Eri tu e l’amore,
nei sogni di una ragazza,
che già custodiva I sentimenti
per traversare giovane, gli anni.
Come allora mi commuove il ricordo delle tue lacrime discrete,
e rischiara il tempo la certezza dei tuoi giorni d’allegria.
Si ricorda e si piange a sera
che non è il cader del giorno,
ma il cuore che rammenta ciò che tace.
Quanto hai atteso.
il ritorno di chi amavi,
e la certezza non bastava
per distendere il tuo volto.
Ci sarebbe stato tempo
per la quiete e l’abitudine,
il ricorrere delle feste
annullava la fatica.
La cura messa nel lavoro
era la stessa dell’amore dato,
a noi, nella presenza e nell’attesa.
Non guardavi lo scorrere e il mutare
e gli anni non erano peso,
ogni giorno era un inventare
fedele a te
curiosa del divenire e di chi amavi.
La tua vita non si ripeteva uguale,
eppure ero sempre bimbo nel tuo abbraccio,
accolto ad ogni strana ora e accudito.
Si impara ad amare, amati,
e l’amore tutti univa.
D’estate c’era per noi tutti sabbia e acqua
ed era festa in quel mare ricucito al gioco,
scoprivo il piacere,
immerso nel profumare di salso ed erbe,
che è aria che si posa
sulla pelle e l’ama.
Il preannuncio di calma della cena,
nel momento che durava,
tutti assieme,
uniti e queruli d’allegra vicinanza e amore,
così i giorni della festa si protendevano nell’anno,
e ogni dolcezza era una attesa confermata.
Abitavamo sempre in alto,
avevi bisogno d’aria e cielo,
non pesavano le scale.
Nelle vecchie case si ripetevano
muri segnati da chissà quali mani
e gradini di pietra tenera scavata.
Innumeri passi,
innumere presenze andate
che si rintanavano nei sogni,
volevi muri bianchi di calcina
e arabeschi rossi e cilestrini,
tutto sembrava nuovo,
come il pulito che tanto amavi
e il cuore ritmava
canzoni da te salendo.
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molliche di ricordi
In evidenza
Nei gesti precisi,
le indecisioni d’un tempo scordate,
c’è l’abitudine al buono pensato,
e così nasce un profumo,
che si spande e apre la festa.
Mi perdo nei sogni, impasto farina
con i ricordi che si fan strada,
tra parole e pensieri.
Allora siamo entrambi bambini
tra vecchie pareti giochiamo.
mi nascondo, commuove il pensiero,
di lui, cresciuto lontano,
che sicuro d’entrambi, rincorre.
Conosce le astuzie di porte e mobilia,
ride e protegge,
un’ottomana accoglie
dei fratelli la lotta felice.
Fino al richiamo,
è pronto si pranza,
il profumo sollecita,
s’insinua, sì spande,
pervade l’amore,
e curioso, piccino, lo cerco,
ed è lì che m’attende,
dorato e sornione,
ammiccante d’assaggio.
nel desco della domenica
il pane condiviso e l’amore ,
riscrivere parole
Ogni giorno uguale ha sparso stanchezza e sabbia,
chinato gli occhi senza vedere il selciato,
così s’annodano l’utile all’inutile
e restano grumi di vissuto,
scene contemplate e nebbia.
È tempo di riscrivere parole per un sentire nuovo,
che luccica e chiama a essere raccolto,
La mattina riemersa dalla stanca notte
si è cibata di castagne e uova cotte nella cenere.
Nessuna apparente traccia di ciò che ha lasciato il giorno,
l’aria distratta non ha conservato impronte,
né sospeso il sudore o suoni strappati come fogli.
Delle parole a pezzetti è rimasta l’attesa del vento,
del loro gioco, carnevale in volo,
ora c’è la sete che prende la mattina:
è lo scuro che non s’è visto,
che ha trasfigurato sé in lampi per la mente,
quelli che aprono labbra
e promettono alle lingue.
ogni emozione è nuova
Ogni emozione è nuova,
così la gioia, il timore,
e mentre il nuovo non ricorda,
la passione scrive un nuovo senso.
Mi soffermo per sentire appieno,
sta accanto il ricordo
eppure ogni pensiero scopre
verità prima celate.
E sotto ci saranno nuove verità,
feconde nel far nascere,
accoglienti per scomporre il già vissuto
che da esso vita s’alimenta.
Vedi che tutto s’assomiglia,
ma è se stesso
e nulla si confonde,
ogni filo d’erba nato,
l’acqua nuova, il cielo che la dona,
anche il vento è sempre nuovo
e scava la pietra con rinnovata lena.
Ogni cosa costantemente nasce
ed è la vita il sicuro porto,
il pensiero ch’essa genera,
che guida,
così verrà serenità nel tempo del ferro
e dell’oscuro.
Riconosciamo il nuovo che si mostra,
il perenne dire che non tace
e mentre affossa l’urlo della furia
il suo silenzio affolla per far nascere la vita.
Gentile, la contempla mentre s’appressa,
e ascolta il suo suono incoercibile che sorge.
insoddisfazione
La pena è un vento senza vela né riparo,
è polvere degli interstizi del pensiero.
Ciò che depone uova di serpe
lo fa secondo arbitrio,
non usa chiedere
perché dietro ogni angolo
s’acquatta una scelta,
animale per brevi consolazioni,
o risvolto d’anima da comprendere appieno.
Il dolore ha segni di silenzio,
e chi sente il calore che toglie
ne ha rispetto, distoglie lo sguardo,
è pudore che vede
ed attende che la carta muti il suo segno.

ci sarà tempo
Ci sarà un tempo per l’irrilevanza
con il colore che estenua I visi e fugge dalle cose
Ci sarà un tempo in cui si sgrana l’acqua e cadono le pietre,
i nomi sciolgono le labbra
e cio ch’era solido si disfa per suo conto.
Ci sarà un tempo di luce grigia
in cui l’esecrare non avrà più senso,
dei nuovi popoli sarà pronta la memoria
e del vecchio solo polvere per vento.
Ci saranno notti che negano all’anima la luce,
solitudini nel buio che ricama domande accantonate,
e mentre i cani abbaiano lontano,
occhi aperti attenderanno
una fede che cancelli la ragione.
in città l’autunno

Penso al tuo autunno
così eguale e così diverso,
qui gli alberi ancora sentono l’estate
quella che da te rifulge piena.
La città si è scrollata la calura,
corre nelle gambe degli scolari,
allegri per l’aria e per gli amici.
Nelle strade troppe auto
visi sempre tesi di ritardo,
più tardi aprono i negozi,
ma chi cammina ha una meta, un luogo,
e il passo dell’affanno.
Ci sono da te i ragazzi in strada?
Qui escono alla sera
mentre il rosso nel cielo già s’estenua,
si siedono nei bar, ridono, passeggiano,
I baci non attendono la notte
ed è un scivolar di passi
indifferenti al traffico,
mentre fervono attese e parole sussurrate,
nelle strade colme di chi torna.
Nella mattina I ragazzi erano in piazza,
le bandiere sventolavano,
cartelli e slogan ritmavano l’andare,
loro sentivano le grida da lontano,
l’autunno a Gaza, l’omicidio
che non rispetta l’età e le stagioni.
Avevano Il cuore colmo,
che traboccava rabbia, compassione e pianto,
e hanno camminato a lungo,
gridato e chiesto pace
sino ad essere afoni
maltrattati mai muti.
Con loro camminava l’amore,
felice di aver chiesto vita.
coriandoli d’anima
Mettere a posto un particolare,
una cosa minuta che nessuno noterebbe. Prendere qualcosa da uno scaffale,
seguendo un pensiero,
soffermarsi guardando l’aria.
Accanirsi nel riparare un oggetto,
che non vale nulla, eppure è una sfida.
Cose che raccolgono,
preghiere laiche
per dare tregua all’amarezza,
si celano nella mania di pensare.
Qual era il fiume che ci avrebbe fatto grandi,
quello che avrebbe colmato il desiderio
e sanata la crepa dell’assenza?
Era la felicità immaginata e condivisa,
la gioia del sollevare le foglie d’autunno
e ridere, si ridere di tutto e di nulla.
Trovata e subito perduta,
attesa al risveglio,
costruita con il lento caffè
e la sua prima quiete,
portata nella fatica ilare del giorno,
nella porta che s’apre e non pensa alla sera.
Della somma felice,
d’ogni vissuto restano succedanei,
e la quiete del rompicapo
che si ritrova nel solo ordine nostro,
una tranquillità
e un deporre le armi.
Quisquilie e coriandoli d’anima,
e a fatica si scrive il futuro.
un prisma il silenzio
Nel consueto persiste una luce
e non si coglie
se non viene mostrata,
è l’intorno che l’aiuta,
un riflesso, un cremisi, un indaco,
qualcosa che tolga
mentre si versa e riempie.
Guarda nello specchio,
oltre te posa lo sguardo e vedi
ciò che da dietro muto ti osserva.
Non è silente, ti scruta,
in te cerca la luce
e ciò che la mostra.
Come fa la roccia prima d’esser capita,
dall’acqua che distrattamente la lucida,
e tra altri infiniti sassi, non s’accorge
che tutti le danno qualcosa
avanti l’esser limacciosa.
Intanto si concede
e scorre spensierata,
felice d’essere sapore e densità,
fresca come il nuovo che si scarta
e ci sorprende ciechi al suo sguardo.
Così ho visto te che bevevi la luce
e il volto troppo schiariva,
pur sorridendo ha i suoi diritti la pelle
e non merita la consuetudine del vedere.
L’acqua era poco distante,
aggiungeva un lampo al pensiero,
e cadeva nel silenzio
ch’è prisma del sentire
mentre scompone suoni e colori:
tenevi il rosso nelle gote
Il carminio delle labbra
e posavi in essi la fiducia del cuore.
buon inizio d’anno
Quand’ero bambino le scuole iniziavano ad ottobre. A settembre si era nostalgicamente liquidata la vacanza e riottosamente, ma anche con la curiosità del nuovo, iniziava qualcosa che aveva già l’odore dell’inchiostro nero. Quello che il bidello avrebbe versato una volta a settimana nel calamaio del banco e che sarebbe stato costantemente inquinato con pezzettini di carta assorbente dai compagni in vena di scherzi. Intingere un pennino di bella fattura in quel calamaio voleva dire pescare un grumo che forse per uno scolaro cinese sarebbe stato una delizia ma per i nostri quaderni era una disgrazia. Penso che Rorschach abbia tratto dal suo inconscio scolastico l’interpretazione delle sue macchie per la psiche. Ed effettivamente la macchia aveva un effetto strettamente connesso con l’atteggiamento mentale verso la realtà dell’alunno. Chi ci scherzava, chi strappava, chi irrorava la macchia di lacrime grosse e calde pensando al presente immediato e al futuro prossimo, entrambi punitivi. Con difficoltà si imparava a scrivere in corsivo, con qualche piccola punizione si sostituivano i quaderni sempre scarni di pagine da strappare e per l’arte c’era la carta da disegno Fabriano. Da solo o con la mamma, andavo in quella cartoleria vicino a casa, chiedevo i nuovi libri, i quaderni, le matite colorate, l’album da disegno. Il profumo di quella botteguccia era cedro e cotone, cocoina, col sentore di mandorle amare, mescolato e reso unico dal sottofondo di colonia della proprietaria e da una nota persistente acidula d’inchiostro. La signorilità della proprietaria concedeva anche la possibilità della “sniffata” senza comprare qualcosa. Sarebbe servita durante l’anno per una sosta che rimetteva in ordine necessità e desideri ed era sua la pazienza di ascoltare un bambinetto, la stessa di chi possiede la bellezza e la elargisce generosamente. Quello della cartoleria era un profumo che restava dentro, come l’imparare, anzi ho imparato un profumo prima di compitare e di far di conto. Come un fiume, tutti i gesti, le ore, i pensieri, secondo la vulgata allora corrente, dovevano confluire nella scuola. Ma era un fiume di attività di distrazione, di sensi di colpa, di eroico apprendere che si gettava vestito di grembiulino nero e colletto bianco, nella scuola: E qualunque cosa si fosse compiuta, sarebbe stato un nobile inizio, magari fatto di spintoni, cartelle gettate, graffi e urla, ma era un inizio intinto di sacralità sociale.
Non sapevo nessuna di queste parole, però già avevo capito tutto quello che c’era da capire per sopravvivere.