la ricerca del telefonino come mezzo di socializzazione di massa

Suona un cellulare con una musichetta soffocata, le mani cominciano a rovistare, con frenesia crescente, dentro una borsa taglia XL, alla fine aprendo una cerniera di una tasca interna, estraggono un contenitore di stoffa? plastica? pelle?, cercano freneticamente l’apertura, non immediata del contenitore ed estraggono il telefono che adesso suona a pieni polmoni. Le mani cliccano il tasto di risposta e finalmente un pronto? instaura la comunicazione.

Ho alcune domande da porre ai fabbricanti di cellulari e gestori di rete:

1. la durata in secondi del tentativo di comunicazione espresso  dalla suoneria, è funzionale alla ricerca del telefono da parte dell’utenza femminile all’interno della borsa, oppure risponde ad altri dettami di mercato?

2.si ritiene utile considerare la ricerca del telefonino come una componente della comunicazione e quindi facilitarla, oppure è un esercizio manuale/mentale già perfetto e funzionale che non dev’essere toccato?

3. la suoneria, considerati gli stati di tessuto, di coibente, di materiale in cui viene seppellita, può essere incrementata all’inizio e poi decrementata, oppure si considera che il primo pigolio sia già di per sé sufficiente all’individuazione?

4. considerati i rivestimenti, i contenitori telefonici che spaziano dall’uncinetto alla paglia naturale, il kitsch telefonico è un inalienabile diritto individuale oppure viene semplicemente subito dal fabbricante che ha trasfuso enormi quantità di denaro per creare forme stilisticamente nitide?

5.considerata la ricerca nelle capienti borse, tagli XL,XXL e maggiori, che naturalmente contengono di tutto, l’esposizione di particolari intimi relativi ad abitudini, relazioni, biancheria o altro della proprietaria si considera un incitamento alla socialità ed alla condivisione/conversazione facilitato dalla ricerca del telefonino oppure un semplice incidente di percorso?

6. il coinvolgimento degli astanti nell’angoscia del ricercatore, si considera manifestazione di partecipazione di massa oppure è considerata come normale stress collettivo sociale?

7. Visto che la partecipazione collettiva può indurre ulteriori effetti del tipo, ma non puoi tenerlo in un posto più comodo? hai paura che lo rubino? con il successivo commento, al ritrovamento: quel telefono neppure se lo regali lo vogliono, con conseguenti risate e commenti, di questa iterazione, con gli effetti sui rapporti personali, nel motivare giudizi, innescare discussioni, è stata considerata come un incentivo commerciale al ricambio telefonico oppure semplicemente è stata ricondotta ai normali rapporti personali?

8. poiché l’uso di suonerie particolarmente delicate inibisce totalmente la ricerca del telefonino, si è provveduto ad esporre all’utente/cliente, il problema, per cui questo possa tenerne conto in sede di scelta?

9. Al contrario del precedente punto, considerato il volume particolarmente elevato che viene indotto dal seppellimento abituale, nell’utilizzo privo di coibente acustico, tale scelta potrebbe risultare oltremodo disturbante per i vicini, si è spiegato all’utente/cliente di cambiarla a seconda del luogo in cui si tiene il telefono ?

Attendo fiducioso che qualche responsabile del marketing di fabbricante telefonico o gestore di rete mi illumini, nel frattempo mi delizio delle ricerche e se posso le provoco. 🙂

europa

A mezzogiorno, vicino alla fiera, c’erano 37 gradi ed un corteo di cosacchi con stivali, pantaloni larghi di panno e bluse lunghe, che si muoveva lungo il corso. Non distante, un gruppo di ragazze e donne meno giovani ancheggiava camminando, con gonne lunghe fino alle caviglie, a righine bianche sul beige, le bluse bianche avevano corsetti molto ricamati e molto colorati, cappelli bassi a cilindro e qualcuna portava  un velo che scendeva dal cappello. I visi e gli occhi erano stupendi, zigomi alti ed il taglio allungato delle palpebre si apriva su iridi nere, verdi, azzurre. M’han detto ch’erano, circasse.

La città è percorsa da 250 gruppi folcloristici europei, 4400 persone che vengono dall’Atlantico, dal Mediterraneo, dal mare del Nord fino agli Urali e al Caucaso, per l’Europeade. Si esibiscono ovunque, sia nei luoghi deputati, le piazze, i centri culturali, il prato della valle, sia per loro conto, perché gli prende la voglia di cantare, suonare, ballare. Stanotte, con un gruppo irlandese, pian piano ha cominciato a ballare la piazza, prima le ragazze degli altri gruppi (sono sempre prime le ragazze), poi i maschi, poi si sono uniti gli spettatori, poi gli extracomunitari che abitano in prato d’estate, poi i bambini e genitori. Una voglia incredibile di muoversi, nonostante il caldo, di ballare e cantare assieme, di battere le mani e ridere. I bambini, e non solo, erano felici ed eccitati.

A mezzanotte, quando è finito lo spettacolo, qualcuno ha tirato fuori una fisarmonica, altri una tromba ed un ritmo nato in due luoghi molto distanti si è riconosciuto, le mani hanno ritmato, le ragazze hanno sfilato le scarpe e ballato a piedi nudi.

Alla fine sorridevano anche i vigili e i poliziotti ed un corteo di persone si è avviato verso l’isola Memmia, al centro del Prato, per continuare sull’erba.

Guardandoli passare, vedendo le spalle che si muovevano, sembrava, ma era così, che il camminare fosse diventato danza e che il resto, tutto il resto, fosse davvero lontano.

dire la trasgressione

Il bambinetto saltella, ride e borbotta: cacca, culo, pisello, cazzo, patata, patatina, fica.

Anche noi, guardandolo, come bambini ridiamo alla comicità un po’ da angolo d’asilo: già alle elementari le brutte parole non facevano più ridere, alle medie la trasgressione era la bestemmia, poi tutto un cercare i limiti guardandosi attorno. Le ragazze, che andavano dalle suore, un po’ rabbrividivano e protestavano, ma non se ne andavano, il proibito riguardava anche loro.

 Sarebbe interessante per le bestemmie giovanili, scavare un poco nel rapporto tra il bisogno di ribellione familiare e quella esterna, dove la religione e dio, il loro posto pure lo occupavano, analizzando la necessità di essere adulti che prende la parte più facile dell’eloquio violento della rabbia dei grandi, ma non è il caso, non ora. Restiamo sul banale, sul parlar grosso. Essendo davvero poco puritano la cosa m’ interessa nel suo aspetto fenomenologico (parolona per dire: ma perché si ride di battute grasse, perché ci si conforma all’ambiente?).

L’osteria è un luogo di umanità forte per me, anche quando sembra non esserci, ma le osterie non esistono quasi più, e se si mettono l’acca davanti diventano luoghi per fighettosi convivi, insalate appiccicose, sfoglie glutammatiche per degustazioni improbabili di vini di cui vantare sapienza. Queste ultime non le frequento, sono sostanzialmente inutili per me. Insomma se il luogo di ritrovo è un luogo dell’anima, questa mica sta bene dappertutto. In questo andare e rapportarsi nell’osteria o nel bar d’elezione, il motto di spirito, il riso sono legante ed intercalare, come la parlata grossa, modalità del pensiero e dell’emozione già scavate a sufficienza nelle analisi dotte, ma chissà che osterie frequentava il dottor Freud? Quello che mi colpisce, non è l’emergere dirompente dell’assurdo, bensì il presunto vero, detto con parole conosciute ed espunte dal parlare educato. Quindi fa ridere la maleducazione? La maleducazione è trasgressiva? Né l’una né l’altra, anche in questo tempo, ché a suo modo, fa vigere sempre l’educazione, seppure il parlare accentua ed allarga i toni. Provate ad ascoltare questo parlare trasgressivo: le vocali si allargano, le finali si allungano, il dire passa dal concitato allo scandito, dal sussurro all’enunciazione con tono più alto per farsi sentire, mentre il confine del comunicare si sposta più in là. Per conformismo molti discorsi prendono lo stesso tono, come ondate che rigonfiano e poi s’afflosciano. E si parla di sesso, di politica, di sport, come se tutti sapessero di tutto con un banalizzare le vicende personali che, se conosciute dagli interessati, a questi farebbe un gran bene. Per il relativo che tutto questo ispira. 

Dal tavolo vicino sembra ci sia voglia di vantarsi, qualche appellativo che in camera da letto o in un angolo bujo farebbe sesso, qui infastidisce, c’è proprio bisogno di chiamare troja la ragazza con cui si sta? Una fiera del trasgressivo raccontato al gruppetto degli arrapati con posizioni e dovizia di particolari, ma è proprio trasgressivo questo gusto forte? Una parola mi viene in mente: afrore: come la fregola mantiene l’eccitazione, ma chi lo userebbe come profumo personale? Mi viene da ridere nel pensare al dopo, ai compitini fatti cercando di ripetere le istruzioni, le acrobazie, nel perdersi che lascia spossati, vuoti, mentre crea nuova sete. Non c’è dubbio: sto invecchiando perché penso che in questo trasgredire più verbale che praticato non ci sia altro che molta noia, incapacità di vivere alternative, la trasgressione come sintomo di unicità per riconoscere che si è vivi.

Quello che ci ammazza è il conformismo, anche nella trasgressione, ed è anche il collante di questa società in cui il luogo comune risparmia la fatica del pensare, del cercare le proprie vie al ben essere.

Mi perdo in osservazioni da vecchio bacucco, penso che il trasgredire vero abbia un prezzo ed una “eroicità” ben superiore al conformarsi, una tensione etica di un modello personale di vita diverso. Quanta forza è necessaria per tutto ciò? E quanto rigore nel perseguire, mentre, invece, ricevo immagini flaccide che mi fanno sorridere. In realtà in tutto questo “trasgredire” c’è una normalità che sarebbe sconsolante se non fosse fatta di ammiccamenti, di discorsi da bar, di chiacchere tra amici e amiche. La sento come una sovrastruttura, un mancato riconoscere che la società è cambiata nel profondo, ma non ha regole per gestire il cambiamento. E le regole sono importanti perché sono quelle che verranno trasgredite. Trasgredire qualcosa che nessuno osserva più è solo parlar grosso, dove il parlare e il fare si confondono, ma non esiste ancora un linguaggio che consenta di sollevare la comunicazione ad “educazione” nel parlar del vivere.

Il bambino saltella, ripete il suo mantra e ride, a casa proverà ogni tanto a dirlo, per saggiare la reazione, per vedere se questo proibito è davvero proibito. 

l’età dell’immagine

Questione d’attrezzatura e di reticenza, un tempo le foto, si facevano nei momenti memorabili del vivere, il matrimonio, il militare, appena nati, o da vecchi, erano patrimonio di famiglia, un legame di persone più che uno scorrere di tempo. Quasi sempre i visi, le espressioni e le idee che esprimevano, erano così paradigmatici che la giovinezza, la funzione, e l’esserci venivano privati del contesto, per cui non c’era confronto di modi d’essere. Uno non poteva dire: cosa pensavo, chi ero? Perché quando articolava il pensiero era esattamente, o quasi, come nel momento in cui era stato fotografato. Le foto venivano fatte per lasciare una traccia del soggetto, una testimonianza che non si sarebbe perso nel gorgo dell’anonimato: lui, per sé e per gli altri, c’era stato.

Guardo una mia foto da giovane, la barba nera, folta, i capelli ricci, l’espressione, il sorriso è di quegli anni, così diversi e aperti. Forse aperti perché molto sembrava possibile, quasi tutto. Non sono anni confrontabili con gli attuali e non solo per motivi di età, ho la sensazione che il mondo nel frattempo si sia chiuso. O forse sono io che mi chiudo? Il mondo cambia e mi cambia. Mia nonna aveva vissuto in un’epoca in cui era nata l’automobile e l’aereo, con una grande guerra mondiale poi seguita da un’altra ancora più immane, eppure chi non moriva, chi tornava a casa, era, sì, segnato dall’esperienza, però aveva un cielo di stelle fisse che mutava lentamente: il lavoro, la sua organizzazione, gli oggetti, le abitudini, lo stesso svago, lo sport erano delle costanti. Quindi la società rassicurava e permetteva di assimilare, di crescere assieme. La cosa assomigliva al moto lamellare dei liquidi o meglio al Mediterraneo che cambia le sue acque in oltre un secolo e quindi si modifica con lentezza verso l’esterno.

Guardo i calzoni nocciola a zampa d’elefante, li ricordo bene, erano senza tasche, non sapevo dove mettere le cose ed avevo un borsello di pelle che mi sembrava ridicolo, dovevo farmi violenza per portarlo. Anche la camicia a disegni serpeggianti, attillata, la ricordo bene. Nello sguardo c’è il sentore del cambiamento: lo so che il mondo sta mutando, mi sento dentro al flusso e un protagonista. Non è solo questione di moda, noi tutti, ci sentiamo attori di qualcosa che interpretiamo. Interpretare è la parola giusta perché non si capisce bene cosa stia accadendo davvero, ci sono sogni, lotte, consuetudini nuove. Si usa molto la parola rivoluzione, ma ha un significato sociale, si riferisce alle persone e ai rapporti, non agli oggetti. Forse la cosa più innovativa che ho è un’auto, una ‘500, e un calcolatore Texas che riesce a fare calcoli complicati per il regolo. Il resto è consolidato, la tv diventa a colori, ma è più o meno la stessa minestra. Il consumo non è ancora un problema, l’ambiente sì è un problema, ma nessuno se ne accorge che sia una priorità.

A lato c’è, posato, un cappello rosso, texano, che mi ha seguito per moltissimi anni e che anche mio figlio ha poi conosciuto e adoperato, finito non tanti anni fa in una stagione di tuffi e nuotate a Pantelleria. Quel cappello è del ’67, ha un significato di liberazione. L’ho portato nel primo lungo viaggio in auto in centro europa, alla frontiera tedesca mi hanno fermato per un’ora e mezza per capire chi ero davvero. Mi pare una medaglia questo essere oggetto di curiosità, in realtà è espressione di quel vivere in un limite educato, dove la trasgressione non è violenza esplicita, neppure cambiamento radicale o liberazione integrale del corpo e del sé, piuttosto mediazione tra il nuovo di cui mi pare di essere parte e quello che vedo, sento e interpreto, con gli strumenti che ho a disposizione.

La novità vera è che quella foto non è confrontabile con le precedenti, non è una testimonianza per qualcuno, è solamente un immagine, adesso sopravissuta con poche altre. Il vero mutamento di civiltà è la gratuità di quell’immagine, che non ha un fine o un uso, può essere semplicemente una merce di scambio che parla di un momento. Ecco in questo, pur fotografando molto già allora, non riesco a cogliere se non un dato documentale privato, mentre in realtà la rivoluzione è già avvenuta e l’immagine è diventata pubblica, non contestualizzabile nel privato solamente, neppure più proprietà del soggetto. E’ un certain régard sulla realtà, e lo sguardo si sposta dai simboli a ciò che questi significano all’esterno. Da allora, dall’epoca Instamatic e Polaroid, l’immagine diventerà essa stessa civiltà fino al dilagare incivile e ridondante del digitale che esclude il vedere per la gran parte di ciò che fissa e vede, accumula e getta in una fornace archivistica priva di sbocchi. Non è il mezzo sotto accusa, ma manca l’interrogativo sul significato sociale della nuova civiltà dell’immagine, sul suo dirci: cosa, come, a chi serva. E parli del suo utilizzo sociale, di come esso muti e ci muta, come tutta la tecnologia che facilita e non si assorbe, ma ci cambia e riserva ad altri il compito di stabilre cosa e come potremo fare delle nostre vite.

Era solo una foto sopravissuta, non aveva altri significati, i colori tendono tutti all’ocra e al marrone, solo il cappello rosso sta a fianco come un punto fermo di pensiero.

la novità della crisi

L’unica vera novità di questi anni è la crisi e pur non sprecando l’aggettivo epocale, credo che questa modificherà profondamente il mondo così come l’abbiamo conosciuto.  Ma qual’è la percezione della crisi? Di essa si vedono gli epifenomeni, gli effetti, e di questi, moltissimi dolorosi, incidono sulla carne vera della persone. Se fossi la Fornero, non dormirei la notte pensando che 370.000 famiglie, per una convinzione opinabile, sono private di reddito, beffate, impoverite e che nel frattempo non solo non si fa nulla per riparare a quell’ “errore” per non toccare principi, ma ben altre spese non vengono minimamente toccate. Basterebbe un bombardiere in meno per sanare tutti gli esodati e ne avanzerebbe per qualcos’altro.

Ma il sonno della Fornero ci riguarda poco, mentre questa vicenda è un’ingiusta interpretazione della crisi, non una sua conseguenza diretta. Però altre sono le conseguenze che riguarderanno tutti e si faranno sentire, cambiando il mondo come l’abbiamo conosciuto: i nuovi modi di produrre, ad esempio, la marginalizzazione delle aree locomotiva del paese (sta scomparendo l’auto e molta meccanica, la cantieristica è in difficoltà, il legno e il mobile sono in crisi, il tessile è mera testimonianza, l’edilizia è in crisi patocca, il piccolo commercio al dettaglio sta sparendo, ecc. ecc.), l’incapacità di far emergere produzioni ed aree tematizzate in grado di dare una direzione industriale al paese, l’attacco strisciante al welfare, il sistema di protezione sociale rimesso in discussione. Mi fermo per evitare un lungo elenco di cambiamenti in corso, ma l’impressione e la realtà coincidono con un paese che scivola verso una nuova posizione in un mercato che non conosce stabilità e in cui la merce ha una centralità diffusissima, ma marginale rispetto alla finanza speculativa, che determina la possibilità o meno dello sviluppo. Non si è mai parlato così tanto di moneta e di finanza speculativa come in questi anni e mai il virtuale era entrato così prepotentemente nella qualità possibile delle vite, nel futuro delle persone, nella mobilità sociale degli individui, abbassandone il rating reale, che è poi la capacità di acquisto reale, ciò che determina se si dipende da altri oppure si è autonomi e quindi liberi. La crisi viene percepita più come solo impoverimento che come forte cambiamento, e se ne avvertono gli effetti economici più che quelli sociali di ben più lunga gittata e trasformazione delle persone. Gran parte degli imprenditori e politici che conosco, ma anche persone, famiglie, percependo la crisi come momentanea stretta di mezzi, aspettano che passi, sono in ansia con i tempi lunghi, pensano che basti fare dei sacrifici perché tra un poco tornerà tutto come prima. Magari non proprio lo stesso di prima, ma la prosperità, il benessere torneranno ad essere una sensazione diffusa, un benessere possibile anche per chi non ce l’ha.

Sono convinto che non sarà così.

Sono convinto che la trasformazione in atto stia rendendo insostenibili molte delle politiche di tutela che hanno sorretto il benessere dello stato sociale, che la sola crescita non basterà per recuperare le vecchie tutele e che comunque la crescita basata sui vecchi modelli di produzione sarà transitoria e perdente.

In un processo logico, si individua il problema, si identificano gli operatori che saranno coinvolti, si trova la soluzione. A volte il problema è così complesso che bisogna scomporlo, ma comunque i singoli pezzi di soluzione si integrano nel risultato finale. Oggi pare non sia così, perché individuato il problema le soluzioni proposte non sono in realtà soluzioni, ma tentativi di tenerlo a bada. Se qualcuno mi minaccia, mi impoverisce, rende precaria la mia vita non avrò possibilità di star bene finché non l’avrò ridotto all’impotenza, in questo momento non è così perché la minaccia è più tutelata del minacciato. Proprio questo impedisce che tutto torni come prima e le politiche degli stati, ma anche quelle personali degli individui devono interagire con il nemico, confinarlo, mettere in atto strategie che lo mettano in difficoltà. E’ evidente la sperequazione che esiste tra chi riconosce il proprio debito, uomo d’onore, e chi tende ad aumentarlo all’infinito dimodoché il debitore non possa mai restituirlo e si impoverisca, perda le tutele sociali e ancora non riesca a restituire ciò che continua ad aumentare perché è fuori della propria capacità di creare ricchezza. Il limite del debito è questo e non avere questo limite rende la crisi modificante del mondo.

p.s. qui mi fermo, avrei altre considerazioni su ciò che sembra macropolitica, ma in realtà riguarda molto da vicino il nostro presente e il nostro futuro, rischierei di annoiare ancor più di quanto fatto, mi basta che riflettiate su quanto ci sta accadendo e come stanno cambiando le nostre vite senza proteste sostanziali. O queste vite valevano davvero poco e quindi, anche se mutano, poco male, oppure davvero tutti pensiamo che questa sia una crisi transitoria che in realtà non muterà il sistema e che tutto tornerà come prima.


seggio campione

Chi era nel seggio della piccola frazione, seggio campione, raccontava il voto e lo scrutinio come cosa epica. Alzava il mento e la schiena nel farlo, poi parlava lasciando angoli di discorso appena accennati, che erano, si capiva, parte di una storia singolare. Un anno in cui c’era particolare animosità e concorrenza, nel seggio, dove tutti si conoscevano fin da ragazzini e ne avevano viste di cotte e di crude assieme senza mai confondersi tra baciapile e mangiapreti, però tutti partecipando della vita degli altri e all’occasione dandosi una mano, tutti, dico tutti, anche il segretario di seggio, che stava zitto perché tartagliava, convennero due cose preventivamente: che le nulle (le schede) erano quelle in cui non si capiva davvero cosa si volesse votare, e che il divieto di bere alcoolici nei seggi, era giusto sì, ma riguardava solo i seggi altrimenti diventava una punizione ingiusta.

Concordato il primo punto, si convenne sul secondo che una fiasca da venti litri fosse a disposizione di elettori e scrutinanti allargati, ovvero scrutatori, rappresentanti di lista, amici nullafacenti, nonché militi che volessero sospendere temporaneamente, a turno, il servizio ed infine il segretario, a cui fu dato compito di predisporre appositi buoni da consegnare alla bisogna assieme al bicchiere, per aver conto dell’effettiva disponibilità di “rosso”. Sul colore del vino si accese una disputa non da poco, che considerava il colore come evocativo d’una parte politica e quindi non nominabile nel seggio. E poiché le domande dei votanti erano specifiche e circostanziate sul tipo, colore, provenienza, decise, com’era giusto fosse, il presidente di seggio, vecchio democristo, nell’ affiancare alla prima, un’altra fiasca di “bianco” e lasciare, oltre alla libertà di voto, faticosamente conquistata, anche la libertà di bere.

A mezzogiorno, un servizio di ristorazione predisposto dalla locale sezione dei rossi, arrivava con un paniere nel seggio, e all’interno, pane, prosciutto, salame, uova sode, focaccia, ben commisurato alla fama di un partito, guidato sì da intellettuali, ma spinto e fatto crescere da operai e quindi abbondante e preventivo per le fatiche che certo sarebbero arrivate, perché l’inazione era fatica più grande del lavoro fisico e le ore di seggio erano tante, e lunghe, e con il pensiero a tutto quello che restava in disparte e si sarebbe dovuto fare nei giorni seguenti lavorando il doppio.

Per non essere da meno, anche il partito bianco portava il suo paniere ben fornito di pane e soppressa, e pure uova, salami e dolci, perché se la politica divideva, le abitudini, il lavoro in fabbrica e nei campi, univa. I socialisti con discrezione, ma senza soggezione, pure avevano un loro paniere, del partito provinciale questo, ed essendo di analoga vita e frequentazione, pur essi mostravano salami, formaggi e sottaceti. Ed era tutto uno scambio, un assaggiare, un mettere in comune, confrontando e sfottendo, ma tutti ridendo. Repubblicani, liberali, e financo il missino, senza salmerie, erano coinvolti e pur neghittosi, a bocca piena, ripetevano sia la bontà del cibo, sia la storia del piatto di lenticchie e che loro non si vendevano per un pane e salame, erano in amicizia, ma il voto poi, e lo scrutinio, erano tutt’altra cosa da questo condividere, da questo clima allegro e fraterno. E tutti a dire che, come poi effettivamente era, che non c’erano cedimenti in questo essere insieme a mangiare, che l’amicizia era un conto e il voto, la politica, un altro, e che no, non si confondeva il dovere con il piacere, tutto era nei limiti e nella moralità dell’agire politico senza tentennamenti. 

I più imbarazzati a questi discorsi erano i “rossi”, perché l’idea della rivoluzione non era mai stata abbandonata del tutto; alcuni erano stati partigiani, altri avevano partecipato alle dure lotte in fabbrica, sopportato le discriminazioni, e non si poteva, proprio non si poteva dare tutta la confidenza, per cui era tutto un susseguirsi di battute frenate, di tu e i tuoi, di e che ne dici di…, di ti ricordi di … che neppure attendevano le risposte come definitive, ma erano solo un alleggerire la piccola sensazione di intesa con il “nemico”.

Ma c’era molta creanza, il segretario distribuiva buoni e bicchieri e nelle lunghe ore di ozio si parlava di tutto, del paese, dei figli, delle difficoltà, dei matrimoni giusti e sbagliati, delle nascite in corso, del lavoro che c’era e mancava assieme. C’erano pochi votanti, in quel seggio campione, la frazione era stata importante, ma poi era stata spopolata dall’emigrazione e dalla chiusura della cartiera, lo scrutinio era breve. Nei segni si riconoscevano le mani di chi era entrato riverente e chi spavaldo, di chi voleva sentirsi dire conosciuto e non mostrare il documento (erano tutti conosciuti, ma si diceva ogni volta ed era bello sentirselo dire), delle donne che avrebbero volentieri evitato quella cosa da uomini e delle ragazze che avevano il vestito nuovo e sorridevano molto ed erano più sicure dei ragazzi, dei ragazzi che avevano già le mani grandi dei padri e dei vecchi che si fermavano a parlare e non se ne andavano. Insomma si riconoscevano senza dire, tenendo chiuso nelle teste il segreto del voto e senza dire nulla, al più c’era qualche sorriso scambiato sottecchi tra scrutatore e rappresentante di lista, come a dire: ecco è uno dei nostriPrima che arrivasse il ’92, chi sapeva di politica era in grado di scrivere i verbali di scrutinio, una settimana prima del voto, sbagliando al più di un voto, e pur se tutti sapevano come sarebbe andata a finire, pure lo scrutinio era atteso, e vissuto, con trepidazione virile, ossia ferma e battagliera.

E dopo aver combattuto su ogni voto possibile, chiusi i verbali, salutati i militi, consumati e bevuti gli ultimi avanzi, chi a piedi, chi in bicicletta, si avviavano verso casa. Era comunque sul fare della sera, per non essere da meno degli altri seggi, e andavano verso una luce gialla, verso le domande curiose di chi era a casa, verso la ripresa della vita conosciuta. Finiva tra i ciao e gli alla prossima, e gli a domenica e i ci vediamo. Finiva, ma non finiva.

Credo di aver sempre saputo perché era davvero un seggio campione.

fenomenologia della superiorità biologico-temporale del pensionato

Il pensionato è appoggiato sul banco e si protende verso il cassiere rassegnato. Terribile nella sua calma inquisitoria, il pensionato, vuole sapere, conoscere, capire. E dietro la coda si allunga. I “giovani”, gli occupati, hanno orari che scadono, appuntamenti scadenzati, sequenze di tempo che saltano come tappi di champagne a capodanno. Soffrono ciascuno per sé, e collettivamente per sguardi e sospiri, consultano orologi inadatti, collegati ad altri tempi che qui corrono troppo. Avete mai osservato come l’orologio, soprattutto nell’uomo rappresenti il suo modo di vedere e di essere nel mondo? Ecco, il mio vicino ha un bellissimo Piaget, non è abituato alla fenomenologia del pensionato, consulta due volte e chiede del direttore. Ci abbandona e scompare negli uffici, seguito da una nuvola di Tabacco d’Harar. Il pensionato fa ancora domande e annuisce, caspita capiscono tutto questi pensionati, tutti laureati alla London school of Economics, ma intanto ho guadagnato un posto, quello del Piaget. Guardo i vicini che allacciano rapporti silenti alla Desmond Morris, comunicano attraverso microgesti di stizza e rassegnazione, meta sorrisi, smorfie coordinate allo scuotimento del capo. Tracciano grafie d’aria, esprimono frette incoercibili con piccole rotazioni di polso, tamburellare di dita su carte, gesti che si vede che si polverizzano nei pensieri convulsi.

Il pensionato ruota di un quarto la gamba, un brivido percorre la fila: ha finito. Falsa speranza, era il femore stanco: riappoggia il gomito, si continua.

La fenomenologia del pensionato non prevede che questo si presenti agli sportelli bancari alle 8.35 del mattino, a quell’ora sta facendo colazione, oppure affolla qualche ambulatorio; no, in banca va prima di pranzo e si porta il libretto di risparmio ben avvolto in carta di giornale. Così se il pensionato deve aspettare, ha cosa leggere, non noi. Non nobis domine, non siamo adeguati per tutto questo. Il pensionato ha riconquistato il suo tempo, noi invece, in questa fila disorientata e disperata che si allunga, che vede defezioni, che alza gli occhi al cielo, che s’innervosisce, che se la prende, che non ha il dominio del tempo, noi siamo destinati al naufragio delle priorità, all’incapacità di relativizzare, al precipitare nelle nostre ultimative urgenze. Vorremmo occuparci d’altro dislocando pensieri e coscienza, ma non ci riusciamo, il pensionato ci ha nel pugno del suo tempo.

La banca risparmia i cassieri e coercisce i clienti, la fila è ormai di dieci persone: la banca è il nemico. Non il cassiere che vorrebbe scomparire sotto il bancone, ma la banca che non dà il servizio, che si atteggia ad istituzione mentre taglieggia e dispone, dispone di tutto, delle nostre possibilità, dei soldi e, adesso, anche delle nostre vite attraverso il tempo. 

La fila ondeggia e spera, pare che adesso il pensionato abbia finito. Sta contando con attenzione il denaro che gli è stato dato, lo mette nel libretto, avvolge con il giornale ed allunga la mano, ringrazia e si volta.

E ci guarda. Tutti. Stanchi e nervosi, ci guarda con due stupendi occhi azzurri e ci libera, noi prigionieri del suo tempo, della banca, degli appuntamenti, del parcheggio scaduto, della multa probabile, del telefonino brandito come chiave per riordinare la vita, ci libera consegnandoci al nostro destino. E lentamente, ma mi pare di cogliere un lampo di commiserazione, se ne va, lasciandoci alla speranza che improvvisamente il tempo, compresso come una molla, possa farci riconquistare la vita giornaliera perduta.

Il tempo si è ulteriormente accorciato: ucciderei se mi passassero davanti. Forse ci siamo un po’ stretti per sembrare in meno, ma mi pare d’aver già finito e ho cinque persone davanti.

Una ragazza, con una mazzetta di versamenti si precipita dal cassiere, enuncia le operazioni, il cassiere, che non deve più spiegare, chiede a sua volta, manca un codice. La ragazza telefona, cerca, aspetta, è nervosa e in silenzio. Ci guardiamo. Subentra la disperazione, mentre attraverso le finestre, si vede passare il pensionato nel sole.

chi sarà il nostro Steinbeck?

Chi sarà il nostro Steinbeck, il Dos Passos o il John Fante di questo paese che frana? Chi sarà il Volponi, il Levi, o l’Ottieri?

Oggi, in sovrappiù rispetto al ’29, agli anni ’50, anche lo Stato è in crisi. Tutti in depressione, senza orizzonte a breve. Solo le banche ballano mentre oscilla il mondo. 

Chi descriverà tutto questo, se abbiamo perso gli operai, e non ne ha parlato nessuno. Chi parlerà, illuminerà, lascerà traccia d’un mondo che si è sbriciolato senza domande? Senza troppe domande, perché la classe media aveva troppo orgoglio per accorgersi che ne prendeva il posto e diventava proletariato. Ma proprio da quella classe media venivano, vengono gli scrittori che parlano d’altro. Forse non sanno e non vedono, oppure non sentono. Neppure dei loro vicini parlano, parlano di un mondo di pochi, un sogno che dovrebbe essere di molti.

E allora chi parlerà dei giorni uguali? Del lusso della noia, dei residui d’una generazione di reduci vissuta di ricordi e di voraci sogni. Mancano le strade di periferia, lì dove si staccavano gli operai dagli impiegati, chi parlerà delle case al mare, delle aziende che chiudono in silenzio, degli appartamenti dove si vive, venduti per pagare i conti? Chi scriverà per gli e book e per gli editori di carta, sapendo che proprio il loro mondo è fuori della realtà?

Meglio il fantasy, meglio il ricordo, meglio la thriller story, meglio il relativo, i lustrini, lo sport, l’intimismo. Meglio. Passerà. Meglio parlar d’altro.

Non resterà traccia. Non abbiamo Steinbeck, e neppure Fante, certamente non Tondelli, Levi, Calvino o Pavese. Forse non va troppo male. Non ancora.

se la politica è una moda

Indossare una gestione dello stato sembra sia un dato umorale; qualcosa che prescinde, di fatto, da un progetto personale, oltre il piacere a sé od a altri. Insomma una moda, un sentirsi nel gruppo per compagnia; quest’anno va di moda il grillo, l’anno scorso il vendola, prima il berlusconi, o il dipietro o il bossi o il prodi. Comunque sia, alla politica, che deve assicurarci il benessere, una prospettiva personale e collettiva e magari anche un presente, si assegna un tasso di attenzione e comprensione inferiore a quello che occupa la nostra testa, in un camerino di un negozio di abbigliamento. Gli effetti di questo si vedono, perché partire dalla presunzione di competenza e onestà è come assegnare ad un tessuto privo di etichetta, la patente di pura lana vergine o seta italiana. Bisogna sentire tra le dita, informarsi, vigilare, chiedere garanzia e conto, e invece…

Qualche tempo fa, parlando della scuola pubblica sottolineavo che inefficienze, sprechi, e gestione, vanificavano il lavoro di chi si appassionava al suo mestiere e faceva ogni giorno bene il suo lavoro. Non bastava dire: è la scuola pubblica, bisognava, proprio perché pubblica, renderla senza ombra di dubbio, la migliore. Venni rimbrottato perché alimentavo l’attacco alla scuola, da parte dell’allora ministro Gelmini, in realtà l’unico modo per rendere inattaccabile la scuola o la sanità era, ed è, far sì che non siano criticabili. Se non si insegna a sufficienza, se i risultati sono l’ignoranza e l’apatia del sapere, gli utenti sono nella stessa situazione di chi attende inutilmente per un’ora in un ambulatorio pubblico una prestazione che paga. Per chi non ha la prestazione, significa che l’insegnante, il medico o l’equipe, stanno facendo altro, e questo poi evolve nella certezza di non ricevere il dovuto. Che il costo pagato direttamente o indirettamente, non sia commisurato alla prestazione. Ho fatto questi esempi perché se si accetta e non si pretende che la politica risolva questi problemi di efficienza ed efficacia, i soldi di tutti, anche quelli in più che versiamo per salvare il paese, vengono buttati in una fornace. A far sì che questo non accada, serve la politica, ma siccome so che è difficile che questa non cada in tentazione, che non  consolidi privilegi, non posso accontentarmi di innamorarmi del primo demagogo che appare sul mercato.

C’è un solo spettro che la politica non riesce ad esorcizzare, qualunque sia la maggioranza, ed è il fiato sul collo dei cittadini, l’interesse verso la cosa pubblica di tutti noi. Nel privato, purché non si leda il diritto d’ altri, si può fare ciò che si vuole, ma il pubblico è di tutti, ciò che butta dalla finestra Bossi o Lusi, ovvero finanziamento pubblico ai partiti, è cosa anche mia, nessuno può buttare la fatica degli altri al macero, ma in questo l’attenzione ed il controllo dei cittadini è mancato.

La democrazia non si esaurisce il giorno del voto, ma si manifesta ogni giorno nella sua riconferma. Superata l’età delle ideologie, che almeno il pregio di indicare un futuro ce l’avevano, è subentrata l’era delle paure. Lasciando perdere il ridicolo delle berlusconiane paure del comunismo, anche se bisognerebbe ricordargli che il capitalismo, in questo momento, sta facendo ben più danni e vittime degli inesistenti, trinariciuti, comunisti, ma le persone a questo non badano, epperò quotidianamente vivono nel timore di qualcosa che non dipende da loro, sia esso la finanza, l’economia, la sicurezza, il futuro pensionistico ed assistenziale, i diritti, ecc. ecc. Ma l’unico modo per governare le paure, è capirle, affrontarle, fare azioni collettive forti che portino verso il loro superamento. Può bastare per far questo, un comico, o un demagogo, od un agitapopolo? L’esperienza di questi anni dimostra di no, e che se la politica non è gestita seriamente, tenendo conto del contesto, genera disastri.

In questi mesi stiamo pagando il fatto che l’Italia era un paese senza crisi, così ci è stato detto per mesi, e adesso, che la crisi è esplosa nella sua evidenza, paghiamo, in aggiunta, l’incapacità dei tecnici di capire la politica e i bisogni dei cittadini. Senza un piano di sviluppo il paese, e chi lo abita, declina, si immiserisce. Per questo, io credo che i cittadini dovrebbero entrare nei partiti, senza pulirsi le scarpe, scuotere l’albero per far cadere ciò che non fruttifica più, ma anche usare la competenza rimasta per raggiungere degli obbiettivi chiari. E quali sono questo obbiettivi se non il presente e il futuro che vogliamo, la direzione che giustifichi la fatica dello stare assieme.

Credo che le parole lavoro, legalità, sicurezza, equità, solidarietà siano sufficientemente esplicative. Adesso le parole vanno riempite di domande, risposte ed azioni: visto che non vogliamo perderlo, mantenere il wellfare quanto costa ? quanto posso ricavare in efficienza senza toccare il costo? ha senso che un medico lavori dentro e fuori il sistema che lo paga? oppure sul lavoro, hanno senso le decine di adempimenti che impongono una pletora di professionisti da pagare per ottemperare alla legge? Oppure, se il servizio pubblico non è efficiente, ha senso che lo si mantenga comunque? oppure, perché incontriamo decine di persone, ogni giorno, in divise varie, che portano pacchi, fanno caffè, distribuiscono posta, cucinano e servono in tavola, guidano mezzi di trasporto, ecc. ecc. senza che nessuno di questi abbia un lavoro fisso e sicuro? oppure, ha senso che lo stato tenga precarie le persone per molti anni e le rinnovi di sei mesi in sei mesi, senza immetterle nell’organizzazione, se gli servono? oppure, ha senso che lo stato non paghi le persone e le aziende, che per fare un lavoro allo stato, hanno già dovuto pagare l’iva e le imposte? oppure, ha senso che chi svolge una attività di lucro, anche se sono fondazioni bancarie o chiesa, non paghino le tasse sugli immobili strumentali? oppure ha senso che si lasci andare in malora il patrimonio pubblico per poi svenderlo, anziché metterlo a reddito?

Come vedete ho citato solo alcuni piccoli elementi del fare nella politica, che vanno verso una minore spesa e più equità, e sono possibilità che non mi fanno scegliere l’antipolitica, ma mi fanno chiedere di fare, di essere rigorosi, di tagliare i privilegi di chi fa politica, di chiedere conto. Non mi piace lamentarmi e neppure assentarmi, penso che una delusione è sempre una sconfitta che merita un’altra battaglia, per questo non mi interessa molto la moda nella politica e mi preoccupa molto la disaffezione, temo che quest’ultima toglierà controlli anziché metterne di nuovi, ed io non mi fido. Non più, tantomeno della moglie di Cesare, ma proprio per questo devo esserci di più, come posso, anche se costa fatica, perché ogni volta che mi distraggo qualcosa può prendere il posto della fiducia. In fondo noi giudichiamo per i risultati e per il metodo, per entrambi, perché se fosse solo per i primi, spesso una dittatura avrebbe il campo libero. Ed io una dittatura fosse anche della moda, non la voglio.

fanno tutti un po’ i furbi

Fanno tutti un po’ i furbi: il barista con lo scontrino sbagliato, l’agenzia delle entrate che ci prova, l’enel che mi rifila un contratto maggiorato, i nuovi arrivati che hanno bisogno di essere nuovi e buttano il lavoro fatto.

Anche l’analista ruba sul tempo.

Non mi piace questo perenne difendersi, c’è un’aria viziata dove per far la cresta si fanno le persone più piccole e si elimina un pezzo della loro intelligenza. O la loro umanità, ma poca, così non fa neanche male, dà solo fastidio.

Tenderei ad isolarmi, e volendo rispettare le promesse, promettere poco, ma così mi disilludo del mondo. Mi andava meglio quando tornavo a casa, strafottente per farmi coraggio, ed annunciavo: e’ andata male a tutta la classe. Quella era la socialità maggiore, quella disgrazia che livellava tutti e mi toglieva dal limbo del potrebbe fare di più per consegnarmi finalmente alla mia età, all’ignoranza praticata nel piacere peccaminoso di dovere, alla svagatezza. Era una medietà che solo all’apparenza sembrava mediocrità, in realtà ognuno perseguiva fini propri, cresceva per suo conto e faceva il minimo indispensabile per ricoprire il ruolo. Credete che questo sia scomparso con la crescita? No, io credo che mentre molti si sono ingegnati con la fantasia a passare gli anni del sapere coatto e poi, gettati nel fiume del lavoro vero, hanno imparato a nuotare, molti altri, appreso il necessario, l’hanno portato all’interno delle burocrazie lavorative, facendo lì, davvero il minimo necessario. Adesso non va male a tutta la classe, ci si difende in solitudine e ci si lamenta in gruppo. Non c’è confine nel fare i furbi, se ci si frega anche il copertone del manifesto, solo che non c’è allegria e tutti, naufraghiamo un po’ per giorno negli anni.

Pensiero di un lunedì piovoso, mentre con soddisfazione strappo biglietti da visita scaduti.