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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

la parola della settimana: federalismo

Il primo esempio di federalismo pratico emerge dai pagamenti per le feste del premier: 500-1000 euro per le escort pugliesi, Daddario & c. , qualche bigiotteria, alberghi puliti ma senza troppe stelle contro le decine di migliaia di euro, i gioielli, il residence riservato, le auto, ecc. ecc. per le ospiti lombarde. La Puglia proletaria di Vendola e la Lombardia capitalista di Formigoni, hanno costi standard differenti. Anche nel divertimento. 

Il federalismo nominalistico e disaggregante si farà, anche oltre il pareggio in cameralina, ma all’italiana, senza un quadro vero della spesa, senza sapere come si muoveranno i flussi interni di persone e servizi, senza obbiettivi di crescita che mettano insieme almeno l’interesse economico ad essere uniti. Sorprende il silenzio del sud, Forse i sensi di colpa per il troppo ricevuto senza risultati, forse l’eterno ricatto del voto che vanifica qualsiasi decisione, oppure, peggio, l’incapacità culturale di proporre una propria via reale alla crescita. La leadership meridionale, oggi, è fatta di potentati locali dove il federalismo esiste già perché c’è stata una autoriduzione in un ghetto di sussistenza assistita. Le schiene dritte che dovrebbero puntigliosamente dettare le agende, l’ adesso o mai più. Il dito che dovrebbe alzarsi per accompagnare l’orgoglio, la coscienza di sé e del proprio valore, invece si piega nelle estenuanti trattative sui tempi e sui parametri. Le intelligenze e le volontà positive sono impegnate nella lotta alla criminalità, nel buono della politica locale, nel quotidiano più difficile quando ci sono le mafie e lo stato è distante.  Una resa dell’intelletto e della capacità di creare il proprio futuro comprensibile, ma francamente disarmante.

Ma anche al centro e al nord non si scherza quanto a vuoto di proposte e di obbiettivi. Non si capisce bene di cosa si stia parlando oltre il paroni a casa nostra declinato in una decina di dialetti incomprensibili tra loro, ma alla fine, sembra un prezzo da pagare alla Lega che governa, tiene bordone, foraggia i ripianamenti dei dissesti senza cercare responsabili. Un prezzo politico per mantenere in piedi un presidente del consiglio, che poi verrà lasciato a sé stesso e regalato all’Italia, se lo rivoterà. Perché se non fosse chiaro, ottenuto il federalismo, sia pure all’italiana, a qualcuno bisognerà pur dare questa presenza ingombrante sia all’interno che all’esterno del paese. E a chi se non all’Italia dell’ a-politica, tanto poi si potrà rimarcare la differenza tra territori e paese, il noi siamo altra cosa. E comunque, avere qualcuno che è obbligato a dare, non è mica cosa da poco, come ben sapevano le ragazze dell’olgettina. Di questi condizionamenti non si parla, si rimuovono dalle coscienze, perché la lega sembra utile a governare, ma in realtà si asseconda un disegno disgregativo che è il contrario del governo del paese.

Uno stato federale e una crescita condivisa. Non occorre andare distante, basta guardare alla Germania della Merkel, in 20 anni si sono allineate le economie interne e non si è smesso di conquistare economicamente il mondo. I land hanno velocità diverse di crescita, ma i diritti di cittadinanza sono garantiti ovunque, e così la mobilità sociale e fisica. Segno che si può fare, anche risanando l’economia, nel senso che gli investimenti fatti rendono più forte il paese, danno lavoro e competitività, attirano imprese, conservano e fanno crescere quelle che ci sono. 

Si può fare se si ha idea di qual’è l’obbiettivo, del valore di uno sforzo condiviso, di una volontà forte di essere paese, nazione, stato. Lo dico da veneto orgoglioso della mia lingua e identità, lo dico da italiano orgoglioso di esserlo, della lingua che mi permette di aprire la mia testa, dell’identità nazionale che finora mi ha fatto andare nel mondo contento di esserlo, sapendo che valevo di più del mio essere veneto.

 

ulisse tre

Ulisse vorrebbe essere davanti al mare, con il mento appoggiato sulle ginocchia raccolte, la schiena su una parete ancora tiepida di sole. Guardo distante, c’è profumo di salso e di olii di erbe arroventate, ho un pensiero che respira come il mare. A sorsate lunghe e concavi vuoti d’onda.

Invece è in città, ulisse e legge. Succede alla sera, quando l’aria e la luce sono più dolci e lui si lascia prendere da uno struggimento senza nome. E’ quello che prova un animale a cui manca qualcosa, chessò, qualche penna essenziale, un’ala, una dimensione reale che si affianchi a quella impalpabile dell’assenza. Lo conosce da sempre, questo vuoto e se ne avvolge, mentre segue tra le parole, il racconto che si fa vero, l’alludere ed il dire diretto, le parole a fior di pelle che interpretano l’accapponare fugace del desiderio curioso, la scrittura che si fa gioco bellissimo e serio: la vita raccontata.

Si ferma, forse è stato percepito in lui qualcos’altro che non era, od almeno non credeva d’essere in tutto questo andare, muoversi, vedere ed introiettare? Ha la sensazione di essere sempre stato colto per pezzi utili, ma ulisse, è qualcosa di molto più complesso, pensa con le sfumature, si nutre di pelle e di tenebra, di razionalità e della follia delle sensazioni. La solitudine è la consapevolezza della fatica di essere circumnavigati, capisce che non può essere una pretesa. Forse neppure la misura di un’attenzione. Le complessità esigono pazienza oppure lame molto affilate per essere sciolte. E la consapevolezza non è rassegnazione, ma una misura di sé, di ciò che si vorrebbe e di ciò che si può chiedere.

Pensa alla sua capacità di capire, al limite che incontra. Alle donne che ha conosciuto. Si chiede chi è penelope davvero, se quella conosciuta, inseguita, immaginata, oppure quella letta nei racconti d’altri e se gli sarebbe piaciuto conoscerla, averla da qualche parte nel suo andare. La penelope degli altri risponde al desiderio del maschio che vorrebbe una donna rupe, forte e certa, ma ulisse ama la morbidezza, il flettersi e il pensiero erotico esclusivo per chi lo condivide. La sua donna non può essere solo un posto dove tornare, è il rischio di non trovare ciò che pensa di aver lasciato. La meraviglia dell’inquietudine è questa, pensa ulisse, l’esserci così profondamente per l’altro, come nessuno mai ed al tempo stesso sentire il sommovimento che pervade entrambi. Quel mutamento che conosce bene e che sa immutabile, ma al tempo stesso mutevole nel manifestarsi, come per la terra ed il terremoto, che muove ciò che sembra immoto e solo lo stolto pensa sia un assestamento.

Ogni mattina bevo un caffè nuovo, pensa ulisse, ogni giorno avrò un pensiero nuovo eppure legato al precedente. Un permanere ed un mutare, finchè la curiosità assisterà la meraviglia e viceversa. Deponendo e radicando: arenarie ed alberi da vento E quando pensa agli alberi da vento, pensa agli alberi di nave ed alla roccia che conserva, memorizza, testimonia ciò che siamo. Andare ed essere assieme. In questo gli manca qualcosa di tangibile che si è spostato verso le sensazioni senza nome, come si fosse privilegiato l’incontro di essenze, togliendo l’ombra del concreto. Troppa luce senza ombre. 

Andare seguendo l’inquietudine, l’odore del vento. Forse ho sbagliato, pensa ulisse, ma è abbastanza incosciente da non chiedersi mai troppo su ciò che fa o non fa, l’introspezione è una compagna, non un giudice senza misericordia.

Ora conosci qualcosa dell’ulisse interiore, dice tra sé, ma resta fuori l’ulisse che immagina,  le persone e i luoghi con un’ intensa realtà, li sente raggiungibili, parte dell’esperienza. E questo reale possibile lo sente ritmare nel suo giorno, che guarda, affronta, rischia, gioisce, dialoga con ciò che non è vicino, ma c’è. In questo ulisse, avverte la nostalgia di quel mare mentre percorre i giorni e il tempo. E nella sera, la nostalgia è più forte del giungere.

 

ulisse due

Per uscire dalle colonne d’ Ercole, ma anche solo per navigare con interesse tra persone sconosciute, bisogna possedere la vis di coltivare la propria ignoranza per conoscere. E’ l’inquietudine d’ esser volontariamente fuori dal codificato, dall’imposto La spinta a fuggire il banale e ciò che non dura nella testa e nel cuore.

Così mi ritrovo, a perseguire l’ignoranza,  a non leggere l’ultimo libro, a non ascoltare la musica che spopola, a lasciar perdere ciò che non mi piace, imponendomi, al massimo, ciò che è difficile, ma serve a capire.  Sono in accordo col mio tempo, perennemente in ritardo. E devo ignorare, per capire e vivere dentro la realtà che percepisco. Questo del resto è un mondo di solitari insoddisfatti, di ciurme alla ricerca di compensazioni. Essere fuori dal gruppo non significa non essere socievoli, ma avere la propria individualità, la propria strada all’ignorare ciò che è deleterio a sé. Correggo un verso: ogni uomo è un isola e ogni uomo è un costruttore di ponti, e i ponti non vanno ovunque, collegano ciò che è vicino, congeniale a quell’uomo. Giorni addietro abbiamo celebrato la giornata  della memoria, ovvero consumato un evento, ma siamo sicuri che l’orrore per quanto accaduto sia lo stesso in Europa, in Africa, in Cina, in Giappone?  Non è lo stesso, e neppure il nostro orrore per quanto accade in quei paesi è lo stesso di chi lo vive, ne ha esperienza, cultura. L’ignoranza è rifiuto dell’orrore codificato, è ciò che porta fuori dalla gabbia del conosciuto superficiale e conduce al bisogno di sapere emotivo, alla convinzione di costruire ponti.

Salpare dalle religioni senza cuore né uomini, andar via da ciò che rende uguali e non eguali. Condurre l’ignoranza sul limite di ciò che conta davvero: vita, morte, sesso, solitudine. Questo è il senso del viaggio, della sua metafora, delle difficoltà e del piacere del conoscere partendo dall’ignorare. Questo l’andare e il restare senza un tempo, che non sia il proprio.

 

 

 

altri luoghi

Le gambe allungate e tu che parli guardando la brace.

Due ore di parole dense, interrotte da silenzi lunghi. Ascolto la tua voce piana che lascia uscire pezzi di riflessione, che dice di te parlando d’altro.

Faccio altrettanto. Le nostre sono vite differenti, unite da un’amicizia strana e nata per caso. Ma del vivere in fondo, i temi fondamentali non sono tanti, spesso gli stessi ed una mano basta per contarli. Il ragionamento continua, uno parla, l’altro ascolta e sono parole che s’incastrano nella vita. Sempre impersonale, come se le individualità aspettassero per rendere reale l’astrazione. Il fuoco si abbassa e si alza. Il silenzio lo segue e non ha tempo a cui rispondere.

Fuori è notte, qui il bujo è più scuro, divora la luce delle case che si ferma appena oltre il vetro. Il viaggio di ritorno per me sarà lungo,ma non pesa, continuo pensare alla mia vita. Occorre tempo.   

 

      

lettera ad un amico che ogni giorno racconta cosa non va nel mio partito

buon giorno Amico mio. Ogni mattina quando leggo i commenti alle “imprese dei nostri” del giorno precedente ho l’impressione di un cupio dissolvi illimitato. Questo mi fa stare male senza ragione, nè speranza.

Ti sembrerò troppo romantico, ma io credo in un paese buono, dove esistono buone pratiche, peccati veniali per chi crede, piccoli rimorsi per chi non crede. Credo in un paese dove le persone, senza connotazione di destra o sinistra, vogliono vivere ed ogni giorno si misurano con problemi concreti. Credo che le persone che conosco siano frequentabili, ovvero che abbiano un codice etico simile al mio, che quelli che non ce l’hanno non meritano la mia amicizia.

Credo anche che, dal punto di vista morale, non etico, la maggioranza di questo paese, assistita dai silenzi interessati della chiesa, abbia sviluppato un relativismo importante, che smotta le coscienze e gli atti quotidiani, inficia il concetto di legalità, toglie il senso di appartenere allo stesso paese. Ma ripeto, per me questo non è un paese di malfattori ed ogni giorno nella scuola, negli uffici, negli ospedali, nelle fabbriche, gran parte delle persone fanno quello che serve a mandare avanti la nave. Quella in cui siamo tutti. Credo anche di non essere in un partito di malfattori, ti dirò di più, penso non ci siano partiti di malfattori, ma malfattori che si servono di partiti. E che questo, nonostante tutto non sia così forte da essere la prassi e neppure così frequente. In sostanza penso che mettere un’etichetta impedisca di vedere davvero cosa c’è sotto.

Vorrei, non desiderei, dare un senso costruttivo a ciò che faccio assieme ad altri, partendo dalla mia vita, da ciò in credo. Una prospettiva, un orizzonte verso cui camminare. Non mi importa di zigzagare, di fare più strada, ma una direzione serve. Questo vorrei e forse molti altri lo vogliono. Io credo in quelli che fanno le cose gratis, che se hanno obbiettivi personali, sono leciti, e credo siano tanti. Quelliche pensano, come te, che il bene di tutti non sia una cosa astratta, ma una parte della vita dei singoli. Per cui mi interessa sempre meno il nominalismo della politica, del Pd o di altro, mi interessa una ragione al fare e non la mia demoralizzazione quotidiana perché il mondo non è come lo vorrei. Vorrei cambiare, cambiare il mondo, amico mio, un poco, quello che è possibile, non fare il cronista del mio tempo.

continuum

Fu attimo impercettibile e la tela dello spazio-tempo s’ increspò,

appena, ma tanto bastava perché una speranza sgusciasse bambina.

Tutt’attorno l’universo continuava la sua corsa, trascinando spirali, 

e case, pulviscoli di comete, orli di striscie pedonali, in attese di futuro,

ma nessuno, avvertì quel singulto di possibilità.

Due passioni sincrone, un momento avevano coinciso,

orologi fermi, due volte precisi nello stesso giorno s’erano messi in moto,

ma non avvenne nello stesso posto perché una lama pura d’energia, ne sarebbe scaturita illuminando l’universo.

Nessuno vide nulla ed un altrove generato dallo stesso pasticciare d’atomi e probabilità,

passò, era solo un’increspatura, non l’anticipo di ciò che tutti avrebbero voluto,

desiderato, vissuto senza follia d’impossibile pensiero.

Fu oscuramente chiaro mentre qualcuno portava una necessità a spasso con il cane,

altri guidando nella notte,

non pochi, perduti nei colori  distratti dei televisori,

e quando tutti scivolarono nel sonno, il pensiero rimase lì, sul comodino, ad aspettar il giorno,

traccia d’increspatura del telo d’universo già rinchiusa.

Per questo, quando dopo, nel bar, improvviso s’accese un cerino,

e nel vuoto  furono due boccate e mezzo sigaro di pensiero,

tutto senza pietà di simmetrie, fu rovesciato nel freddo di gennaio. 

Ecco, quello fu il momento in cui il tempo aveva ripreso il suo passato.

 

 

la parola della settimana: memoria

Le nostre memorie ci svuotano della responsabilità di ricordare. Siamo pieni di tracce, di occasioni messe da parte: migliaia di fotografie che non guarderemo più, centinaia di migliaia di parole scritte, conservate, seppellite sotto altre parole, che a loro volta, verranno conservate.

I mangiatori di loto hanno trovato la coscienza che perdona il dimenticare, basta conservare. Non importa chi siamo, chi siamo stati, ma le tracce che sono a disposizione per certificare che davvero abbiamo un passato. Siamo così ricchi di memorie esterne che possiamo permetterci di non avere più memoria di noi e del mondo, e tutto ciò che è accaduto non lascia traccia sui nostri corpi di vetro. Cos’è accaduto ieri di importante? e un mese fa? ed un anno or sono dov’ero? cosa mi accadeva attorno? Restano le cicatrici senza contesto, di ciò che ci ha cambiato, fosse felicità o disperazione. Fatti personali privati dalla storia. E perdiamo spirito come gomme bucate, diretti verso un grigio in cui nulla è importante, in cui nulla accade davvero. Non tu, non io, neppure i drammi che accadono oltre i nostri vetri sono reali. Tutto smorzato assieme al freddo da un vetrocamera antisfondamento che permette di guardar fuori distrattamente, al caldo di un sé desideroso d’essere.

Nel fiume una cosa tondeggiante appare e scompare a pelo d’acqua, segue il flusso della corrente. Senza fretta, nel tempo giusto, potrebbe essere un tronco, un animale, qualsiasi cosa simbolo di tutti i gettati. Quelli che si sono consumati nei delta, senza neppure giungere al mare. Quelli che sono scomparsi al largo, fratelli di quelli giunti a riva. Quelli che neppure sapevano il perché di tanto accanimento e quelli che l’hanno intuito con angoscia  così forte da desiderare la morte. La cosa continua il suo corso, s’è affidata a chi poteva accoglierla. Non ci sono braccia amiche, neppure il numero impressiona più di tanto. Cos’è un numero? Qualcosa che si può superare con un piccolo sforzo. Ma lei a qualcuno è stata cara, qualcuno che non si consola nel numero, qualcuno che ricorda ciò che era vivo, sembiante, emozione, consuetudine, parola, silenzio, risata, tristezza e scoppio di voce.

Josif aveva il suo violino, i suoi cavalli, l’orso che faceva ridere di paura i bambini, ma di lui non c’è memoria. Neppure di Maria, lesbica orgogliosa c’è memoria, ma anche di Franz la memoria s’è persa assieme al suo compagno. Quanti erano, forse solo qualche milione in tutto, accumunati nell’oblio. Tutti nel fiume prima della foce, tutti senza l’orrore d’essere vivi. Alla fine è bastato poco, ma prima che fatica.

Alcuni hanno più storia, non memoria, erano in tanti, non bastò, ma contavano abbastanza. Fossero ebrei od armeni di loro è rimasta traccia senza dolore. Ovvero per chi li conosceva il dolore non s’è mai spento, ma per gli altri è bastato pensare che la follia può far questo ed altro. Solo la follia, non gli uomini.

Il musicista polacco che andò con moglie e figlio a Terezin prima di finire la sua vita ad Auschwitz scrisse un canto gioioso per il suo bambino, ci è rimasto solo questo, non il figlio o la madre. Della scrittrice già famosa, sono rimaste le pagine di un romanzo incompiuto. Dei molti ricchi, i conti seppelliti nelle banche svizzere. Dei proprietari delle barche ormeggiate nei laghi, il nome sulla prua ma del fiuto del vento nulla è rimasto. Anche loro perduti nel fiume, eppure fortunati d’una anagrafe, d’ un nome che li ha gettati sulla riva. Degli altri neppure questo.

E’ la cultura che fa la differenza, quella che uccide i despoti, conservandone l’atrocità. E’ la cultura che conserva le memorie distratte che ora non suscitano emozione. Senza Paolo Diacono dei Longobardi resterebbe il ricordo d’una vittoria dei Franchi, senza la cultura il numero sarebbe già sparito nei gorghi del fiume. Come è accaduto ed accade, per i rom ed i sinti, per il Darfour o per il Congo, per i Cambogiani con i khmer o i cinesi durante l’occupazione giapponese, per le vittime di Stalin o per i massacri in Bosnia, per i Libici e gli Abissini poco felici d’aver conosciuto gli italiani brava gente o per gli indios dell’america latina che degli spagnoli o i portoghesi hanno potuto apprezzare la ferocia. E quanti ancora senza la traccia della cultura a rivendicarne l’esistenza?

Abbiamo perso la memoria di noi stessi, ci accontentiamo di tracce e simulacri, guardando il grigio tutto è relativo, per ricordare abbiamo bisogno di una giornata per la memoria, che non ci cambia, non ci interpella, non ci aiuta a capire chi siamo, domani si può tornare a dimenticare.

Anche per le nostre vite è così, prive di un giorno all’anno che ci ricordi davvero noi stessi, che si appoggi su un ricordo che ci cambia, che ci faccia trattare una comunicazione dove non esista solo l’io di qui, subito, adesso, ma quello che vorremmo gettare in avanti, farlo vivere e volare, quello che ha un passato e vuole avere un futuro da ricordare.

stropicciar di carte

Nello stropicciar di carte,

pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.

L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,

in possibilità poco costruite di trama,

hai vanto d’intuito, senza dire,

della mia passione di sentircapire tra le dita,

del cervello tattile proteso.

Tutto vero,

anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,

del distendermi che divora sensi trasversali,

di questo hai intuito,

ancora.

Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,

in attesa,

non del caso e della sua arroganza,

ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,

e se al finir della luce ritrovo serenità

nel frusciar di fogli, senza lettura,

sono preso d’ un bisogno d’altro respiro, mai provato.

il caso e la libertà

Lasciar andare, non fermare, non oppormi.

Se torno indietro con la memoria, ritrovo questo agire come il mio modo d’essere nel mondo, tra le persone. Non ho mai fermato nessuno. Forse perché credo alle parole, ai gesti, alle vite degli altri. Il caso ci segue, mette assieme i desideri, le propensioni, aggiunge di suo, vorrebbe modificarci ed invece poi s’accontenta di modificare le nostre vite. L’ho sempre accolto così, un generatore di possibilità, ma ciò che accadeva poi, dipendeva da noi e diventava destino. Ed ho sempre lasciato che la libertà dell’altro fosse libertà davvero.

Quanta sofferenza costa tutto ciò? Molta, moltissima, perché fa più male ciò che non è stato ed avrebbe potuto essere, rispetto al ricordo. In fondo è il ricordo della possibilità che si incide nella carne, il futuro negato, ma la libertà include la sofferenza. C’è una linea sottile su cui viviamo ed è la linea che separa lo star bene dallo star male, è ciò che si traduce nei nostri atti separando il bene dal male. E quasi sempre ciò che sembra male o bene, poi alla prova dei fatti si rivelerà diverso: un errore in buona fede.

Ho sempre lasciato andare, senza oppormi, perché romantico lo sono davvero, Perché la libertà è una religione, e se mi muovo su rotte sconosciute con portolani imprecisi, accetto la sofferenza e la solitudine, e fa parte della vita che posso vivere.

 

 

 

chi ce l’ha con noi?

Ci sono giorni in cui le cose storte s’accaniscono. La sequenza degli inconvenienti diventa interminabile, le cose cadono, le carte non vanno nei cestini, il parcheggio striscia la fiancata, il computer non funziona. Allora anche una notizia neutra graffia, e bisogna fare argine, opporsi alla sequenza. Star fermi, non trovare nessi che non ci sono, fermare l’istinto autolesionista del tanto peggio e chiedersi se si è offeso il caso che addensa i segnali. Portarsi sul margine del razionale per spiegarsi l’inutile accanimento, non trovare qualche pratica scamantica, ma cercare di capire cosa ci stiamo dicendo. La risposta ci porterà chissà dove dentro di noi,  mentre ripetiamo a chissà chi: non mi piegherai, passerà, non riuscirai a farmi cambiare strada.