accompagna chi dal fare muta sé stesso. Anche questa idea della scienza come flusso e danza era una pazzia. La mia insegnante di chimica analitica, apprezzava più quello che scrivevo che quello che facevo, ma mi insegnò a capire che si trova quello che si cerca e che il caso è amico del genio, ma che quest’ultimo è raro, proprio come il caso. Non mi piaceva il determinismo, mi piacevano i colori che nascevano negli incontri tra reagenti, vivi per un attimo, poi nuovamente statici. Go and stop, in attesa di nuovi disequilibri, regalavano nuvole di bianco denso, aranciati, blù notte, verdi mutanti, rossi finalmente non banali, il tutto in variazioni che ogni volta mi sorprendevano. Già usare lo spettrografo mi pareva una diminuzio, mi toglieva il piacere della ricerca sistematica, ma se lo pensavo come una mano che contava e guardava le biglie colorate messe nel palmo della mano era solo un avido, petulante compagno di gioco.
Capirete che con un simile approccio non poteva uscire un chimico dal frullatore. Me ne resi conto subito, però seguendo il principio che utile è ciò che si adopera, accolsi definitivamente il tutto nella tavola periodica del vivere, e qui vi racconto quello che da allora inseguo, con la riserva di copyright, naturalmente. L’idea della periodicità e l’idea del ripetersi nella differenza, assomigliano molto agli umani. Ancora più in dettaglio, la ripetitività nei sentimenti è una costante della vita dell’uomo, e se si racchiudono le fasi dell’attrazione, dell’instabilità, della successiva stabilità, della possibilità di trasmigrare in nuove configurazioni, nel cambiamento chimico fisico che accompagna la vita, la similitudine regge. E’ arbitrario, ma tutto questo assomiglia molto alle configurazioni degli elettroni esterni, tanto più reattive (aggressive) quanto più lontane dalla completezza. Molto d’altro ho idea possa racchiudersi nelle qualità degli elementi, alla ricerca di stabilità attraverso l’aggiunta di qualche elettrone che poi ne muta figura e qualità, questo giustifica il pensarci da parte mia. Sapere quando siamo alogeni, metalli, semi metalli, gas nobili, ecc. aiuterebbe a dare l’idea del mutare costante e dell’essere altro. Questo corrisponde all’idea di flusso e non ai cassetti in cui il sociale tende a mettere gli individui.
Vedo già la riprovazione negli strutturati, in quelli che sanno quello di cui parlano, ma rassicuratevi con queste idee non si poteva andare da nessuna parte che inquinasse il mondo di perfetta solidità del sapere vero. Ho fatto danni altrove.