mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente.
Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo.
Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.
Ma allora non è servito a nulla. Parole, pensieri, vite modificate, sogni, speranze. Tutto inutile. Se non è cambiato il rapporto tra le persone, se le vite amorose sono fatte solo di possesso, siamo rimasti a 50 o 500 anni fa, tutto uguale, solo qualche articolo di codice modificato.
E’ solo questione di tradimenti, oppure c’è qualcos’altro? E’ il rispetto, la difficoltà di mantenere le promesse delle parole, oppure l’eternità a tempo di qualcosa che muta, e che non ha mai la stessa natura. Parliamo di qualcosa che a parità di sintomi non ha gli stessi effetti sulle persone. L’immutabilità e l’eternità sono stati un cappello recente per bisogni economici mutati, che tradotto significa: diamo una patente di bellezza, a prescindere, ai legami reali, anche quando non sono più una scelta. Ma se il possesso rimane come primo corollario all’amore, come mutano i rapporti, le libertà, la scelta?
Eppoi, quando pensiamo all’amore, pensiamo all’amore borghese oppure a qualcosa di meno legato a una cultura e ad un tempo? Già trovare le costanti del sentimento amoroso sarebbe un bel passo avanti e il tutto potrebbe essere portato all’ufficio pesi e misure di Sevres per metterlo sotto teca e confrontarlo in caso di dubbio. Ma non è così e il battage che c’è attorno al termine, mistifica ed occulta cose tangibili e meno nobili. Ad esempio, la disputa sulla separazione di Berlusconi, mi lascia indifferente: è questione da avvocati, intrisa com’è di denaro e potere. Ciò che mi colpisce è che in qualche momento la parola amore sarà stata pronunciata, allora perchè dovrei presumere che quest’uomo abbia avuto sentimenti diversi dagli altri? Solo perchè è così distante da me e non mi fa bene, dovrei togliergli la possibilità d’essere stato innamorato, e allontanare anche questo tratto che lo accumuna gli uomini. Sono i suoi atti poco benevoli che lo inibiscono ad amare? Ecco, sulla natura dell’amore e sul suo rapporto con il bene mi fermo sgomento. Capisco che la capacità ce l’hanno tutti, che Hitler amava Eva Braun, ma che la forza benefica dell’amore è un optional che spesso non c’è, e che comunque bisogna pagare a parte. Capisco che amare non genera necessariamente un bene palese. Anzi che il bene nell’amore, bisogna cercarlo, individuarlo, decrittarlo con pazienza, perchè non ha una sua evidenza, ma è piuttosto conseguenza: ciò che accade ed è accaduto mi ha reso quello che sono e questo è bene. Capisco però che, come in tutte le manifestazioni umane, i fluidi di scarto sono il resto dell’energia, e che puzzano e devono essere riconvertiti. E’ l’idea del sentimento che dura, non la sua attualizzazione. All’ordine del giorno resta il possesso di menti, corpi ed infine di patrimoni, ma allora valeva la pena di fare tutto quel can can sulla liberazione, sulla coscienza, sul rapporto di genere?
Capisco che sono oscuro, che seguo pensieri veloci come scie, qualcuno protesterà e non saprò che farci. Farmi domande è una attività che non ho mai smesso, e le mie sono elucubrazioni messe in piazza. La casalinga di Voghera me ne vorrà per il giusto tempo di cottura della pizza infornata, poi passerà ad altro. Perchè d’altro si parla altrove, soprattutto di quello che non s’ascolta, urgente e reale, tangibile, e spendibile: altro che i paraventi mentali per fancazzisti.
le mie scelte musicali seguono l’umore e l’età, sono un piacere e basta
” La politica non si faceva più. Se ne parlava soltanto, camminando su e giù per la piazza, le mani dietro la schiena… Interminabili discorsi su ciò che avrebbe potuto essere. Su ciò che avrebbe dovuto essere.
L’entusiasmo che l’aveva sostenuto in tutte le attività della sua vita, anche quelle intraprese tardivamente, l’abbandonò. Niente gli sembrava valere più la pena. Iniziò a diventare irascibile. Sbottava per delle sciocchezze, con stupore di quelli che l’avevano conosciuto come un uomo ponderato e mite, e peggiorò con gli anni finchè nessuno ci fece più caso.
…si accorse all’improvviso che gli sarebbe piaciuto non tornare a casa, quel giorno. E nemmeno il giorno dopo e quello dopo ancora. Non tornare più da nessuna parte.
…,poi invece quando trovò una piazzola di sosta fece inversione e tornò indietro, ma fu come se una parte di lui, forse la migliore, certamente quella più viva, fosse rimasta lì, ad aggirarsi per le strade deserte…”
Mariolina Venezia: mille anni che sto qui. Einaudi
La perdita, il rifiuto, la rottura con il mondo consolidato.
Chissà se è un percorso obbligato per gli uomini inquieti.
Ma davvero si perde l’innocenza? E quando la si perde?
La presunzione di un’età mentale e fisica dell’oro, in cui il buono è prevalente e non esiste un secondo fine nell’agire, farebbe coincidere l’idea della perdita con la coscienza della responsabilità del vivere. Invece le connotazioni sessuali che vedono la perdita dell’innocenza legata alle prime pulsioni e desideri, mi sembrano molto legate alla morale cattolica ed al concetto di peccato più che all’innocenza vera.
La stessa cosa si ripete per la dimensione utilitarista dell’uomo: l’ingenuo come iconografia del disinteressato e raffigurato nel bambino, non regge molto ad una analisi sul fine dei loro atti e quanto questi siano legati ad un utile atteso. Quindi emerge nuovamente una relatività anziché un assoluto, e non aiuta un concetto di violazione della regola morale, del furbo che si avvantaggia ingiustamente perché qui emerge il male che sta oltre l’innocenza. E a nulla giova che ci sia chi sa come funzionano le cose rispetto all’ingenuo che non conosce il mondo vero, perché quel vero è intriso di male e di bene, cose che l’innocente maneggia con difficoltà. Quindi l’innocenza sembrerebbe esistere prima della conoscenza, come si pensa da molto nella storia dell’umanità: quando si capisce si perde l’ingenuità.
A me pare che la perdita dell’innocenza sia un processo esteriore che non dà ragione di quanto accade davvero, che se l’innocenza è operare conformemente a sé, le persone l’innocenza non la perdano mai, e che comunque non venga mai perduta la speranza di riaverla. A questo proposito credo che anche nelle cose pratiche, a partire dalla sfera sessuale, l’innocenza si ricomponga nella vita della persona e che il percorso di recupero, di riconquista dell’innocenza, duri l’intera esistenza. Una persona che decide della propria vita è, almeno, innocente, magari non sarà ingenua, ma certamente porta con sè uno schema di valutazione della risposta tra l’attesa, il desiderio, la pulsione e il governo di questi verso la soddisfazione o meno, che la configura come attiva e quindi innocente. Da ciò si capisce già un significato che attribuisco all’innocenza, intesa come disporre consapevole di sè, rispettoso degli altri. Naturalmente i contenuti etici ci sono e non considero innocente un criminale nazista, ma penso che una persona che sceglie coscientemente, che dice dei sì e dei no, che rispetta la dignità altrui, quando fa qualcosa, parte dalla presunzione d’innocenza.
Il secondo discrimine è la conformazione a sé, al proprio destino, inteso come vita vissuta, non come predeterminazione. Il cinico non è innocente perchè violenta sé stesso, perché toglie alla propria vita la dimensione del cambiamento, dell’attesa, della speranza: sa già come andrà a finire. La scelta, in questo caso, è il rifiuto predeterminato dell’altro, il giudizio inappellabile di utilità ed allora non ci può essere innocenza.
Credo che nel crescere, ovvero nel vivere, il recupero dell’innocenza sia la continua costruzione di se stessi oltre i condizionamenti esterni, il rifiuto dell’ossequio, del calcolo, della vita appaltata al luogo comune. La riconquista dell’innocenza è il rifiuto dello scambio tra approvazione e amore, dove l’amore è anzitutto amore di sé che viene scambiato liberamente, contrapposto all’approvazione sociale come espropriazione della capacità di essere sé stessi.
Accompagnare le regole con la conoscenza di cos’è bene e cos’è male, significa capire che lo sforzo della vita è nell’individuare il bene come parte di essa e non come approvazione esterna.
Chi decide ed è se stesso ha una tensione positiva che lo rende tendenzialmente innocente o almeno avrà la consapevolezza di provare ad esserlo.
In un paese del Carso, alle dieci del mattino di un giorno di lavoro, chi vuoi che ci sia per strada? Anziani, soprattutto, con qualche eccezione accompagnata da un cane che trascina donne interessate al tempo, allo squarcio di mare che si vede dal poggio, al colore dell’aria, al traguardo del fine mattino. Randagi di tempo e di luogo in un mondo che invecchia. Oggi i randagi hanno casa, reddito, oggetti importanti e intrasportabili, ma si rinchiudono tra mura proprie e non amiche.
Ciò che chiude non ci vuole bene.
Randagi in un mondo che non accoglie, che confina in circoli elitari, che ripete icone e discorsi. Randagi che assentono sentendosi dire quel che sanno e che non hanno mai messo in dubbio, che si rileggono sui giornali, che si riascoltano per televisione. Randagi, un tempo rassicurati dalla grazia del lavoro, dell’affetto, dall’approvazione circostante. Randagi, immessi consenzienti in un circuito devastante non solo per le idee, ma soprattutto per la vita. Randagi spaventati dall’ attesa rimossa di un Alzaimer pietoso che annulli ricordi e condizione e riporti in altri la responsabilità del proprio vivere.
In questo randagismo della mente non c’è eguaglianza, è questione di risorse vitali. Al solito le donne sono diverse, quando malferme, trascinano carrelli della spesa, puntano risolute verso case in cui rinchiudersi prima di sera, sono grandi per la determinazione del vivere, per le abitudini consolidate screziate da nuovi interessi. Sono grandi, ma randagie anch’esse dopo che il mondo conosciuto lascia la propria traccia solo attraverso una pensione, sono randagie di un percorso che s’avvita su se stesso e si vuota di rispetto. Oggi i randagi hanno casa e non sanno gestire il mondo in cui vivono, hanno silenzi crescenti e oggetti incomprensibili che lampeggiano attorno.
Randagi di vita e di curiosità stanziali, in questo paesino come nella grande città, i randagi sono in attesa di passaggi salvifici e organizzati per affrontare l’unica cosa che l’uomo non riesce ad accantonare e stanare da sè: la solitudine.
Amapola se n’è andata molti anni fa, portandosi il suo essere gatta, strana, pronta alla tenerezza e al graffio. Sarebbe stata un magnifico giornalista, presente ai fatti dell’orto cittadino e indolente verso il mondo che non la riguardava. E’ scomparsa come sanno fare i gatti, senza lasciare tracce fisiche, lasciando un ricordo pennellato di tempo, età, intonaci sbrecciati e case antiche, mai più abitate.
Rimasto il nome ed il ricordo amoroso, non sapevo a chi attribuirlo. Così il tentativo di sovrapporlo ad una ragazza fallì senza appello, per incompatibilità di carattere. Chi poteva essere così strana da allevare un cane e ricordargli d’essere tanto gatta da cacciarlo dalla sua cuccia? In quegli anni in cui si discuteva moltissimo di liberazione, di amore libero e coppie aperte, Amapola rimase un’icona ed una semplificazione di pensiero: aiutava persino negli aneddoti.
Ma soprattutto, anche se non credo si possa usare il pronome possessivo per un gatto, è rimasta l’unica mia gatta di sesso femminile.
Confesso che anch’io mi son lasciato attrarre dal risentimento. E’ accaduto dopo il mio accantonamento in politica: lo sentivo immeritato e ingiusto. E quello che per me era un vanto, l’indipendenza di pensiero e giudizio, era diventato una colpa grave. Non capivo, ma anche in quei momenti, di oscura riflessione su quanto fatto e sull’utilizzo della vita, bilioso, non lo sono stato mai. Ci pensavo, in merito alla vicenda Craxi, e alla proposta di strade intitolate ad una persona che deve essere ricollocata nella storia del paese, ma che resta un condannato. Pensavo alla presenza di tanti socialisti nel Pdl, alle voci incancrenite di stizza che si levano per rimettere in ordine i conti e le ferite di tangentopoli. Ci avete ammazzato, ma non ucciso, adesso restituiremo con gli interessi. Craxi è stato ed è, un pretesto. Lo è stato anche per i suoi accusatori, perchè in realtà la sua vera colpa grave è stata quella di infrangere un equilibrio e di far elevare i costi della politica a livelli incompatibili con l’onestà. Il ministro Formica esprimeva bene la politica all’epoca, dicendo che era soldi, sangue e merda. Ma dopo tangentopoli cos’è mutato? Chi non ha conquistato il cuore del paese, ha fatto prevalere gli interpreti della seconda repubblica, intesa come riscrittura della costituzione e del rapporto tra onestà e politica. Craxi fu l’ideatore di un disegno politico: quello di sconfiggere il PCI di Berlinguer e di fare del PSI il perno della politica italiana. Ma era solo questo, oppure la pretesa di impunità della politica che diventava conclamata. Il disegno politico che cambiava i rapporti di forza a sinistra, e che avversai assieme tanti altri, aveva una dignità, ma quello sulla impunibilità della politica, dignità non ne ha mai avuta. Invece i socialisti di allora, oggi nel Pdl, hanno usato Craxi come scusa per entrare in una politica di destra, e proseguito il disegno del salvacondotto politico, senza avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome e cioè la trasformazione dei poteri in aggregazioni eterogenee basate su interessi immediati e pertanto non soggette alla legge. Verrebbero analogie di nomi impropri, dove il socialismo venne pure accostato ad altre destre, ma non essendo confrontabili i tempi e la gravità di quanto successe, non sarebbe decente parlare di storie che si ripetono. I biliosi però sono diventati una categoria politica, e ragionano da biliosi e non sono solo nel centro destra, allignano anche dall’altra parte e se non hanno la stessa virulenza, è solo perchè c’è impotenza a far male. Il bilioso non riconosce l’avversario, non riconosce regole comuni, ha qualcosa che gli è stato tolto, sa che non potrà riaverlo e per questo è disposto ad alterare l’ambiente in cui opera e sè stesso. Con la bile non si ragiona, al massimo si sbava e preferisco un nostalgico della potenza passata, piuttosto che un voltagabbana. Non una persona che cambia idea, ma quella che resta la stessa altrove, portando il fiele del proprio fallimento. Mi vengono in mente gli ex radicali, i comunisti pentiti, i fascisti prestati alla nota spese, che rinnegano sè stessi, quello che sono stati non come passato, ma come persone.
Berlinguer s’oppose non solo al disegno politico, ma ad un paese che degradava. Non vinse, ma Lui non ha bisogno di riabilitazioni, nè ha generato biliosi.
Parlo, miser’, o taccio?
S’io taccio, che soccorso avrà il morire?
S’io parlo, che perdono avrà l’ardire?
Taci, che ben s’intende chiusa fiamma
tal’or da chi l’accende;
parla in me la pietade,
parla in lei la beltade
e dice quel bel volto al crudo core:
chi può mirarmi, e non languir d’amore?
Che questo strumento stia cambiando i rapporti sociali, è dire cosa scontata. Che i blog possano essere un formidabile strumento di voyerismo/esibizionismo è pure cosa scontata. Che questo sia un elemento non banale, nella vita di molte persone è cosa reale. Una delle caratteristiche del dire in rete è la libertà che proviene dal non essere accompagnato da tutta quella serie di canali comunicativi che sono i gesti, le espressioni, le sospensioni e le accentuazioni del linguaggio parlato. Se a questi canali aggiungiamo gli odori, i ferormoni, il contesto otteniamo un flusso aggiuntivo o sottrattivo del dire non replicabile nel blog. Però il blog è altro, è parlare in penombra, tirando fuori quelle parti di sè che usualmente passano in second’ ordine. Si può parlare della sensazione, dello stato in divenire, dell’emozione acuta, ma siano queste parole leggere, ovvero cose importanti, che in altri contesti saranno sottaciute, comunque sia il blog aggiunge e fa sperimentare modalità nuove di relazione. Per banalizzare la cosa, direi che chi scrive su un blog tende a scomplicarsi e capire meglio. Anche quello che dice e scrive. Faccio un riferimento esplicito: di me si sa poco, non mi conoscete se non per quello che scrivo e che fa emergere parte di quello che penso, eppure interloquiamo, scambiamo idee e sollecitazioni. Ma pur nella necessità della comunicazione e nel piacere dello scambio, come può emergere la mia tendenza a non essere troppo in mostra? Eppure l’ho scritto persino nel motto che accompagna l’alias prescelto. Essendo questa la mia natura, potrò solo seguirla per ricavare positività da questo mezzo e continuare ad oscillare tra la ricerca della chiarezza, dal togliere fino a lasciare l’osso delle parole, contrapposto alla sollecitazione che provoca la presunta oscurità, fatta di parole gonfie e dense come stoffe.
Insomma per capire di più e vedere oltre ciò che si mostra, bisogna far fatica, altrimenti ci si accontenta dell’apparenza.
Si oscilla tra il bisogno di sè, contrapposto al terrore del vuoto. Inseguiamo il mito del raccogliersi senza pensieri disturbanti, col tempo che fluisce e l’ozio salvifico, mentre le vite sono piene per necessità o per scelta. Qualche giorno fa ero ad un inutile corso per manager stressati. Ci guardavamo straniti ed in preda all’horror vacui, ma avremmo dovuto ricorrere ad altro che non fosse la banalità dell’ introdurre il life management nel time management. Finchè ascoltavo, distratto pensavo alla vita mia e a quella di gran parte degli umani e di come la vita venga riempita a mo’ di vaso, salvo romperla talvolta per eccesso di pressione. A come le donne nella loro vita colma, introducano affetti nel tempo ed invece, come gli uomini caccino gli affetti per utilizzare meglio il tempo. Credo si sappia che non amo molto le generalizzazioni di genere, ma in questo caso sono i ruoli ad aver introdotto una diversità evolutiva, configurato caratteri e sentire differenti. Più o meno, credo sia così. Quando si fa qualcosa che è fuori della propria abitudine o conoscenza questa prende il carattere del piacere o della necessità; in entrambi i casi per la sua episodicità, è più intensa e performante rispetto alla consumata gestione della consuetudine. Quando un maschio si occupa di bambini, anche se sono i suoi figli, lo fa con stile diverso, attenzioni differenti, non è abituato, non è il suo tempo prevalente. E’ un esempio, magari ricco di eccezioni, ma non distante dalla realtà. O almeno da quella che io percepisco.
Torniamo alla vita piena e alla risposta alla domanda: perchè riempiamo le nostre vite?
Per paura della della solitudine,
per non pensare alla banalità del quotidiano,
perchè è più semplice fare anzichè pensare,
perchè la stanchezza è una buona soluzione ai problemi irrisolti,
perchè la necessità rimette la vita in un arbitrario ordine confacente,
ecc.
Credo che sia per questi motivi e per molto d’altro. E se alla fine, come per l’amore, riempire la vita è una pessima risposta alla solitudine, al contrario di risposte più soddisfacenti, è semplice e dà altre soddisfazioni, quali il provvedere, il farsi carico, il denaro, il successo, il potere, o più semplicemente è quell’espressione del bene portato verso l’esterno che è la presunzione del rendersi utili. Quindi un bene deviato per sè, applicato agli altri e che non serve a nessuno secondo quanto promette. In realtà tutto questo riempire è una enorme ” ammuina” per fare apparenza, ma alla fine, come ben sa ogni donna e uomo, il chiudersi della giornata, lascia vuoti e sgomenti di fronte alla prospettiva di un nuovo giorno che ripeta il precedente. Solo l’horror vacui gestito, cessa di essere abisso e cambia i tempi, le relazioni, la vita.
Abbiamo una via d’uscita che passa attraverso il rischio e la curiosità. Entrambe come vengono e senza l’obbligo del fare, ché quest’ultimo non è obbligo inferiore all’inazione e chi sbandiera il fare ha spesso qualcosa da nascondere a sè stesso. Già sapere che c’è almeno una via d’uscita, aiuta, eppoi se una valigia vera o interiore è sempre pronta qualche significato ci sarà pure. Perchè è proprio l’andarsene la via naturale al troppo pieno, la soluzione modulare e semplice che ognuno utilizza come crede. Con la fantasia, con la realtà, a piccole dosi o con grandi strappi. Andarsene per avere un’altra possibilità.