inutile

In evidenza

Inutile, come il rintocco lontano,
il ricordo si sveglia
è bronzo pensoso,
traccia d’aria e colore sulle cose.
C’è il borbottio del sole d’inverno,
quello gentile sui vetri,
che talvolta accarezza la neve,
ma s’accontenta di brillare la pioggia,
è dolce senza illudere
mentre mormora la stagione del gelo.

Tra oggetti ora fidati
le cose si sentono scordate,
ma attendono e sono madie ricolme
di pazienze infinite in cui si consumano,
eppure stanno
certe d’essere riprese.
Col tempo s’affilano i mesi,
i minuti stanno al loro posto,
solo gli anni s’ammucchiano
e l’inutile è arco di stupore,
perché molto s’è compiuto
ma ciò che attende è nuovo,
come quel germogliare
di cui non si conosce la foglia
mentre la radice è parte di noi
e beve nel mondo già stato.
Ho amato e il cielo rammenta,
urge la vita in questa unione
in cui ogni segno è curvo
come cuore forte e paziente.
Se stendo le braccia alla luce
ne sento il battere dolce.

sabato pomeriggio

In evidenza

È lo sfogliare quieto
del catalogo già visto,
la vita scorsa:
figure e tratti di discorso
attirano interesse
e le fantasie di percorsi abbandonati, spremono il possibile mai stato.
Ozio pensoso per il freddo sabato
che già novembre saluta
e fugge dalla calca
e dalle luci delle feste.

Il giorno s’addensa nel tramonto
freddo del colore pieno
che riga l’orizzonte,
è l’aria limpida che lo scrive
e porta il sospiro lieve della notte.
Poi sarà il laborioso sonno
a traboccare dove tessono
I fili mai tessuti
e le trame inusitate.
Storie dal senso arcano
di figure amate,
sicure di sé interpellano,
tra enigmi ed emozioni.

Ci penserà il mattino,
con luce piena e fretta di pulire,
a cancellare quel dirsi
perentorio e senza luogo.
Ma cosa sono quelle briciole rimaste?
Colori e pezzi di vissuto
da spargere nel giorno,
come coriandoli di festa
all’usato nuovo
che già urge l’attenzione.

https://youtu.be/N1TjiaYUbHE?si=uoSuey700U-IJDqh

oziosità

Decifro le mie vecchie annotazioni
che contendono il margine nei libri,
mostrano il candore degli anni,
i tremori inutili d’un senso sbiadito.
Le parole hanno scadenze e paure,
e il significato è voragine
che spalanca fondi luminosi.
Vedersi può accogliere il limite,
il suono che non torna,
ma ricorda nel sussurro che fioriva
il labbro che s’arriccia
mettendo pensiero al sorriso.

E ora ciò che è stato è aria,
traccia che conduce,
come il profumo dell’impavida rosa
che solitaria affronta l’inverno,

Dallo zaino riposto
esce un rivolo di sabbia,
l’odore di battigia e il profumo del sole,
tutto congiura lieto
nel pensiero d’un allora
diverso e stato.

https://youtu.be/Q2wneBVssPc?si=5Jn_T4ZY5t96CK02

da qualche parte nascerà

Da qualche parte nascerà il mondo nuovo,
non dubitatene.
Scorre nel sangue,
s’ annida nei pensieri,
la realtà lo alimenta e lo fa crescere.
Sarà con noi oltre la convenienza,
oltre la cupidigia,
oltre l’egoismo.
I sentimenti hanno misura
solo nell’uomo senza amore
assieme diventano fiume e mare.
E’ un bisogno di vita,
non un desiderio e così emergerà,
prima, come grido di pochi,
poi crescerà
e dilagando farà battere i cuori,
scaldare le tempie.
Farà esercitare le intelligenze,
per mostrare l’evidenza a chi non vuol vedere.


Del resto vediamo, subiamo, sentiamo cosa produce un capitalismo senza dialettica.
Lo viviamo nell’ambiente che si deteriora E ci rifiuta, nel lavoro che manca, nelle crisi che non trovano soluzioni, nel distacco sempre più forte tra chi ha e chi non ha.
Lo sentiamo nei diritti che si affievoliscono, nell’uomo che conta meno del denaro, lo vediamo nella diseguaglianza che cresce, nella povertà senza riscatto, nella ingiusta lotta tra poveri per strapparsi un diritto.
Perché consumata la democrazia, il rispetto, la dignità degli uomini, il denaro lucra sulla crisi, sulla salute, sui settarismi, sull’intolleranza.


Nascerà da qualche parte, avrà un nome antico, rivoluzione, e parlerà ancora con parole antiche: uguaglianza, fraternità, libertà, ma tutto sembrerà nuovo a chi lo vivrà.
Non è una speranza, è una certezza, è sempre stato così, la storia non si ripete ma obbedisce alla spinta verso l’essere assieme, verso il costruirla assieme.
Non prevalebunt è l’equivalente del no pasaran, sempre le stesse parole, sempre gli stessi bisogni.
Profondi, radicati, incoercibili, certi.

non c’è futuro senza lotta

Cosa ha visto
il vecchio comunista palestinese,
la sua vita è lunga,
i suoi occhi sono chiari,
le parole scandite,
aguzze pietre intrise di terra,
ricordo e presente.
C’è l’ombra di un olivo,
s’appoggia appena
e toglie il sudore il dorso della mano,            
il pensiero segmenta la vita,
il passato, l’attesa, il dolore.
Il quotidiano fare,
l’amare, sperare.
Non c’è futuro senza paziente lotta,
senza il bene che è giustizia.
Già nel lavoro è il rifiuto del sopruso
e nel dar vita alla terra amata e stenta
è resistenza, l’olio profumato e il grano.
Essere per i giorni che verranno,
sentirne il profumo
nel vento che il sole riscalda
e a sera rinfresca e parla di casa
come una carezza che fiorisce
dalla pelle dura di lavoro
e d’amore.

scienza che non s’apprende

Nel pomeriggio radioso lungo una banchina di stazione,
o la sera in un bar di periferia,
tra chiacchiere e fumo
tazze orlate di schiuma
e bicchieri bagnati di birra,
qualcosa si rompeva incidendo la carne.
Parole senza tempo né luogo
e neppure creanza,
irrompevano nell’estate che si apriva alla festa,
o nella riva ancor calda del mare d’ottobre,
ridevano di noi,
dei nostri passi nudi tra sassi impietosi
in torrenti a primavera,
erano il tempo che illude il suo compiere
e piccoli addii per costellare malinconie
ed errori

per fortuna vissuti.
Così riposta la memoria, alimentato il rimpianto,
è rimasta una scia,
di scarpe lasciate a fianco dei cassonetti di città,
per rinnovare il cammino,
ma conservo il giallo dei tigli di maggio,
la ferocia dei tannini di noce,
l’asprore dolce dell’uva da vino
e la bruma dell’erba dei mattini d’attesa.
Non ho memoria di ciò che ho nascosto
ma stanotte I tuoi sorrisi erano luce nell’ombra,
quieti I timori posti nel canto del futuro subito,
e tra notturni sogni di fuoco e di polvere,
c’era l’ultimo calore condiviso
nel cielo impietoso che stringeva l’abbraccio.
Nulla s’apprende, nulla che conti,
l’amore, la gioia sono sorprese,
e nel loro riflettersi la luce si perde,
in un gioco di specchi dove la sostanza rapprende e nasconde,
ma non trattiene qualcosa di rosso
ed è nel lampo che il moto degl’occhi intravvede d’essere stato
e non ancora compiuto.

https://youtu.be/dB5gEzLqTlg?si=FvKlCuYI1NFF7t8_

dolce e inerme è il restare

Apprestarsi al meriggio,
fidando nei gesti appresi
e all’avaro pensare,
perduto al fraintendere
che ora è richiesta.
Scorrono semi d’intuito,
scintille che non appiccano fuochi,
e anelano aria pulita,
come la mano che sente la carezza dell’acqua
e intanto ne scioglie gl’innumeri fili.
È così l’aria che di noi serba impronta
e mescola allegra, ignare persone,
e non conosce la direzione del caso
ma avvolge di tiepidi refoli la pelle,
il viso, il corpo che l’accoglie indiscreta.
Così è la luce, e il sospendere la penna sul foglio,
aspettando che la parola si colmi,
mentre è il senso che riempie
e ferma ogni tempo,
lo confonde, lo quieta.
Dolce e inerme, è il restare,
sospesi e inconclusi
come ogni buono che ancora c’attende.

hai…

Chiusa la porta
ora l’aria è una lama che sfugge,
la luce batte sui vetri, 
sgomita, apre varchi, 
chiede alle probabilità,
che gli occhi socchiudono,
che il sogno inizi. 
Là dove il verde si guarda
e s’intenerisce di sé 
chiedi a chi tiene conto,
dei fili dell’erba, 
d’ogni orma passata, 
del volo in ogni sua specie. 
Vedi come scava la luce nei muri, 
cogli l’ombra dei passi 
che addolcisce la pietra, 
E senti del cuore gli inciampi, 
il canto sommesso delle cose in disparte, 
e il dire tuo, nel pensiero che esita,
diviene cura eccessiva del gesto,
sino al sospiro che ammutolisce. 
Immagino la penombra, 
il rumore della quiete 
e l’offerta che sceglie, 
dal senso la forma del dirlo,
accosti il sentire
come fosse colore
e dissona o converge
del tutto la piena armonia.

le parole si accolgono prima di capire

Le parole sono imprecisioni del sentire che attende di capire.
Noi che innocenti diciamo siamo i mediatori dell’attesa.
So che non è risposta al percorrere il profondo,
ma così il pensiero corre libero
fino ad inciampare in una riflessione
che fa ciò che deve
e si sofferma e guarda la nuova luce generosa.
Poi dirà qualcosa fuori tema a sé,
le cose migliori nascono dalla fatica del niente
dalla mente che ascolta e accoglie senza chiedere.

pomeriggio di novembre

È così raro tenere il filo dei ricordi senza tempo,
cucirli d’ordinato andare
mentre gli occhi s’alzano verso il vetro e il cielo.
Dolce è passare il dorso della mano,
e scrivere immemori il vapore,
presi dalla trama delle gocce
che corrono e cancellano la storia.
Pomeriggio d’autunno di cui amare il calore immoto,
è tenera la penombra della quiete prima della lampada,
che rammenta il segno d’un rumore antico.
Il pensiero annusa il tempo
e taglia il cotone con forbice affilata,
attento al gesso dei confini,
per cucire una sorpresa stata.
Come voce nel teatro vuoto,
nella casa dagli accostati scuri,
la notte entra staffilando la residua luce,
il credo dell’amare
è rimasto a guardia del sentire.