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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

le ragioni del male

Quali sono le ragioni del male?

Mercoledì sera ero a Roma e ho scelto di andare a cena in ghetto. Non è stata una scelta casuale.

Faccio una premessa: provo un fastidio fisico per le celebrazioni, in particolare quelle che durano un giorno e scaricano la coscienza. Quando penso all’olocausto, mi viene da pensare alle stragi che continuano, a quelle senza attenzione nè addirittura nome. Morire per nulla è il massimo del disprezzo per la vita.

Mercoledì mi piaceva l’idea di andare in posto conosciuto ed ascoltare. Laicamente ascoltare.  Anche il silenzio, la banalità, la ripetizione, ma ascoltare, ed invece la cosa è andata altrimenti.

Il posto ha una sua identità non pretenziosa, si mangia bene una cucina Kosher, romana, fatta di fritti e concia. Il cibo è ruvido di profumi e ricorda le voci scambiate tra case, dialetto e identità, la sensazione di essere ciò che si è in qualunque posto.

Mangiavo e ascoltavo, anche i miei pensieri ascoltavo, finchè da un tavolo vicino, un mio coetaneo sconosciuto, ha smesso di parlare con la sua compagna e si è rivolto a me chiedendo da dove venivo. Sempre ognuno al suo tavolo si è parlato di età, ’68, politica, evoluzione e diversità biologica e culturale, PioXII, storia, diritti, Rom, ecc. Il tutto con una partecipazione crescente dai tavoli vicini, finchè l’intera sala interloquiva. Una scena incredibile!

Naturalmente è emersa la shoah, ma con un assunto diverso: per capire ciò che è accaduto e continua ad accadere bisogna pensare dalla parte dei carnefici. Solo se ci pone nella logica del male, nella sua banalità alla Arendt, ma anche nella sua intelligenza, si entra nella stanza buia dove sentimenti, cultura, sensibilità, connotati come buoni, convivono assieme al male assoluto che annienta il diverso proprio perchè eguale.

Ci continuo a pensare e sento che lì è il problema, ma quali sono le ragioni del male?

 

 

beato il popolo che non ha bisogno di eroi

Che direste se Marrazzo fosse il candidato del pd per la regione Lazio?  E se il candidato sindaco per il comune di Bologna fosse Delbono?Sono persone, neppure incriminate, senza precedenti condanne, che alle libere elezioni hanno avuto un largo consenso di voti personali. Perchè non vengono riproposte al giudizio degli elettori e da questi giudicate?

La risposta  ovvia: perchè chi si fidava di loro non li sosterrebbe nuovamente. Hanno violato norme di comportamento o di correttezza che chi è sotto gli occhi di tutti non deve toccare. Questo in assoluta assonanza con quanto accade negli altri paesi europei, dove basta un peccato veniale per uscire dalla politica.

Questo comportamento elettorale riguarda solo una minoranza nel paese. E’ per moralismo che accade tutto ciò?

L’attuale presidente del consiglio aveva processi in corso nel momento in cui decise di “scendere in campo e di salvare l’Italia dai comunisti”.  Aveva un palese conflitto di interessi e una contiguità pluridecennale con la politica che normava e dava le autorizzazioni necessarie alla sua attività imprenditoriale. In piena tangentopoli gli stessi italiani che castigavano i partiti della prima repubblica e riempivano le piazze chiedendo teste, premiarono Berlusconi. Ed ancora lo premiano. Credo che oggi la questione morale sia questa e che non sia facilmente risolvibile perchè non viene avvertita come tale.

Mi viene a mente la funzione che hanno i santi nella vita delle chiese: i santi sono l’anomalia, perchè destinati a testimoniare le virtù eroiche che gli altri fedeli non hanno; cosicchè questi possono legittimamente peccare e pensare che è comunque possibile cambiare. Una specie di misericordia preventiva che assomiglia agli scudi in circolazione. In politica, non da ora, viene premiato chi si pone sopra le regole, ma questo virus dell’impunità, si trasmette nelle teste velocemente ed invade la vita quotidiana provocando de-responsabilizzazione e protervia. Cosicchè una parte, non piccola, della violenza si basa sull’imitazione.

Fare argine e non lo dico con rassegnazione, ma prima della definitiva omologazione, oltre i programmi, le priorità, le attenzioni, bisogna mantenere, almeno, questa differenza tra destra e sinistra in Italia.

l’orto di casa

 

Ho visto uomini e donne bellissimi in Senegal. Camminavano nella polvere che viene dal Mali,  giocavano con i bimbi sul mirador, entravano nell’oceano ridendo, dopo aver corso sulla spiaggia. Non mi hanno mai lasciato il tempo di pensare: chissà cosa pensano davvero?  Mi pareva coincidesse il gesto col pensiero.

Ho visto uomini e donne bellissimi.  Vendevano pesci sulla spiaggia, si coprivano il viso se eri indiscreto, ti offrivano cibo prezioso per loro e difficile per noi, pregavano 5 volte al giorno restando animisti, meditavano guardando il mare.

L’ africa è una soglia che s’ apre con una tenda, le porte sono ornamenti senza sicurezze: noi chiudiamo e loro lasciano che una tenda ondeggi alla brezza della notte. Cumbacarà è una porta, Kolda è una porta, Dakar è una porta, la Gambia con il fiume che si solca con un arco largo è una porta.

L’africa è un continente a perdere, han detto sommessamente gli gnomi dell’economia, materie prime in cambio di rifiuti, carità al posto dell’autosufficienza, ma questo, gli africani,  non lo sanno, non lo vogliono sapere e neppure si rassegnano all’evidenza. E’ per questo che avranno futuro, perchè non ci ascoltano.

Si allenano, mentre riposiamo in riva al mare. Si allenano, mentre ascoltiamo musiche fatte di suono puro, di ritmo senza tecnologia. Si allenano nelle notti percosse dagli jambè, si allenano alzandosi con il sorgere del sole, passano da un lavoro all’altro senza angoscia, pensano cambierà.

Per noi è ancora la notte senza leoni che si riempie di rumori, di fruscii e correre di zampette, è la notte in cui davvero riposa il sole, è la notte sudata che sovrappone pensieri di panna acida: l’occidente si può bere, ma non metabolizzare. L’hanno capito loro, dovremmo capirlo noi.

Ascolto idee semplici che parlano di credito rotativo delle capre, di sementi. Noi siamo complicati, ma adattiamo i sensi di colpa al bisogno, portando soldi per acquistare greggi e fare orti.

Le donne bianche chiedono dell’infibulazione, del dolore inutile che viene inferto, parlano di dominio dell’uomo, di potere reiterato. Non si capisce quanto sia diffusa questa tragedia femminile; con l’istruzione la pratica si allontana, dicono. Quanto lontano non si sa, ma in Guinea si fa ancora, dicono. E il confine è appena oltre le risaie del villaggio.

Il rappresentante di 53 villaggi della Guinea Bissau ha un berretto trapunto d’oro e la veste ricamata. E’ arrivato per chiedere che una frontiera tracciata dai bianchi non sia il muro per contenere la miseria e il bisogno. Aspetta il suo turno mentre parlano le donne – sono loro le protagoniste-, gli verrà concesso di parlare alla fine. Ogni giorno è giorno per le donne. Vanno a scuola con i proventi dell’orto e delle capre . Chiedono spazi in politica, vogliono partecipare all’ amministrazione dei villaggi, alla gestione dei beni comuni. L’autosufficienza alimentare che parte dall’orto di casa, permette di pensare, di fare richieste sui ruoli e meriti.

Gli uomini apparentemente lasciano fare. Adesso i bimbi vivono meglio, gli anziani sono rispettati e le nuove prassi hanno anche una loro saggezza. Chissà cosa accadrà quando emergerà davvero il cambiamento.

galleria del vento

Nella galleria del vento si è illuminata una vetrina. Dopo tante chiusure e polvere accumulata, è una buona notizia. Ancora non si capisce chi siano i nuovi inquilini, manca persino una tenda per schermare l’open space: sono tutti in vista.

Dietro due scrivanie, lampeggiare bluastro di schermi, l’ovattato trillare di telefono che arriva in galleria e un viso alza gli occhi. Mi guarda, poi distoglie lo sguardo e fissa il muro, ancora privo di intimità.

Benvenuti signori vicini.

Ci siamo rivisti al bar, sono ancora esistanti, un po’ spaesati. Mentre gli scafati aggrediscono insalate dai nomi allucinanti, loro, in attesa di capire, optano per  rassicuranti, panini di salame.

Sono una speranza per la galleria del vento; credo lo sappiano e questo anonimato non è anomia.

Mettendo passi verso l’ennesimo caffè, pensiamo : magari d’ora in avanti,  la crisi ferirà solo, anzichè uccidere ancora.

il soffiatore di bolle

Dovevo fare il soffiatore di vetro, esperto di equilibri fragili, camminatore su ninfee ed invece mi è stato dato d’occuparmi di cose solide: pietre, ferro, cemento, terra. Un tempo gli uomini -io ne ho una sensazione d’occidente- tracciavano le costruzioni come le loro anime, o meglio davano concretezza ai pensieri. E le proporzioni ripetevano sezioni auree, spazi definiti in cui l’essere trovava equilibrio, per cui Leon Battista Alberti era sì in Mantova, ma anche in un casale che ripeteva per multipli di quattro, percorsi domestici, aggregazioni, felicità d’esistere, oggi mutuati da un feng sui, così distante, da dare assuefazione, com’è giusto sia la moda. L’eccezione è diventata il modo di distinguersi: il più alto, il più colorato, il più efficiente, il più strano, il più complesso. Come fosse la transitorietà dell’eccezione a governare i rapporti, le campagne, l’abitare e le città.  Ma nel mio piccolo mondo, io, soffiatore di vetri, che ci faccio qui?

Gli equilibri come insieme dinamico del procedere m’ han sempre affascinato. Devo dire che ora capisco poco di fisica – e non è merito, nè giustificazione, ma triste senso del limite -, ma quello che m’è rimasto s’ applica alla vita. E le leggi hanno, per me, una speculare attenzione verso le sensazioni, i modi d’essere, cosìcchè quando penso al moto vedo me stesso in movimento. E mi relaziono con la velocità passando attraverso una serie di stati di disequilibrio, ma ciascuno per un momento equilibrato, che approfittando dell’attrito permettono di correre verso qualcuno o qualcosa. Di questo esondare sentimentale tra comprensione di leggi e realtà, ho fatto la mia modalità d’essere, la stessa che m’ ha accantonato in politica, fatto accettare d’essere solitario a sufficienza per amare la compagnia, inquieto quanto basta per non accontentarsi del proprio stato, nè di quanto raggiunto o pensato. I piedi, m’ hanno servito silenti, hanno accompagnato il pullulare disordinato dei pensieri, dialogato con la testa ed anzi han fatto ordine ritmando, ascoltando asperità che sottraevano dall’impegno del pensar d’altro. Ne avevo ragione l’altra sera nel pezzo di strada che sta tra piazza Brà verso piazza santa Anastasia a Verona, e che la vista di tante meraviglie di palazzi, Arena e spazi, sottrae allo sguardo. Erano importanti a me, le larghe lastre di marmo messe a pavimento per dare solidità alla ricchezza e al potere, cosicchè , dialogando con quelle lastre, i piedi poggiavano leggeri, scivolavano accompagnando gli sguardi, e districavano le vetrine dall’opulenza delle merci, mostrandole per quello che erano: campionario di sogni indotti destinati a concludersi con un acquisto. Come potessero essere acquistati i sogni e poi sostituiti da altri ed altri ancora, legando il tutto al nostro potere – e  come trovare parola più esplicita e fallace per definire uno stato – d’acquisto. Guardavo ed un poco sentivo, le grandi ammoniti, i disegni perfetti di spirali di pensieri diversi, pensavo al costruire, ai sogni che mutano con le epoche, alle chimere che non hanno più corpo di donna mutante, e zoccoli, e seni piumati, e alle sostanziose assenze che impoveriscono il nostro mondo così concreto e poco attento. Alle magie povere perfino del sogno e al nostro essere consegnato alla singolarità senza espressione nè declamazione. Perchè il declamare, il dire ad alta voce, è vibrare d’aria unisono di testa e moto verso altri e far capire. Ma per capire serve sintonia ed io mi accontentavo (!) d’essere sintonico con i marmi, con chi li aveva posati, con chi li aveva abitati. Ed ancora li abitava, indicando l’altro ch’era stato e una diversità talmente grande e vicina, da essere grande e pertanto da rimuovere, mettere in disparte perchè la sua irruzione avrebbe dimostrato la fallacia e caducità di tutto quanto riluceva attorno, in forza d’energia e potere di denaro.

Chi si estrania viene accantonato, fatto scendere dal treno, accompagnato nel luogo sociale dove con democrazia possa fare la sua vita, in assenza d’offesa al sentimento comune. Vale per il pensiero e per gli atti che mutano i rapporti, vale per le vite e per i sentimenti, vale per le regole che finchè non vengono mutate pensano d’essere eterne. E per il valore, che dev’essere riconosciuto come comune altrimenti scardina il terreno su cui poggia la concretezza delle bollette da pagare, dei tempi da donare, della libertà da limitare. Questa è l’economia del reale e altro non può essere perchè la diversità è eversiva, fa confusione,  pensate che induce a rappresentare la realtà come la si vede e non com’è, come dev’essere per conservare equilibri, dare sostanza ai principi, bellezza al brutto, consistenza all’immateriale. Opprimere per giusta e necessaria causa, insomma.

Grossman, a Treblinka camminando, parla con i morti che accarezza con i piedi, vede donne e bimbi che assieme alla madre, da Raffaello sono l’icona dell’unione primigenia ed al tempo stesso li sente separati, uccisi, feriti, amati e accompagnati anche in quel luogo di morte. E’ Lui  il nesso tra un dipinto, un modo di pensare, un valore condiviso, e l’agire che sotto quel terreno porta ad altro. Il valore umano resta assieme alle voci che vorremmo mute e che chiedono ragioni, ma sono soprattutto vite da proseguire dopo che sono state interrotte. Questo pensa e poi scrive. Ma è talmente eversivo il suo parlar d’altro, che viene gentilmente accompagnato, lui eroe dell’armata rossa, a raccontarlo in Siberia. Non per troppo, per un po’, finchè gli passa, la vita o la voglia di sentire e d’ascoltare cose che non ci sono più, pensieri oltre il filo della terra. Lo stesso filo che fuori era spinato ed elettrico ed ora è crosta per confinare il pullulare della vita che sotto preme. E non gli passa, come spero non passi a molti. Non passa, come spero continuino a fare i fili privi di senso comune che s’agitano tra i piedi e la testa, che fanno guardare sereno, i palazzi che s’inerpicano, le facciate tecnologiche e gli schermi giganti, l’intelligenza a tempo, il software caduco. Fruire e non essere, perchè l’essere è altro.

E continua. Oh sì che continua…

un giorno dopo l’altro

La malinconia fa parte dei caratteri come il mio. Chi la conosce sa che non è pervasiva e sta acquattata e discreta, ad attendere una sera troppo rossa di tramonto, un particolare che riemerge da un cassetto, una foto tagliata a mezzo. Porta con sè il fondo piacevole di ciò che non stato, l’atmosfera, i suoni e gli odori sfumati. Niente di stantio o muffoso e, soprattutto, non impedisce l’ottimismo: è solo più consapevole, come un ‘allegria di gatti che vivono e sanno. L’inquietudine e la malinconia sono l’adolescenza che non ci abbandona, che spinge a fare, ad uscire. Come si potrebbe considerare povera l’adolescenza? E’ quel pezzo incompiuto che fa volare e sognare, essere cielo prima di posare a terra, rinunciarci non significa essere adulti, ma scivolare nei rimpianti dei vecchi. Quella è una malinconia che non mi appartiene. Non ora, non ancora, spero mai. Spero invece di continuare a fare grandi balzi e scarti di cavallo, per disorientare me, anzitutto e il sorriso che altrimenti farebbe meno compagnia.

n.b.un grazie ad Arya che con levità, m’ha ricondotto a Tenco

trittico sulla vecchiezza III

 

Siamo stati fortunati, abbiamo vissuto in un tempo dove passato e futuro si sono scontrati e le correnti ci hanno abituato al cambiamento. In fondo non abbiamo subìto, neppure quando non eravamo protagonisti ed i sogni ci sono passati accanto, attraverso, ma restavano davanti a noi. Hai mai pensato a come cambiano i sogni con l’età? Non parlo dei sogni dei vecchi, ma di quelli che hanno una miscela d’anni e di desideri ancora vivi, un dialogo che rimbalza tra passato e futuro. Aver vissuto nella seconda metà del ‘900 ha avuto molti vantaggi. Qualche giorno fa, mi chiedevo cosa resta degli anni ’70 o ’80 e cercavo le risposte positive. Lo sai che non mi piace il tuo pessimismo da reduce. Alla fine penso che abbiamo avuto fortuna, perchè c’erano occasioni per sperare molto e le cose mutavano in quegli anni. Eppoi abbiamo visto all’opera persone singolari e importanti, pensa a Gorbachev,Walesa, Berlinguer, Wojtyla, Brandt. Il mondo cambiava e dopo la corsa degli anni giovani, restava la necessità di porci risposte, cercando domande confacenti. Mica tutti ci sono riusciti e solo quelli che ce l’hanno fatta a resistere alla pressione del velo che era caduto, si sono salvati. Gli altri li trovi dall’altra parte con nuovi veli comodi nel pdl e nella lega, oppure chiusi in casa, o anche scomparsi in qualche gorgo d’ideale a sonnecchiare. Eravamo partiti dal rifiuto delle convenienze, ma soprattutto era emersa una scardinante rivalutazione del piacere e dell’individuo. Anche l’ideologia contribuiva a distribuire male e bene secondo regole nuove e su tutto governava l’idea che tra il prima e il dopo si era creata una frattura insanabile. Bastavano pochi anni per essere fuori dalla corsa, ma chi c’era, aveva tra i 20 e i 25 anni. L’hai mai pensato che questo ci ha preservato dai disastri di quelli appena più giovani e consegnati ad un futuro senza speranza? Solo fortuna e niente merito, anche per quelli che hanno battagliato il necessario, che sono rimasti nei cortei, che non mancavano un diritto in piazza, in casa, nella testa. Di tutto questo resta la consapevolezza di aver vissuto e di voler vivere ancora. Abbiamo appreso la diversità come valore, i nostri fratelli maggiori non avevano questa percezione e adesso questo ci permette di pensare la terza metà della vita, come diceva un amico in africa. Ci permette di fare e di dare una mano ai nostri figli e nipoti. Non parlo di denaro, parlo del fatto che se non ci tiriamo da parte e ci mettiamo a fianco, per questi non c’è futuro. Non ti pare una conclusione bella per un periodo in cui abbiamo vissuto alla grande, quella di riprendere in mano il futuro, non per noi, ma per chi ha adesso 30 anni. Sarebbe una rivoluzione vera. Più vera di quella che ci pareva a portata di mano, una restituzione di parte di quello che abbiamo avuto, ma soprattutto compenserebbe l’eccesso di sogni che abbiamo trasfuso nei nostri figli. Gli abbiamo detto che potevano seguire le loro inclinazioni e realizzarsi e poi abbiamo lasciato che il lavoro diventasse precarietà. Dove eravamo quando la precarietà è montata sino a diventare economia. E nella precarietà cosa si può realizzare? Nulla di buono, anzi si sta erodendo quello per cui ci pareva che il mondo fosse più giusto: l’eguaglianza come prassi della mobilità sociale. Ma abbiamo tempo, molto più tempo di allora, le idee stanche, ma chiare, la possibilità di dire no. Mi piace l’idea della pioggia fatta da un coro, l’acqua che lava, che nutre e scende in profondità, mi piace l’idea di essere acqua, goccia, parte di un evento che si ripete e che continua, mai eguale eppure conosciuto. Partiamo da questo  per iniziare la terza metà della vita.

specchio rovescio

In questi casi si ringrazia per l’attenzione con un mezzo inchino.

L’intenzione è quella, anche se sono un poco anchilosato e il movimento non è così aggraziato.

Siete passati da queste parti e mi avete dato molto. Molto di più di quanto pensiate. A volte nel leggervi mi sono sentito come lo specchio che guarda sè stesso: vedendomi in voi. Ascoltare è riconoscersi, accarezzando qualche tratto del carattere, incespicando in una scelta, rigando una malinconia, stappando una gioia dal libro nuovo. Commento poco perchè mi fate riflettere e vedo voi e le vostre ragioni; le mie, quando le scrivo, sono al limite dell’ombra.

100000 volte grazie.