Una persona di buon carattere e di pessima testa, ignorante per indolenza, abulico in attività costretta. Francamente noioso, come tutti quelli che macinano in testa pensieri che poi fatalmente indossano. Dalla noia di sé non si esce. gli altri si possono abbandonare, ironizzare, irridere, ma lasciare noi stessi è quasi impossibile. Quindi tanto vale accettarsi, non prendersi sul serio se non in ciò che davvero conta, tenere il lati buoni sempre a disposizione e quelli cattivi, ben a bada. Il lessico della testa esigerà qualche spiegazione pubblica aggiuntiva, mai dare nulla per scontato, mostrare i propri vizi per quello che sono. Un indolente è indolente per scelta, anche l’ignoranza non è nè vizio nè indole, è casomai da governare. Rifuggire l’invidia, questa sì. Cominciando da quella del pene, ovvero, con i suoi pensieri, tenersi il proprio. Anche sugli aggettivi cominciare a tracciare la propria mappa, meglio pochi e non svalutati dall’eccesso d’uso. Aborrire i diminutivi, buttare al macero le parole di moda e i modi di dire. Parlarsi francamente per quanto si può in questo bar dove gli avventori alzano sempre la voce. La riservatezza fa parte d’altro, ma la paura di dire non è riservatezza, è paura di mostrarsi. Qui sono vestito, per le nudità bisogna passare in altri contesti.
Ma di tutto questo viaggio, mi resta un’idea fissa: è un apprendistato alla capacità di amare.
Sembrava che la seduzione fosse diventata merce rara, soppiantata dalla libertà sessuale, dall’espressione diretta del desiderio ed invece il gioco seduttivo mantiene il suo fascino come confronto di intelligenze, di ferormoni accessori, di guida verso l’abisso.
L’abisso è il nostro interiore, quello che prima di tutto fascina noi stessi, ma in quell’abisso c’è la verità, la cifra segreta che può mettere una persona nel potere d’un altra. Questo disvelare il sé, lasciar entrare è per me una lacca,ovvero una delle forme più delicate per far risaltare un contenitore depositando strato su strato di colore e lucentezza, per magnificarne il contenuto ed al tempo stesso far capire la preziosità della chiave. Chi seduce e chi è sedotto, oggi, possono stare in un rapporto paritario, fatto di disvelarsi reciproco, ma c’è sempre uno che inizia e che conduce il gioco. Per evitare di cadere nella sindrome di don Giovanni, ovvero nel non veder neppure la conquista, è necessario che il seduttore sia conscio della sua capacità di condurre, ne abbia il tempo, sia aperto alla meraviglia, ossia non s’accontenti dell’apparenza. Il fascino, arma principe del seduttore diviene contenuto, modo di porgere, attenzione vera, non finalizzata. Il seduttore dev’essere disposto a dare e ricevere, deve saper scegliere ciò che vuole e governarlo. Se un seduttore s’accontenta di un bel corpo, è poca cosa, non ha intenzione seduttiva, vuole scopare e basta. Ma se il seduttore accetta il confronto, esce dal braccio di ferro più ovvio e si sposta nel campo sottile ed insidioso per entrambi, dei sentimenti. Il seduttore rischia in ogni momento d’essere sedotto. Ed allora se cade nel suo stesso gioco solo il sentimento lo potrà salvare, quello di quella/o che sembrava altro e che alla fine ha vinto.
La seduzione è un diverso modo di trattare il conflitto tra il ruolo assegnato e ciò che realmente si agita nel profondo. Il seduttore sublima il ruolo, accetta di esteriorizzare ciò che ha dentro purché questo non lo renda debole. E quale altro modo se non trasferendo una possibile vulnerabilità nella sfera competitiva più congeniale all’idea di sé, che si porta indifferentemente il maschio o la femmina come ruolo sociale. Una componente forte della seduzione è il mostrarsi, facilitare la possibilità per l’altro di confrontare tratti conosciuti. Non è condiscendenza, serve molta forza per esercitare la seduzione ed il confronto esige che vi sia il capire profondamente l’altro. Non i punti deboli, cosa semplice, ma la sua complessità. E questo implica sentire le negatività, chiedersi perché esistono, cosa nascondono. Ma soprattutto il seduttore accetta il sedotto, perché questo è la sua misura, si riconosce nell’oggetto di seduzione e ne cerca i punti di coincidenza con sé, man mano procede può innamorarsi del sedotto e la seduzione continua trasferendosi in un altro ambito di sentire.
La seduzione di cui parlo è mentale, anche se è assurdo separarla dalla componente fisica. Il fisico viene valorizzato dalla seduzione, resta da capire quale sia il livello necessario perché il sedotto ne colga l’unicità. Cosa si agita nell’animo del seduttore? A mio avviso una doppia necessità, la conferma di sé e della propria unicità, la speranza che chi si incontra sia all’altezza. Il seduttore è un individuo solo, teme di non trovare un simile. Questo elemento viene confuso con il narcisismo, ma non è così. Il narciso è autosufficiente, non ha bisogno d’altri che di sé stesso. Il seduttore ha invece bisogno di capire se ciò che propone è accettato. E cosa propone il seduttore? Sé stesso. Nel maschio, il seduttore può estrinsecare qualità ritenute femminili senza perdere ruolo, anzi la seduzione viene considerata un tratto importante dell’essere virile (qui il rischio del don gionvannismo è molto alto, perché si risponde ad altri e non a sé).
Infine il seduttore comunica e oggi, non è così usuale. Per farlo, è attento all’altro, e più il gioco si fa alto più il seduttore ne è attratto. Mostra di più, comunica su tutti i livelli a disposizione. Il flusso delle parole, si mescola con i gesti e con tutta la comunicazione non verbale. Per entrare nell’altro, mette in moto tutti i sensi, illudendosi di condurre il gioco. In questo mostrarsi si scopre, si intravvede l’essenza vera e quindi il limite, a questo punto, il sedotto può rovesciare al situazione e far prigioniero il seduttore. Che è bene dirlo, a volte sarà ben contento di lasciarsi prendere prigioniero, lasciando il dubbio su chi abbia vinto davvero.
Attorno al tavolo ci sono otto persone, equamente ripartite tra uomini e donne. Il pesce e il vino sono ottimi. Le donne si sono raggruppate su un lato, si sente che parlano con confidenza, potrebbero essere a pranzo da sole. Sull’altro lato gli uomini incrociano i discorsi, i temi sono i soliti: le auto, il lavoro, le vacanze, qualche aneddoto. Alla fine chiedo ad una delle donne com’è andata. Mi risponde: bene, abbiamo mangiato bene ed è stato bello stare assieme, avevamo tanto da raccontarci. Penso che io mi sono annoiato a morte ed ancora una volta mi riprometto di non accettare più questi pranzi, perché oltre il cibo, non ne vedo né gusto, né utilità.
La differenza tra generi (anche se è sempre stupido generalizzare), credo stia nel fatto che le donne parlano direttamente di quello che sentono e di come lo sentono. Gli uomini parlano di quello che vedono, di come questo corrisponda al loro ruolo e filtrano secondo utilità nel dire. Insomma gli uomini non parlano di sé e quindi di sentimenti, mentre le donne lo fanno.
In fondo è facile parlare d’auto, di moto, di viaggi, di lavoro, di donne, di vini e di orologi, ma scendere in quello che si desidera davvero, parlare di sentimenti, di tristezze ed allegrie è difficile perché questo ci ridimensionerebbe, denudandoci. Od almeno così ci è stato insegnato.
Si tratta quindi di un pudore indotto, di un non mostrarsi veramente per non essere vulnerabili. Le nudità esigono fiducia altrimenti subentra la vergogna. Credo che gli uomini parlino raramente di amore e di quello che gli provoca, ma anche delle proprie gioie o disperazioni parlano poco. Piuttosto mostrano, accennano, ma non dicono. Spesso neppure alla donna a cui tengono davvero, dicono fino in fondo, come se l’amarla includesse anche questo tratto del tenere per sé per proteggere.
La discesa nel profondo, la mia testa la raffigura come una scala a chiocciola, c’è il motivo della spirale e il discendere soli, oppure in due regolando il passo differente e ammettendo l’altro. Dipanare la spirale, ricondurla a linea retta esige forza ed indica un percorso. Qui non faccio più distinzione di genere, per far questo occorre volontà, pazienza ed amore. Ci si può fermare molto prima, ci si può accontentare, ma il possibile, il grado alto del comunicare e del condividere esige questa discesa nel proprio infero e poi la fiducia del dire, sapendo d’essere ascoltati. Credo che ogni uomo, scottato dalla superficialità indotta nel genere, si chieda se ne vale la pena. E pian piano acquisisce la consapevolezza che il ruolo lo porta alla solitudine, all’essere solo per sé vero, perché la sua verità in divenire non ha orecchie amorose. E’ possibile cambiare questo modello sociale, è possibile portare la comunicazione verso al qualità così naturale espressa dalle donne? Non lo so, credo sia difficile, credo riesca meglio tra un uomo e una donna, credo che i diversi, ovvero quelli che vorrebbero questa possibilità di vivere più intensamente si dovrebbero riconoscere. Finora la psicologia, e la sociologia, hanno riconosciuto i processi, hanno aggiustato traiettorie, ma una possibilità alternativa di normalità più alta non è stata proposta. Hanno lasciato ad altri il compito di coprire il possibile e l’interiore; alla religione per esempio. Se nascesse un modo laico, attento all’uomo, di portare innanzi la riflessione sul sentire, il mondo sarebbe migliore e più libero. E l’eccezione cesserebbe di essere tale.
Così pensa ulisse, ma non è stato facile arrivarci.
Non è una cosa da vecchi, mi è sempre successo.
Pensa a dove non capiva le parole, agli sguardi, alle situazioni. E soprattutto quando gli pareva di sentire i pensieri anche se la lingua era di segni. Allora non c’erano parole da dire, e la comunicazione era il silenzio ed il sentire forte.
Mi commuovo per la percezione del dolore, della disperazione, per la gioia, la pienezza, ma soprattutto la sensazione di ciò che muta violentemente qualcosa. Non succede spesso, ma succede. Lo pensa mentre guarda le raccolte di foto, i libri fotografici accumulati sul tavolo, i ritagli e le fotografie appese alla bacheca in cucina. Pensa alla commozione che gli suscita il principio dell’amore, la percezione di ciò che nasce in sé e nell’altro, i pensieri che si crede d’indovinare e che sono la proiezione del nostro bisogno d’amore che incontra un altro bisogno. E per una magia che nessuno spiega davvero, tutto risuona, nell’abbandono, rifiuto doloroso, accettazione, abbraccio, abbandono. E alla commozione che segue, precede, accompagna. E’ come essere investiti da una percezione, scossi profondamente, piegati dal vento ma non spezzati. L’immagine nella testa di ulisse, è quella del bamboo che oscilla e canta nelle bufere. Pensa che la commozione faccia parte di questo, dell’essere nel mondo, bufere comprese.
A volte la sento come una mia inermità, una vulnerabilità. Ho imparato a difendermi nel tempo, a chiudermi e contrattaccare. Non credo di aver mai attaccato per primo in vita mia, ma se mi difendo, lo faccio davvero. Alza lo sguardo, davanti ci sono i tetti, una borsa capiente attende, piena di carte. Sa che quelle carte tra poco non serviranno più a nulla, che bisognerà viaggiare leggeri, conservando il necessario.
Portare con sé i sentimenti, la capacità di sentirli. Questa percezione delle emozioni, mi ha difeso dall’aggressività, pensa, mi ha fatto togliere i recinti ed al tempo stesso reso cosciente di una mia identità propria, non determinata da altri. Sono capace di soffrire e gioire per mio conto, posso condividere, ma non vivo di luce riflessa. Per questo non mi vergogno se mi commuovo, sono io e basta.
Ulisse vorrebbe essere davanti al mare, con il mento appoggiato sulle ginocchia raccolte, la schiena su una parete ancora tiepida di sole. Guardo distante, c’è profumo di salso e di olii di erbe arroventate, ho un pensiero che respira come il mare. A sorsate lunghe e concavi vuoti d’onda.
Invece è in città, ulisse e legge. Succede alla sera, quando l’aria e la luce sono più dolci e lui si lascia prendere da uno struggimento senza nome. E’ quello che prova un animale a cui manca qualcosa, chessò, qualche penna essenziale, un’ala, una dimensione reale che si affianchi a quella impalpabile dell’assenza. Lo conosce da sempre, questo vuoto e se ne avvolge, mentre segue tra le parole, il racconto che si fa vero, l’alludere ed il dire diretto, le parole a fior di pelle che interpretano l’accapponare fugace del desiderio curioso, la scrittura che si fa gioco bellissimo e serio: la vita raccontata.
Si ferma, forse è stato percepito in lui qualcos’altro che non era, od almeno non credeva d’essere in tutto questo andare, muoversi, vedere ed introiettare? Ha la sensazione di essere sempre stato colto per pezzi utili, ma ulisse, è qualcosa di molto più complesso, pensa con le sfumature, si nutre di pelle e di tenebra, di razionalità e della follia delle sensazioni. La solitudine è la consapevolezza della fatica di essere circumnavigati, capisce che non può essere una pretesa. Forse neppure la misura di un’attenzione. Le complessità esigono pazienza oppure lame molto affilate per essere sciolte. E la consapevolezza non è rassegnazione, ma una misura di sé, di ciò che si vorrebbe e di ciò che si può chiedere.
Pensa alla sua capacità di capire, al limite che incontra. Alle donne che ha conosciuto. Si chiede chi è penelope davvero, se quella conosciuta, inseguita, immaginata, oppure quella letta nei racconti d’altri e se gli sarebbe piaciuto conoscerla, averla da qualche parte nel suo andare. La penelope degli altri risponde al desiderio del maschio che vorrebbe una donna rupe, forte e certa, ma ulisse ama la morbidezza, il flettersi e il pensiero erotico esclusivo per chi lo condivide. La sua donna non può essere solo un posto dove tornare, è il rischio di non trovare ciò che pensa di aver lasciato. La meraviglia dell’inquietudine è questa, pensa ulisse, l’esserci così profondamente per l’altro, come nessuno mai ed al tempo stesso sentire il sommovimento che pervade entrambi. Quel mutamento che conosce bene e che sa immutabile, ma al tempo stesso mutevole nel manifestarsi, come per la terra ed il terremoto, che muove ciò che sembra immoto e solo lo stolto pensa sia un assestamento.
Ogni mattina bevo un caffè nuovo, pensa ulisse, ogni giorno avrò un pensiero nuovo eppure legato al precedente. Un permanere ed un mutare, finchè la curiosità assisterà la meraviglia e viceversa. Deponendo e radicando: arenarie ed alberi da vento E quando pensa agli alberi da vento, pensa agli alberi di nave ed alla roccia che conserva, memorizza, testimonia ciò che siamo. Andare ed essere assieme. In questo gli manca qualcosa di tangibile che si è spostato verso le sensazioni senza nome, come si fosse privilegiato l’incontro di essenze, togliendo l’ombra del concreto. Troppa luce senza ombre.
Andare seguendo l’inquietudine, l’odore del vento. Forse ho sbagliato, pensa ulisse, ma è abbastanza incosciente da non chiedersi mai troppo su ciò che fa o non fa, l’introspezione è una compagna, non un giudice senza misericordia.
Ora conosci qualcosa dell’ulisse interiore, dice tra sé, ma resta fuori l’ulisse che immagina, le persone e i luoghi con un’ intensa realtà, li sente raggiungibili, parte dell’esperienza. E questo reale possibile lo sente ritmare nel suo giorno, che guarda, affronta, rischia, gioisce, dialoga con ciò che non è vicino, ma c’è. In questo ulisse, avverte la nostalgia di quel mare mentre percorre i giorni e il tempo. E nella sera, la nostalgia è più forte del giungere.
Per uscire dalle colonne d’ Ercole, ma anche solo per navigare con interesse tra persone sconosciute, bisogna possedere la vis di coltivare la propria ignoranza per conoscere. E’ l’inquietudine d’ esser volontariamente fuori dal codificato, dall’imposto La spinta a fuggire il banale e ciò che non dura nella testa e nel cuore.
Così mi ritrovo, a perseguire l’ignoranza, a non leggere l’ultimo libro, a non ascoltare la musica che spopola, a lasciar perdere ciò che non mi piace, imponendomi, al massimo, ciò che è difficile, ma serve a capire. Sono in accordo col mio tempo, perennemente in ritardo. E devo ignorare, per capire e vivere dentro la realtà che percepisco. Questo del resto è un mondo di solitari insoddisfatti, di ciurme alla ricerca di compensazioni. Essere fuori dal gruppo non significa non essere socievoli, ma avere la propria individualità, la propria strada all’ignorare ciò che è deleterio a sé. Correggo un verso: ogni uomo è un isola e ogni uomo è un costruttore di ponti, e i ponti non vanno ovunque, collegano ciò che è vicino, congeniale a quell’uomo. Giorni addietro abbiamo celebrato la giornata della memoria, ovvero consumato un evento, ma siamo sicuri che l’orrore per quanto accaduto sia lo stesso in Europa, in Africa, in Cina, in Giappone? Non è lo stesso, e neppure il nostro orrore per quanto accade in quei paesi è lo stesso di chi lo vive, ne ha esperienza, cultura. L’ignoranza è rifiuto dell’orrore codificato, è ciò che porta fuori dalla gabbia del conosciuto superficiale e conduce al bisogno di sapere emotivo, alla convinzione di costruire ponti.
Salpare dalle religioni senza cuore né uomini, andar via da ciò che rende uguali e non eguali. Condurre l’ignoranza sul limite di ciò che conta davvero: vita, morte, sesso, solitudine. Questo è il senso del viaggio, della sua metafora, delle difficoltà e del piacere del conoscere partendo dall’ignorare. Questo l’andare e il restare senza un tempo, che non sia il proprio.
Aboliamo gennaio, è un mese inutile che ci riempie i corpi di patine fredde e tristi. Portiamo in avanti le feste, spostiamo il capodanno, eliminiamo anche novembre, con un anno di 10 mesi, a lunghezza variabile, ci sarebbe più sole per tutti, feste senza angoscie, con lunghe attese diluite, con il tempo da passare in casa, e finite le feste è già primavera e profumo d’estate. Aboliamo questo mese di pagamenti, di tredicesime divorate, di saldi inutili, di ripresa lavorativa su corpi intorpiditi. Aboliamo il freddo che aggredisce già il nome del mese più gelato. Pareva che con dicembre il conto si fosse già pagato ed invece eccolo senza tregua, ne feste per stare a casa. Aboliamolo senza dirglielo, semplicemente ignorandolo, riconvertendo i calendari, scoprendo l’effetto che fa avere il giorno 36 o 32. Aboliamolo nella nostra testa, chiamiamo i patafisici, mobilitiamo astronomi disponibili, adattiamo l’universo alla necessità umane.
Non rinunciamo a gennaio, tantopiù se siamo innamorati. E’ un mese da piumoni, da luci gialle dentro ai bar, da mani da scaldare, da vetri che s’appannano in sintonia con i pensieri dell’assenza. E’ un mese necessario per avvolgere con abbracci, per baciare guance fredde, per pensare senza limiti all’altro. E ‘ un mese che non distrae, che accompagna, che addolora con la stessa capacità di rallegrare. Non rinunciamo a gennaio, c’è il fuoco nel camino, il tepore-odore della legna, le notizie del tiepido al sud che ci fanno sorridere ed amare il freddo fuori casa. Non rinunciamo a gennaio, ci sono stazioni con treni che partono ad ogni mezz’ora, luoghi lontani che s’avvicinano, pensieri che sembrano veri. Non rinunciamo ad un mese che fa mettere abiti pesanti, riscoprire debolezze nascoste, che fa nascere domande così importanti da scrollarci dalle abitudini.
Non rinunciamo a gennaio adesso che il festival di Sanremo è a febbraio.
Sono tre volte che la vedo in palestra. Non è bellissima, per strada sarebbe graziosa. Qui si trasforma quando si mette in un angolo, prende il tappetino, estrae un asciugamano giallo dalla borsa, si stende e comincia. Allora nascono una serie di movimenti lenti, aggraziati, lunghi e stupefacenti. Magari è la normalità d’ una ginnasta, ma la cura e la sensazione di equilibrio che emana mi sembrano fuori d’ordinario. Le gambe sono dove non dovrebbero essere, in spaccata oppure dietro un orecchio, piegate in angoli impossibili per il mio corpo. Le braccia le seguono, il corpo si trasfoma in angoli e cavità inconsuete, che poi ritornano alla normalità. E’ la mia età a fare da aggio, oppure è davvero brava? Credo siano vere entrambe le cose. Comunque ciò che trasmette è una sensazione del poter modellare il proprio corpo, di trasferire su di sé una disciplina profonda che unisce pensiero e fare. Lavora solo sul corpo, seguendo una musica in auricolare, il tutto dura due ore. Com’è arrivata, se ne va, sembra non conoscere nessuno. Chissà com’è la sua vita, se studia, oppure è in un ufficio per l’intera giornata, qual’è la sua famiglia, gli amori, gli amici? Servirebbe la Szymborska per dirci che il caso non è il caso, che le vite sono continuum reali, non solo fatti significativi. Le domande sui pensieri, sulla vita delle persone che attirano la nostra attenzione, costruiscono vite ipotetiche che finiscono nel chiedersi come ci vedono. Sarà per questo che distolgo lo sguardo, ho altri pensieri attraenti, ma mi pare una presenza rasserenante in un mondo di sudori solitari, di corse sul posto. Dovrebbero pagarla perché ha reso più umana la sala.
Sabato pomeriggio, direzione del Pd. Nonostante la scelta tafazziana di tempo e luogo, la sala è gremita. Si parla di giovani, di costituzione, di intelligenza (ovvero come capire) della realtà. C’è attenzione vera. Mirafiori emerge negli interventi, non verrà rimossa, ci sono opinioni differenti. Dietro il tavolo della presidenza, scorrono ogni tanto dei corti. Spezzoni di film, commenti raccolti tra la gente. Il cinema ha già toccato la realtà, l’ha mostrata ed anestetizzata agli occhi di chi può, e poteva, intervenire. Come bastasse parlarne, essere coscienti ogni tanto. Interviene una liceale, dice il disagio; non racconta, dice. Parla della sensazione di caduta d’orizzonte generata dalla Gelmini, dell’abbandono esterno che si sente nella scuola. E’ calma, parla di ciò che conosce. Non siamo ancora al lavoro, alla sua tragica mancanza, ma la privazione della speranza comincia prima. Già nella scuola c’è l’odore dei rifiuti che questi ragazzi si sentiranno ripetere. Una colpa enorme non potrà essere perdonata a Berlusconi e a noi che non ci muoviamo per sconfiggerlo, ed è l’aver privato della speranza una generazione. I nostri figli.
L’assemblea continua. Tentativi di proposta, poi l’uscita organizzativa. Fare è lo sbocco per misurare un impegno, un possibile obbiettivo. Si costituiscono i luoghi del capire. Un posto dove discutere e programmare, non è ancora un sentiero, ma almeno è un argine alla frana. Non solo parole, speriamo che il capire generi forza, volontà, caparbietà di fare. I corti continuano ad essere proiettati, sono discreti e ben costruiti. Documentano una realtà inadatta ai riti, agli schemi del passato, c’è la rabbia di insufficienza propria, sentore di inanità. Però. In un’assemblea di sinistra dopo l’analisi del reale c’è sempre un però che svolta a 180° gradi, ma qui ci sta perché questo non è un luogo di morte. C’è tristezza, ma c’è anche speranza. Magari le idee non sono chiarissime, e non perché manchi il materiale, anzi ce n’è troppo. Manca piuttosto un’unitarietà di pensiero, una trama forte che riunisca, ricucia il tutto in un progetto forte e leggibile con leggerezza e semplicità. Si sa dove si può stare, altrove sarebbe impossibile, ma non basta. E’ uno dei problemi irrisolti dopo la caduta delle ideologie, quando ci sono visioni diverse, la sintesi è il vero salto di qualità della politica che vuole incidere. Come un mantra da ripetere senza paura, forte come un’equazione fondamentale: l’eguaglianza, i diritti inalienabili, l’onestà e il bene di tutti, i sì e i no che non mutano in funzione delle alleanze. Senza deroghe. Una mappa per uscire dal presente e puntare sul futuro. La speranza nasce dal fatto che di questo oggi c’era coscienza e volontà.
Portiamo questo Paese fuori dalla tristezza limacciosa in cui è precipitato. Non andiamo via.
Viene un tempo in cui le parole non bastano, e neppure gli aggettivi c’ assomigliano. Da qualche parte si trova un silenzio impronunciabile, qualche nuovo moto dello sguardo appare, assieme a gesti che rivelano il consumo del tempo. E’ il tempo di sedere, respirare piano, sorseggiare un caffé che sia il riassunto del vissuto, la perifrasi del presente. Non il futuro. Per quello viene da piegare il ferro nella testa, prima che con le mani, come un fabbro d’altri tempi, così da confondere sui palmi ruggine e tagli.
Le lacrime che lavano, rigano e lavano, si mescolano ai sorrisi nel tempo ch’è fatica di capire, ma non da vivere. E non sempre esiste una parola, un vaso in cui mettere noi, ciò che siamo, sentiamo, vogliamo. Ovvero quella parola esiste e ci percorre dentro e non ha vocali e consonanti che bastino al bisogno, per cui frulla nella testa, si posa da qualche parte e resta. Oh si che resta.