Penso al tuo autunno così eguale e così diverso, qui gli alberi ancora sentono l’estate quella che da te rifulge piena. La città si è scrollata la calura, corre nelle gambe degli scolari, allegri per l’aria e per gli amici. Nelle strade troppe auto visi sempre tesi di ritardo, più tardi aprono i negozi, ma chi cammina ha una meta, un luogo, e il passo dell’affanno. Ci sono da te i ragazzi in strada? Qui escono alla sera mentre il rosso nel cielo già s’estenua, si siedono nei bar, ridono, passeggiano, I baci non attendono la notte ed è un scivolar di passi indifferenti al traffico, mentre fervono attese e parole sussurrate, nelle strade colme di chi torna. Nella mattina I ragazzi erano in piazza, le bandiere sventolavano, cartelli e slogan ritmavano l’andare, loro sentivano le grida da lontano, l’autunno a Gaza, l’omicidio che non rispetta l’età e le stagioni. Avevano Il cuore colmo, che traboccava rabbia, compassione e pianto, e hanno camminato a lungo, gridato e chiesto pace sino ad essere afoni maltrattati mai muti. Con loro camminava l’amore, felice di aver chiesto vita.
Mettere a posto un particolare, una cosa minuta che nessuno noterebbe. Prendere qualcosa da uno scaffale, seguendo un pensiero, soffermarsi guardando l’aria. Accanirsi nel riparare un oggetto, che non vale nulla, eppure è una sfida. Cose che raccolgono, preghiere laiche per dare tregua all’amarezza, si celano nella mania di pensare. Qual era il fiume che ci avrebbe fatto grandi, quello che avrebbe colmato il desiderio e sanata la crepa dell’assenza? Era la felicità immaginata e condivisa, la gioia del sollevare le foglie d’autunno e ridere, si ridere di tutto e di nulla. Trovata e subito perduta, attesa al risveglio, costruita con il lento caffè e la sua prima quiete, portata nella fatica ilare del giorno, nella porta che s’apre e non pensa alla sera. Della somma felice, d’ogni vissuto restano succedanei, e la quiete del rompicapo che si ritrova nel solo ordine nostro, una tranquillità e un deporre le armi. Quisquilie e coriandoli d’anima, e a fatica si scrive il futuro.
Nel consueto persiste una luce e non si coglie se non viene mostrata, è l’intorno che l’aiuta, un riflesso, un cremisi, un indaco, qualcosa che tolga mentre si versa e riempie. Guarda nello specchio, oltre te posa lo sguardo e vedi ciò che da dietro muto ti osserva. Non è silente, ti scruta, in te cerca la luce e ciò che la mostra. Come fa la roccia prima d’esser capita, dall’acqua che distrattamente la lucida, e tra altri infiniti sassi, non s’accorge che tutti le danno qualcosa avanti l’esser limacciosa. Intanto si concede e scorre spensierata, felice d’essere sapore e densità, fresca come il nuovo che si scarta e ci sorprende ciechi al suo sguardo. Così ho visto te che bevevi la luce e il volto troppo schiariva, pur sorridendo ha i suoi diritti la pelle e non merita la consuetudine del vedere. L’acqua era poco distante, aggiungeva un lampo al pensiero, e cadeva nel silenzio ch’è prisma del sentire mentre scompone suoni e colori: tenevi il rosso nelle gote Il carminio delle labbra e posavi in essi la fiducia del cuore.
Quand’ero bambino le scuole iniziavano ad ottobre. A settembre si era nostalgicamente liquidata la vacanza e riottosamente, ma anche con la curiosità del nuovo, iniziava qualcosa che aveva già l’odore dell’inchiostro nero. Quello che il bidello avrebbe versato una volta a settimana nel calamaio del banco e che sarebbe stato costantemente inquinato con pezzettini di carta assorbente dai compagni in vena di scherzi. Intingere un pennino di bella fattura in quel calamaio voleva dire pescare un grumo che forse per uno scolaro cinese sarebbe stato una delizia ma per i nostri quaderni era una disgrazia. Penso che Rorschach abbia tratto dal suo inconscio scolastico l’interpretazione delle sue macchie per la psiche. Ed effettivamente la macchia aveva un effetto strettamente connesso con l’atteggiamento mentale verso la realtà dell’alunno. Chi ci scherzava, chi strappava, chi irrorava la macchia di lacrime grosse e calde pensando al presente immediato e al futuro prossimo, entrambi punitivi. Con difficoltà si imparava a scrivere in corsivo, con qualche piccola punizione si sostituivano i quaderni sempre scarni di pagine da strappare e per l’arte c’era la carta da disegno Fabriano. Da solo o con la mamma, andavo in quella cartoleria vicino a casa, chiedevo i nuovi libri, i quaderni, le matite colorate, l’album da disegno. Il profumo di quella botteguccia era cedro e cotone, cocoina, col sentore di mandorle amare, mescolato e reso unico dal sottofondo di colonia della proprietaria e da una nota persistente acidula d’inchiostro. La signorilità della proprietaria concedeva anche la possibilità della “sniffata” senza comprare qualcosa. Sarebbe servita durante l’anno per una sosta che rimetteva in ordine necessità e desideri ed era sua la pazienza di ascoltare un bambinetto, la stessa di chi possiede la bellezza e la elargisce generosamente. Quello della cartoleria era un profumo che restava dentro, come l’imparare, anzi ho imparato un profumo prima di compitare e di far di conto. Come un fiume, tutti i gesti, le ore, i pensieri, secondo la vulgata allora corrente, dovevano confluire nella scuola. Ma era un fiume di attività di distrazione, di sensi di colpa, di eroico apprendere che si gettava vestito di grembiulino nero e colletto bianco, nella scuola: E qualunque cosa si fosse compiuta, sarebbe stato un nobile inizio, magari fatto di spintoni, cartelle gettate, graffi e urla, ma era un inizio intinto di sacralità sociale.
Non sapevo nessuna di queste parole, però già avevo capito tutto quello che c’era da capire per sopravvivere.
Nella mattina di luce, l’aereo non scendeva, volteggiava tra Roma e il Tirreno, gli dicevano la terra infida e nemica. Ma può essere nemica la terra che accoglie, il suo fiorire, la sua solida certezza che rende l’aria leggera? Eppure, a terra il buio venne, e in esso mancava la sostanza del giusto, ma fu per ciascuno a suo modo. Molti anni prima, il giorno era lo stesso, qui era sera e mattina nel Cile, anche allora parve morisse un mondo. Un altro mondo, pieno di amore, non quello che ora scinde l’inquietudine e l’attesa e senza sapere per cosa e da chi continua a tagliare vite e speranze. S’era aggiunta all’ansia la paura, ma oggi ancor più, l’11 settembre ci chiede dov’eravamo negli anni e dove saremo in futuro, mentre il timore storce le bocche scuote capelli e teste. Non nobis Domine non basta più, dove siamo noi quest’oggi?
Si alzava all’alba. A nord il sole, già a settembre faceva fatica a svegliarsi e i monti attorno ne custodivano la luce a lungo prima di lasciarlo sorgere. Un caffè, del pane e burro, le poche parole possibili da scambiare con il marito, il saluto e poi scendeva verso il lago. Qui il racconto si interrompeva, forse rivedendo i luoghi, ascoltando il ricordo di quelle parole nella lingua sconosciuta, ripensando al tempo e a ciò che ne era venuto. La sollecitavo. Ancora. Sorrideva e mi guardava, riprendendo la narrazione da una umidità che si sovrapponeva sui vestiti e che veniva tenuta a bada dal mantello e dallo scialle. Camminava in fretta fino al piccolo molo. Acqua e nebbia. La barca lunga, di legno, su cui saliva e se trovava posto sedeva, ma più spesso restava in piedi. Lo preferiva per vedere quello che accadeva e come le sponde si riempivano di colore quando la nebbia si alzava.
Iniziava la traversata e la barca scivolava in un’acqua scura, densa di profondità e di umori, era raro che vi fosse troppo vento, ma la pioggia era frequente e gli scialli si alzavano sulle teste mentre i mantelli assorbivano l’acqua. Una sera le mostrai una illustrazione dei promessi sposi dove c’era la barca su cui salgono Lucia ed Agnese, e lei la guardò con attenzione. Si, assomigliava. C’era una sorta di copertura su parte della barca, ma la sua barca era molto più lunga e grande. Tra sedute e in piedi, c’erano almeno una ventina di donne e due uomini al remo. Uno davanti che spingeva e uno dietro, che indirizzava la prua con il remo. Non si stupiva più di tanto, a Venezia si remava così. La traversata durava quasi un’ora e poi scendevano parlando e ridendo nel sole di settembre. Sarebbero tornate nel tardo pomeriggio con la stessa barca, contente di avere una casa che le attendeva. Lavoravano tutte nella stessa fabbrica e alle sette erano già al lavoro. Prima c’era la vestizione, accurata, con grandi camici bianchi da indossare. Lavavano le mani, più volte e poi indossavano guanti di filo, i capelli venivano raccolti in una cuffia che lasciava solo il viso scoperto. Poi avrebbero messo una mascherina di garza fitta su bocca e naso. Restavano fuori gli occhi. Non si parlava e gli occhi sorridevano solo nelle pause. Era una fabbrica di medicinali, esigente per la pulizia, che controllava salute e modo di lavorare, la precisione e la costanza nei gesti. Alla precisione e alla sua costanza nelle mani, era abituata da quando aveva lavorato a dipingere ceramiche fin da ragazzina. La pazienza di fare cose complicate e l’abitudine al nuovo erano venute col tempo. Credo abbia lavorato per almeno tre anni in quella fabbrica, prima di passare dalla Svizzera alla Germania. Ricordava quegli anni con il piacere di aver fatto un lavoro inusuale e bello. Si capiva dal sorriso che emergeva riandando a quando era ragazza e aveva un marito che la amava. Attraverso il suo narrare parco e legato ai sentimenti vedevo il mondo di famiglia dell’inizio secolo che si dipanava davanti a me. Ed era semplice come le sue parole che descrivevano con dolcezza cose grandi e piccole. Attraversare un lago all’alba per andare a lavorare e poi tornare la sera era un gioco e un’avventura, mentre era una certezza l’amore che l’attendeva e la casa calda.
Era mia nonna e l’amo come allora. Nella sera mi sembra di sentirla narrare e guardo il buio che si cala, ascoltando la sua voce.
Si sente il respiro lungo del sonno e l’irrompere dei sogni nel reale, sono giorni in cui il sole scava nelle cose e genera piccoli grani per danzare nei suoi raggi. È allora che la stanchezza di ciò che non accade avvolge il tempo, e il suo scorrere sembra interrogare il senso. Come sarà l’autunno, che scandisce di impegni le giornate, e i suoi progetti riprende con fatica? Ancora starà zitto il cuore mentre si commuove in una foto, e piano scompone l’aritmetica d’assenza chiedendo conto dell’andar dove? Tutto cheta nel dirsi: c’è la noia di chi ha visto e non s’è seguito, ma non basta, perché ci saranno i pomeriggi disarmati, il senso che non acquista la profondità del rosso e nel blu si perderà pensoso. Così si ascolta, si sente, e il ricordo va all’instancabile rimescolar di conchiglie e sassi, mentre si vuotano scogli e sabbia. I perditempo stan seduti a sentire il pensiero del tramonto, perché ancora una volta è sera e poi notte e poi sogno. Ancora. Di nuovo.
Una giornata implume, senza creanza, tagliata di forza e di noia, scolpendo il tempo con malavoglia.
Le cose cominciano al mattino, dopo che si è pulito il viso dai sogni della notte.
Con questa consapevolezza scorrono le ore, il dissipare che galleggia come schiuma sulla birra, e necessita il passare attraverso l’inconsistente per giungere al fresco, al frizzante che raschia la gola, al dolce amaro che disseta e placa.
Sulle labbra resta la schiuma,
così è il sapore di questo giorno
ch’è scorza da sfogliare e togliere,
per trovare linfa e tagli dritti di luce,
nuvole e vuoto da colmare.
Villano il tempo a noi
che scorriamo i giorni con sagacia di colore,
mentre è lo scontento che ribolle,
e così si è prigionieri d’un bisogno.
Villano il tempo
nel dire la molla che sospinge,
nel tacere al giudice che, muto, dinega il capo.
Utile sarebbe usare i polpastrelli per modellare pensieri acuminati, ricoprirli d’ironia, farli ridere spesso. Bisognerebbe, sarebbe, si dovrebbe, condizionali pieni di bisogno invece possiedo solo un mantra che mi ripeto tra le ore.
Che sia il giorno per noi efficace.
Che le ore siano senza colpa,
senza traccia,
senza righe per scrivere ordinato,
senza saluti inutili,
senza parole gonfie di vuoto.
Che sia una giornata senza,
scavata di bellezza,
non lo scorrere rozzo,
non questo buttare tutto avanti,
non le mani annegate nella timidezza delle tasche.
Serve al giorno un cuore gentile che alla notte si nega, il coraggio leggero della corsa breve. l’incoscienza della distanza per raggiungere la vita utile a sé.
Per placare la sete bisogna attraversare l’impalpabile diverso.
Che finiscono cose, situazioni, amori e odi ed emozioni, bisogna pur saperlo, e anche leggere l’ora che ne precede la fine, per non trascinare nebbia nella notte mentre attorno il colore già attende. Ma chi coglie il mutare, e sente dissolversi quell’eterno passato comprende l’incapacità dell’agire e in sé ne dibatte e patisce e si chiede. Davvero tutto si sfalda, oppure c’è un’età in cui chi è leggero, vola mentre altri sentono pesi che non ci sono e vivono il tempo che scivola e ingabbia come un gesso d’anima che frattura. E si chiedono se la malattia sia ciò che non è stato, , o il possibile che ora non nasce. Poco importa ai fatti, e sembrano oziosi pensieri se si guardano i merli felici che saltellano e cercano cibo. La terra fradicia di pioggia, per loro è una festa, vivono del tempo e non lo subiscono, mentre per noi è corsa che vela la cura e fa sentire sconclusa l’attesa quando non compie il desiderio d’essere altrove.
Dov’ero il primo settembre 2004? E nei due giorni successivi che facevo? Dove sono oggi, cosa faccio da anni sentendo l’orrore di Gaza? Ho risposte a entrambe le domande e una vergogna: allora ascoltavo le notizie con il distacco che provoca, anche in chi è attento, il sovrapporsi della cronaca nera al vivere comune. Non per espungere ciò che potrebbe toccare il nostro idilliaco mondo, ma l’eccessiva presenza di disgrazie ci fa abituare alla violenza che non riguarda il mondo vicino, ci si assuefa e si delimita il mondo tra un dentro e un fuori, come se la violenza fosse il rumore di fondo del mondo, il suo cigolio del ruotare, ma riguardasse altri.
In Russia la scuola inizia il primo settembre. In Ossezia, repubblica autonoma della federazione Russa, il primo giorno dell’anno scolastico, era una festa. I bambini più grandi, quelli che finivano il ciclo, accompagnavano i piccoli nelle classi e questi davano un fiore a quelli che avrebbero fatto un’altra scuola. Era un accogliere e un lasciare che aveva un grande significato simbolico di trasmissione del crescere tra età. La festa a Beslan, nell’istituto n.1, era stata preparata con cura, come in ogni altra scuola. Bambini, mamme, insegnanti, nonne, papà, bidelli, più di mille persone. E i bambini avevano il profumo della scuola, del nuovo che iniziava. Mentre ciò accadeva, da un posto imprecisato, si stavano avvicinando su auto e camion, 32 persone, tra essi, due donne. Erano armati, avevano grandi quantità di esplosivo. I ceceni non amano gli ossezi, questioni antiche, ma non c’era un odio quale quello che i primi avevano per i russi. Chissà perché scelsero una scuola osseta, non russa. I primi spari sembravano palloncini che scoppiano, nessuno capiva cosa accadeva, poi i primi morti, una ventina. Tra essi molti bambini. Il resto della cronaca, compreso l’eccidio finale, potete leggerlo sulle molte fonti in rete, che mettono in luce, anche le contraddizioni e i misteri di quella strage. Alla fine i bambini uccisi furono 186 e 148 gli adulti ostaggi, poi altri morti furono tra i terroristi, le forze speciali, i soccorritori.
Furono tre giorni e due notti: noi dove eravamo, cosa facevamo finché tutto accadeva? Non sarebbe cambiato nulla nell’esito, ma se avessimo davvero partecipato saremmo cambiati noi. Ed ora cosa resta di tutto quell’orrore?
Oggi pensavo alla mia scuola, anche allora c’erano feste d’inizio, oggi forse non ci sono più. E allora ho desiderato che in tutto il mondo si ricordassero i bambini di Beslan, che se ne parlasse nelle classi, senza paura, senza sfumare l’orrore, che si richiamasse l’attenzione su Gaza, su quanto accade. E vorrei che qualcuno si assumesse il compito di mostrare che tutto quello che accade è vicino e che tutto ci riguarda. Non dobbiamo cancellare ciò che accade, per non essere soverchiati dal male e combatterlo. Eradicare il male perpetrato, anche oggi, insieme ai pali di confine per l’umanità. Non c’è un dentro il recinto e un fuori di esso. Bisogna capire che non ci dev’essere neppure il recinto e che esso ci limita, non ci difende. E che il cuore dell’uomo non muta se non viene educato a capire.
Questo sarebbe un maestro che accompagna all’apprendere il mondo. E questa sarebbe la festa della scuola e il suo significato. E oggi penso ai ragazzi di Gaza che studiano tra le macerie, perché apprendere è speranza di vita, è un restare in una realtà buona e chi la toglie fa prevalere il male. Chiunque sia, comunque pensi di averne motivo è il male che uccide i bimbi, gli innocenti, il mondo.