pensavo che

Pensavo che vissute le passioni cieche della giovinezza, il tempo e il passato, diventassero compagni stazzonati e poco esigenti. Com’eravamo stati è sempre un’approssimazione dell’ombra della verità. Si potrebbe ridere, od almeno sorridere, del come eravamo, Invece troppe forze ancora contrastano ed impediscono il flusso libero dei sentimenti, compreso quel volersi bene che ci fa guardare con indulgenza e comprensione il noi d’allora e adesso. Mi sembra assurdo, ma in realtà non lo è, che per rimettersi in ordine, si manipoli la realtà, eppure accade di continuo. In noi per convivere con gli errori e in chi ci ha conosciuto per giustificare i propri. Abbiamo ricordi diversi, realtà diverse che si tacciono nel miglior dei casi, oppure confliggono, o stanno assieme tra sguardi meravigliati del diverso sentire o ancora vengono usati per giustificare ragioni a posteriori. Randelli e velluto che piegano ciò che davvero accadde.

Qualche giorno fa, leggendo vecchie lettere mie e d’altri, capivo com’ero, senza l’emozione d’allora. Non mancano gli errori nella mia vita, le indecisioni, il dire governato, pensando di far bene, quando si doveva urlare, ma ciò basta a giustificare tutto quello che la vita ha seminato? Come dire: non siamo davvero mai soli nel combinare guai, né a far bene, ma sempre il prodotto di azioni e reazioni di cui portiamo il peso, se ricordiamo.

Però c’è un momento di non ritorno, uno scollinare dove il  passato diventa davvero tale, depurato dall’emozione d’altri. Basta mettere distanza, tener per sé la propria storia e andarsene, e solo chi ci cerca con pazienza e amore, potrà riaprire quella porta.