mahler

 

Oggi sono 100 anni dalla morte di Gustav Mahler. Radio tre sta trasmettendo da Lipsia, la seconda sinfonia diretta da Chailly e, nella notte, Urlicht porta la sua luce. 

Gli anniversari hanno senso se dicono qualcosa, Gustav Mahler, per me, è  -ed è stato- una parte grandissima del mio amore per la musica.

Come Carlos Kleiber.

dare la mano

Mi è tornato tra le mani un vecchio post-it, rimasto appeso a lungo nella mia vecchia casa.

In quelle righe scritte in verticale, c’è il buio, un dolore muto, una domanda, lo smarrimento da assenza di risposte. Ed una riga che accenna ad una fiducia sospesa: un auspicio timido senza punto finale.

Come in tutte le situazioni di sconfitta, nelle parole la percezione della notte è tangibile, e non c’è quella del giorno. Si poteva sperare. Forse. Una mano mi ha aiutato, senza chiedere mi è stata accanto, una mano senza domande, che pensava a me, che condivideva oltre la comprensione. Nei momenti di crisi si fa piazza pulita, restano gli amici veri, gli affetti e le cose davvero importanti. Questo è vero, ma non basta, perché non toglie il senso di aver sbagliato qualcosa, la sensazione ustionante della sconfitta. Allora mi aiutò a vivere il tocco silenzioso, un dire senza voce ed il mondo, pur non meno doloroso, poteva ammettere che sarebbe passata la bufera.

Non so cosa sia davvero l’amore. Ovvero, l’ho tanto indagato da convincermi che sfugge a qualsiasi scatola definitoria, che è un codice binario, eppure ha sfumature infinite, che attraversa momenti euforici e silenzi senza orizzonte, che tiene ed eroga senza calcolo per sé e per l’altro e che, certamente, non si nutre di egoismo. Per qualche nanosecondo arriva alla fusione, poi origina altri stati, ma nel condividere la difficoltà c’è la sensazione della presenza dell’amore.

Quella mano nei momenti forti c’è stata, non ha mai impedito di crescere, non ha trattenuto, ha rispettato. Sono stato fortunato, forse in piccola parte l’ho meritato. Forse.

Rileggo le righe, guardo la scrittura ferma, mi riconosco nelle t non tagliate. Nella a che si confonde con la e, cerco la preoccupazione forte di allora. La sento. La rivivo.

Dopo tanti anni si ridimensiona una carriera spezzata e qualche ingiustizia patita può essere guardata serenamente. Se n’è andato pure il rimpianto, il rancore quasi non l’ho sentito. Non è stato facile, ma altri percorsi inattesi si sono aperti, la vita ha svoltato e la crescita non si è interrotta. Guardando, con gli occhi e le difficoltà di adesso, il filo positivo che ho imparato a riconoscere, si legge anche in quell’evento e sento che andare avanti è la soluzione del dilemma del vivere. L’uomo non è tarato per aver sempre ragione o successo, quasi mai riesce a leggere davvero il senso degli eventi quando ne è partecipe. Ci si deve rassegnare alle illazioni altrui, ai giudizi che semplificano e che, contrariamente al nome, non rendono giustizia. Fanno male, ma il tempo è davvero galantuomo:basta aver chiaro qualche principio e rispettare se stessi. Questo l’ho imparato.

La mano non l’ho mai ringraziata come dovevo, solo come potevo. Chissà se qualche volta l’ha sentito davvero e le è bastato.

amicizia

Stavamo appoggiati, di spalle, con le nostre giacche, ancora pesanti. La mia chiara, la tua marrone.

Stavamo. Le teste appoggiate verso due orizzonti opposti. Sentivo i tuoi capelli attraverso la lana, le vibrazioni delle parole. Parlando, dopo il camminare, spesso di cose differenti, il discorso scivolava senza circolarità su piani ferocemente inclinati. L’ironia, qualche risata e i silenzi, tra discorsi a volte leggeri, poi improvvisamente profondi. Eravamo stati zitti prima, bastava la vicinanza. Adesso la leggerezza e i silenzi nascevano da questo scivolare che sembrava non finisse mai, ed assomigliava a quando ci si rotola su un pendio d’erba o in montagna sulla neve, e l’ilarità e i richiami sono auto ironici, e tolgono il fiato, e i pensieri sono nel momento. E lo godono, perché c’è amicizia, condivisione, un passato ed un percorso comune.

Solo la luce se ne andava.

Dio, non ho mai sentito l’eros così appiccicato, così pieno di futuro, e il futuro era la sera, le cose ancora da fare, il bere, la notte e poi questa vicinanza così sincrona da poter parlar d’altro, sputare verso le stelle, ridere di nulla o tanto, e non smettere neppure per andare a pisciare.

Non voglio essere una puttana, ne’ per me stesso, ne’ per gli altri.

Lo dicevo sentendo risuonare la mia testa contro la tua attraverso i nostri berretti di lana.

E perché puttana e’ solo femminile? io sono un maschio, voglio il maschile del mio non voler darmi in cambio di qualcosa.

Il mio berretto aveva un ricamo con una foglia verde. Avevo voglia di fumare. Accesi mezzo sigaro, davanti a me un pezzo di cielo dietro gli alberi, le erbe. Tra il fumo, sentivo il rumore dell’acqua.  Boccate larghe, e tu che dissertavi sul tradire a mezzo, che non esiste come il mezzo buco, che la considerazione di sé è controllo, assenza sapendo cosa manca, che avevamo sbagliato molto, ma non tutto, che nulla e’ per sempre e che a saperlo la verità e’ accettabile. Chissà cosa guardavi. Te lo potevo chiedere, ma m’interessavano le tue parole, anche il suono mi piaceva. Ci bevevamo la realtà dell’altro senza cessare d’essere noi.

L’onanismo in coppia, non importa con chi, facendo finta vada tutto bene, che tutto sia normale. Normale, chissà cos’è normale? Ma se non stai bene tutto è un palliativo, dura un attimo e pensi che venga ricordato. No, non verrà ricordato nulla, il tempo è un giustiziere implacabile, devi avere qualcosa di vero a cui attaccarti. Qualcosa che ti faccia dire domattina sarò contento e sarò ancora io. E anche dopodomani, per lo stesso motivo, non per rassicurarti, ma per dirti che vali ancora. Che il tuo valere non dipende da altri. E lo sai che ci sarà un momento in cui non varrai più per gli altri, ma per te continuerai a valere.

Ecco, anche per quel tempo devi vivere.

Ti ho amato per queste parole: la finzione inutile, la scusa di dare, come se i residui comodi del cattolicesimo ci difendessero dall’inutile e dall’egoismo. Il cercare l’utilità del desiderio soddisfatto, che si scioglie e ricomincia e non è la vita, ma il vuoto se non ha un progetto, una continuità. Il bisogno d’aria, di verità, di purezza laica, che significano quiete e forza e voglia di andare avanti con le domande, senza giustificazioni o risposte a metà.

Quello che vogliamo– ti ho detto- e’ un amore, e néanche piccolo, il sesso va bene, ma non dura. L’abbiamo sempre saputo, anche quando leggevamo Reich, che gli anni passano, passano davvero. E’ una balla quella che e’ meglio avere un rimorso che un rimpianto, non c’è scelta, tant’è vero che ci autoconvinciamo, usiamo parole d’altri, cerchiamo conforto nelle vite altrui, nei corpi altrui. Tutto e’ vuoto, lo diceva già il Qohèlet raccogliendo la consapevolezza di migliaia di vite, d’anni e di domande. Una vita da autistici per non dirci la verità, la purezza anche nella dannazione. Da chi e da cosa non so. Da noi credo. Ci danniamo rispetto a noi, ma prostituirsi e’ peggio, non ha assoluzione. E lo sappiamo che prostituirsi non ha mezze misure, o è o non è. Conformarsi a se’, dialogare con se stessi, non raccontarsi storie, il resto verra’ di conseguenza.


Non parlavi. Avevi fatto una sigaretta ed aspiravi forte. Anche girato vedevo quel tuo sguardo intento ed il mezzo sorriso finché mettevi i fili di tabacco e passavi la punta della lingua sulla cartina.

Quant’è durato il silenzio prima della notte?

sabah an-nur

Ogni giorno che s’apre, sabah an-nur, mattina di luce per te che vai, che mi incontri, per la vita che ci mette assieme. 

In questo mare di pietre, ulivi, mandorli, pistacchi, viti in terra rossa e rada, pecore, galline, pastori, tombaroli, venditori di cartoline, l’orizzonte sono le montagne del Libano e il deserto.

Stiamo andando ad una città morta, sbagliamo strada, ci perdiamo, non c’è fretta. Capisco perché qui sono passati e si sono fermati uomini e civiltà che hanno lasciato tracce indelebili per noi umani dalla memoria cortissima. I regimi, gli invasori sono cose che passano, città, potenti, cose che sembrano immortali passano e i pastori lo sanno. Il loro concetto di mondo e’ così diverso, guardano la tv, usano il cellulare ma alla fine il loro mondo e’ questo, il resto e’ notizia, meraviglia.

Non preoccupatevi, ripete la guida che è un imam. Non preoccupatevi per i disordini, non preoccupatevi per il tempo, non preoccupatevi e basta. State sereni, godete di ciò che vi attornia.  

InshAllah. Anche per chi non crede la parola è piena di significato, possiamo sperare, fare quello che ci è possibile, il resto verrà.

La città più vicina è Hama, non è un caso che ci pensi. Qui ci sono stati i bombardamenti del padre dell’attuale Presidente contro i Fratelli musulmani, nel 1982.  5-6000 morti, gran parte civili dicono le fonti governative, decine di migliaia, dicono gli altri. Le famiglie, le persone ricordano la guerra, ne hanno esperienza diretta. In qualsiasi momento possono essere mandati a combattere. Basta scegliere il nemico. Il Golan ancora brucia, c’è solo un armistizio ed un lavoro diplomatico che non si conclude.  Anche con la Turchia, per Antiochia, c’è un lavoro diplomatico, ma più stanco. Forse il comune problema Curdo, tiene bassi i toni e non ostili, nella sostanza, governi. Tenere aperto un fronte giova, giustifica. Due ancor di più, ma non impedisce di vivere come se si fosse in pace. Un po’ più controllati, un po’ più precari, ma questa è solo la mia sensazione di occidentale. InshAllah.

Ci sono 150 città morte qui attorno, tutte bizantine, quasi tutte fuori delle rotte delle carovane che percorrevano la via della seta. La guida usa parole di velluto quando parla delle carovane e nella testa si materializzano file, anche di 1000 cammelli, che trasportano tonnellate di merce e meraviglie. Una nave che superava tempeste, pirati, epidemie, tempo ed arrivava, sciorinava la mercanzia, vendeva, ricomprava, ripartiva. Intanto i racconti si intrecciavano, si consumavano amplessi rituali nei templi, oppure se il cristianesimo era arrivato, fuori dai templi. Nei caravanserragli, nelle città, uomini si incontravano con rituali scanditi da secoli. L’offerta era importante come la modalità dell’accettazione. Emergevano testi miniati, racconti di miracoli che meritavano una deviazione, una visita. Lingue ed alfabeti si mescolavano, i segni tracciati acquisivano significati nuovi. Si percepisce che qui la scrittura e l’alfabeto sono nati come conseguenza, servivano, ed hanno mutato la testa degli uomini, il rapporto tra cultura autoctona identitaria e cultura contaminante, sino a definirsi universali. Universale era chi voleva conquistare il mondo conosciuto e per farlo usava eserciti e scambi culturali senza distinzione di gradualità.

Sargilla appare di colpo, pietre squadrate, ordinate. Gli edifici pur toccati dai terremoti della faglia sottostante, sono in larga parte visibili. Le chiese, i pavimenti musivi, la furia degli iconoclasti, il senso dei percorsi di una vita quotidiana. Il forno, i negozi, le case, gli artigiani, tutto in funzione della vita e di qualche reliquia che aveva portato in questi luoghi famiglie, viandanti, aspiranti alla santità. Ma anche giocolieri, incantatori di uomini, profittatori. Spinti dalle persecuzioni, dalla miseria, dalla caccia all’uomo oppure dalla curiosità, dalla fede. Non si conosce il nome del santo che viveva nella caverna sotto l’imponente basilica, certo che il suo nome e le sue opere passavano di bocca in bocca ed attiravano. Prima i discepoli, poi i preti e le genti. Un posto come un’altro dove vivere mentre appena oltre le colline c’era l’inferno. Un posto che il santo e i nuovi santi, che certo si sarebbero manifestati, avrebbero protetto, reso invulnerabile dalla corrente della storia che percorreva la riva del mare.

Perché decaddero le città morte? Perché i santi cambiavano, per la stanchezza di vivere maturata ben presto, perché erano impermeabili al nuovo. Bastarono due secoli per nascere, fermare lo sviluppo ed iniziare un declino rapidissimo. Ma decadeva il mondo in cui erano nate, gli dei che erano coesistiti fino a quel momento, si erano spaventosamente assottigliati auno diviso in tre religioni: la cristiana, il nascente islam, l’ebrea. Ci si era fermati abbastanza, si poteva ripartire. E poco a poco gli abitanti sciamavano con una emorragia continua che toglieva senso ai luoghi. Chissà chi fu l’ultimo ad andarsene e cosa pensava del suo mondo. Perché non c’è dubbio, che quello era il suo mondo, l’altro, con una velocità sconosciuta percorreva il mediterraneo e i deserti, ma già dimenticava i santi stiliti, gli eremiti, gli asceti che flagellavano il corpo per un rapporto personale con dio. Si era transitati nel tempo del plurale, nel predominio della massa, anche nel religioso.

Le pietre, gli edifici furono occupati dai pastori, segnati dal fico, dalla vite e dal cappero, sui mosaici camminavano e dormivano le pecore. E la sabbia del deserto, che misericordiosa, lucida e ricopre, salvò molto.

Pietre e vite d’uomini, in un coacervo di dialetti del vivere. Quanti linguaggi sociali parliamo oggi, e quanti se ne parlavano allora? Quante etiche abbiano davvero indisponibili? Maometto era figlio di un commerciante, e il commercio rigava il pianeta conosciuto. Nelle città, dotti e teologi, disputavano. Spesso non disputavano nel piatto in cui mangiavano. Cosa sarebbe l’occidente senza almeno il ricordo che il dna comune è in questa mescolanza di tracce, che le religioni sono state sostanza e veicolo, ma dentro le culture, e che gli uomini, sono stati il prodotto di certezze che mutavano.

Il giorno continua, la vita continua.

Sia una sera di luce per te.

masa’ an-nur   

1000 & cat

 

Forse non ve l’ho mai detto, ma sono un gatto. Sapiente di niente come un gatto, pesante come un gatto sulla pancia, graffiante per gioco, come un gatto. Mia nonna, che di me capiva molto, quando mi coccolava, mi chiamava: dispetosa creatura. Aveva ragione e mi piaceva tantissimo l’affetto che metteva nel riconoscere la mia natura un po’ per conto suo. Felina, per l’appunto.

E così parlando del gatto che mi muove, abbiamo scollinato i 1000, articoli intendo, questo è il 1001. Se guardo indietro molto mi piace, parecchio lo cambierei, un poco lo cancellerei. Ed è quando sono stato meno gatto, quando mi sono lasciato andare di più a me stesso. Alle mie passioncelle, agli abbagli, alle fanfaluche che mi girano per la testa. A volte il vostro silenzio è eloquente, a volte cantatore, a volte disattento. Il terzo silenzio è quello che mi fa pensare di più e che mi rende più libero. Avete presente -siamo tra amici ci si può dire la verità- quando durante una conversazione, il vostro interlocutore vi toglie l’attenzione e voi restate indecisi se proseguire o meno? Ecco, credo che quello sia uno dei momenti in cui si cresce, il gatto ancora dorme, e l’uomo si ricorda di essere erectus, altrimenti sarebbe rimasto dalle parti della Rift Valley a spunciarsi, grattarsi ed inseguire banane. E’ così bello spulciarsi, implica una cura di sé e dell’altro che sembra amore, ma è altra cosa perché basta una mosca, un uccello e si smette, guardando per aria, pensando ad altro. Quindi se il discorso cade, si deve decidere: continuo oppure mi chiudo in un neghittoso silenzio? La risposta è: dipende. Dall’estro, dalla fantasia. Ad esempio, basta parlar d’altro inusitato argomento per recuperare l’attenzione, far balenare il pazzo che ci possiede, oppure dire qualcosa di personale che non c’entra, ma buttato là fa la sua figura, ad esempio: ma lo sai che tua moglie… Ma l’atteggiamento sovrano a mio avviso, è il rito del gatto, ovvero giro di tacchi e scomparsa alla vista, scegliendo altre attenzioni. Questo è l’atteggiamento erectus che non assomiglia a quello dei bonobo, scimmie allegre che si rifiutano di diventare uomini, preferiscono alberi, manghi, e scherzi immemori. E il gatto che c’entra? Beh, il gatto è altra cosa. Magari è meno intelligente del cane o del topo ai test Q.I. , quelli che mettono assieme colori, ordinano sequenze, scelgono bocconi. Quei test fatti per accontentare l’analista uomo, ma in fondo è l’uomo che assomiglia al gatto, non l’inverso. E il gatto lo sa. 

Facciamo che per la prossima sequenza di cazzate non aspetto mille post per dirle tutte assieme.

Grazie per l’attenzione amiche ed amici miei. 

 

 

  

giappone


Il rosmarino da 15 giorni fiorisce perché vuole onorare la vita.

Anche il Giappone rifiorirà,

perché non ha mai perduto la sua anima

ed onora la vita.



Onora l’anima e la vita.

Il Tao suggerisce che se hai due soldi, uno riservalo per il pane ed uno per acquistare giacinti per la tua anima.



mantra della centrale (e mantra della vita)

Nel pericolo bisogna avere pazienza,

quando sembra tutto perduto, bisogna fare ed avere pazienza.

La forza della pazienza e del bene comune.

E quando tutto crolla bisogna avere la speranza della pazienza

solo attraverso la pazienza, qualcuno si salverà.

Lo penso per chi vive nella centrale,

ma anche per quelli fuori della centrale,

lo pensavo per i tecnici ed i pompieri di Chernobyl,

per tutti quelli che si lasciavano contaminare anziché fuggire.

Lo pensavo di Rigoni Stern che parlava della vita con voce paziente

mentre in Russia, nella ritirata, c’era quasi solo morte.

Lo penso per le piccole difficoltà che riducono l’orizzonte ad un angolo acuto,

lo penso quando non c’è pazienza per capire,

quando l’immagine impedisce di vedere.

Lo penso quando l’ amor proprio toglie la pazienza di costruirsi,

lo penso quando non si capisce e si continua lo stesso.

Quando c’è paura occorre pazienza,

quando è notte, senza conto d’ore, occorre la pazienza della luce,

quando si è soli, nella centrale o nel cuore dell’universo, occorre pazienza.




non sono mica cose serie

 

 

Due disinteressati della vita. Una donna e un uomo. Non si conoscono, spesso mi telefonano. Li chiamano aspiranti suicidi, ma non è il loro modo di sentire, semplicemente non gli interessa più vivere. Si lasciano andare.

Oltreché ascoltarli, non so che fare, sono vite diverse dalla mia, ma neppure tanto, potrei essere al loro posto. La donna è in crisi d’amore. O forse l’amore è il punto acuto della crisi. L’uomo è in crisi per il lavoro, ed anche in questo caso il lavoro è l’epifenomeno di un disagio precedente. In realtà non sono fallimenti, ma incapacità di vivere il presente, di affrontarlo ogni giorno. Bisognerebbe andar via dalle case piene di memoria, azzerare il peso di questo vivere troppo pieno di modelli di felicità. Glielo dico, ma non ascoltano. E questo contesto non aiuta, sta intossicando con l’indifferenza e l’isolamento ed aggiunge veleni ai veleni autoprodotti.

Di sesso e amore non so parlare con leggerezza e neppure di lavoro: dalle lenzuola stropicciate vengono rumori e sentori particolari, impronte che parlano d’altro. E delle mani e dell’intelligenza dei lavori a progetto cosa vuoi che resti? E’ tutto così labile.

Non posso parlargli di me, ascolto, forse vogliono anche quello, ma l’esperienza e il mio ottimismo non gli basta. Hanno tirato i remi in barca ed io non riesco a rispondere nulla sulle richieste d’aiuto. Allora mi prende uno scoramento, una tristezza infinita da inanità, come fossi il rappresentante di questo mondo che tutela la vita a parole e spinge nella disperazione le persone. Non possiamo salvare tutti. Non possiamo salvare nessuno, tranne noi stessi e dare una mano. A volte neppure quella. E non girarci dall’altra parte. Quanta tristezza in tutto questo.

riepiloghi

 

La conosci la ballata delle passioni? La sensazione dell’assenza di limite che surroga il senso di morte. Il frequentare la paura di perdere  per cacciare il terrore vero del vivere, di fermarsi e guardare cosa accade davvero intorno a noi. Si camuffa la vita per paura della morte, la si riempie fino a scoppiare, ma anche la curiosità trasale se guarda dietro un angolo scuro: la nostra impotenza desolante, cosa ci accade davvero.

Ho riempito la mia vita per anni. Da sempre. Poi si è costruita, nella pazienza dell’errare, una filosofia personale, qualcosa che permette di guardare il mare, oppure il colore dell’erba con una grammatica di regole affettuose. I pensieri scorrono, danzano di parole con senso di risonanza, che valgono per sé, per riconoscere e conoscere, e non si possono pronunciare. Un toccare, scivolare, fermarsi, immergersi in una persona, un fatto, una sensazione che non se ne andrà e poi ripartire. Nella  mia filosofia del vivere, ciò che manca è molto più di ciò che c’é, ma non pesa. Verrà. Forse. Oppure no, ma allora non importa davvero.  Lo so, lo dicono i delusi, gli insoddisfatti di me. Lo hanno sempre detto: se non mi vuoi non mi meriti.

Le parole, adesso,  auto convincono a fatica, c’è necessità che i tasselli si incastrino per reggere l’edificio. Sono stanco di profezie che ci modificano per realizzarsi, abitudini care che diventano prigioni. Quando tutto questo emerge, allora c’è bisogno di andare, ovunque e comunque, basta sia oltre la paura che ciò che si conosce, a partire da noi, ci  interroghi.

Andare è un bisogno, governabile ed incoercibile che sogna di azzerare. essere nuovi, non avere memoria del passato e del presente, impedire che cose e persone attivino ricordi, domande, possibilità: un rinascere adulti.

Forse.

Nell’andare resta la coscienza di sé, l’unico ambito da cui non si sfugge, e che, per davvero, non si vuole azzerare. E neppure il passato si vuole sfumare, nel tenere il buono di sé, piuttosto avere un vivere davvero nuovo per uscire dalla costrizione delle abitudini, dall’obbligo del ruolo, dall’immagine troppo conosciuta di sé.

Ti guardo in faccia, ti racconto la mia tempesta silente che ti segna, ti scuoto con le parole e tu, in silenzio, ascolti furia e richiesta d’ amore. Finché stanco, taccio e ti chiedo, solo con gli occhi, almeno d’aver capito. Ma sei solo uno specchio, una projezione sfuocata che si precisa. Con te posso mettere davanti quello che conta e che può essere condiviso davvero, la mia immagine, ad esempio, ma tu rifletti anche altro; quello che posso dirmi sottovoce, quello che m’accompagna e fa andare. Non invidio quelli che sanno dove andare, non invidio le certezze, neppure chi evita le domande, e neanche i collezionisti invidio. Nella mia confusione amo questa spinta ad andarmene, senza una meta che non sia me stesso, ma non per me solo. Condivido, estraendo parole giuste con fatica, selezionando molto gli ascolti, ma condivido profondamente. Nel guardarti nello specchio, cerco le tracce di ciò che sarà, non di quello che è stato. E andare, è libertà dal conoscersi, dalla noia di sé.

Anche col rischio della solitudine.

Dividere-con è chiedersi qual’è la spalla su cui vorresti mettere il riso e la disperazione. Se esiste, quello è il porto e il luogo in cui riposare.


eravamo

 

Eravamo un gruppo di amici, tra i 18 e 20 anni. Tutti pensavamo le stesse cose e tutti pensavamo cose diverse. Eravamo noi, al centro del mondo. Quel mondo così leggibile e promettente, un regno della possibilità che si nutriva di tinte forti. Alimentavamo questa visione con le camminate per la città, le partite interminabili a carte, le discussioni furiose, le letture da cui si usciva con le guance rosse di eccitazione e la voglia incoercibile di dire subito quanto si era capito. Le corse d’inverno, il basket giocato il pomeriggio, le dormite di giorno e le veglie di notte. E d’estate le nuotate, la spiaggia, il fiume,  i calzoni corti, la bicicletta, le mangiate e il tirare tardi. Immensamente tardi, parlando con convinzione di ciò che non conoscevamo e che sembravano a portata di testa, di ragionamento. E cosa ci voleva, bastava la testa, pensare, capire, discutere. Si poteva rifare ciò che era stato fatto e fare ciò che non c’era. Le parole erano una cortina che si scostava man mano, finché le pronunciavamo, la convinzione si faceva strada, come fosse una battaglia in cui l’altro sarebbe stato con-vinto. Il mondo da maneggiare, in mano, da accarezzare e stringere per lanciarlo lontano.  Un mondo tattile, scabroso, ostile, domabile e riottoso. Come piaceva a noi. E gli scoppi di risa, l’ironia, le prese in giro, i racconti, gli amori pudicamente accennati, quelli vantati e inverosimili. Le attese, le infinite attese, senza tempo. In ritardo, in anticipo sul ritardo successivo, gli appuntamenti mancati, i piedi battuti, la rabbia, il non sopportare alcuna costrizione. Le sfide, le cose fatte per misurare la paura, la paura che ti prendeva allo stomaco perché non sapevamo. Già non sapevamo eppure tutto si poteva sapere, fare, conoscere.

Quelli che non ce l’avevano fatta, la tristezza, il silenzio, il chiudersi nei pensieri. Poi di nuovo la vita che prorompeva. E il giusto, l’ingiusto si collocavano con nettezza: io sto di qua, e tu? Passami la sigaretta. Ci facciamo un panino, passo a casa e scendo. Domani aveva un senso. Una tenda squarciata, un risveglio, un caffelatte, un urlo. Dio, sì, un urlo al cielo, a noi, di corsa, senza fermarsi, mai. Finché ansanti a terra, sull’erba calda, sulla sabbia, con la voce spezzata, sputando parole e risate, tutto assieme. Me la passi una sigaretta, voglio tossire, voltarmi, guardare il cielo. Voglio essere.

E ti diranno parole
rosse come il sangue, nere come la notte;
ma non è vero, ragazzo,
che la ragione sta sempre col più forte; io conosco poeti
che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti
che sanno parlare con il cielo.
Chiudi gli occhi, ragazzo,
e credi solo a quel che vedi dentro;
stringi i pugni, ragazzo,
non lasciargliela vinta neanche un momento;
copri l’amore, ragazzo,
ma non nasconderlo sotto il mantello;
a volte passa qualcuno,
a volte c’è qualcuno che deve vederlo.

Sogna, ragazzo sogna
quando sale il vento
nelle vie del cuore,
quando un uomo vive
per le sue parole
o non vive più;
sogna, ragazzo sogna,
non cambiare un verso
della tua canzone,
non fermarti tu…

Lasciali dire che al mondo
quelli come te perderanno sempre;
perchè hai già vinto, lo giuro,
e non ti possono fare più niente;
passa ogni tanto la mano
su un viso di donna, passaci le dita;
nessun regno è più grande
di questa piccola cosa che è la vita

E la vita è così forte
che attraversa i muri senza farsi vedere
la vita è così vera
che sembra impossibile doverla lasciare;
la vita è così grande
che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire

Sogna, ragazzo sogna,
quando lei si volta,
quando lei non torna,
quando il solo passo
che fermava il cuore
non lo senti più ;
sogna, ragazzo, sogna,
passeranno i giorni,
passerrà l’amore,
passeran le notti,
finirà il dolore,
sarai sempre tu …

Sogna, ragazzo sogna,
piccolo ragazzo
nella mia memoria,
tante volte tanti
dentro questa storia:
non vi conto più;
sogna, ragazzo, sogna,
ti ho lasciato un foglio
sulla scrivania,
manca solo un verso
a quella poesia,
puoi finirla tu.