Non lo dicevi con le labbra, ma nei tuoi gesti l’imprecisione era confinata, perduta in antiche severità e poi scordata. E così il muovere ritmico e attento delle dita, che poteva essere quello di una sarta, di un geografo, d’una orologiaia, di un calligrafo, portava con sé piccoli segmenti di tempo, stringeva con gentilezze sconosciute ai dinamometri, ed era ciò che serviva: né più né meno. Così, da ogni lavoro finito, emergeva una linea, la stessa del palmo, credo, che congiungeva di senso, la fine all’inizio. Ed era la linea della vita, non delle vite, ché quelle stavano, colorate e vivaci, nei tuoi pensieri a tacere e dire assieme. Un colore ad ogni cosa, pensava, con una leggerezza così sottile da innamorare il filo che annodava le possibilità. Ecco cos’era il connubio tra ciò che merita l’esattezza e la gloria d’ogni impreciso amore.
È salito allegro dal sottopasso di stazione, verso un abbraccio stretto e un bacio. Sorrideva e li aveva attesi e allora ancor più sorrideva. Quanto è lungo un bacio? È il tempo infinito delle bocche che si cercano, si trovano, si premono e si vogliono, finché c’è fiato e poi si staccano per guardarsi gli occhi, a cogliere le parole che non dicono le labbra. E si riavvicinano per ascoltare, esitano, ma poi si stringono. L’una sull’altra mescolano sorrisi e desideri, e ciò che non si dice, verrà in altro modo detto, perché il bacio non finisce il desiderio che tutto si unisca e condivida, . e così continua sempre insufficiente e nuovo, ancora perché mai basta. Ma quanto è lungo un bacio di stazione pieno dell’allegria dell’incontro atteso? Quando scosta il viso, lui guarda, e mi chiede: amico, un sorriso? Allora capisco che si vede la stanchezza, che in me la vita è altra, e se la bocca s’alleggerisce e piega per mostrare la mia speranza d’allegria, il loro bacio continua nell’auto che s’allontana. E so quanto è lungo un bacio che non t’appartiene.
La risacca ha lasciato legni sulla riva, accade anche a noi dopo le tempeste e non sappiamo che fare degli antichi naufragi, già poche scaglie d’azzurro commuovono. Sono segni del viaggio compiuto e della vita perseguita, nella vischiosita che cresce, i ricordi che si divorano. Mai come adesso sono la somma dei miei errori, delle passioni che tutto hanno riscattato, dei compagni che hanno creduto dissolvendosi nel fiume che pensavano di guidare. Il cuore ritorna a dove si vive ma altro speravamo, Tra il successo e fallire spesso manca poco, si confondono i significati nell’ultimo sforzo, ma in fondo se s’impara la bellezza mai si è perduto, chi strappa un fiore la malintende perché non si possiede né il bello né la verita e se poi una rosa illumina una casa, è sua la bellezza gli altri forse ne vedranno la fatica d’essere ancora vita che accompagna la luce.
Arriveranno pensieri, auguri, inviti, le cose belle si mischieranno all’assenza, ma l’ accesa stagione non colmerà i vuoti. E se d’intanto in tanto, il verde, occhieggerà imperioso, e il marrone sembrerà passato, pronto a tramutarsi in rosso cuore, resterà l’assenza, la sera, soprattutto, quando sospende l’ultimo canto degli uccelli di luce quando c’è un silenzio in cui si colloca ogni attesa, e non è il buio della notte, e non è il cielo ancora pieno di chiaro, ma è il cuore che si guarda dentro e non trova.
La vita sobria è un rosario di verde, che sgrana nei giorni di attese discrete, di te, del tuo passo senza fretta. Nell’aria di ogni mattina diversa. la sobrietà delle parole attendono il suono il segno, la forma, e restano negli occhi, sospese nel corsivo pomeriggio. Ogni giorno rintocca, e raduna attorno un concerto di piccoli segni, il libro aperto rilegge la frase, per il piacere che attende d’entrare, come accade alle bocche prima del bacio. Ho visto pietre spaccate dal gelo, che mostravano la fatica del carbonato, nell’essere stato vivo e poi sasso, come accade alla memoria d’un gesto mio, che ha rotto il tempo allora, mutando attorno i colori, e molto ha mutato. Sul terrazzo vige la gioiosa confusione delle piante che rispondono con tenerezza al poco e variano il verde secondo il mio umore, acqua e cura è ciò che richiedono i corpi, e che il dolore di un sapere lontano abbia ancora speranza. Prima della sera, raduno ciò che è venuto e m’arrendo al sentire che non tace, così mentre la notte beve la luce l’umore attorno si mescola al mio.
Le mie, le tue, erano spesso virtù ineguali, lasciate all’estro che pescava nel profondo, e di tanta oscurità il colore ne soffriva. Il voler essere cangiante era prigione al vero: parlavamo d’altro eppure eravamo incredibilmente prossimi e vicini, chi s’intendeva di magie avrebbe conosciuto l’assonanza, non noi, così aperti e chiusi, non noi che donavamo senza risparmio e conto, ma di quella necessità d’essere riluceva l’assenza, il grido acuto che non aveva le parole, non ancora, o forse mai. Nell’occasione ripetevamo l’io, la necessità, il bisogno, mentre da tutto il vero, urgeva il noi, l’allacciarsi nell’assoluto, e ancora il noi.
Mi prende, a sera dopo molto fare senza costrutto, la tentazione di tornare ai libri miei che tappezzano le pareti attorno. Guardo la musica che paziente attende d’essere ascoltata. Penso alle piccole abitudini della scrittura senza fretta, agli inchiostri, ai pennini e alla carta buona. Vorrei tutto il tempo possibile, lo stare in silenzio, il lasciare che il dentro e il fuori si parlino, e tutto s’allacci, si ingarbugli per la soddisfazione che prova ogni gorgo prima di scorrere verso le rive e il mare.
E’ la necessità di tirare il fiato, di spostare l’aria che entra e riempie le stanze, far posto al buon sapore degli odori, ai rumori di ciò che sta attorno. Così scorro con gli occhi i luoghi che conosco eppure hanno accenti nuovi. Una sedia per il sole, un bicchiere che attende una bocca, richiami tra terrazze e stanze. Penso che le compagnie delle cose si semplificano e sono pazienti, come le aromatiche sul terrazzo, qualche fiore che procede per suo conto, il cibo semplice che è stanchezza del complicato strombazzare di gusti alla moda. E gli occhi tornano sui libri, tanti libri, più di quanti mai leggerò, e servono per tenere aperta la vita e il futuro e il passato intrecciati. Ho la fortuna (e a volte è vincolo a capire) d’ una buona memoria che ricorda ciò che la rete della vita ha tenuto e messo assieme, ciò che è stato e quello che poteva ma non ha avuto coraggio.
E in questa piccola pace sento l’equilibrio di quello che si raccoglie attorno e dentro con rinnovato ordine: la passione, il tumulto, il rifiuto, l’amore. Il futuro e il tedio che con i piccoli dispetti si confrontano. E penso allora che è tempo di tornare, ma non è ancora tempo di chiudere le porte al mondo.
La sera durava sino all’infinito racchiuso nella prima lucciola, e una punta di nostalgia di quiete, incontrava il richiamo agli affetti. C’erano state, ma prima, ripetute grida nel buio, ma quel buio non c’era nell’ultimo gioco, nella confidenza bisbigliata sedendosi accanto, e aveva taciuto sino allo scadere della fiducia in sé, poi improvviso nel primo brivido di solitudine era stato evidente, il buio. E si stupivano gli occhi per le pozze di luce gialla che ora tracciavano i lampioni li c’era dentro e il fuori della notte. I marciapiedi erano luce riflessa, la scia verso casa, con la corte trafitta dal grido d’un rapace, e il cuore nell’ansia della corsa. Era bello il rimprovero contenuto nell’abbraccio, vedere le cose che avevano atteso e sentire il buio che s’acquattava sul davanzale come il gatto quando ci guardava, tranquillo, per capire.
Al profumo dei tigli corrisponde una serenità inespressa, una luce verde che si fa strada tra le foglie, la necessità lieve del camminare lento e del guardar vedendo. Dentro e fuori.
Non esiste un’ essenza di tiglio che conservi tutto ciò, è necessario viverla questa stagione e ricordarla poi, se si vorrà, con qualche tisana d’inverno.
O, ancora, conservarne il ritmo vitale nell’andare lento sotto altri alberi che raccontino, evochino, ciò che è stato e ciò che si ripeterà.
C’è un passato che non muta nei lunghi viali di città. Le forme geometriche nelle vite acquietano. Il sapere che domani le cose saranno ancora al loro posto aiuta ad affrontare la notte.
E’ un senso del trascorrere che sta tra la nostalgia e la sicurezza d’un futuro.
C’è circolarità nel tempo. Accadrà di nuovo, troveremo tracce di noi nelle cose, ci sarà qualcosa che manca e qualcosa di possibile.
Un estate arriva, padrona del suo caldo, reca nuovi profumi e suoni, notte, umori, finestre spalancate. E voglia di lasciarsi andare perché il nuovo sia buono e ci trovi accoglienti.