un uomo dappoco

La dualità comunicativa che tutti abbiamo: vivere nella società, parteciparvi (chi più chi meno), e il tornare a sé, alle piccole grandi cose che fanno le vite, sono bene evidenti. Nell’esaminare ciò che si è fatto e non si rifarebbe, subentra un senso di socialità (può essere buona o cattiva la socialità), che può dire rivolto ad altri: non fare, ti brucerai. Oppure un piegare di labbra che testimonia il cinismo (se questo ha preso il sopravvento): devi provare, scottarti, poi anche tu, come me, finirai nella tristezza di ciò che non è stato.

I grandi (?) si dolgono di quello che hanno fatto ben più di quello che non hanno fatto. Ovvero di ciò che è stato e non di ciò che sarebbe potuto essere. Allora, capendolo, il mondo dell’impossibilità a fare adeguatamente si chiude (oppure si apre all’introspezione?) negli orizzonti delle piccole vite. Non ci sarà il sangue che circola veloce, che palpita nella sensazione che si è nel cambiamento e ribolle con esso, non più il vociare interiore ed esteriore che coincidono come fosse una corsa che arrossa le guance e fa luccicare gli occhi di futuro, non più il respiro lento e possente del mondo che muta e risuona nelle orecchie, ansito di bestia, che domata si offre. Non più e allora? Van bene le distratte notizie di giornale, artefatti anziché antefatti, cose che hanno l’agrodolce della mistificazione consapevole, come il piacere che nel farsi finisce, se non ha un suo destino. In questa vigilia di cambiamento del mondo, al più devo decidere cosa mettermi per apparire e non stracciarmi nel coinvolgimento, nella rivoluzione dell’essere dentro al mutare, nella battaglia, che vinta o persa che sia, è vitale. Sarà che le cose sono, e sembrano, piccole, un comico prenderà il posto di un barzellettiere, un giovane buon conoscitore delle strade del potere vuol prendere il posto di un maturo buon mediatore, un indistinto sovrapporsi di nomi che contano (e che contano mai?), configura il ventre grasso e molle del perbenismo che lascia a ciascuno fare ciò che vuole, basta non si veda. Il centro il peggior chakra ci sia. Cosa c’è di emozionante in tutto questo, se non che quest’arena è pur sempre il luogo in cui decidere se essere spettatori o gladiatori.

Un modo alto di alzare la schiena e il braccio ed armarli della forza di mutare è quello di avere un’idea grande di tutti e di sé, invece se è il sé che prevale, per quanto grande sia, al più stimola il sorriso, o il dileggio, nei tutti. E’ questo il senso micidiale del relativo che ci ha colpiti? E’ da qui che tutto sembra diventato eguale e quando qualcuno, anch’io, si ostina a dire che non è vero, che la diversità, il meglio, esiste, emergono quelle indistinte litanie di fatti, fatterelli, non importa se veri o verosimili, incontrovertibili per stanchezza di ribattere, e che puntano ad un’unica conclusione: sono tutti uguali. Non siamo tutti uguali. Se siamo tutti uguali, come distinguere lo scarico dal robinetto, l’acqua dal refluo. 

Sarà così, per stanchezza o ignavia o superficialità, che nascono le abitudini che invadono e chiudono le nostre vite nella ripetitività, nel pascolo dei pubblicitari e degli esperti di marketing, sarà così che il vicino che soffre diventa un dato statistico e nella testa nostra soffre meno, che chi può, sbarra la porta di casa, che conta quello che ha, ed aspetta. Ho un pensiero che apparentemente sembra incongruo, ovvero che senza rivoluzioni e socialità l’economia langue, si avvita nella povertà del ripetitivo, che se la difficoltà, la sofferenza si chiude nel privato e non diventa palingenesi partecipata, il cercare i piccoli equilibri dello stare meno peggio, condanna ad esistenze senza costrutto. Vuote di respiro.

Non osare subito, quello verrà in un dopo molto prossimo, ma iniziare respirando. Respirare l’aria che non è solo nostra, che ha dentro un po’ dello scambio cuore polmoni di chi abita la casa, il quartiere, la città, il mondo.

un uomo dappoco non vive in casa,

non gli basta il lavoro per sognare,

per questo siede sulla panchina,

studia i piccioni ed ama gli uomini,

i passi rumorosi nel ghiaino,

un volare silente d’aquiloni.

Lì, nell’aria, sono i fiori che non ha piantato,

i libri che non ha scritto,

e un canticchiare di melodie 

di lingue sconosciute,

nella luce che cala,  

un brivido di freddo lo percorre,

è la stagione, dirà,

la stessa di me e di te.

l’impotenza e la rabbia

Non so quanti operai frequentino la rete, abbiano un blog, raccontino le loro storie. 

Ieri a Roma c’erano gli operai dell’Alcoa, sardi, arrabbiati, senza fiducia dopo promesse infinite. L’Alcoa è uno spaccato del paese, non tutto il paese, ma una parte importante. E’ quella parte di territorio avvelenato dove ci si attacca a un posto di lavoro che toglie la salute, ma non c’è altro e in questi posti si pensa che toccherà a qualcun’altro ammalarsi, forse, a qualcuno che non si conosce e che, comunque, la miseria è peggiore. Quel forse regge una vita, tante vite, e hanno ragione, non è compito degli operai risolvere i problemi economici, fare i piani industriali.

Stamattina dicevano, ma lo dicevano anche ieri e un anno fa, che manca un piano industriale per l’Italia. Strano che sia così per il secondo paese manifatturiero e industriale d’Europa, eppure se ci si pensa tanta insensatezza qualche ragione la deve pur avere. Non è questione d’intelligenza, ma d’interesse, a qualche potere interessa che un piano non ci sia. Quelli che urlavano ai comizi degli anni ’90, più mercato e meno stato, hanno poi vinto, e ora? Bisogna pur dirlo che se non li salva lo stato gli operai dell’Alcoa non li salva nessuno. E qui si apre un tema che l’economia capitalista non considera, come non considera il territorio, ovvero quanto vale il lavoro, quanto conta la società? Nessuno può essere obbligato a investire in perdita, ma perché l’energia elettrica costa così tanto in una regione, la Sardegna, che consuma un terzo di quanto produce?

L’assenza di obbiettivi, di impegni comuni è un aiuto alla delocalizzazione, al disimpegno. L’alluminio si fa in tutto il mondo, ma per farlo  serve molta energia a buon mercato perché è un divoratore di energia e non farlo ci consegna nelle mani di chi poi farà il prezzo. Bisogna farlo in Italia e servono tecnologie avanzate perché oltre che energivoro, il processo inquina sia l’aria che il terreno. Non è difficile, ma per produrre in modo green bisogna investire, per abbassare i costi, bisogna investire, se il privato non investe chi dovrebbe farlo?

Il prezzo dei metalli lo fanno i paesi a basso costo del lavoro e dell’energia, questo è uno degli elementi che rendono meno equo il mondo e lo stesso vale per l’acciaio dell’Ilva, per le materie plastiche, per tutte le lavorazioni di base che originano materie prime.  Ma qui mi fermo perché annoia l’economia delle chiusure, della disoccupazione. Molti di quelli che scrivono partono da altri presupposti, da altri bisogni. Forse un terreno comune per giovani, e meno giovani, è la precarietà, ma la precarietà di un operaio 50 enne è diversa, non meno dolorosa, di quella di un giovane, così neppure lo stesso linguaggio accomuna.

Eppure senza un paese che sia interconnesso, sociale ed organizzato, che produca merci, sia attrattivo per il turismo, che abbia una buona agricoltura, una burocrazia che faccia funzionare le cose e non le fermi, senza tutto questo non si uscirà da nessuna crisi, non ci sarà competizione vincente, si continuerà a barattare la salute con il lavoro.

E non basterà. Come non basta la rabbia, perché il male è l’impotenza, ecco bisogna uscire dall’impotenza, ribadire valori comuni, farli veri. Il lavoro senza malattia, è uno di questi. Forse il principale.

il pieno

Al distributore dell’Eni, modalità iperself (chissà che vorrà dire?), c’è una lunga coda per fare il pieno. Auto, moto, qualcuno è venuto a piedi con una tanica: è l’ultimo week end di offerta. Una specie di saldo di ciò che eravamo un mese fa, quando quei prezzi per il carburante ci sembravano già alti ed inconcepibili.

Qui, c’è la varia umanità che rispecchia la crisi che coinvolge oltre i numeri, oltre il ragionamento: basta pensare che sia una svendita e ci si mette in attesa. Non è così, basterebbe capire che i pochi euro di differenza di un pieno, non cambiano la sostanza delle cose, che il problema è ben più grande, ma siamo qui, in fila. Preferiamo attendere.

Quanto siamo manipolabili e abituati a guardare il dito e non la luna. Non è questione di sviluppare nuove rabbie, ma discernere, capire cosa accade davvero e cosa fa male. Ecco, credo non ci sia la percezione del danno. Forse perché non c’è un obbiettivo da raggiungere, un cambiamento importante da verificare. Così ci si accontenta di promesse a breve e intanto ci si arrabatta, ma non sarebbe lo stesso vivere il quotidiano ed avere un ideale alto, che permetta di protestare e collegare il prezzo della benzina alla vita, o al lavoro precario, o al futuro che vorremmo?

Troppa fatica forse, è più facile mettersi in coda per fare un pieno e poi andarsene con l’idea che così si è un po’ superata la crisi, che può andare meglio. La fiducia comunque è positiva, ma ho l’impressione che senza qualche impegno più grande, ci resteranno solo piccole furbe felicità da pieno di carburante.

Aleppo

Poco più d’un anno fa ero ad Aleppo. Arrivavo dopo aver attraversato la Giordania e la Siria. Arrivare m’aveva dato la sensazione della prossimità d’un porto dalla parte del mare, un’onda calda e dolce che portava a terra, dopo tanto vedere, sentire, ammirare. Era un luogo che accoglieva, prima che una città bellissima, come aveva accolto per migliaia d’anni pellegrini, conquistatori, religioni, lingue, civiltà.

Nei luoghi ricchi di passato le civiltà si sovrappongono, ad Aleppo si incastrano e la tolleranza diventa un modo d’essere inclusivo. Ebrei, cristiani, musulmani vivono secondo le loro regole eppure accanto, lavorano nel souk in botteghe vicine, ti parlano tutti nello stesso italiano stereotipato, hanno la stessa gentilezza: sono tutti siriani.

E’ la sensazione che si respira nelle case di pietre squadrate e scolpite, nei patii interni rivestiti di cedro del Libano, sotto le tende dei negozi che riempiono l’aria di profumo di fiori essicati, sapone, spezia. Ne parlo al presente perché la mia testa si rifiuta di pensare che sia tutto distrutto e cerco di riconoscere i luoghi che ho conosciuto dai telegiornali, ma vedo cumuli di pietre, corpi, uomini che sparano. Il non riconoscere mi dà speranza che non tutto sia perduto, che finisca presto e la vita ritorni ad essere consueta, lenta, come l’ho vista nei caffè, nelle strade, tra le case. Ho letto che il quartiere antico è stato risparmiato dai bombardamenti, che forse anche il castello non era stato bombardato, mi ha preso una sensazione  di sollievo, perché se erano risparmiate le case anche le persone erano risparmiate, ma è stato un attimo, cosa stia avvenendo nella città lo si legge negli scontri casa per casa, negli eccidi e nelle esecuzioni sommarie.

La Siria è l’ennesimo fallimento dell’ Onu e dell’enunciazione pomposa dei diritti dell’uomo, in fondo Sebrenitza è stato lo spartiacque tra verità e convenienze politiche. Da allora si è visto con maggiore chiarezza l’inadeguatezza, ma anche disegni, strategie contrapposte che fanno emergere i cinismi delle cancellerie. La parte del Mediterraneo che contiene la Siria è una polveriera, basti pensare che i confinanti della Siria sono la Turchia, Israele, il Libano, la Giordania, l’Iraq e poi i curdi, hezbollah, ecc. ecc. Forse per questo Hassad si sente sicuro e massacra il suo popolo, perché toccare la Siria è aprire il vaso di Pandora, ma altri, l’Arabia Saudita ad esempio, giocano partite pseudo religiose di rivalsa Sunnita su correnti Scite, aprono ferite. Francamente mi riesce difficile pensare che tutto sia uno scontro tra ortodossie islamiche, che le benedizioni e l’appoggio delle cancellerie, fornitura d’armi compresa, non siano in realtà una guerra combattuta in conto terzi, una specie di gioco a somma zero in cui alla fine si avrà un nuovo equilibrio che prescinde dal popolo, dalle persone, dalle aspirazioni. Se la Siria avesse il petrolio della Libia la questione sarebbe diversa, qui si giocano altre strategicità, quella degli oleodotti e dei gasdotti ad esempio, ma anche la partita infinita di Israele e dei suoi nemici, la vera questione medio orientale che non è mai voluto risolvere. 

Il cuore mi si stringe in questi ragionamenti, quando si pensa in termini di strategie gli uomini scompaiono e invece ho visto, conosciuto persone, sperimentato una tolleranza religiosa inconsueta, uno spirito levantino allegro, ospitale, pervaso di gentilezza. Se penso ad Aleppo sento il silenzio lugubre dell’occidente, sento il silenzio dei molti come me, che si sentono cosa, impotenti nel fare e quindi nel dire. La tristezza è poco in questi anni, la tristezza è impotenza bisognerebbe ricordarlo.

la novità della crisi

L’unica vera novità di questi anni è la crisi e pur non sprecando l’aggettivo epocale, credo che questa modificherà profondamente il mondo così come l’abbiamo conosciuto.  Ma qual’è la percezione della crisi? Di essa si vedono gli epifenomeni, gli effetti, e di questi, moltissimi dolorosi, incidono sulla carne vera della persone. Se fossi la Fornero, non dormirei la notte pensando che 370.000 famiglie, per una convinzione opinabile, sono private di reddito, beffate, impoverite e che nel frattempo non solo non si fa nulla per riparare a quell’ “errore” per non toccare principi, ma ben altre spese non vengono minimamente toccate. Basterebbe un bombardiere in meno per sanare tutti gli esodati e ne avanzerebbe per qualcos’altro.

Ma il sonno della Fornero ci riguarda poco, mentre questa vicenda è un’ingiusta interpretazione della crisi, non una sua conseguenza diretta. Però altre sono le conseguenze che riguarderanno tutti e si faranno sentire, cambiando il mondo come l’abbiamo conosciuto: i nuovi modi di produrre, ad esempio, la marginalizzazione delle aree locomotiva del paese (sta scomparendo l’auto e molta meccanica, la cantieristica è in difficoltà, il legno e il mobile sono in crisi, il tessile è mera testimonianza, l’edilizia è in crisi patocca, il piccolo commercio al dettaglio sta sparendo, ecc. ecc.), l’incapacità di far emergere produzioni ed aree tematizzate in grado di dare una direzione industriale al paese, l’attacco strisciante al welfare, il sistema di protezione sociale rimesso in discussione. Mi fermo per evitare un lungo elenco di cambiamenti in corso, ma l’impressione e la realtà coincidono con un paese che scivola verso una nuova posizione in un mercato che non conosce stabilità e in cui la merce ha una centralità diffusissima, ma marginale rispetto alla finanza speculativa, che determina la possibilità o meno dello sviluppo. Non si è mai parlato così tanto di moneta e di finanza speculativa come in questi anni e mai il virtuale era entrato così prepotentemente nella qualità possibile delle vite, nel futuro delle persone, nella mobilità sociale degli individui, abbassandone il rating reale, che è poi la capacità di acquisto reale, ciò che determina se si dipende da altri oppure si è autonomi e quindi liberi. La crisi viene percepita più come solo impoverimento che come forte cambiamento, e se ne avvertono gli effetti economici più che quelli sociali di ben più lunga gittata e trasformazione delle persone. Gran parte degli imprenditori e politici che conosco, ma anche persone, famiglie, percependo la crisi come momentanea stretta di mezzi, aspettano che passi, sono in ansia con i tempi lunghi, pensano che basti fare dei sacrifici perché tra un poco tornerà tutto come prima. Magari non proprio lo stesso di prima, ma la prosperità, il benessere torneranno ad essere una sensazione diffusa, un benessere possibile anche per chi non ce l’ha.

Sono convinto che non sarà così.

Sono convinto che la trasformazione in atto stia rendendo insostenibili molte delle politiche di tutela che hanno sorretto il benessere dello stato sociale, che la sola crescita non basterà per recuperare le vecchie tutele e che comunque la crescita basata sui vecchi modelli di produzione sarà transitoria e perdente.

In un processo logico, si individua il problema, si identificano gli operatori che saranno coinvolti, si trova la soluzione. A volte il problema è così complesso che bisogna scomporlo, ma comunque i singoli pezzi di soluzione si integrano nel risultato finale. Oggi pare non sia così, perché individuato il problema le soluzioni proposte non sono in realtà soluzioni, ma tentativi di tenerlo a bada. Se qualcuno mi minaccia, mi impoverisce, rende precaria la mia vita non avrò possibilità di star bene finché non l’avrò ridotto all’impotenza, in questo momento non è così perché la minaccia è più tutelata del minacciato. Proprio questo impedisce che tutto torni come prima e le politiche degli stati, ma anche quelle personali degli individui devono interagire con il nemico, confinarlo, mettere in atto strategie che lo mettano in difficoltà. E’ evidente la sperequazione che esiste tra chi riconosce il proprio debito, uomo d’onore, e chi tende ad aumentarlo all’infinito dimodoché il debitore non possa mai restituirlo e si impoverisca, perda le tutele sociali e ancora non riesca a restituire ciò che continua ad aumentare perché è fuori della propria capacità di creare ricchezza. Il limite del debito è questo e non avere questo limite rende la crisi modificante del mondo.

p.s. qui mi fermo, avrei altre considerazioni su ciò che sembra macropolitica, ma in realtà riguarda molto da vicino il nostro presente e il nostro futuro, rischierei di annoiare ancor più di quanto fatto, mi basta che riflettiate su quanto ci sta accadendo e come stanno cambiando le nostre vite senza proteste sostanziali. O queste vite valevano davvero poco e quindi, anche se mutano, poco male, oppure davvero tutti pensiamo che questa sia una crisi transitoria che in realtà non muterà il sistema e che tutto tornerà come prima.


seggio campione

Chi era nel seggio della piccola frazione, seggio campione, raccontava il voto e lo scrutinio come cosa epica. Alzava il mento e la schiena nel farlo, poi parlava lasciando angoli di discorso appena accennati, che erano, si capiva, parte di una storia singolare. Un anno in cui c’era particolare animosità e concorrenza, nel seggio, dove tutti si conoscevano fin da ragazzini e ne avevano viste di cotte e di crude assieme senza mai confondersi tra baciapile e mangiapreti, però tutti partecipando della vita degli altri e all’occasione dandosi una mano, tutti, dico tutti, anche il segretario di seggio, che stava zitto perché tartagliava, convennero due cose preventivamente: che le nulle (le schede) erano quelle in cui non si capiva davvero cosa si volesse votare, e che il divieto di bere alcoolici nei seggi, era giusto sì, ma riguardava solo i seggi altrimenti diventava una punizione ingiusta.

Concordato il primo punto, si convenne sul secondo che una fiasca da venti litri fosse a disposizione di elettori e scrutinanti allargati, ovvero scrutatori, rappresentanti di lista, amici nullafacenti, nonché militi che volessero sospendere temporaneamente, a turno, il servizio ed infine il segretario, a cui fu dato compito di predisporre appositi buoni da consegnare alla bisogna assieme al bicchiere, per aver conto dell’effettiva disponibilità di “rosso”. Sul colore del vino si accese una disputa non da poco, che considerava il colore come evocativo d’una parte politica e quindi non nominabile nel seggio. E poiché le domande dei votanti erano specifiche e circostanziate sul tipo, colore, provenienza, decise, com’era giusto fosse, il presidente di seggio, vecchio democristo, nell’ affiancare alla prima, un’altra fiasca di “bianco” e lasciare, oltre alla libertà di voto, faticosamente conquistata, anche la libertà di bere.

A mezzogiorno, un servizio di ristorazione predisposto dalla locale sezione dei rossi, arrivava con un paniere nel seggio, e all’interno, pane, prosciutto, salame, uova sode, focaccia, ben commisurato alla fama di un partito, guidato sì da intellettuali, ma spinto e fatto crescere da operai e quindi abbondante e preventivo per le fatiche che certo sarebbero arrivate, perché l’inazione era fatica più grande del lavoro fisico e le ore di seggio erano tante, e lunghe, e con il pensiero a tutto quello che restava in disparte e si sarebbe dovuto fare nei giorni seguenti lavorando il doppio.

Per non essere da meno, anche il partito bianco portava il suo paniere ben fornito di pane e soppressa, e pure uova, salami e dolci, perché se la politica divideva, le abitudini, il lavoro in fabbrica e nei campi, univa. I socialisti con discrezione, ma senza soggezione, pure avevano un loro paniere, del partito provinciale questo, ed essendo di analoga vita e frequentazione, pur essi mostravano salami, formaggi e sottaceti. Ed era tutto uno scambio, un assaggiare, un mettere in comune, confrontando e sfottendo, ma tutti ridendo. Repubblicani, liberali, e financo il missino, senza salmerie, erano coinvolti e pur neghittosi, a bocca piena, ripetevano sia la bontà del cibo, sia la storia del piatto di lenticchie e che loro non si vendevano per un pane e salame, erano in amicizia, ma il voto poi, e lo scrutinio, erano tutt’altra cosa da questo condividere, da questo clima allegro e fraterno. E tutti a dire che, come poi effettivamente era, che non c’erano cedimenti in questo essere insieme a mangiare, che l’amicizia era un conto e il voto, la politica, un altro, e che no, non si confondeva il dovere con il piacere, tutto era nei limiti e nella moralità dell’agire politico senza tentennamenti. 

I più imbarazzati a questi discorsi erano i “rossi”, perché l’idea della rivoluzione non era mai stata abbandonata del tutto; alcuni erano stati partigiani, altri avevano partecipato alle dure lotte in fabbrica, sopportato le discriminazioni, e non si poteva, proprio non si poteva dare tutta la confidenza, per cui era tutto un susseguirsi di battute frenate, di tu e i tuoi, di e che ne dici di…, di ti ricordi di … che neppure attendevano le risposte come definitive, ma erano solo un alleggerire la piccola sensazione di intesa con il “nemico”.

Ma c’era molta creanza, il segretario distribuiva buoni e bicchieri e nelle lunghe ore di ozio si parlava di tutto, del paese, dei figli, delle difficoltà, dei matrimoni giusti e sbagliati, delle nascite in corso, del lavoro che c’era e mancava assieme. C’erano pochi votanti, in quel seggio campione, la frazione era stata importante, ma poi era stata spopolata dall’emigrazione e dalla chiusura della cartiera, lo scrutinio era breve. Nei segni si riconoscevano le mani di chi era entrato riverente e chi spavaldo, di chi voleva sentirsi dire conosciuto e non mostrare il documento (erano tutti conosciuti, ma si diceva ogni volta ed era bello sentirselo dire), delle donne che avrebbero volentieri evitato quella cosa da uomini e delle ragazze che avevano il vestito nuovo e sorridevano molto ed erano più sicure dei ragazzi, dei ragazzi che avevano già le mani grandi dei padri e dei vecchi che si fermavano a parlare e non se ne andavano. Insomma si riconoscevano senza dire, tenendo chiuso nelle teste il segreto del voto e senza dire nulla, al più c’era qualche sorriso scambiato sottecchi tra scrutatore e rappresentante di lista, come a dire: ecco è uno dei nostriPrima che arrivasse il ’92, chi sapeva di politica era in grado di scrivere i verbali di scrutinio, una settimana prima del voto, sbagliando al più di un voto, e pur se tutti sapevano come sarebbe andata a finire, pure lo scrutinio era atteso, e vissuto, con trepidazione virile, ossia ferma e battagliera.

E dopo aver combattuto su ogni voto possibile, chiusi i verbali, salutati i militi, consumati e bevuti gli ultimi avanzi, chi a piedi, chi in bicicletta, si avviavano verso casa. Era comunque sul fare della sera, per non essere da meno degli altri seggi, e andavano verso una luce gialla, verso le domande curiose di chi era a casa, verso la ripresa della vita conosciuta. Finiva tra i ciao e gli alla prossima, e gli a domenica e i ci vediamo. Finiva, ma non finiva.

Credo di aver sempre saputo perché era davvero un seggio campione.

contro la narrazione

La parola narrazione mi suscita moti di stizza, ripulsa.

Capisce la parola?

Tutti narriamo, l’abbiamo sempre fatto, ma non abbiamo inventato un genere; a volte spieghiamo, a volte ricordiamo, a volte raccontiamo quello che sembra verosimile, che suona bene. Ecco, credo che la narrazione quando diventa genere, si alimenti soprattutto del terzo genere, intrisa com’è di sentimento e fatti. Più sentimento che fatti e quest’ultimi, piegano il reale.

Non mi piace la narrazione pubblica, mi piace l’invettiva, il j’accuse. Se si parla di camorra, di mafia o della banda della magliana, bisogna evitare il genere letterario, oppure considerarlo tale, far capire che la realtà fa male, perché il pericolo di normalizzazione diventa enorme, come pure quello dell’emulazione. Ci sono t-shirt, felpe, cappellini generati dalla narrazione, idee conformi che non toccano la radice dei fatti, ovvero che l’illegalità è un male profondo, personale e sociale, che l’illegalità genera illegalità e sofferenza, ma soprattutto che l’illegalità è intollerabile.

C’è un limite al racconto ed è quello oltre il quale subentrano i fatti, i nuovi fatti. Si usa molto un’altra parola, che m’infastidisce, spesso legata a narrazione: civile. Coscienza, cerimonia, orazione, società, narrazione, ecc. come se il resto fosse un mondo a parte, non civile. Io credo che le grandi storie, le persone che l’hanno vissute non siano santi civili, sono le urne dei forti del Foscolo, ciò che illumina la notte, ma qui sotto ci siamo tutti con la necessità di vedere chiaro, di distinguere, di schierarci.

Adesso infuria la narrazione civile, credo facciano un po’ i furbi, il discrimine è lieve, la tentazione della nicchia calda, forte; bisogna stare al di qua, comportarsi.

Capisce la parola?  Comportarsi di conseguenza.

Non abbiamo bisogno di santi civili, abbiamo bisogno di comportamenti generalizzati che sorreggano i soldati in prima linea. Chi racconta le retrovie, le storie di ordinaria umanità di Napoli o Casal di Principe, chi sostiene oggi i successori di Peppino Impastato, o di Ambrosoli? Prendo Loro ad esempio, ma, in testa, tutti abbiamo i nomi dei caduti in prima linea, molti ce li siamo dimenticati perché sono stati troppi e perché nessuno li ha santificati, fossero giudici, parlamentari, poliziotti, giornalisti, persone per bene. Anche per le medaglie d’oro c’è una narrazione che piega i fatti ai sentimenti.

In questi giorni c’è il programma di Saviano e Fazio, l’ho visto a tratti, è un programma televisivo, non diamogli un significato eccessivo, se fosse due volte alla settimana per 6 mesi, dopo il primo mese lo guarderebbero in pochi. I soliti, quelli che pensano in un certo modo, e perdonano le ripetizioni, cercano ragioni.

C’è un bisogno forte di segni, di unghiate, cose che la narrazione racconta con dita di velluto. Se Grillo fosse in tv, e non sulle piazze dove anche i pidiellini lo vanno a sentire, sarebbe meno della Gabanelli.

Vi siete mai chiesti perché la narrazione rappresenta il limite dell’impotenza? Perché il potere è più forte oppure perché la narrazione, indigna quietamente, attiva quel senso di sdegno che spinge più ad astenersi che a fare ? La mia risposta è sulla seconda opzione.

La sinistra soffre di un complesso di castrazione culturale e informativa che ai tempi del PCI non aveva. Strano vero? Se si narrasse di meno ed accusasse di più, il suo popolo si sentirebbe meno solo, con il suo bisogno di allegria, di obbiettivi e politica, di entusiasmi, di commozione. Per questo la narrazione non serve al cambiamento se non quando diventa carne e sangue del fare, dell’esserci, del partecipare.

Con la narrazione Dreifus sarebbe ancora in galera e Zola avrebbe una rubrica su le Figarò.

Capisce il concetto?

il grillo saggio siede sul muretto al sole

Sediamoci al sole, sul muretto degli scontenti: questo è un paese vecchio, fatto di pensionati. Spesso talmente giovani che non lo sanno e hanno semplicemente mandato il cervello in pensione anticipata. Non parlo di chi si ostina ad avere speranze combattendo tra partita iva e call center, tra precario è bello e affitto da pagare. No, parlo di quelli che con il sedere al caldo, non partecipano, non si preoccupano, hanno una risposta pronta al loro disimpegno. Tanto… 

Allora sediamoci su questo muretto e godendoci il sole, parliamo di cosa faremmo, se noi fossimo gli allenatori di questa immensa squadra di calcio che ha quasi 60 milioni di giocatori. Parlo di strategia di gioco, di rosa dei titolari da mettere in campo, di massaggiatori ed allenatori dei portieri. Parlo di quello che servirebbe per vincere la partita. In questo siamo bravissimi, tutti, ma confesso che da qualche tempo, in questo campionato mondiale in cui la globalizzazione ha portato squadre nuove, sconosciute, senza rispetto per i vincitori naturali, non capisco più molto. Capisco ad esempio qual’è il campo, ma non chi sono gli arbitri, e spesso neppure le regole e chi sia l’avversario. Qualcosa dev’essere accaduto nell’89 o giù di lì, ma non ho (abbiamo) ben capito come si sarebbero svolte le partite successive. Dovrebbe consolarmi che, visti i risultati, neppure i vari allenatori che si sono succeduti devono aver compreso molto. Però non mi consola, come non mi consola la sconfitta della lega e del pdl, né mi preoccupa la vittoria dei cinquestellini, di cui sento la proclamazione della stampa che osanna qualsiasi vincitore. Neppure la tenuta (di che, di cosa) del mio partito, il Pd, mi rincuora, anzi ho l’impressione che anche al suo interno ci sarà la corsa all’oblio per iniziare una nuova partita, senza nessuna analisi seria di quanto accaduto. Siamo un popolo di lotofagi, smemorati non va bene perché qualcosa bisogna pur mangiare per dimenticare, ma adesso abbiamo un’agenda che trilla di continuo appuntamenti, scadenze, impegni, e francamente pare non si sappia che pesci pigliare, oltre ai soliti.  Eppoi chi ne ha le scatole piene non riesce più a vedere nulla di buono in chi si ostina a condurre la cosa di tutti, cambiare almeno un poco sembra la soluzione, basta una faccia, un provvedimento diverso, una svolta, ma se tutto è mediazione, il nuovo, anche qundo c’è, non riuscirà mai ad emergere.

Riassumo ciò che capisco: quello che chiedono quelli che non sono d’accordo, con l’attuale gestione della squadra, è il nuovo e la capacità di giocare con competenza.

Qui potrei fermarmi perché condivido e se questo è vero, qualcun altro dovrebbe dire cos’è nuovo e cosa significa competenza. Le mie sono convinzioni vecchie, si basano sulla mia storia e per me, nuovo, significa cambiare alcune persone che contano davvero, adottare provvedimenti mai presi prima e di buona ragionevolezza, tagliare qualche ingiustizia, spreco, rendita di posizione, potere non giustificato. Competenza, invece, per me significa non rinunciare al nuovo possibile, ma sapere di cosa si parla, non avere paura degli effetti del cambiamento, però conoscerli prima. Insomma non cambiare tutto perché nulla cambi, ma quello che è necessario e utile. 

E poi farlo questo nuovo con competenza. Farlo, non annunciarlo.

Non so se i partiti o il paese siano all’ultima spiaggia, francamente questa immagine non mi ha mai convinto perché il mare è sempre foriero di novità e di vita, ma io spero che i partiti, il mio almeno, capiscano che anche in un disastro si distinguono i buoni dai cattivi, che qualcosa si può salvare, che oggi, cambiare subito, è l’unica strada per dare una possibilità al paese, ai cittadini, alla squadra di calcio a cui apparteniamo.

Non c’è nulla più della verità che cambi in profondità e rivoluzioni. Basta vedere ciò che sta mutando sotto gli occhi, interpretare, agire di conseguenza. E serve un Paese coeso per affrontare la più grande sfida dell’umanità dai tempi della sua nascita, ovvero far sì che il benessere diventi un parametro di misura mondiale, non locale, un costituente della democrazia tra popoli e che non sia la finanza a dettare le vite e le democrazie che governano gli uomini. Quindi emerga un’economia che diventi condivisa.

Nel nostro Paese, abbiamo la possibilità di avviare un processo che può portarci davvero a pieno titolo in Europa. Ben oltre la sovranità di un piccolo Paese e dei piccoli governanti che esprimiamo, può nascere un processo politico in cui nuovi protagonisti entrino in gioco senza buttare la competenza. Non è una novità, ovunque questo viene fatto, e quale sarebbe la carta in più che potremmo giocare? Quella che non fa nessuno, ovvero l’autoriforma radicale della politica, un potenziale talmente forte, che pur nelle mutate condizioni mondiali dell’economia, nessun paese europeo è stato in grado di mettere in campo.  Allora nella nuova politica della squadra di calcio, non ci può più essere l’ AlfanoBersaniCasini, ma neppure Berlusconi e D’Alema, o Veltroni. Grillo deve tornare a farci ridere, se ne è capace, Vendola lasciare spazio ai suoi che non hanno narrazione, ma problemi veri. Il parlamento sarà nuovo se farà leggi nuove con teste nuove. Ed in questo, e finisco, ho poca fiducia su quello che verrà da un partito vincente grillino che proclama di essere fatto di cittadini prestati alla politica. Lo dicevano anche i verdi italiani, con il risultato che praticamente esistono solo i comitati che difendono un campo di terra, ma non una forza coerente che difenda in parlamento le ragioni dell’ambiente. E’ il teorema del muretto, dei pensionati di testa, la politica è una cosa seria che si apprende con umiltà e intelligenza. Chi viene amministrato deve pretendere di star meglio, e non di pagare gli errori di chi non conosce il gioco che sta facendo.

Non mi dicono niente i teoremi se non servono a qualcosa, eppure sono d’accordo su moltissimo: via gli indagati, acqua pubblica e acquedotti funzionanti, non più di due legislature, via i privilegi, tagliamo parlamentari e stipendi della casta, a casa chi perde, a chi ruba il carcere e l’esclusione da qualsiasi carica, ecc. ecc. Ma voglio sapere come si sviluppa il Paese, come si mantiene il benessere, chi paga i costi del cambiamento, quanti disoccupati ci saranno cambiando modello, come si occuperanno. Chiudere un’acciaieria, un cementificio è sacrosanto, se fa male alla salute, ma devo occuparmi di chi ci lavora dentro, creare nuova occupazione per quelli che vengono messi fuori squadra, prevedere come andrà a finire, avere una strategia. Ecco in questo serve la competenza e se posso permettermi, a me che il sindaco sia un cinquestellino o del mio partito, poco importa se è competente e bravo e tiene in ordine conti e città. Se invece è un lamentoso, che dà sempre la colpa agli altri per nascondere l’incapacità propria, allora può essere nuovo, giovane e pure bello, ma non mi serve a nulla.

L’impressione che mi è rimasta dopo le elezioni, e in quello che sta accadendo, è che stiamo perdendo tutti. Anche la speranza stiamo perdendo e questo è davvero il baratro, nella spiaggia si gioca, nel baratro si precipita e basta.

se la politica è una moda

Indossare una gestione dello stato sembra sia un dato umorale; qualcosa che prescinde, di fatto, da un progetto personale, oltre il piacere a sé od a altri. Insomma una moda, un sentirsi nel gruppo per compagnia; quest’anno va di moda il grillo, l’anno scorso il vendola, prima il berlusconi, o il dipietro o il bossi o il prodi. Comunque sia, alla politica, che deve assicurarci il benessere, una prospettiva personale e collettiva e magari anche un presente, si assegna un tasso di attenzione e comprensione inferiore a quello che occupa la nostra testa, in un camerino di un negozio di abbigliamento. Gli effetti di questo si vedono, perché partire dalla presunzione di competenza e onestà è come assegnare ad un tessuto privo di etichetta, la patente di pura lana vergine o seta italiana. Bisogna sentire tra le dita, informarsi, vigilare, chiedere garanzia e conto, e invece…

Qualche tempo fa, parlando della scuola pubblica sottolineavo che inefficienze, sprechi, e gestione, vanificavano il lavoro di chi si appassionava al suo mestiere e faceva ogni giorno bene il suo lavoro. Non bastava dire: è la scuola pubblica, bisognava, proprio perché pubblica, renderla senza ombra di dubbio, la migliore. Venni rimbrottato perché alimentavo l’attacco alla scuola, da parte dell’allora ministro Gelmini, in realtà l’unico modo per rendere inattaccabile la scuola o la sanità era, ed è, far sì che non siano criticabili. Se non si insegna a sufficienza, se i risultati sono l’ignoranza e l’apatia del sapere, gli utenti sono nella stessa situazione di chi attende inutilmente per un’ora in un ambulatorio pubblico una prestazione che paga. Per chi non ha la prestazione, significa che l’insegnante, il medico o l’equipe, stanno facendo altro, e questo poi evolve nella certezza di non ricevere il dovuto. Che il costo pagato direttamente o indirettamente, non sia commisurato alla prestazione. Ho fatto questi esempi perché se si accetta e non si pretende che la politica risolva questi problemi di efficienza ed efficacia, i soldi di tutti, anche quelli in più che versiamo per salvare il paese, vengono buttati in una fornace. A far sì che questo non accada, serve la politica, ma siccome so che è difficile che questa non cada in tentazione, che non  consolidi privilegi, non posso accontentarmi di innamorarmi del primo demagogo che appare sul mercato.

C’è un solo spettro che la politica non riesce ad esorcizzare, qualunque sia la maggioranza, ed è il fiato sul collo dei cittadini, l’interesse verso la cosa pubblica di tutti noi. Nel privato, purché non si leda il diritto d’ altri, si può fare ciò che si vuole, ma il pubblico è di tutti, ciò che butta dalla finestra Bossi o Lusi, ovvero finanziamento pubblico ai partiti, è cosa anche mia, nessuno può buttare la fatica degli altri al macero, ma in questo l’attenzione ed il controllo dei cittadini è mancato.

La democrazia non si esaurisce il giorno del voto, ma si manifesta ogni giorno nella sua riconferma. Superata l’età delle ideologie, che almeno il pregio di indicare un futuro ce l’avevano, è subentrata l’era delle paure. Lasciando perdere il ridicolo delle berlusconiane paure del comunismo, anche se bisognerebbe ricordargli che il capitalismo, in questo momento, sta facendo ben più danni e vittime degli inesistenti, trinariciuti, comunisti, ma le persone a questo non badano, epperò quotidianamente vivono nel timore di qualcosa che non dipende da loro, sia esso la finanza, l’economia, la sicurezza, il futuro pensionistico ed assistenziale, i diritti, ecc. ecc. Ma l’unico modo per governare le paure, è capirle, affrontarle, fare azioni collettive forti che portino verso il loro superamento. Può bastare per far questo, un comico, o un demagogo, od un agitapopolo? L’esperienza di questi anni dimostra di no, e che se la politica non è gestita seriamente, tenendo conto del contesto, genera disastri.

In questi mesi stiamo pagando il fatto che l’Italia era un paese senza crisi, così ci è stato detto per mesi, e adesso, che la crisi è esplosa nella sua evidenza, paghiamo, in aggiunta, l’incapacità dei tecnici di capire la politica e i bisogni dei cittadini. Senza un piano di sviluppo il paese, e chi lo abita, declina, si immiserisce. Per questo, io credo che i cittadini dovrebbero entrare nei partiti, senza pulirsi le scarpe, scuotere l’albero per far cadere ciò che non fruttifica più, ma anche usare la competenza rimasta per raggiungere degli obbiettivi chiari. E quali sono questo obbiettivi se non il presente e il futuro che vogliamo, la direzione che giustifichi la fatica dello stare assieme.

Credo che le parole lavoro, legalità, sicurezza, equità, solidarietà siano sufficientemente esplicative. Adesso le parole vanno riempite di domande, risposte ed azioni: visto che non vogliamo perderlo, mantenere il wellfare quanto costa ? quanto posso ricavare in efficienza senza toccare il costo? ha senso che un medico lavori dentro e fuori il sistema che lo paga? oppure sul lavoro, hanno senso le decine di adempimenti che impongono una pletora di professionisti da pagare per ottemperare alla legge? Oppure, se il servizio pubblico non è efficiente, ha senso che lo si mantenga comunque? oppure, perché incontriamo decine di persone, ogni giorno, in divise varie, che portano pacchi, fanno caffè, distribuiscono posta, cucinano e servono in tavola, guidano mezzi di trasporto, ecc. ecc. senza che nessuno di questi abbia un lavoro fisso e sicuro? oppure, ha senso che lo stato tenga precarie le persone per molti anni e le rinnovi di sei mesi in sei mesi, senza immetterle nell’organizzazione, se gli servono? oppure, ha senso che lo stato non paghi le persone e le aziende, che per fare un lavoro allo stato, hanno già dovuto pagare l’iva e le imposte? oppure, ha senso che chi svolge una attività di lucro, anche se sono fondazioni bancarie o chiesa, non paghino le tasse sugli immobili strumentali? oppure ha senso che si lasci andare in malora il patrimonio pubblico per poi svenderlo, anziché metterlo a reddito?

Come vedete ho citato solo alcuni piccoli elementi del fare nella politica, che vanno verso una minore spesa e più equità, e sono possibilità che non mi fanno scegliere l’antipolitica, ma mi fanno chiedere di fare, di essere rigorosi, di tagliare i privilegi di chi fa politica, di chiedere conto. Non mi piace lamentarmi e neppure assentarmi, penso che una delusione è sempre una sconfitta che merita un’altra battaglia, per questo non mi interessa molto la moda nella politica e mi preoccupa molto la disaffezione, temo che quest’ultima toglierà controlli anziché metterne di nuovi, ed io non mi fido. Non più, tantomeno della moglie di Cesare, ma proprio per questo devo esserci di più, come posso, anche se costa fatica, perché ogni volta che mi distraggo qualcosa può prendere il posto della fiducia. In fondo noi giudichiamo per i risultati e per il metodo, per entrambi, perché se fosse solo per i primi, spesso una dittatura avrebbe il campo libero. Ed io una dittatura fosse anche della moda, non la voglio.

un pensiero attorno

Non ho perso il vizio di guardarmi attorno. Un tempo, nel mio partito, chi era dirigente, chiedeva con frequenza cosa pensassero gli operai, gli impiegati, nelle fabbriche, nelle famiglie, in bar. Non c’erano sondaggi quotidiani, si capiva così, in presa diretta l’umore e l’opinione. Allora gli statistici erano quelli del pollo a testa, con uno che ne mangiava due e l’altro niente, ed i sociologi trattavano cose grosse come la definizione di classe sociale, la violenza urbana e rurale, la famiglia, e nessuno ti spiegava cosa pensavi. Anche se non faccio più politica come allora, non riesco a non chiedermi cosa sta accadendo. La mia percezione è quella di un fascino anomalo per un capo del governo, non eletto, che porta avanti una politica di rigore e tagli, neo (o vetero) liberista, praticamente senza opposizione. Credo sia un prodotto dell’antipolitica, ovvero della possibilità di operare senza mediazione in un mondo intellettualmente molle. La ragione, il rigore sono connaturati con l’etica e l’intelligenza, le stesse qualità che impediscono di giustiziarci quotidianamente gli uni con gli altri, in forza di regole condivise, rispetto dei patti sottoscritti e compromesso sulla gestione dei conflitti e sul nuovo. Bene, in questi mesi sono stati buttati all’aria i patti sottoscritti tra stato e cittadini su wellfare e pensioni, i conflitti ed il compromesso si scontrano con una logica esterna: i mercati. Il presidente Monti dice che dobbiamo rispondere ai mercati, che dobbiamo convincere i mercati, come se il patto tra cittadini avesse una variabile indipendente ed un’ unica soluzione: la subordinazione alla finanza e alla speculazione. I mercati per l’appunto. Eppure il consenso non diminuisce in modo significativo. Per questo penso che stia prevalendo, non la vena masochistica del Paese, ma la convinzione che si possa fare a meno della mediazione e della politica. Basta che ci sia uno che decida, che rassicura e che mantiene. Ma quali sono i vantaggi sinora promessi? Nessuno in realtà, perché è proprio del liberismo lasciare che sia il mercato a decidere del merito di ciascuno e di ciascun prodotto, quindi interventi reali sulla ripresa e sulla crescita non ce ne sono. Basterebbe intervenire sul costo dell’energia, sul costo della burocrazia, sui tempi consegnati al rispetto di leggi perennemente interpretabili, per avere un sostanziale miglioramento della competivitività del Paese. Ma la competitività ancora non dice quale sarà il modello di sviluppo e le tutele dei cittadini, questo viene comunque lasciato al mercato e tolto dalla politica. La mia impressione è che un silenzio colpevole gravi sul paese, che le colpe degli anni passati premano su tutti, per questo sta emergendo un modello senza mediazioni sul generale, fatto di proposte nette: prendere o lasciare. E chi è messo davanti alla scelta, prende. Dopo il disastro della politica degli ultimi anni, non solo di Berlusconi, ma anche della sinistra, il governo sembra un gabinetto di salute pubblica, fatto perché si debba uscire da un disastro talmente immane che ogni dubbio è fuori luogo. Se ciò fosse, la logica sarebbe il processo a chi ha prodotto il disastro, il castigo del colpevole, l’oggettivazione del danno subito, invece questo è occultato e passato sotto silenzio, come se il malato guarisse a botte e non spurgando le ferite. Questo è il grande malinteso che diventa imbroglio, se non si ripristinano le regole democratiche ovvero la discussione tra i rappresentanti del popolo, ogni cosa sarà dovuta, soggetta ad una teoria che non si sa se verrà verificata. Chi ci dice che le teorie economiche del premier siano quelle giuste ? In ambito tecnico si pensa anche altro, non pochi giudicano vecchia l’impostazione neo liberista. Obama ad esempio, fa ben altro. Ma ciò che sorprende, e non dovrebbe essere così se non ai romantici come il sottoscritto, è la mancanza di dibattito, di confronto sulle condizioni, quasi che un ipse dixit abbia coinvolti i fedeli, non i cittadini. Ritorno sulla questione dei mercati, ben sapendo che non è possibile sottovalutarli, in una democrazia il governo è del popolo e il condizionamento dell’azione di governo dev’essere assunta per variabili dipendenti da questo. Lo sviluppo deve far parte di una visione della crescita, la coesione sociale, il patto solidaristico dev’essere all’interno di regole, sentimenti condivisi. Se così non è l’apologo di Agrippa funziona a rovescio ovvero ognuno è per sé, gli arti si muovono indipendenti dal corpo e dal cervello e questo comporta la perdita della libertà. Pensavo a Tabucchi e al suo Sostiene Pereira, a quante volte si è messa in disparte la percezione di ciò che accade attorno. Mi sembra importante, non l’aver ragione, ma il poter discutere (quindi niente prendere o lasciare) e farlo. La dignità comincia anche da qui.