la solitudine dell’opera d’arte

L’opera d’arte è spesso sola. Nei musei, nelle case dopo l’investimento emozionante, nei giardini o sui muri delle città, il prodotto del sentire, del vedere, del percepire diviene muto.

L’opera d’arte comunica per sensazione, si alimenta di sguardi interroganti.  Ma vive e muore nella sua immortalità, perché spesso l’immortalità pospone, genera indifferenza al sentire qui ed ora, diviene numero prima che testo, rimando a favore di altro. Tanto l’opera si potrà ritrovare quando ci sarà tempo, attenzione diversa, non scappa. Capisco i pre raffaelliti, il dipingere su biacca con colori che si decomponevano,  l’introdurre la caducità come elemento fondante del parlarsi, perché il deteriorarsi è mutevolezza, necessità di non rimandare.

C’è troppo di tutto e in questa bulimia è solo l’urgenza che comanda. E se invece fosse il sentire, non il numero che conta? Il sapere che non ci sarà un’altra volta perché dopo sarebbe diverso? Il raccontare il marginale perché dell’eccellenza parlano tutti?

 

 

L’opera è di Fontana, il museo è il Mart di Rovereto, la mostra principale in corso  -non me ne voglia Botta o l’arte concettuale-  è sulla scultura di Modigliani. Mostra che vi consiglio davvero. Le opere delle altre sale soffrono della compresenza di troppa attrazione dei nomi, delle cifre dell’ultima asta, dell’esserci oltre il tempo delle altre opere a prestito. E lo sguardo distratto è dietro l’angolo.

17.05

Guardo edifici incompiuti, gli scheletri verso la sera e le luci gialle di cantiere, le gru arrugginite dietro recinzioni sfondate e cartelli illeggibili. M’indignavo fino alla sofferenza quando mi raccontavano degli abusi, delle furberie, della violenza di chi sa come uscire dai gineprai senza danno. E dal mio ufficio potevo solo dire di no, porre dighe che sarebbero state scavalcate al prossimo giro di walzer. Il ricordo mi prende alla gola, spengo i fari, accosto, mi fermo.

La ragazza cammina sul bordo della strada, il corpo in avanti, col viso che si vede appena tra il berretto calcato e la sciarpa colorata. Ha passi decisi, evita l’erba bagnata del fosso e l’asfalto. Ha costruito un percorso sul ghiaino. Il marciapiedi non è mai stato fatto, segno di oneri non onorati di imprese fallite, ma neppure serviva, qui non cammina nessuno. E’ sola tra le fabbriche e la città, in luoghi senza regole dove non dovrebbero esserci persone a piedi. Qui si passa in macchina o su mezzi veloci, non si cammina neppure di giorno, l’insicurezza è nell’aria che inghiotte la lentezza.

La ragazza ha una direzione, una meta, un pensiero. Potrebbe essere una ragazza dell’est, una badante giovane, una ragazza mollata su un marciapiedi dopo un rapporto. Una figlia di qualcuno in città che ha scelto di sbattere una porta d’auto, una ragazza in fuga, una donna che sa dove andare. Alle spalle lo scheletro del fabbricato fuma: qualcuno passerà la notte tra cemento e cartoni.

Non sopportavo i racconti interessati, le delazioni, come non le sopporto ora. Venivano di pomeriggio, avevano chiesto appuntamento, oppure semplicemente s’infilavano nella porta aperta. Li guardavo, sapevo che di lì a poco la miseria, il veleno, il fango, m’avrebbe investito e nella mia testa, persone conosciute, luoghi, pezzi di piano regolatore sarebbero cambiati. Li avrei difesi per quanto potevo, negando, affermando, tacendo, non assentendo, dimostrando di non sapere, ma dopo chi era stato evocato non sarebbe stato lo stesso. Il peggio veniva quando abbassavano il tono, accennavano a pratiche risolte e non onorate da ex colleghi , ammiccavano, insinuavano. Non di rado li ho cacciati, accompagnati alla porta mentre alzavano la voce, minacciavano. Li invitavo ad andare in procura, Chiudevo la porta, mi sedevo e guardavo il grande quadro davanti a me. Vuoto, vuoto. E mi chiedevo…

Il tratto tra l’ultimo cantiere e le case è campagna, ma non è lungo, la ragazza rallenta. Guarda le luci delle finestre, dentro ci sono colori pastello, qualche albero di natale, sagome che si muovono veloci. Sono villette, case a schiera, c’è molto verde attorno. Camini che fumano, il rito del fuoco d’inverno. La ragazza ora è ferma, sulle spalle ha un piccolo zainetto, accende una sigaretta. Guarda. Nella sua testa si fa largo la situazione, il posto, la distanza rispetto ad una sicurezza, il bisogno di luce e calore che porta la notte. Non mi vede, fuma, ma non compie i gesti che fanno parte delle nostre relazioni con il mondo: non prende un telefonino, non guarda lo schermo, non guarda verso l’alto finché telefona, non batte i piedi per il freddo, non attende. Si è tolta un guanto e fuma. Vorrei avvicinarmi, chiederle se ha bisogno di qualcosa, guardare assieme a lei le luci gialle dei cantieri, ascoltare le parole fluenti o stentate, vedere lo sguardo impaurito che si rasserena, tenerla con le parole, non con le mani, dirle che benvenuto è solo una parola.

Vengono ancora da me, sono i meno informati, quelli che non sanno che non conto più nulla oppure quelli che pensano che per chi c’è stato, non finisce mai. Quelli che basta una telefonata, che adesso hanno l’affare della vita, il parente bravissimo ma sfortunato, la figlia che ha studiato tanto ed ora non sa cosa fare, il lotticino di terra scordato nell’ultima variante. Oppure semplicemente vogliono parlare, sentire la loro voce che li racconta, li tratteggia, fornisce la dimensione delle vite nascoste in case che non voglio immaginare. Parlano di sé, degli altri che li hanno segnati, usano parole sfumate, a doppio senso quando insinuano, sorridono, ma non hanno cattiverie forti, m’indignano poco, piuttosto tolgono le forze della speranza. Come vengono da me andranno da altri, parleranno male di me come adesso fanno di altri. Forse con gli stessi. Devono avere una memoria formidabile per ricordarsi tutto quello che dicono, che hanno detto e a chi l’hanno detto. Sono dotati di un senso del relativo che li rinnova ad ogni incontro, quando tornano a casa salutano la moglie, i figli, si siedono a tavola, accendono il camino, guardano la tv, telefonano, vanno a letto, ogni tanto fanno all’amore, rimuginano i torti, promettono, minacciano, scappano.

La ragazza si è rimessa a camminare piano, è indecisa se immergersi tra le case oppure proseguire sul bordo che è diventato marciapiedi. I lampioni si sono accesi da poco. Quando è successo ha alzato il mento, si sono visti gli occhi, la bocca, il naso, li ha guardati a lungo, finché il freddo non ha abbassato il viso nella sciarpa. Si vede che ha bisogno di calore, mi avvicino, le chiedo se posso essere utile. Mi guarda, scuote la testa. Insisto, conosco il posto. Mi chiede dov’é la fermata dell’autobus per la città. L’accompagno, non è distante, potrei portarla in macchina, ma si farebbe una domanda che non voglio. Le offro un cappuccino finché attende, poi la saluto quando parte. Sorride. Non so nulla, non ha detto nulla. Torno verso la zona industriale, guardo gli edifici incompleti, sento il freddo che entra sotto il piumino.


felice di piacerti

In questa centrale che macina tempo, esperienze, attenzioni, talora capita di ricapitolare tra sé l’eccezione di un incontro condiviso. Felice di piacerti, ha la consistenza di un mantra, della vita, del regalo ricevuto.

 


di tanti tempi c’è bisogno

Credo che di tanti tempi ci sia bisogno. Del tempo costretto, di quello divertito, del tempo senza senso, di quello capitato, di quello lento, di quello già passato. Credo che le notti avranno scie di fuochi e di meraviglie urlate, che le stelle, o le nuvole, o la falce di luna saranno cancellate, ma poi premeranno alle finestre per essere ascoltate. E vorranno il loro tempo che d’amore o di ragione, di gioia o di tristezza, dovrà essere dato.

Per volontà e per caso, capiterà il tempo di risate. Nervose nell’ indecisione, poi trepide, aspirate, ed infine, alitate a sussurrare il battito del cuore. Credo di quel tempo ci sia bisogno. Come del tempo posseduto in polpastrelli da schioccare, ma anche adagiato su dita senza tempo da sfiorare. Di quel tempo c’è bisogno. Del tempo corto per la frenesia, del tempo supino, padre di notti insonni, di pomeriggi arrossati, di mattine impastate, di quel tempo c’è bisogno. Del tempo lungo per distillare, del tempo per attendere e pensare, del tempo steso e senza tempo. Di quel tempo c’è bisogno.

Di tempo stirato, passato sotto usci che non si vogliono aprire, di un tempo color cremisi che gocciola in disparte, di tempi in mani abbandonate senza tempo, di quel tempo c’è bisogno. Di un tempo scritto, letto, ripassato, odorato, riposto, ricordato, di quel tempo c’è bisogno. Di un tempo non più tuo, regalato, ripreso, ritornato, poi assieme spezzettato, ricomposto tra i baci. Di tempo che scendendo rotola e di tempo di roccia ferma, c’è bisogno.

Ad ognuno il suo tempo, c’è bisogno. Di un tempo sregolato, cantato ad alta voce, o sussurrato, sciolto nell’oscurità di un portico, o proteso appena sopra il vino e una candela, di quel tempo c’è bisogno.

Ad un cuore che batte, il suo tempo di battere, la pazienza di ascoltare, di attendere, di meravigliare, di avvampare, di dormire sulla passione che non dorme, di scivolare nell’ abbraccio che è il suo tempo. Il tempo di vivere, tenere, baciare, aspirare, sputare, lasciare, intrecciare, sciogliere, condividere, donare.  Un tempo che sia tempi, tessuti di sole e d’ombra, di angeli e di uomini, dove ciascuno peschi il suo, di questi tempi c’è bisogno.


the end of the affairs

Se avessi un cane andrei d’autunno al mare

a correre insieme sulla sabbia dura,

soli e felici di crollare ansanti,

nel freddo che morde come una felicità inattesa.

Se avessi un cane andrei d’autunno al mare,

nei giorni senza nome tra le settimane,

persi ciascuno nei pensieri sulla riva,

prima d’essere carezza e poi ricordo grato.

Noi soli, a giocare,

davanti alle vetrate,

dove spuntano occhi dai fumanti cappuccini.



l’anticomunista

Era il parroco d’ una chiesa inesistente, ridotta ad un cumolo di macerie da un raid alleato che aveva polverizzato il Mantegna più bello fuori Mantova, Guariento, Padovanino e chissà quanto d’altro. Mi raccontavano da bambino, che c’erano scaglie di colore dappertutto e che gli uomini di cultura della città, raccoglievano assieme a chi appena sapeva di quegli affreschi, inseguendo la speranza di conservare e ricomporre chissà come e quando. Ne fecero decine e decine di casse di pezzi d’affresco e calcinacci, in attesa d’ un miracolo che ricomponesse quello che era definitivamente perduto. Mi raccontavano anche di chi si portava a casa un tòco del Mantegna, un pezzo di testa, una mano e chissà cosa. Tanto ormai erano solo ruinassi, rovine.

Era diventato parroco di quel disastro, con la pena di vederlo ogni giorno. Cumoli di detriti, legno, vetri a piombo e mattoni, il soffitto a carena di nave rovesciata distrutto e incendiato, i muri perimetrali implosi. Ma intorno era peggio, la guerra era finita ed aveva distrutto anche dove le case erano integre; la città faticava a ritrovare un senso comune. C’era la miseria del dopoguerra, la prova della speranza che ogni giorno se inzegnava a mettere insieme la settimana. Fedeli poveri accanto ai professionisti che avevano conservato i patrimoni, famiglie che erano solo nei registri parrocchiali, presenze punteggiate di assenze.

Mio padre era comunista e quando chiese cosa dovesse per il mio battesimo, il prete gli rispose : gninte, el xe el me mestiere. Mio padre ne fu colpito, era lo stesso motivo per cui lui, che vedeva il mondo ingiusto e irreformabibile, che aveva respirato l’ineguaglianza prima e dopo il fascismo, pensava che ci fosse un ruolo per ciascuno, che il lavoro era dignità ed andava fatto bene. Questa impressione di prete diverso si accrebbe quando mia madre riferì in casa che all’arrivo della madonna pellegrina, che passava di parrocchia in parrocchia come argine al comunismo, il prete prese con sé la madonna e la portò in chiesa e poi disse alle donne: ‘ndé via, casa, le donne poe pregare anca casa, xe note, basta cussì. E si chiuse in quel poco di chiesa che gli era rimasta. Erano solo le nove di sera.

I poveri venivano ogni giorno, dava tutto quello che aveva, le tonache erano sempre più rattoppate, la perpetua c’era a tratti, anche i cappellani duravano poco: problemi di sostentamento. Insomma anche il prete era povero nonostante fosse una parrocchia del centro. Ed era anticomunista.

Lo ascoltavo nelle prediche, parlava della minaccia atea, gli uomini di azione cattolica distribuivano giornaletti ferocemente anticomunisti. Io leggevo il Pioniere, anziché il Vittorioso e non mi vergognavo per niente. Non provava a cambiarmi, si accontentava di questo ragazzetto che aveva i calzoni troppo corti d’estate e che combatteva battaglie con le pigne nella chiesa, dentro al cantiere. Capivo che tra lui e mio padre, avrei scelto mio padre, ma m’ incuriosiva questo anticomunismo del prete povero. Mio padre non parlava e quando proprio doveva, diceva che era un bon omo. Era il massimo, includeva la stima ed il rispetto. Avevano solo idee diverse, ma il prete non si approfittava del ruolo che gli dava la società. Capivo che c’erano due società che si compenetravano, che il comunista e l’anticomunista si potevano rispettare. Che il prete faceva il suo mestiere e che in questo aveva incluso l’anticomunismo, ma contava quello che faceva più dei pochi dubbi che mi creava.

Ero andato via da poco quando un giorno, mi dissero che anche lui se n’era andato. La chiesa era stata ricostruita, gli affreschi erano definitivamente perduti (adesso c’è una ricostruzione che fa capire cosa si sia davvero perso), il delitto perpetrato non aveva possibilità di essere ricomposto, ma pur vuota, la chiesa era davvero bella e la gente della parrocchia aveva ritrovato un benessere da città. Il suo mestiere di prete lo portava altrove, aveva chiesto di andare a passare i suoi ultimi anni, non in una parrocchia più ricca, ma al Cottolengo per dare una mano.

Me lo sono portato dietro così, anche negli anni furiosi, anche nell’ateismo ostentato, come una traccia buona nel mondo, come un anticomunista senza tornaconto, come la dimostrazione che l’idea non toccava l’uomo e non bastava appartenere ad una parte, bisognava essere uomini. Na degna persona, diceva mio padre. Ed ho imparato più sensibilità per gli altri da quell’anticomunista che nei periodi di occupazione dell’università. Da lui e da altri distribuiti su fedi molto pratiche, ho capito senza smettere di appartenere, come il separarsi dalla politica per riunirsi nell’uomo era il modo per riconoscere davvero gli altri. Testarli dove il bisogno annullava la definizione di parte e restava solo l’appartenenza al genere: quello umano.

sul ciglio

Come un’anestesia è il sapere la fine dell’estate,

il tempo accorciato che scende nelle ore,

quel domani si decide, tra poco è natale, già fa troppo umido e freddo,

che toglie aria al giorno.

La primavera è così confusa, non sa, ristagna,

e nei ricordi è nebbia appena alta sopra terra.

Cercare il mare d’autunno,

certezze di sabbia solida e bagnata, teneri disegni d’onda,

le ore corte e i malfatti cappuccini  fuori stagione. 

E’ notte senza grazia, tra luci gialle a poco prezzo,

e su questo ciglio mi fermo

sentendo l’odore del precipizio.

 

è solo lunedì

Lo scroscio è arrivato improvviso, ha acceso le luci degli uffici, portato qualche figura alle finestre.  Sull’altra corsia, due incidenti in rapida successione, scie di luce blu e sirene. Vita da tangenziale. Il traffico si blocca, chi guarda rallenta. E’ sempre vero, succede anche nella vita. Viviamo per segmenti: qui il lavoro, qui i problemi, qui gli affetti, qui la casa, qui il trasporto, qui l’urlo supplichevole del riposo, qui la consapevolezza, qui la passione.  Tutto si mescola in un contenitore che alla fine ci contiene.

Enucleare, mettere in fila, accompagnare, essere dentro-fuori: un mantra buono per tutte le stagioni della vita. Almeno da quando gioie e tristezze ragionano.  Privilegio la lentezza di questo vivere per tragitti, spegnendo la radio, ascoltando il ronzio di fondo, annullando la fretta. La sovrappongo all’altra lentezza: quella del gesto curvato sul pensiero, sincroni entrambi, misurati con la misura di sé.  Cosa da ricchi, la seconda, è danza per momenti di grazia.

Sento l’eco delle vite sovrapponibili, ci penso col me ritmato da questa pioggia che allaga ovunque, e vorrei rivoluzionare i tempi musicali della vita, l’ assomigliarsi armonico che segue l’umore, gli accadimenti, il ripetersi dei cicli. Con pudore, azzardo la sequenza tassonomica dei movimenti : un finire, un interludio con speranza, una marcia greve, quasi funebre, un silenzio (difficile e musicale come chi lo conosce), un preludio, un mattino che si apre. 

Servirebbe un Mahler od uno Shostakovich per tracciare i pensieri di tangenziale. Avrei pronto il titolo dell’opera: è lunedì e neppure si vede il martedì.

 

 

 

sulla verità che torna

E’ riapparso, sempre uguale al ricordo. Berretto alla “Che”, lo stesso di allora, magro, parla a scatti come un torrente di montagna. Largo e con un rivolo d’acqua, che si gonfia e diviene minaccioso. Lui, ex giovane democristiano, architetto mancato con laurea. Protestatario sibilante per i denti sconnessi. Guarda. Guarda i tavoli della festa del pd, le persone sedute. In piedi, guarda con gli occhi piccoli dietro occhiali tondi, sono gli stessi di allora quando si alzava nelle riunioni e azzannava. Chissà se si rende che aveva vinto ed era sulla porte sbagliata del mare. Lì è rimasto. Sempre. Cosa penserà sua madre di questo figlio rimasto in casa ben oltre i 40 anni. Cosa dirà alle amiche dello spettro che s’aggira per le stanze di giorno. La cattiva coscienza che aleggia, il cibo pesante delle parole, il parroco, i vestiti rivoltati per necessità, l’odore rancido degli armadi. Si chiederà dove ha sbagliato per generare questa protesta in casa, così greve e senza scoppi, che toglie il respiro.

Democristiano contestava il pci, in un comune dove i democristiani avevano il 60%, ci ricordava le colpe di cui non ci siamo mai pentiti, ma poi contestava la dc. Allora lo guardavo stupito. Ascoltavo. Qualcuno mi diceva: adoperiamolo. Per far che o cosa -ribattevo- credete sia una volpe tra i lupi ? Ma non era una volpe, era una gallina innamorata di lupo Alberto. Qualcosa che non esiste.

E’ ricomparso, ma non se n’era mai andato, protestava in ogni riunione pubblica, finché zittito troppe volte spariva. Chissà dove vive quando non guarda, quando non strizza gli occhi. Ha avuto parole buone per me, forse perché lo ascoltavo, e si vedeva.

Non ci siamo mai occupati dei border line della protesta. Non ci siamo mai occupati della verità che esprimono. Troppo fuori tono, poco maneggevole, la verità. E poi che ce ne facciamo della verità quando dall’altra parte mentono senza vergogna, ridono dell’evidenza e vengono creduti. Ci siamo adeguati dando una dimensione etica a ciò che non poteva averla: il reale. Un ricettacolo di contraddizioni che precipita verso il basso.

Non ha capito allora e non capisce ora – lui- che la verità rende liberi e ci consegna alla notte. Quasi mai la notte è amorevole. La notte senza pazienza e passione non può essere amorevole, divora la verità e lo spirito degli incauti, dei senza pelle. Solo agli artisti e agli amanti è concessa come virtù sociale, con la premessa della pazzia. Oppure ai bizzarri che non hanno bisogno. La verità è fatica e non è democratica.

Già dividerla in un letto, in un pensiero, è un sublime atto di resa a sé, alla propria capacità di sentire, ma mica amiamo tutti. Noi.

voi che sapete

Voi che sapete e così guardate in fretta.

Voi che non capite, ed invece credete, presumendo più del lecito.

Voi che mi seguite come fossi un cane bizzarro senza ferocia e vi sbagliate.

Voi che non vedete che riempirmi è fatica.

Voi che vi accontentate perché tanto non si può far nulla.

Voi, proprio voi, che scuotete la testa: mi state un po’ sul cazzo.