era passato mezzogiorno

la memoria dell’aria

scrivere con malinconia

caro diario

linee di frattura

s’ammucchiano le nubi

domani per noi è ferragosto

Nei paesi si festeggia,
tavolate, cibo e musichette,
le voci scivolano tra dialetti e cori: specialità tipiche del posto,
ma appena fuori non c’è più nessuno,
a sera solo voci da finestre illuminate,
luce di lampioni,
perimetri di case.

Segni d’una notte che non mente
che non avvolge e non rassicura.
il tramonto s’è riempito di nubi gialle e grigie,
la città lontana proietta voglie in cielo,
ma le stelle cadenti si nascondono
e neppure un desiderio durerà a lungo.

Vicini lampi annunciano la pioggia.
che verrà, presto, grigia,
e sporca d’abitudini,
pur di non lavare il mondo,
s’infilerà tra gli steli e bagnerà i fiori del campo,
gorgoglierà in grondaie di rame rosso verde,
si getterà tra scacchiere di chiusini
giocando con polvere e lamiere,
ma non con noi che abbiamo chiuso il cuore,

Non con noi che circondiamo l’amore di rifiuti,
non con noi che non ci stendiamo più sull’erba
e non guardiamo chi è vicino,
chi è lontano,
ma ancora ha forza di collocare un desiderio in cielo.

pleiadi

buona notte

A notte, poi, quieta è la strada
l’asfalto più non suona
sasso a sasso,
si chiamano le pozze di luce sparsa.
Alte stelle e nuvole,
accolgono rari inquieti uccelli :
il grido che non attende,
la preda o il chiamo
dell’amore che si cerca.
Quando il bosco dorme,
pochi lupi cercano chi è solo,
chi, preso alla gola, si dibatte,
è il pasto del branco
ma sono fratelli,
nell’assalire non eccedono,
sazi, rientrano nel bosco.
Chi li ha visti in paese ne ha parlato,
con parole serrate,
e schegge di paura,
ma nessuno ha detto ch’erano pasciuti,
che l’odio da rossi occhi traboccava
ed era ansia di vendetta.
Chi li ha visti ha detto dell’asino
riverso nel campo,
che guardava il cielo, gli uccelli neri
e il branco,
ma nessuno s’è mosso a difesa,
neppure hanno urlato.
Eravamo disarmati, hanno detto,
come fosse abbastanza un’arma
a fermare la fame.
È allora che nel racconto s’è infilato il rapace,
con la serpe tra gli artigli,
esaltati ed entrambi rei di morte
Poi silenzio sorseggiando il vino.
Storie per la notte quieta,
nella strada passa il porcospino insonne,
la lepre chiara, la lumaca e la sua bava,
nelle case restano sparse luci,
pensieri stesi come alghe nel torrente
che il sonno accarezza
e poi scompiglia,
mentre i sogni sommano
il disfatto e l’attesa
Un respiro lungo traversa la valle,
la strada,
scivola sui tetti di lamiera,
muove il gallo più del vento
e ad esso si con giunge
nel caldo alito
che spinge i cuccioli dell’ universo
In sonno.

lavoro

Parlare di lavoro oggi quando ci è mutato tra le mani e la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che quello che esso contengono, porta a domande semplici, a parole che descrivono ciò che dovrebbe essere un lavoro: sano, sicuro, retribuito equamente, arricchente per chi lo compie oltre che per il datore, dignitoso. Ci sono mondi possibili ed economie alternative che contengono questo lavoro, difficili, certo, perché basati su giustizia ed equità, ma non fuori della portata degli uomini. Deaglio dice che bisogna partire dal lavoro com’è diventato oggi e su questo esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà. Ad esempio se la competenza diventa rapidamente obsoleta avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo. Portare il sostegno a chi perde il lavoro non verso la pensione ma verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Cambiare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione e un intervento da parte dello stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo più semplice se diventa un problema europeo. Quello di cui non si parla spesso è se il lavoro, anche quando c’è, sia sufficiente nella sua retribuzione per assicurare una esistenza libera e decorosa. Oggi questo non avviene se non in parte e segmenta la parte più attiva della popolazione tra chi ha troppo (minoranza) e chi ha troppo poco.
Troppo o poco rispetto a una società che impone livelli di consumo insostenibili e funzionali a una produzione globalizzata che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale, non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune. Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo partito e l’umanesimo socialista dovrebbe esercitarsi.