tutti son buoni

Tutti son buoni a parlare della poesia della nebbia oppure  a parlar male di politica.

Tutti son buoni pure a capire gli amori che finiscono, se non sono i loro.

Tutti son buoni a indicare una soluzione spiacevole, se non li riguarda.

Vi lascio procedere da soli sulla capacità di starne fuori e di dare una mano alla comprensione, ma qualche volta il guardare e il vivere si saldano, diventano partecipazione, perché accade di rado?

Perché rinunciare ad essere poeti, se serve, incazzati e fattivi, se le cose non van bene (e pure quando van bene), educati ai sentimenti (questo è difficile davvero) quel tanto che dia senso alla sofferenza propria, se capita e la renda apprendimento per capire, per uscirne e non per annegare nel dolore senza sbocchi.

Non credo sia solo nostra responsabilità se ciò non accade. Possibile che il mondo proceda a sussulti e che solo talvolta, tutti escono convinti nella piazza, la speranza comune viene riaccesa, si capisce di essere in tanti simili e sopratutto, la sensazione di solitudine, scompare? Possibile che la normalità sia questa lunga sonnolenza sofferente, dove la sensazione d’essere soli predomina e la dimensione personale diviene l’angusta prigione del futuro?

Certo anche quando sembra che tutto debba cambiare, le storie personali restano, i destini si svolgono con le solite gioie e sofferenze, però è diverso. L’epicità di ciò che sta attorno invade il personale, vi faccio un esempio, ricordate la storia di Lara e del dottor Zivago? fuori dalla rivoluzione sarebbe stata non meno sofferta, ma più banale, meno importante per le stesse vite, in quel contesto, invece, spinte innanzi nella storia collettiva oltreché personale.

Quindi vivere in un contesto grande, usare la comprensione di quanto ci sta attorno e partecipare porta a vivere diversamente le vite. Non importa come, ma il sentirsi parte di qualcosa di più grande ci rende poeti per le nostre storie, induce il bello ad entrare. E il bello, con la sua luce, aiuta a trovare la dimensione di ciò che accade. Di ciò che ci accade.

Un detto cinese, nato in una società immota, augurava ai nemici di vivere in tempi interessanti, di subirne la durezza del cambiamento. Oggi, rovesciando l’augurio, ci si può augurare di vivere, partecipando, ai tempi interessanti, di esserne parte attiva, di mutare con essi in positivo.

ipocrisie

Ieri mattina così un giornale locale dava la notizia dell’arresto del consigliere laziale dell’Idv, Maruccio, con a fianco la pubblicità delle slot machines del casinò di Venezia. Tra l’altro proprietà del Comune, il casinò. Che dire, da un lato giustamente si mette in prigione una persona che ha rubato soldi pubblici, dall’altro si invita a giocare e a buttare il proprio denaro. Qualche anno fa, dal Veneto allora grondante benessere, nei giorni di minor presenza, partivano pullman di pensionati diretti a Nova Goriza: pranzo e spettacolo al Casinò con prima puntata gratis. Tra belle donne discinte e gioco la giornata, e la pensione, se ne andavano leggere. Una botta di vita, per uscire dal grigiore delle vite che si ripetono e in più ogni volta c’era la speranza di tornare milionari. Per i nipotini magari. Non è durata molto la storia, qualcuno cominciò a stigmatizzare, e forse i parenti a preoccuparsi. Meglio i vizi nostrani, le partite all’osteria, il bicchiere di vino in più. Solo che all’osteria stavano arrivando i video poker, non occorreva andare in Slovenia, si giocava in casa. E il fiume di denaro ha cominciato ad affluire in macchine così stupide che solo la fortuna può ammansirle. Non certo lo stato biscazziere, che si è fatto soffiare la “percentuale” dalle società che gestiscono il giro delle macchinette: 98 miliardi di multa per reati vari, poi ridotti a 2 miliardi. Avete letto bene erano miliardi di euro da incassare, l’equivalente di tre finanziarie, il 5% del debito. Can no magna can, dicono da queste parti. E’ il lato oscuro dello stato, quello che non si cura se i suoi cittadini vanno in rovina, che legalizza ciò che dovrebbe vietare in cambio di una percentuale. Ipocrisie. Strano che queste leggi non ricevano le severe reprimente di chi è attento alla morale del paese, basterebbe vedere quante persone, e famiglie, vengono rovinate dal gioco legale.  Ma si preferisce che i vizi che non si eradicano meglio paghino una tassa.

Anche con tabacco ed alcol, funziona così, piccole pratiche trasgressive che si tamponano con le scritte sui pacchetti, o le multe dell’etilometro. Strano lo stato che spende milioni in campagne pubblicitarie per la buona salute dei cittadini ed al tempo stesso, lucra sulla vendita di ciò che può essere causa di malattia. E forse meno strano lo stato che persegue il contrabbando che di fatto provoca lui stesso con le tasse sul tabacco e sull’alcol?

Strano e discretamente ipocrita, con pesi e misure diversi a seconda dell’oggetto che deve regolamentare, è non di rado etico nel momento in cui regola una fecondazione assistito o il fine vita, molto permissivo quando si occupa di possibili minacce alla vita stessa.

Ma se gli uomini sono contraddittori, può lo stato che li contiene essere da meno? 

un uomo dappoco

La dualità comunicativa che tutti abbiamo: vivere nella società, parteciparvi (chi più chi meno), e il tornare a sé, alle piccole grandi cose che fanno le vite, sono bene evidenti. Nell’esaminare ciò che si è fatto e non si rifarebbe, subentra un senso di socialità (può essere buona o cattiva la socialità), che può dire rivolto ad altri: non fare, ti brucerai. Oppure un piegare di labbra che testimonia il cinismo (se questo ha preso il sopravvento): devi provare, scottarti, poi anche tu, come me, finirai nella tristezza di ciò che non è stato.

I grandi (?) si dolgono di quello che hanno fatto ben più di quello che non hanno fatto. Ovvero di ciò che è stato e non di ciò che sarebbe potuto essere. Allora, capendolo, il mondo dell’impossibilità a fare adeguatamente si chiude (oppure si apre all’introspezione?) negli orizzonti delle piccole vite. Non ci sarà il sangue che circola veloce, che palpita nella sensazione che si è nel cambiamento e ribolle con esso, non più il vociare interiore ed esteriore che coincidono come fosse una corsa che arrossa le guance e fa luccicare gli occhi di futuro, non più il respiro lento e possente del mondo che muta e risuona nelle orecchie, ansito di bestia, che domata si offre. Non più e allora? Van bene le distratte notizie di giornale, artefatti anziché antefatti, cose che hanno l’agrodolce della mistificazione consapevole, come il piacere che nel farsi finisce, se non ha un suo destino. In questa vigilia di cambiamento del mondo, al più devo decidere cosa mettermi per apparire e non stracciarmi nel coinvolgimento, nella rivoluzione dell’essere dentro al mutare, nella battaglia, che vinta o persa che sia, è vitale. Sarà che le cose sono, e sembrano, piccole, un comico prenderà il posto di un barzellettiere, un giovane buon conoscitore delle strade del potere vuol prendere il posto di un maturo buon mediatore, un indistinto sovrapporsi di nomi che contano (e che contano mai?), configura il ventre grasso e molle del perbenismo che lascia a ciascuno fare ciò che vuole, basta non si veda. Il centro il peggior chakra ci sia. Cosa c’è di emozionante in tutto questo, se non che quest’arena è pur sempre il luogo in cui decidere se essere spettatori o gladiatori.

Un modo alto di alzare la schiena e il braccio ed armarli della forza di mutare è quello di avere un’idea grande di tutti e di sé, invece se è il sé che prevale, per quanto grande sia, al più stimola il sorriso, o il dileggio, nei tutti. E’ questo il senso micidiale del relativo che ci ha colpiti? E’ da qui che tutto sembra diventato eguale e quando qualcuno, anch’io, si ostina a dire che non è vero, che la diversità, il meglio, esiste, emergono quelle indistinte litanie di fatti, fatterelli, non importa se veri o verosimili, incontrovertibili per stanchezza di ribattere, e che puntano ad un’unica conclusione: sono tutti uguali. Non siamo tutti uguali. Se siamo tutti uguali, come distinguere lo scarico dal robinetto, l’acqua dal refluo. 

Sarà così, per stanchezza o ignavia o superficialità, che nascono le abitudini che invadono e chiudono le nostre vite nella ripetitività, nel pascolo dei pubblicitari e degli esperti di marketing, sarà così che il vicino che soffre diventa un dato statistico e nella testa nostra soffre meno, che chi può, sbarra la porta di casa, che conta quello che ha, ed aspetta. Ho un pensiero che apparentemente sembra incongruo, ovvero che senza rivoluzioni e socialità l’economia langue, si avvita nella povertà del ripetitivo, che se la difficoltà, la sofferenza si chiude nel privato e non diventa palingenesi partecipata, il cercare i piccoli equilibri dello stare meno peggio, condanna ad esistenze senza costrutto. Vuote di respiro.

Non osare subito, quello verrà in un dopo molto prossimo, ma iniziare respirando. Respirare l’aria che non è solo nostra, che ha dentro un po’ dello scambio cuore polmoni di chi abita la casa, il quartiere, la città, il mondo.

un uomo dappoco non vive in casa,

non gli basta il lavoro per sognare,

per questo siede sulla panchina,

studia i piccioni ed ama gli uomini,

i passi rumorosi nel ghiaino,

un volare silente d’aquiloni.

Lì, nell’aria, sono i fiori che non ha piantato,

i libri che non ha scritto,

e un canticchiare di melodie 

di lingue sconosciute,

nella luce che cala,  

un brivido di freddo lo percorre,

è la stagione, dirà,

la stessa di me e di te.

città metropolitana

Case piantate ovunque, giavellotti scagliati da giganti senza cervello. Solo la forza del denaro che piega il potere e il bene possibile, traccia strade da riempire d’auto, chiude vicoli e porte e giardini.

La città s’espande per sbadigli di noia, così non s’aiuta un umore di fiducia comune: come cresceremo noi e i nostri figli?

Platani maestosi, piantati da chi viveva dentro i bastioni, si chinano verso auto indifferenti a tutto: i guidatori trattano con equità tramonti e semafori e tra poco faranno poltiglia di spoglie d’albero. Alla prima tramontana di settembre, foglie e piccoli rami si staccheranno sibilando verso cofani appena lavati. Ad indifferenza si risponde con distacco e nei cumuli che ostruiscono le grate dei tombini ci sarà solo l’attesa di vendette beffarde d’acqua autunnale. Fate, fate poi si vedrà.

l’impotenza e la rabbia

Non so quanti operai frequentino la rete, abbiano un blog, raccontino le loro storie. 

Ieri a Roma c’erano gli operai dell’Alcoa, sardi, arrabbiati, senza fiducia dopo promesse infinite. L’Alcoa è uno spaccato del paese, non tutto il paese, ma una parte importante. E’ quella parte di territorio avvelenato dove ci si attacca a un posto di lavoro che toglie la salute, ma non c’è altro e in questi posti si pensa che toccherà a qualcun’altro ammalarsi, forse, a qualcuno che non si conosce e che, comunque, la miseria è peggiore. Quel forse regge una vita, tante vite, e hanno ragione, non è compito degli operai risolvere i problemi economici, fare i piani industriali.

Stamattina dicevano, ma lo dicevano anche ieri e un anno fa, che manca un piano industriale per l’Italia. Strano che sia così per il secondo paese manifatturiero e industriale d’Europa, eppure se ci si pensa tanta insensatezza qualche ragione la deve pur avere. Non è questione d’intelligenza, ma d’interesse, a qualche potere interessa che un piano non ci sia. Quelli che urlavano ai comizi degli anni ’90, più mercato e meno stato, hanno poi vinto, e ora? Bisogna pur dirlo che se non li salva lo stato gli operai dell’Alcoa non li salva nessuno. E qui si apre un tema che l’economia capitalista non considera, come non considera il territorio, ovvero quanto vale il lavoro, quanto conta la società? Nessuno può essere obbligato a investire in perdita, ma perché l’energia elettrica costa così tanto in una regione, la Sardegna, che consuma un terzo di quanto produce?

L’assenza di obbiettivi, di impegni comuni è un aiuto alla delocalizzazione, al disimpegno. L’alluminio si fa in tutto il mondo, ma per farlo  serve molta energia a buon mercato perché è un divoratore di energia e non farlo ci consegna nelle mani di chi poi farà il prezzo. Bisogna farlo in Italia e servono tecnologie avanzate perché oltre che energivoro, il processo inquina sia l’aria che il terreno. Non è difficile, ma per produrre in modo green bisogna investire, per abbassare i costi, bisogna investire, se il privato non investe chi dovrebbe farlo?

Il prezzo dei metalli lo fanno i paesi a basso costo del lavoro e dell’energia, questo è uno degli elementi che rendono meno equo il mondo e lo stesso vale per l’acciaio dell’Ilva, per le materie plastiche, per tutte le lavorazioni di base che originano materie prime.  Ma qui mi fermo perché annoia l’economia delle chiusure, della disoccupazione. Molti di quelli che scrivono partono da altri presupposti, da altri bisogni. Forse un terreno comune per giovani, e meno giovani, è la precarietà, ma la precarietà di un operaio 50 enne è diversa, non meno dolorosa, di quella di un giovane, così neppure lo stesso linguaggio accomuna.

Eppure senza un paese che sia interconnesso, sociale ed organizzato, che produca merci, sia attrattivo per il turismo, che abbia una buona agricoltura, una burocrazia che faccia funzionare le cose e non le fermi, senza tutto questo non si uscirà da nessuna crisi, non ci sarà competizione vincente, si continuerà a barattare la salute con il lavoro.

E non basterà. Come non basta la rabbia, perché il male è l’impotenza, ecco bisogna uscire dall’impotenza, ribadire valori comuni, farli veri. Il lavoro senza malattia, è uno di questi. Forse il principale.

il pieno

Al distributore dell’Eni, modalità iperself (chissà che vorrà dire?), c’è una lunga coda per fare il pieno. Auto, moto, qualcuno è venuto a piedi con una tanica: è l’ultimo week end di offerta. Una specie di saldo di ciò che eravamo un mese fa, quando quei prezzi per il carburante ci sembravano già alti ed inconcepibili.

Qui, c’è la varia umanità che rispecchia la crisi che coinvolge oltre i numeri, oltre il ragionamento: basta pensare che sia una svendita e ci si mette in attesa. Non è così, basterebbe capire che i pochi euro di differenza di un pieno, non cambiano la sostanza delle cose, che il problema è ben più grande, ma siamo qui, in fila. Preferiamo attendere.

Quanto siamo manipolabili e abituati a guardare il dito e non la luna. Non è questione di sviluppare nuove rabbie, ma discernere, capire cosa accade davvero e cosa fa male. Ecco, credo non ci sia la percezione del danno. Forse perché non c’è un obbiettivo da raggiungere, un cambiamento importante da verificare. Così ci si accontenta di promesse a breve e intanto ci si arrabatta, ma non sarebbe lo stesso vivere il quotidiano ed avere un ideale alto, che permetta di protestare e collegare il prezzo della benzina alla vita, o al lavoro precario, o al futuro che vorremmo?

Troppa fatica forse, è più facile mettersi in coda per fare un pieno e poi andarsene con l’idea che così si è un po’ superata la crisi, che può andare meglio. La fiducia comunque è positiva, ma ho l’impressione che senza qualche impegno più grande, ci resteranno solo piccole furbe felicità da pieno di carburante.

dovrei

Dovremmo lasciar svolgere le nostre vite, ascoltare il buono che ne viene,

parlare anche con il silenzio, e pensare con forza a chi si vuol bene,

togliere ogni consuetudine che divenga falsità,

astenersi dai luoghi comuni perché il cuore trovi parole nuove, inusate, assieme a musiche senza tempo,

riconoscere la propria e l’altrui unicità, far leggerezza di sé e accettare di sparire quand’è ora,

essere malinconici e cercare le emozioni lievi per riempirsi la vita,

non aver fretta d’essere ascoltati con l’attenzione che vorremmo,

accettare di essere sorpresi, capiti,

ascoltare il corpo quando parla. 

chi sarà il nostro Steinbeck?

Chi sarà il nostro Steinbeck, il Dos Passos o il John Fante di questo paese che frana? Chi sarà il Volponi, il Levi, o l’Ottieri?

Oggi, in sovrappiù rispetto al ’29, agli anni ’50, anche lo Stato è in crisi. Tutti in depressione, senza orizzonte a breve. Solo le banche ballano mentre oscilla il mondo. 

Chi descriverà tutto questo, se abbiamo perso gli operai, e non ne ha parlato nessuno. Chi parlerà, illuminerà, lascerà traccia d’un mondo che si è sbriciolato senza domande? Senza troppe domande, perché la classe media aveva troppo orgoglio per accorgersi che ne prendeva il posto e diventava proletariato. Ma proprio da quella classe media venivano, vengono gli scrittori che parlano d’altro. Forse non sanno e non vedono, oppure non sentono. Neppure dei loro vicini parlano, parlano di un mondo di pochi, un sogno che dovrebbe essere di molti.

E allora chi parlerà dei giorni uguali? Del lusso della noia, dei residui d’una generazione di reduci vissuta di ricordi e di voraci sogni. Mancano le strade di periferia, lì dove si staccavano gli operai dagli impiegati, chi parlerà delle case al mare, delle aziende che chiudono in silenzio, degli appartamenti dove si vive, venduti per pagare i conti? Chi scriverà per gli e book e per gli editori di carta, sapendo che proprio il loro mondo è fuori della realtà?

Meglio il fantasy, meglio il ricordo, meglio la thriller story, meglio il relativo, i lustrini, lo sport, l’intimismo. Meglio. Passerà. Meglio parlar d’altro.

Non resterà traccia. Non abbiamo Steinbeck, e neppure Fante, certamente non Tondelli, Levi, Calvino o Pavese. Forse non va troppo male. Non ancora.

contro la narrazione

La parola narrazione mi suscita moti di stizza, ripulsa.

Capisce la parola?

Tutti narriamo, l’abbiamo sempre fatto, ma non abbiamo inventato un genere; a volte spieghiamo, a volte ricordiamo, a volte raccontiamo quello che sembra verosimile, che suona bene. Ecco, credo che la narrazione quando diventa genere, si alimenti soprattutto del terzo genere, intrisa com’è di sentimento e fatti. Più sentimento che fatti e quest’ultimi, piegano il reale.

Non mi piace la narrazione pubblica, mi piace l’invettiva, il j’accuse. Se si parla di camorra, di mafia o della banda della magliana, bisogna evitare il genere letterario, oppure considerarlo tale, far capire che la realtà fa male, perché il pericolo di normalizzazione diventa enorme, come pure quello dell’emulazione. Ci sono t-shirt, felpe, cappellini generati dalla narrazione, idee conformi che non toccano la radice dei fatti, ovvero che l’illegalità è un male profondo, personale e sociale, che l’illegalità genera illegalità e sofferenza, ma soprattutto che l’illegalità è intollerabile.

C’è un limite al racconto ed è quello oltre il quale subentrano i fatti, i nuovi fatti. Si usa molto un’altra parola, che m’infastidisce, spesso legata a narrazione: civile. Coscienza, cerimonia, orazione, società, narrazione, ecc. come se il resto fosse un mondo a parte, non civile. Io credo che le grandi storie, le persone che l’hanno vissute non siano santi civili, sono le urne dei forti del Foscolo, ciò che illumina la notte, ma qui sotto ci siamo tutti con la necessità di vedere chiaro, di distinguere, di schierarci.

Adesso infuria la narrazione civile, credo facciano un po’ i furbi, il discrimine è lieve, la tentazione della nicchia calda, forte; bisogna stare al di qua, comportarsi.

Capisce la parola?  Comportarsi di conseguenza.

Non abbiamo bisogno di santi civili, abbiamo bisogno di comportamenti generalizzati che sorreggano i soldati in prima linea. Chi racconta le retrovie, le storie di ordinaria umanità di Napoli o Casal di Principe, chi sostiene oggi i successori di Peppino Impastato, o di Ambrosoli? Prendo Loro ad esempio, ma, in testa, tutti abbiamo i nomi dei caduti in prima linea, molti ce li siamo dimenticati perché sono stati troppi e perché nessuno li ha santificati, fossero giudici, parlamentari, poliziotti, giornalisti, persone per bene. Anche per le medaglie d’oro c’è una narrazione che piega i fatti ai sentimenti.

In questi giorni c’è il programma di Saviano e Fazio, l’ho visto a tratti, è un programma televisivo, non diamogli un significato eccessivo, se fosse due volte alla settimana per 6 mesi, dopo il primo mese lo guarderebbero in pochi. I soliti, quelli che pensano in un certo modo, e perdonano le ripetizioni, cercano ragioni.

C’è un bisogno forte di segni, di unghiate, cose che la narrazione racconta con dita di velluto. Se Grillo fosse in tv, e non sulle piazze dove anche i pidiellini lo vanno a sentire, sarebbe meno della Gabanelli.

Vi siete mai chiesti perché la narrazione rappresenta il limite dell’impotenza? Perché il potere è più forte oppure perché la narrazione, indigna quietamente, attiva quel senso di sdegno che spinge più ad astenersi che a fare ? La mia risposta è sulla seconda opzione.

La sinistra soffre di un complesso di castrazione culturale e informativa che ai tempi del PCI non aveva. Strano vero? Se si narrasse di meno ed accusasse di più, il suo popolo si sentirebbe meno solo, con il suo bisogno di allegria, di obbiettivi e politica, di entusiasmi, di commozione. Per questo la narrazione non serve al cambiamento se non quando diventa carne e sangue del fare, dell’esserci, del partecipare.

Con la narrazione Dreifus sarebbe ancora in galera e Zola avrebbe una rubrica su le Figarò.

Capisce il concetto?

correre con l’animale

Si snoda il racconto di una storia oscura, dice di cose evidenti, ma parla anche d’altro, di un sottofondo che la sorregge e non emerge. E’ una di quelle storie che non si capiscono bene, estratta dal fondo melmoso che ciascuno si porta dentro. Sembra semplice, ed invece è complessa, fatta com’è d’ un malessere che ha più nomi: quello contingente, ed è ciò che viene vissuto, ed altri nomi apparentemente più lontani. Reminiscenze, sorta d’ aliti di antichi pasti mai conclusi, che fanno capolino e sembrano non c’entrare. Difficile dar loro nome perché sono storie parallele all’esterno, vicende apparentemente già terminate e che si annodano in chi racconta. Semmplicemente ci sono e confluiscono tutti nello star a disagio con sé. Questo è il sentirsi vero, ed il racconto cerca di dare evidenza ad una serie di fatti, parla di particolare e di generale assieme, e prova, con fatica, a mettere assieme ciò che è distante e si dovrebbe davvero cambiare, con quello che è più vicino e pare avere decisioni semplici. Ma esiste una decisione che riguardi profondamente e che sia davvero semplice?

In fondo il racconto è ricco di quelle richieste di intuizione che generano puntini che attendono nomi. Ed in quei puntini c’è la misura della richiesta di partecipazione, sono piccoli-grandi vuoti che si generano quasi da soli per far capire che il racconto è ben più complesso dell’evidenza. L’evidenza è una ferita che deve essere ripulita, suturata, ma il motivo per cui si è generata è anche in quelle sospensioni. Il racconto è un processo curativo, prima che salvifico, e come ogni cura mette in discussione il rapporto con il medico, ci si deve fidare e la comprensione è richiesta con la parola, e il silenzio. Anche il pensarci, senza la proposta di una soluzione, va bene, ciò che urta è la proposta facile che dice: bisogna cambiare per star bene. Per questo non serve un racconto, chi racconta sa che non va bene e sta cercando con fatica una via d’uscita.

La meccanica semplice ed oscura, è fatta di racconto, ascolto, reazione, e se l’ascolto è giudicato insufficiente, a questo punto confluisce in una chiusura-reazione.

La difficoltà raccontata, è di quelle profonde, un malstare da scelte in gestazione, oppure da scelte che non verranno prese, ma che comunque interferiscono fortemente con il concetto di star bene.  E’ eccessivo pretendere attraverso un racconto una svolta, chi parla lo sa, e forse quello che vuole questo raccontare è un aiuto a decidere fatto di partecipazione e rispetto, una comprensione della difficoltà, non una soluzione. Ciò che il racconto della difficoltà d’essere, narra, ovvero il capire la ferita e il suo legame con altro.

Il limite della parola è questo, pensare che questa sia in grado di rappresentare davvero il malessere, oltre la partecipazione  empatica di chi ascolta. E’ il limite dell’analisi che si esaurisce nella parola, senza una nuova storia da scrivere, e chi racconta si chiude nel momento in cui sente l’ascolto come non adeguato al dolore e alla sua complessità. Mentre sa benissimo che la semplicità sarà fatta di molti nodi da sciogliere con difficoltà, e per questo rifiuta il consiglio, e vuole la partecipazione, magari silente.  Un effetto del racconto può essere l’aggressività, ovvero la reazione che ribalta sull’altro l’insufficienza. In sostanza ci si chiede con rabbia perché non capisce e lo si traduce nel vedere la sua fragilità: ma tu che sei debole come me, come puoi avere le idee chiare? Se tu stesso stai male, mi stai parlando di ciò che ti infastidisce nel mio malessere, quando mi proponi soluzioni apparentemente facili? E perché non le applichi su di te?

Quando scatta questo meccanismo di reazione, può esserci solo la rivalsa, a volte la rabbia che fa dire parole eccessive che parlano d’altro e poi il ritirarsi verso la coscienza che è difficile uscirne se non attraverso se stessi, ed allora il senso di solitudine è grande.

Controllare il balzo della bestia, ammansirla, convivere, è un mantra. Dal racconto, fattosi soliloquio muto, sembra emergere un tentativo di conclusione: correre con l’animale, riconoscerne il senso del pelo, capirlo senza la pretesa di esaurirlo. Ma è un tentativo, perché anche da soli, il racconto è sempre un dialogo a più uscite e soluzioni-