se un uomo dice a una donna che è bella

Se un uomo dice a una donna che è bella,

ma credo che lo stesso valga per la donna,

solo a volte vuol dire che è solo bella.

Altre volte, e sono le migliori,

vuol dirle che è così bella che gli risuona dentro.

Che era una bellezza che attendeva.

Che questa bellezza sentiva che c’era, ma non l’aveva mai trovata

e così disperava.

Insomma vorrebbe dirle che è sì bella,

ma che è molto di più per lui,

e che è quello che conta poi davvero.

Solo che non riesce a racchiuderlo in una parola

che ora gli sembra ora così piena e insufficiente

e mentre la pronuncia, la riempie di pensieri

che lo rendono piccolo e grande assieme.  

la rava e la fava

Mattinata colma e calma. Si comincia con una riunione senza odg. I presenti attendono e sono solo. Imprecare contro chi latita non serve, usare il mestiere, puntare sul tre. Il tre è magico, rassicura. Tre punti: stato delle cose, necessità e prospettive, obbiettivi. Arriva la “spalla” è pessimista, lo prenderei a calci sugli stinchi. Mi propongo di cucire le proposte con il motivare, essere realisti, porre mete raggiungibili. Ostento determinazione e fiducia: non ho alternative e quindi deve andare bene. In un’ora si chiude. Saluto e schizzo via verso un appuntamento. Ho 15 minuti per attraversare la città. Ne impiego 20 e sono in anticipo, miracoli dello spazio tempo, aspetto in cortile. Mi piace aspettare, serve per pensare ad altro e sono talmente tante le cose che si possono fare aspettando…

Nell’aria c’è un profumino di salsa al pomodoro. E’ la seconda volta che capito da queste parti all’ora di pranzo e sento lo stesso profumo. immagino pastasciutte generose, canottiere e calzoni corti, il mezzo bicchiere di vino e il pisolo breve dopo pranzo. Fa caldo, c’è un sole sfolgorante e doveva piovere.

L’incontro dura 5 minuti e riattraverso la città. Il bello delle città medie è che tutto è vicino, magari ci si impiega un’ora per il traffico, ma è vicino. Mentalmente attiguo.

La mattinata continua verso il pomeriggio. Centro studi: dopodomani c’è il convegno. Devo ancora iniziare a ragionare sulla mia relazione. Potrei parlare del nulla: non so nulla, sono un esperto. Cerco di raccogliere le idee su un lavoro precedente, tra miriadi di contrattempi e decisioni da prendere. Bisogna sostituire l’addetto alle riprese, ispezionare la sala. Fatto tutto per telefono. Che meraviglia il telefono quando serve a risolvere. E che dannazione quando dall’altra parte rimandano le decisioni. Manca il ministro, non si sa se verrà qualcuno in sua vece, anche l’assessore manda un sostituto. Già, forse veniva solo perché c’era il ministro. Il rischio è che si squaglino tutti.  Allontanare il negativo, calma, le cose si risolvono. Sembra un cubo di Rubik, si mescolano le relazioni e i colori, speriamo resti un cubo. Le certezze sono rimandate al pomeriggio. Mi viene in mete Garcia Lorca e le fatali 5 della sera. Non accade nulla alle 5 della sera, solo in Spagna ci sono le rese dei conti, qui al più pensano all’aperitivo.

E’ strano che il tempo in cui dovremmo fare altro di urgente si accorci, che qualche impiccio nuovo e non rinviabile si sovrapponga. Rinvio la relazione, qualcosa inventerò, mi alzerò presto domattina. Mi sembra d’essere tornato a scuola quando il presto alla mattina metteva a posto la coscienza sull’orlo della paura. Domattina non ci sono per nessuno. Forse, dipende. Quel che è certo è che qualcosa mercoledì bisognerà dire. Magari che sia consequenziale, nuovo e magari con qualche spruzzo di intelligenza: una cosa impossibile. Resta l’insalata di rava e fava, invocare la narrazione, alludere, lasciar intuire. Sì ma qualche idea domattina dovrà uscire.

Calma e gesso che le settimane passano e pure i convegni. 

pescatore

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Filo sottile luccica al sole,

taglia un riflesso, si tuffa verso l’acciaio d’un amo, 

c’è vita lì sotto, oscillare morbido d’alghe,

flessuose spine dorsali a spingere squame,

un verde che colora di blu

e sprofonda, già nero, tra carcasse d’incuria e antiche alluvioni .

Basta un rovesciar di pancia,

e si vedono espanse le nubi paffute,

il verde dell’erba, i sassi che carezzano l’acqua,

lontano e sordo si sente rumore e dell’uomo le tracce.

L’uomo…

reggere una canna è impugnare un arco,

tendere una corda, 

scoccare verso l’abisso,

saggiare la cieca fortuna con la freccia che incontra il bersaglio.

Se cieco è l’arciere s’unisce il pensiero alla preda,

e l’attesa è quasi spuma di nube,

un andare di sguincio,

di chi vuol vedere e solo poco essere visto.

Unisce un pensiero l’arco e la corda,

un desiderio s’ astrae

nella freccia scagliata nel cielo rovescio

e le ore passano brevi,

l’odore di salso dell’acqua, la sera, la strada,

lo spaesato ritorno.

Impugna l’arco paziente, arma la freccia,

tendi e scocca verso l’abisso, 

la fortuna è frinire di cicale,

un salto di squame,

dei cerchi che s’allargano pigri.

Cieca la freccia cerca il bersaglio, 

danza suadente nelle acque gonfie di fresco,

e della luce, sorniona, attira un riflesso d’argento.

Ma che importa la luce,

non c’è nulla da vedere che non avveleni, 

pensieri di squame, 

d’acqua e di bolla.

Lassù la luce, 

che prima d’un balzo era solo riflesso:

non importa, non voglio,

tento la luce seppure questo è il mio mondo.

Scocca la freccia, ch’è  desiderio e bisogno, 

oscilla vogliosa di preda,

ma guizza il pensiero non pensato,

che fa di necessità la vita:

tenere a bada i bisogni è spesso saggia limitazione dei danni,

un salto è per la luce, 

un ragno d’acqua o la fortuna d’un ignaro piccolo volo… 

Nel crepuscolo salta e irride, lampo di squame,

spingendo verso casa,

la mano, l’arco, la corda,

ci sarà nuova attesa in un nuovo duello,

si perde, ora, l’eco d’un tuffo, nel fresco della sera che avanza.

il ricordo sentimentale

Il ricordo sentimentale, ciò che sono stato e ciò che sono, in fondo, oscilla su quanto siamo stati amati e se era adeguato quell’amore. Oscilla per tacitare un bisogno che non è mai muto e poi per scoprire noi in quell’amore d’altri, fatto di tentativi, intuizioni, sbagli, ricerca dell’altro e d’altro. Il ricordo oscilla su questo e trascura il resto, si spinge sino all’orlo dell’abisso della consapevolezza, ne saggia la vertigine e si ritrae, pauroso di sé, del proprio bisogno e dell’inermità  che questo include.

Quanto sono amato e quanto mi corrisponde questo amore? Le vite si disegnano su questa consapevolezza/ricordo, spesso l’adeguano e la mutano in costruzione d’intelligenza che trasfigura la realtà per adattarsi l’amore e la sua misura. Vale la considerazione soddisfatta del conquistatore/trice, il sono stato tanto amato, a sanare il ricordo di qualcosa che manca? Oppure vale l’ adeguarsi che considera possibile l’adeguabilità dell’amore e se ne fa ragione? Oppure è ancora l’inquietudine che vince e diviene speranza/attesa che qualcuno scovi quella parte di noi di cui abbiamo il sentore ma non sappiamo cos’è, che trasformi la cura in sostanza di sicurezza, che tolga definitivamente la paura di non essere amati.

E questa attesa ha risposta quotidiana che scaccia il pensiero oppure si sofferma, si interroga e misura? E ancora, alla fine emerge una ragione, un relativo e si cerca il molto in ciò che si ha oppure ci si chiude nell’accontentarsi? E’ il ricordo sentimentale che trasfonde sul presente, misura la soddisfazione del vivere, si interroga, si risponde, a volte muta direzione, riprende l’attesa. 

le grandi specializzazioni: il Kipferl alle mandorle

Uno dice, parlando al bar: devi specializzarti, trovare una tua strada, solo così puoi vivere in un mondo dove conta la differenza. Così ho pensato a lungo, valutato le mie capacità con onestà e intransigenza, e mi sono specializzato nella degustazione della sfoglia alle mandorle, il kipferl come lo chiamano nel lessico dolce. Allo scopo ho esplorato, e continuo sistematicamente a farlo, tutte le pasticcerie con servizio bar. Anche quelle senza servizio bar esploro, ma qui le brioches sono rade ed appena tollerate, spesso striminzite, messe di malagrazia, inverecondamente esposte sul ripiano all’aria, ancelle dell’impero della pasta, del dolce, delle mignon.

Con studio e sistematica applicazione, ora sono in grado di indicare la graduatoria delle pasticcerie eccellenti, indicare le primazie, interpretare e seguire l’umore dei pasticceri, la variazione atmosferica, l’andamento delle materie prime sui mercati. Tutte cose non frequenti nella pratica di settore, spesso consegnata all’improvvisazione e alla frettolosa, distratta rincorsa dell’attimo fuggente. 

L’umore si sente dalla delicatezza degli strati di sfoglia, dalla tostatura del ricoperto di mandorle (basta un attimo per perdere la sintesi tra il croccante del tostato e il molle proporsi del crudo della mandorla scaldata), dalla pennellata del caramello sulla superficie che indurisce in un velo uniforme oppure, distratta, si raddensa in piccoli grumi incongrui. L’analisi dell’umore del pasticcere, penetra nel profondo, si legge nella ricchezza del ripieno di pasta di mandorle, oppure si ravvisa nella sua ristrettezza, quasi piccola dimenticata scia di presenza, più per dovere e rispetto alla ricetta che per sontuosa elargizione di bontà d’animo, buonumore e dolcezza. Si legge nel contrasto tra la croccantezza della superficie, il sovrapporsi della sfoglia appena addensata, il trionfo della vena di dolcezza morbida del ripieno, che testimonia l’equilibrio interiore di chi compie l’opera, il suo umore/amore per la vita altrui, la sua disponibilità al mondo.

Ma la vera perizia sta nel mettere assieme l’esteriore e l’interiore, l’umore e il mondo, sintesi alchemica della natura e dello spirito. Se fuori la pressione è bassa, se c’è pioggia, o peggio nebbia, le paste lievitano con difficoltà (anche i lieviti impigriscono e dormono al calduccio nei giorni impervi), se gli sbalzi di temperatura alitano sui vassoi, il kipferl s’ammoscia. Amante deluso si ritira in una malinconia che ammataffa sul palato, ovvero s’appiccica, s’impalla, rifiuta il rapporto con il gusto, risentito vorrebbe star per suo conto e non ingollarsi in stomaci voraci di quantità senza discernimento e amore. E’ la cosa peggiore, evito infatti le giornate a rischio se non per dovere, oppure scelgo la mia pasticceria preferita dove, in una teca a temperatura controllata, il kipferl guarda il mondo in una eterna primavera. Ma anche in questa situazione d’ amorevole cura, il tempo, la distratta affezione, l’abitudine, possono insinuarsi e toccare la fragile natura del kipferl, che pur senza ritrarsi, si mostra incline alla malinconia, pervaso da un un senso della caducità che lo porta a farsi fretta, lui, che per sua natura amerebbe il rapporto senza tempo, la dolcezza delle labbra, lo sbocconcellare attento e lieto, il raccogliere goloso delle briciole, che nella sua esuberanza dissemina, come prova della sazietà che non si sazia. Il non lasciare nulla perché tutto soddisfa, ma ancora chiede, a lui, proprio lui, che permette che il rapporto frettoloso mantenga l’intesa, che si rimandi ad altro più tenero ed intimo momento una  rinnovata intensa storia. Perché l’abilità dell’amante goloso e mai sazio, in questo si vede, ovvero nel mettere un ulteriore, un dopo che apre e non chiude, un promettere che sarà un mantenere ed ancora un aprire a nuove possibilità e dolcezze.

Ma se il tempo atmosferico irrompe nel giorno, come in ogni rapporto l’economia irrompe tra le cose. L’andamento dei mercati, il prezzo delle materie prime, si riflette nel prodotto e sente nella generosità, certo anch’essa ben governata dal pasticcere che può elargire, anche nei momenti difficili, ma la crisi a volte s’insinua, attacca il numero di mandorle presenti in superficie, il loro spessore, ché l’eccellenza le vuole sfogliate, ma consistenti per non arricciarsi in pose sguaiate (van bene a mezzo), deprime il ripieno, la stessa sfoglia risente della minor presenza di burro e ripiega su consistenze troppo secche per essere equilibrata. Che fare allora, se non sperare che il momento di crisi passi, che le mandorle arrivino copiose, che casomai si rarefaccia l’offerta, ma che piuttosto di deprimere il mercato almeno alcuni fortunati possano avere l’eccellenza.

Fin qui la mia specializzazione per sommi capi e ora queste brevi note introduttive vorrei tradurle nel curriculum in formato europeo che manderò ai miei futuri, possibili, datori di lavoro. Vorrei che fosse colta l’apertura al mondo, l’interesse che, pur nella specializzazione specifica, sono in grado di esprimere, la mia capacità di adattarmi a prove anche difficili (quante degustazioni si sono trasformate in pena…), la disponibilità a viaggiare perché degusto e confronto ovunque, l’uso creativo delle lingue, sia nel cercare nuovi, più consoni, significati al prodotto (cosa necessaria quantomai in un mondo in cui il marketing è parte integrante del processo produttivo), come pure nel mettere la lingua stessa a servizio dell’apprendere, del gustare, del valutare, insomma l’uso del corpo a servizio dell’azienda. Vorrei anche emergesse il processo progressivo, la disciplina, che ha portato a sviluppare competenza. Non solo studio e titoli accademici, ma applicazione sul campo, pratica dispendiosa, che non ha evitato gli errori, che ha sopportato notevoli fatiche ed impegni nel definire il campo d’azione, il range in cui effettivamente potersi esercitare secondo l’inclinazione, il talento, ma senza dar nulla per scontato. Quindi la capacità di rischio, di riflessione, il feedback sono qualità che già hanno avuto modo di esprimersi ed applicarsi. Prima di passare ad altra specializzazione e per non accumulare titoli e capacità senza mercato, adesso vorrei una offerta adeguata per uscire da questa condizione di precarietà in cui il talento si deprime. Non voglio essere eccessivamente choosy, ma per cortesia non mandatemi ad assaggiare brioche confezionate al supermercato.

il soggetto

Più o meno consciamente parliamo sempre di noi, di ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo, vorremmo e vogliamo. In questo flusso continuo di approssimazioni (perché anche ci chiediamo chi siamo) troviamo il filo rosso del vivere, la traccia del prima e del dopo, il senso del tempo.

Capire come agisca il tempo nel nostro parlare esplicito o silenzioso, ci darebbe una scansione dei passaggi, la misura dei blocchi di cui è fatta la nostra esistenza. 

Un tempo non parlavo così, non sentivo allo stesso modo. E’ possibile fare un confronto?

Sarebbe inutile e indebito, ero ed eravamo altri. In fondo la magia del vivere è essere stati, ed essere diverse persone che s’assomigliano vagamente, anche nelle sembianze, e che si ricordano di imprese comuni, poi, non sempre l’un l’altre chete, abitano lo stesso corpo che muta. E se ci pensiamo, è il nostro contenitore/corpo che cambia molto più di noi e noi ci rapportiamo al suo misurare il nostro tempo anziché vederlo in ciò che davvero siamo.

 


							

non ho parole

Non parlo del modo di dire, ormai privo di senso, che da tempo infarcisce non pochi discorsi, ma dell’assenza di parole per descrivere qualcosa di inusuale. Che sia un’emozione forte, un perdono, una gioia inattesa, oppure un sentire sottile che sfiora la percezione, spesso il vocabolario a disposizione diventa insufficiente. Anche i modi del comunicare ci paiono inadeguati, per cui si affrontano giri di parole, similitudini che lasciano larghi laghi d’insoddisfazione, così subentra la paura di non essere davvero compresi e ci si sente diventare strani o ridicoli. Allora la volta successiva si tace.

E’ il limite delle parole, oggetti vivi quando si estraggono dai loro involucri di significato comune, ma cagionevoli e pronte a morire sulle nostre labbra, quando la pregnanza nuova che hanno acquisito per noi, resta confinata nella necessità di spiegare troppo. In realtà avremmo bisogno di parole nostre per dire ciò che sentiamo, di oggetti leggeri e grondanti significato, mentre ci troviamo sul limite del fraintendere. E considerato l’oggetto del comunicare, è un fraintendere che fa particolarmente male.  Avremmo bisogno di significati che colmino un silenzio che non vorrebbe essere tale, e quindi anche di orecchie amorose e incoraggianti che accolgano e vibrino assieme.

Questo è il ponte instabile su cui passano dei pressapoco che si lasciano trasformare in suoni, via via, più netti e definiti, un sovrapporre ciò che si sente a ciò che si dice, finché si trova qualcosa a cui ancorarsi e sapere che è quello che cercavamo.  Allora  il non ho parole per dirlo scompare, e un passo innanzi nel nostro dizionario dei sentimenti è stato fatto.

il nuovo e il movimento

Nel nuovo, spesso, vogliamo leggere il dissiparsi delle nostre paure. Forzando la realtà, piegandola verso di noi, come se il nuovo coincidesse con il movimento (e quindi con il succedersi delle esperienze) si pensa di risolvere il bisogno di guardare il lato che c’inquieta, c’illudiamo che il nuovo sia il cavaliere bianco che ci porta fuori dal temere. Questa confusione tra nuovo e movimento, dando ad entrambi un significato positivo, altera il rapporto tra dentro e fuori, fa girare la testa da altre parti. Ma lo specchio è fermo e noi ci vediamo in esso se davvero vogliamo vederci, come pure è fermo il lato oscuro che sta nel fondo di noi stessi, assieme agli  archetipi che c’appartengono, e che sono, come noi, specie. E non occorre fare molto perché i vapori di quell’oscurità emergano nell’insicurezza lieve, o forte, quando siamo soli con noi stessi, e s’installino nella mente quasi fossero un preannuncio negativo.

Ci ameranno, saremo amati, chi ci difenderà dal male? 

Basta muoversi e non pensare troppo oppure guardare in faccia l’inquietudine, sapendo che solo noi siamo malattia e medicamento, e che questo comporta il fermarsi, il togliere veli, anziché sovrapporne. Ma quest’ultima è solo una delle alternative: per molti non occorre affrontare i propri demoni, si può correre sempre innanzi, passando da un’esperienza all’altra e non  chiedersi se si sta precedendo qualcosa oppure se si sia perennemente in fuga da se stessi.

Credo che ognuno faccia il giusto se segue se stesso; io tendo a fermarmi, per riflettere e cercare di capire i motivi dell’andare assieme all’inquietudine, forse per dargli una direzione, ma è una strada questa mia, come le altre. 

le cose e le tracce

Le cose che abbiamo raccolto, custodito, spolverato, chiuse in teche od allineate sugli scaffali, sono noi. Abbiamo accumulato passato senza tener conto del suo peso, me ne rendo conto ora che devo liberare una stanza, dei cassetti. Anche le foto, i fogli appiccicati dovranno essere tolti: chi occuperà questo posto non dovrà essere disturbato dalla mia presenza precedente, dovrà sentirlo suo, come io l’ho fatto mio, un tempo, attraverso le cose accumulate, il disordine, i fogli, gli appunti, i ritagli, e schemi, progetti, ecc. ecc.  Via tutto, la continuità in un lavoro sono passaggi di testimone in corsa, e non ci si ricorda dei frazionisti precedenti, se non per giustificarsi se si perderà la gara.

Le cose sono le nostre tracce e quando si lascia qualcosa o qualcuno, un’attività importante, è cancellare le impronte. E’ più difficile con il ricordo, ma il segno delle cose, che noi lì siamo stati, dev’essere rimosso, e non può essere altrimenti.: bisogna fare posto. Questa del fare posto è una cosa naturale, vitale, anche se nei rapporti amorosi è diverso, e un’impronta nel cuore resta a lungo e dà fastidio vederla, finché pian piano sbiadisce e viene sostituita da altro. Anche nelle famiglie è diverso, si conservano tracce dei nonni, dei genitori, magari si riutilizzano e si rendono parte di un flusso di memorie, di storie che si disperderanno piano attraverso gli oggetti ceduti, smarriti, finché di quella memoria non resterà che un ricordo vago. Fa parte dell’educazione borghese il conservare traccia con le cose, avere un diagramma visibile del ricordo di vite commendevoli. E le piccole cose al pari delle eredità sono questa scia di vissuto. Ma nel lasciare un posto di lavoro, nel chiudere un rapporto, il taglio è subitaneo e bisognerebbe cancellare, non conservare. 

In questi casi, come nelle vicende malfinite, si deve gettare senza guardare, eliminare il tangibile come specchio di quello che dentro si vuole strappare, ma dipende dall’indole. Non è la mia, ed io lascerò molto che altri getteranno e quando, presto, questo luogo diventerà straniero per me, mi auguro di tornarci poco, di non vedere il cambiamento.

Il problema adesso è fare come nei film americani, ridurre tutto a una scatola e liberare i cassetti. 

E, pian piano, avere un nuovo futuro a cui pensare.

mah

Arriva il momento in cui l’indifferenza ha questo nome. Lo rivendica perché è così. Qui le strade si dividono, perché alcuni cancellano un pezzo di sé, altri lo tengono tra ciò che sono stati e ne fanno memoria per il futuro, altri ancora si tengono indifferenti, ma percepiscono spine di attenzione dolorosa. Infine ci sono quelli che venerano la realtà e quindi vivono nel momento, in questo caso l’indifferenza è assoluta. Ognuno si colloca dove sta meglio, o forse, lasciatemi il dubbio che si ricerchi altro, che l’essere non sia sempre prigioniero del piacere e dell’utile. Credo che ci sia una sopravvalutazione dell’utile, che questo irrompa assieme al razionale dall’ homo oeconomicus, e che cerchi di organizzare le vite oltre il loro benessere esteriore. Non è sempre stata questa la teoria e non è neppure la realtà, l’uomo è altro insieme all’utile, e questo gli permette di mantenere contraddizioni senza paura. Ciò vale anche per l’indifferenza. In realtà il gran regolatore è il tempo che seppellisce ciò che non si chiude.

E se spesso si sanno pezzi di cose e nell’aria ci sono storie che sembrano, è meglio star zitti e lasciarsi confondere.