contro l’utile

Mi piacciono quelli che dilapidano i talenti ricevuti, gli intelligenti inutili, i flaneur, i perditempo di talento.

Mi piace chi esercita ciò che ha senza vederne il valore, solo per il gusto d’essere.

Mi piace l’intelligenza che si applica nelle piccole cose, che acquisisce abilità, che fa compagnia a sé ed ha bisogno degli altri.

Mi piacciono quelli che non si vantano mai, e sono i primi a meravigliarsi se un loro ragionamento fila davvero, che sono contenti di una scoperta, che hanno marinato la scuola e continuano a marinarla nella vita. Mi piacciono quelli che durante le lezioni ascoltavano con un orecchio, quelli che erano curiosi e facevano altro che non serviva per l’esame, quelli che se hanno un dubbio controllano e gli pare di star meglio.

Mi piacciono quelli che coltivano il dubbio come fosse valeriana, che lo tagliano e lo mangiano e poi passano ad altro con il sorriso sulle labbra.

Mi piacciono quelli che stanno zitti e scuotono la testa, quando gli dicono: ho ragione io, e quelli che controbattono, e si appassionano solo per il gusto di far emergere la ragione, non di averla.

Mi piacciono quelli che sanno di avere tempo, che sono generosi e non tengono per sé ciò che hanno in testa. 

Mi piace chi ha una passione inutile per chi si chiede quanto vale, mi piace il luccicare degli occhi quando viene raccontata, mi piace il sorriso di chi la tiene per sé, perché i segreti si condividono in silenzio.

Mi piace quello che risolve un problema e non se vanta, quello che cerca corrispondenze tra ciò che sente e ciò che ha attorno, mi piace chi si mette al servizio e poi, quando ha finito, se va.

Mi piace chi confina in un lavoro ciò che deve fare, chi pretende la giusta retribuzione e il giusto ruolo, ma pensa che avere un ruolo sia una fatica ed un servizio per chi dovrà guidare. Mi piace chi non capirà mai bene la forza del potere, ma ne avrà sempre un po’ paura, perché si sente inadeguato.

Mi piace tutto quello che non è costrizione, che segue un indole, che fa crescere un talento, ciò che rallegra e si ripete mai eguale. 

In fondo prima dei vestiti e dell’apparenza c’era l’uomo, no?

anche gli uomini scrivono lettere che non spediscono

Qualche anno fa, un romanzo parlava del perché le donne scrivono delle lettere che poi non spediscono, accade anche agli uomini o meglio accade anche a me. Eppure non dimentico le lettere, le lascio sulla scrivania dopo l’ultima parola che ha esaurito la spinta a scriverle, può essere che poi, passato il tempo di spedirle, finiscano nei cassetti. Una loro funzione comunque l’hanno avuta, su di me, almeno, per capirmi di più e se qualcuno non ha letto, ha perso il pensiero del momento, non ciò che penso davvero. Mi riprometto -e molto spesso lo faccio- di riprendere quella comunicazione, di farlo quando ho capito meglio.

Dovrei seguire l’attimo, forse, spedire e non pensare, come si fa per le mail che magari un attimo dopo vorremmo precisare, invece rileggo ciò che ho scritto a mano, di getto, e il riscrivere è davvero nuovo e posticipa.

Ma poi, non tutte, le lettere partono; per uno che scrive con la stilografica, il piacere di scrivere esiste, eccome, e lo scrivere a mano fa parte della cura e dell’intimità che riservo a chi mi è caro, quando posso farlo. Nello scrivere a mano c’è un denudarsi, un mostrare a chi sa leggere, le caratteristiche del momento, ma anche quelle profonde. Oltre le parole si rivelano tratti del carattere, propensioni, una lettera è come un testo a doppia lettura, dice con le parole rivela con lo scrivere. 

Non è per romanticismo, ma per piacere personale che guardo le lettere, le parole allinearsi sulla carta, penso che chi le riceve le legga con disponibilità attenta e mi pare che le parole acquistino profondità, che il loro sapore verrà, almeno come eco, trasfuso in chi legge.

Alcune lettere non partiranno mai (di solito quelle dei giorni dell’ira), altre verranno cambiate, le lettere di dimissioni da qualcosa, saranno pesate, espunte dei sentimenti profondi, al più mostreranno amarezza. Mi ha ferito che qualche lettera non sia stata aperta  forse per timore del contenuto, l’ho sentito come un rifiuto ed una incomprensione ingiustificabile e totale, ed a questo s’aggiungeva il mio non aver compreso i limiti dell’altro, la sua distanza dall’immagine che m’ero fatta di lui. E’ accaduto tre o quattro volte, ed anche se le lettere sono state dopo tempo, aperte, non mi interessava più, ne era nata una cautela, un alzare barriere interiori e ciò (sentivo) mi impoveriva. Non sono riuscito a dimenticare e quando non si dimentica non si perdona mai davvero.

lasciar andare

Bisogna far andare per suo conto ciò che abbiamo fatto, lasciare che abbia vita propria e sopportare il dolore, se va dove non vorremmo. Vale molto per cose e per i progetti realizzati, è diverso per le persone, ma anche per queste il lasciar andare è un atto cosciente di amore e di forza. Amore per sé e forza di sapersi privare di qualcosa che riteniamo nostro. Sottolineo l’amore per sé prima che quello per gli altri, perché bisogna avere amore per vedersi davvero nella nostra incapacità di rinunciare ed evolverla sino a rifiutarsi di tenere a forza qualcosa che sarebbe snaturato dal nostro abbraccio e poi ritorto contro di noi. Il possesso, non l’amore, per le cose, i progetti, le persone ci avvelena ed infine genera solo tristezza. Forse questo è il senso che ciò che è importante davvero rimane mentre il resto si perde, perché era giusto fosse così.

Il fatto è che quando facciamo qualcosa di importante, questo diviene un pezzo di noi e quella proiezione della parte per il tutto sembra essere la nostra vita, come fossero due percorsi sovrapposti. Sembra, ma non è, ed il passaggio, la nascita di qualcosa che si separa da noi, è doloroso, ci mette di fronte alla nostra incapacità di tenere ciò che amiamo. Assieme a quel pezzo di noi che erano speranze, possibilità, fiducia riposta, progetti sembra se ne vada la nostra capacità di creare, di dare e ricevere amore. Credo che tutto ruoti in questa percezione di fallimento, dove il non riuscire a tenere, diviene amore negato, ovvero il fallimento della risposta al bisogno principale che abbiamo.

Le cose, i progetti, le persone hanno possessi diversi e vite diverse, ma tutto ruota nell’antinomia perdere/tenere e nel vuoto che ogni assenza genera. Bisogna riempire quel vuoto, non comunque, ma di noi, della capacità di creare che è rimasta integra, della capacità di amare che è disponibilità a ricevere amore, nella capacità di ripartire da sé sapendo che non si è tornati a capo come nel gioco dell’oca, ma si è ben più avanti di quando è iniziato il gioco cosciente del vivere. Non vorrei usare la parola futuro, troppo abusata e troppo consegnata agli illusionisti, ma i sinonimi non rendono, e il futuro ci appartiene, è qualcosa che solo nelle nostre mani e nei pensieri prende forma. Il futuro siamo noi, non altri, e soprattutto il futuro non è ciò che abbiamo fatto, vissuto, conosciuto, ma ciò che ancora non conosciamo, faremo, vivremo.

C’è un fare virtuale/reale che dipende da noi, che approfitta del dolore della perdita, lo elabora e non ne resta prigioniero, un fare sconsiderato che rifiuta il cinismo, la lettura buia della luce. Di questo fare/essere che non dimentica, eppure non resta prigioniero del passato, dobbiamo fare un mantra personale, una preghiera che non chiede ad altri, ma a noi di continuare a donarci la meraviglia del vivere.

autosuggestione

Mi fa paura la capacita di auto convincimento che parte dalle proprie vite e poi diventa quell’adattarsi alle situazioni, ai vincoli coinvolgendo anche le menti critiche. Trovare una ragione, sembra un imperativo per vivere accettando la forza del reale medio come fosse immodificabile, anche a costo di rendere meno solidi i principi, l’etica, la morale.

E’ necessario mettere un limite all’inalienabile, tenerci da conto perché oltre quel limite si mina la considerazione di sé e la capacità di cambiamento. In fondo, la maggior fatica e’ conservarsi non disponibili a trattare su ciò che siamo davvero ed è una fatica immane quando sembra non esistere più nessuna regola a cui appoggiarsi, mentre la regola del conformismo è così generale e ferrea da essere confusa, attraverso il meccanismo di approvazione che porta con sé, come equilibrio e buon vivere. Così si vivono vite apparenti e vite secondarie, mentre manca il senso comune che il vivere sia, oltre che questione personale, patrimonio comune. La libertà, ad esempio, è connaturata ad una vita che crea, che oltrepassa paradigmi, ma se questa non è sentire comune, la stessa libertà diventa vita nascosta, non mostrabile perché il senso comune la censurerebbe.  E’ questa condizione che avverto con paura, perché e’ sulla frontiera del vivere tenendo presenti se stessi e gli altri, che si cede e ci si autoconvince ed oggi il limite è sottoposto a continui attacchi.

Certo era più pesante durante il fascismo, una intera nazione s’adeguava, sia alla politica che al vivere sociale, usava al più l’ironia e il sarcasmo, ma accettava. La libertà di pensiero quando e’ scissa dalle libertà di dire e di fare e di essere, rischia di essere il velacro sotto cui si nasconde il compromesso.

luci rosse a destra, bianche a sinistra

Inzuppo la sera incipiente dentro uno spritz. Campari senz’acqua per favore. Attorno rumori di blu elettrico: mettendo assieme tutte le speranze verticali delle tre lauree che festeggiano si raggiungerebbe il cielo.

In queste sere, dopo la pioggia, è meno bagnato il fiume dell’aria che trattiene le risatine nervose, che spampana gli occhi  sul primo maglione leggero, portato con arroganza senza reggiseno. Nel tavolo a fianco, il venditore di pop corn, s’è seduto, stanco, con il dorso della mano ha spazzato le gocce di pioggia dal piano ed adesso si sta bevendo l’incasso. 

Delle sere di settembre bisognerebbe serbare memoria per i giorni in cui la luce scema, tenerne dentro l’equilibrio instabile, la tristezza non ancora sbocciata, le grida dei ragazzi, la sorpresa d’un caldo di scirocco che accarezza il viso. Bisognerebbe, ma non si fa scorta di medicinali utili e la malattia del vivere è furba, si nasconde in interstizi di stanchezza, fa stropicciare gli occhi tra una scossa di vita e la successiva, ma non si lascia prevedere.

Siamo bevitori all’osteria del vivere, gourmet sorseggiatori, queruli affabulatori che tessono ponti con il vuoto, silenziosi malati di sentimenti usi a bere a garganella, testimoni sapienti alle spalle dei giocatori. Se guardi attorno provi la sensazione della marmellata appena fatta che guarda il tappo che si chiude: quando ne uscirò? Per questo serve il cielo di settembre e la sensazione che il tempo mal usato sia uno sputo, solo maleducazione, ma che oltre ci sia ancora qualcosa.

Pensa, la speranza la chiamano fede e così si confondono le idee.

Verrà ottobre, il rosso invaderà i colli, ogni quadro nelle Gallerie dell’Accademia sarà smorto al confronto, eppure questa rincorsa del vero è servita a fermare un ricordo buono per un tramonto.

Tieni la rotta nel tempo, guarda le foglie che s’accartocciano in fretta, trai auspici, presagi e conseguenze, ma conserva un barlume del senso d’essere mondo prima che uomo.

Per questo e molto d’altro, tornando a casa, la sera cala in fretta. A destra le luci rosse, a sinistra le bianche. Ieri sera, dopo la pioggia violenta, c’erano scie di semaforo sull’asfalto e m’incantavo a guardare pennellate sgranate di luce finché ho alzato gli occhi ed uno spettacolo di rosa con nubi grigie riempiva il cielo. I piani alti dei palazzi, i colli azzurri e netti sullo sfondo, l’aria, erano tutti dipinti ed immobili nella luce rosata. Solo noi, nei canyon tra le case, eravamo nel primo buio d’asfalto e fumi. 

Luci rosse a destra, bianche a sinistra, lenti, quasi fermi verso casa.

Per questo bisognerebbe serbar memoria.

città metropolitana

Case piantate ovunque, giavellotti scagliati da giganti senza cervello. Solo la forza del denaro che piega il potere e il bene possibile, traccia strade da riempire d’auto, chiude vicoli e porte e giardini.

La città s’espande per sbadigli di noia, così non s’aiuta un umore di fiducia comune: come cresceremo noi e i nostri figli?

Platani maestosi, piantati da chi viveva dentro i bastioni, si chinano verso auto indifferenti a tutto: i guidatori trattano con equità tramonti e semafori e tra poco faranno poltiglia di spoglie d’albero. Alla prima tramontana di settembre, foglie e piccoli rami si staccheranno sibilando verso cofani appena lavati. Ad indifferenza si risponde con distacco e nei cumuli che ostruiscono le grate dei tombini ci sarà solo l’attesa di vendette beffarde d’acqua autunnale. Fate, fate poi si vedrà.

il nuovo e il movimento

Nel nuovo, spesso, vogliamo leggere il dissiparsi delle nostre paure. Forzando la realtà, piegandola verso di noi, come se il nuovo coincidesse con il movimento (e quindi con il succedersi delle esperienze) si pensa di risolvere il bisogno di guardare il lato che c’inquieta, c’illudiamo che il nuovo sia il cavaliere bianco che ci porta fuori dal temere. Questa confusione tra nuovo e movimento, dando ad entrambi un significato positivo, altera il rapporto tra dentro e fuori, fa girare la testa da altre parti. Ma lo specchio è fermo e noi ci vediamo in esso se davvero vogliamo vederci, come pure è fermo il lato oscuro che sta nel fondo di noi stessi, assieme agli  archetipi che c’appartengono, e che sono, come noi, specie. E non occorre fare molto perché i vapori di quell’oscurità emergano nell’insicurezza lieve, o forte, quando siamo soli con noi stessi, e s’installino nella mente quasi fossero un preannuncio negativo.

Ci ameranno, saremo amati, chi ci difenderà dal male? 

Basta muoversi e non pensare troppo oppure guardare in faccia l’inquietudine, sapendo che solo noi siamo malattia e medicamento, e che questo comporta il fermarsi, il togliere veli, anziché sovrapporne. Ma quest’ultima è solo una delle alternative: per molti non occorre affrontare i propri demoni, si può correre sempre innanzi, passando da un’esperienza all’altra e non  chiedersi se si sta precedendo qualcosa oppure se si sia perennemente in fuga da se stessi.

Credo che ognuno faccia il giusto se segue se stesso; io tendo a fermarmi, per riflettere e cercare di capire i motivi dell’andare assieme all’inquietudine, forse per dargli una direzione, ma è una strada questa mia, come le altre. 

Aleppo

Poco più d’un anno fa ero ad Aleppo. Arrivavo dopo aver attraversato la Giordania e la Siria. Arrivare m’aveva dato la sensazione della prossimità d’un porto dalla parte del mare, un’onda calda e dolce che portava a terra, dopo tanto vedere, sentire, ammirare. Era un luogo che accoglieva, prima che una città bellissima, come aveva accolto per migliaia d’anni pellegrini, conquistatori, religioni, lingue, civiltà.

Nei luoghi ricchi di passato le civiltà si sovrappongono, ad Aleppo si incastrano e la tolleranza diventa un modo d’essere inclusivo. Ebrei, cristiani, musulmani vivono secondo le loro regole eppure accanto, lavorano nel souk in botteghe vicine, ti parlano tutti nello stesso italiano stereotipato, hanno la stessa gentilezza: sono tutti siriani.

E’ la sensazione che si respira nelle case di pietre squadrate e scolpite, nei patii interni rivestiti di cedro del Libano, sotto le tende dei negozi che riempiono l’aria di profumo di fiori essicati, sapone, spezia. Ne parlo al presente perché la mia testa si rifiuta di pensare che sia tutto distrutto e cerco di riconoscere i luoghi che ho conosciuto dai telegiornali, ma vedo cumuli di pietre, corpi, uomini che sparano. Il non riconoscere mi dà speranza che non tutto sia perduto, che finisca presto e la vita ritorni ad essere consueta, lenta, come l’ho vista nei caffè, nelle strade, tra le case. Ho letto che il quartiere antico è stato risparmiato dai bombardamenti, che forse anche il castello non era stato bombardato, mi ha preso una sensazione  di sollievo, perché se erano risparmiate le case anche le persone erano risparmiate, ma è stato un attimo, cosa stia avvenendo nella città lo si legge negli scontri casa per casa, negli eccidi e nelle esecuzioni sommarie.

La Siria è l’ennesimo fallimento dell’ Onu e dell’enunciazione pomposa dei diritti dell’uomo, in fondo Sebrenitza è stato lo spartiacque tra verità e convenienze politiche. Da allora si è visto con maggiore chiarezza l’inadeguatezza, ma anche disegni, strategie contrapposte che fanno emergere i cinismi delle cancellerie. La parte del Mediterraneo che contiene la Siria è una polveriera, basti pensare che i confinanti della Siria sono la Turchia, Israele, il Libano, la Giordania, l’Iraq e poi i curdi, hezbollah, ecc. ecc. Forse per questo Hassad si sente sicuro e massacra il suo popolo, perché toccare la Siria è aprire il vaso di Pandora, ma altri, l’Arabia Saudita ad esempio, giocano partite pseudo religiose di rivalsa Sunnita su correnti Scite, aprono ferite. Francamente mi riesce difficile pensare che tutto sia uno scontro tra ortodossie islamiche, che le benedizioni e l’appoggio delle cancellerie, fornitura d’armi compresa, non siano in realtà una guerra combattuta in conto terzi, una specie di gioco a somma zero in cui alla fine si avrà un nuovo equilibrio che prescinde dal popolo, dalle persone, dalle aspirazioni. Se la Siria avesse il petrolio della Libia la questione sarebbe diversa, qui si giocano altre strategicità, quella degli oleodotti e dei gasdotti ad esempio, ma anche la partita infinita di Israele e dei suoi nemici, la vera questione medio orientale che non è mai voluto risolvere. 

Il cuore mi si stringe in questi ragionamenti, quando si pensa in termini di strategie gli uomini scompaiono e invece ho visto, conosciuto persone, sperimentato una tolleranza religiosa inconsueta, uno spirito levantino allegro, ospitale, pervaso di gentilezza. Se penso ad Aleppo sento il silenzio lugubre dell’occidente, sento il silenzio dei molti come me, che si sentono cosa, impotenti nel fare e quindi nel dire. La tristezza è poco in questi anni, la tristezza è impotenza bisognerebbe ricordarlo.

2 agosto

Le mattine iniziano in un inquietante cielo azzurro privo di nubi, il sonno si è consumato in artificiali raffrescamenti ed ora inizia il cammino tra aria calda, condizionamenti, aria rovente. Ma è mattino, i fantasiosi nomi delle ondate anticicloniche punteggiano i brevi riposi di chiacchere all’ombra dei portici. Non si sta ancora troppo male, i muri hanno addosso il fresco della notte, sono ancora amici: se l’aria non è gonfia d’aliti rotondi di calore, si può camminare senza sudare troppo.

Andare, lavorare, pensare. Lo facciamo tutti, non ci pensiamo più di tanto. E’ questione di essere in posto anziché in un altro e se siamo lì, il caso irrompe violento e muta chi prima del fatto, era immerso nella sua vita, nelle abitudini, nei pensieri usuali e di colpo lo espropria della sua realtà. Mi chiedo perché nasca una discontinuità così violenta, per noi che consideriamo la continuità come la freccia del tempo.  Del nostro tempo normale. Siamo noi sbagliati nelle sicurezze, precari che ricacciano il pensiero della precarietà?

Quel 2 agosto di 32 anni fa, seppi dall’ autoradio della strage alla stazione di Bologna, era caldo, intorno avevo la campagna bella del delta del Po. Correvo piano per godere di ciò che vedevo e tutto di colpo divenne marrone sporco di polvere e afa e angoscia. Mi fermai, nel bisogno di capire, di fare. A quei tempi sembrava sempre necessario reagire. Gli attacchi si percepivano come rivolti a tutti: bisognava esserci, essere uniti. Ci sentivamo un corpo, che pareva unico nei momenti gravi, con mille divisioni ed indifferenze, come adesso, solo più unito. Bisognava fare qualcosa, la piazza, il grido, il silenzio, la rabbia. Bisognava. Attorno c’erano campi di granoturco, pannocchie e segni di trebbiatura, stoppie. Vedevo il marrone, l’oro e il verde onnipresente, come se la natura fosse altro da noi, immersa nell’estate sua diversa dalla nostra: summertime.

Stamattina ho sentito una testimonianza che diceva: per dimenticare, per seppellire, abbiamo bisogno di verità. C’è qualcosa di ancestrale in questo perdono che si esercita a partire dal colpevole, non può esserci oblio senza giustizia, non può esserci giustizia senza verità. 

Non so perché l’estate eccitasse così tanto i golpisti e gli attentatori, era d’estate, per loro, che la coscienza sembrava ottundersi? Non capivano che così facendo, venivano rigate le coscienze, e segni indelebili restavano, tanto da reagire, reagire sempre? Comunque fosse, qualcuno che credeva nella morte, non nella vita, la progettava per insegnare ai vivi, la paura. Ed il coraggio, allora, era vivere con la paura, non soggiacerle, reagire.

Oggi si reagisce meno, forse non ce n’è bisogno, oppure ci siamo abituati a più sottili e molto meno cruente manipolazioni di libertà e verità. Ma di quegli anni, di quelle estati mi è rimasta l’inquietudine, la sensazione di essere oggi meno forte di allora, assieme al pensiero che la verità dev’essere chiesta da molti, incessantemente, per emergere, per fissare una memoria e solo poi seppellire un’epoca, un’ingiustizia atroce.

Oggi non è solo caldo, è il 2 agosto .

europa

A mezzogiorno, vicino alla fiera, c’erano 37 gradi ed un corteo di cosacchi con stivali, pantaloni larghi di panno e bluse lunghe, che si muoveva lungo il corso. Non distante, un gruppo di ragazze e donne meno giovani ancheggiava camminando, con gonne lunghe fino alle caviglie, a righine bianche sul beige, le bluse bianche avevano corsetti molto ricamati e molto colorati, cappelli bassi a cilindro e qualcuna portava  un velo che scendeva dal cappello. I visi e gli occhi erano stupendi, zigomi alti ed il taglio allungato delle palpebre si apriva su iridi nere, verdi, azzurre. M’han detto ch’erano, circasse.

La città è percorsa da 250 gruppi folcloristici europei, 4400 persone che vengono dall’Atlantico, dal Mediterraneo, dal mare del Nord fino agli Urali e al Caucaso, per l’Europeade. Si esibiscono ovunque, sia nei luoghi deputati, le piazze, i centri culturali, il prato della valle, sia per loro conto, perché gli prende la voglia di cantare, suonare, ballare. Stanotte, con un gruppo irlandese, pian piano ha cominciato a ballare la piazza, prima le ragazze degli altri gruppi (sono sempre prime le ragazze), poi i maschi, poi si sono uniti gli spettatori, poi gli extracomunitari che abitano in prato d’estate, poi i bambini e genitori. Una voglia incredibile di muoversi, nonostante il caldo, di ballare e cantare assieme, di battere le mani e ridere. I bambini, e non solo, erano felici ed eccitati.

A mezzanotte, quando è finito lo spettacolo, qualcuno ha tirato fuori una fisarmonica, altri una tromba ed un ritmo nato in due luoghi molto distanti si è riconosciuto, le mani hanno ritmato, le ragazze hanno sfilato le scarpe e ballato a piedi nudi.

Alla fine sorridevano anche i vigili e i poliziotti ed un corteo di persone si è avviato verso l’isola Memmia, al centro del Prato, per continuare sull’erba.

Guardandoli passare, vedendo le spalle che si muovevano, sembrava, ma era così, che il camminare fosse diventato danza e che il resto, tutto il resto, fosse davvero lontano.