miserere

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Si può essere atei, agnostici, ma non indifferenti in questi giorni e a chi è stato educato nel cristianesimo comunque vengono pensieri legati all’uomo, alla sua sofferenza. I credenti sentiranno cose diverse dalle mie, ma basterebbe pensassero che il Cristo non ha dato ai cristiani il monopolio della sofferenza dell’uomo e neppure la sua comprensione esclusiva, per capire che il messaggio è molto più legato alla terra che al cielo, all’uomo piuttosto che alle religioni. I credenti sentiranno cose diverse dalle mie, forse si soffermeranno sul misterioso legame che fa uccidere un dio agli uomini, cosa che affonda le sue radici negli archetipi umani, oppure emergerà la morte dell’anima e la sua resurrezione nell’adesione ad un sacrificio che è un dono totale. Forse, non lo so. A me viene in mente la sofferenza che ci circonda, e la descrizione del dolore del Cristo, inequivocabilmente umana e così ben interpretata da Saramago, oppure quella dei vangeli prima della resurrezione. E’ la sofferenza la costante dell’uomo, con una domanda che cerca ragione e che persegue la sua uscita da una condizione che non è priva di alternative. E nel mondo la sofferenza non conosce credo o appartenenza. Forse soffre meno un musulmano o un animista, la sua comprensione del dolore è meno universale? E restando più vicini, anche in questo mezzo così virtuale e doppio, non è forse in ciò che emerge come sofferenza che si riconosce che c’è dell’umano oltre la virtualità? Mi colpisce molto la lettura di un dolore della mente, la richiesta, che è solo di ascolto, di una vita che è stata piegata dentro, una bellezza che non ride, la sensazione che emerge della solitudine infinita e il baratro del presente che inghiotte l’amore banale, il sesso, gli anni giovani, il futuro possibile. Credo che questi giorni, come tutti i giorni, parlino della realtà, di ciò che potrebbe avere un rimedio, un’attenuazione e diventa invece rifiuto, paura di essere coinvolti. Ogni cuore è trafitto dalla propria notte, ma quanta speranza ci può essere se non c’è solitudine. E questo è l’altro tema che accompagna la sofferenza, la solitudine, i dolori muti, i dolori rimossi e senza nome. Per vivere ergiamo dighe, non si può vivere nella consapevolezza del dolore altrui oltre un certo limite. Fuori di noi un mare denso, cupo, rosso e senza luce, noi chiusi in una capsula di vita che mettiamo argine a ciò che ci travolgerebbe. Ma il dolore e la solitudine ci sono, sono attorno a noi e se non possiamo annullarle, basterebbe nell’essere contenti di ciò che si è, di ciò che si sarà, non dimenticarlo. Credo esista una religiosità laica, senza fedi e senza dei, in cui l’uomo emerge con tutta la sua finitezza in un impasto di dolore e gioia che si cuoce nel proprio farsi, nel destino che gli è possibile. Ma quanto sociale, quanto prevaricare, piegare, infliggere inutile aggiuntiva sofferenza sta attorno a questa fatica del farsi. Penso alla religiosità naturale che riconosce l’uomo e che vorrebbe rispettarlo nelle cose piccole e grandi, uscire dal turpiloquio dell’aggressività, riconoscere il simile e la sua capacità eguale alla mia di soffrire e di provare gioia, prima di vedere la sua diversità. Non basta, certo, per star bene assieme, per fermare i contrasti, ma almeno considererebbe che far male non è gratuito, che il male provocato è identico al male che si sente ed entrambi provocano sofferenza e solitudine ulteriore. In questo la riflessione di questi giorni potrebbe tracciare un astenersi, più che un fare, un comprendere più che un professare. Magari evitando il far male inutilmente, magari cercando di capire che le religioni non dividono se parlano dello stesso oggetto, ovvero l’uomo, che dio, per chi crede, viene assieme all’uomo, che capirlo ci permette di comunicare, di vederci e sentirci assieme, qui adesso, non in un luogo in cui l’accesso è vietato ai non addetti ai lavori. Un miserere rivolto all’uomo prima che a un dio, un miserere che tenga assieme, che porti fuori dal buio, che ci dia un senso comune.

e che c’è da capire?

La domenica delle palme, forse più della Pasqua, evoca molto anche a chi non è credente. E’ molto umana, evidenzia la fugacità dei trionfi, l’osannare vacuo e interessato della folla, l’applaudire che si trasforma in dileggio. E’ l’anticipo del “crucifige” e chi è osannato dovrebbe ricordarselo. Basterebbe questo per riconoscere che molto di umano c’è nel religioso, e non solo il mezzo, ma l’insegnamento sulla relatività dell’uomo. Se l’uomo non si riconosce in sé, se non rifiuta la folla, se non si guarda dentro per trovare le ragioni che lo spingono e lo giustificano nei suoi atti, cercherà altro e soprattutto assoluzioni che non lo salveranno da sé, basteranno forse ad altri, ma gli altri sono quelli del trionfo delle palme.

Forse un agnostico non dovrebbe farsi troppe domande su ciò che vede, ma piuttosto badare a ciò che sente. Chi ha una fede è meno solo, ma non basta e non è per sempre. A volte chi non ha una fede se la costruisce, ne cerca la giustificazione in sé non nella razionalità, come fosse un salvagente lanciato nella notte: gli serve per galleggiare.

Chi non ha una fede sperimenta la solitudine e pensa non ci siano sbocchi se non nell’altro, nel sentirlo, affrontando con lui l’oscurità che emerge dentro. E’ la sola speranza che ha, ed è così flebile che la deve difendere da ogni evidenza contraria con una fede laica nell’uomo che spesso neppure la religione trova. Qualche anno fa mi trovavo la notte di Pasqua a Regensburg. Nevicava come in questi giorni, non avevo voglia di andare a dormire e mi ero messo a camminare per la città, anche se era tardi. Alla fine, mancava poco all’albergo e a mezzanotte, il freddo mi spinse nella cattedrale. La scena che mi si parò davanti mi stupì molto: la chiesa era zeppa di persone e totalmente al buio, solo verso l’abside c’era il cero pasquale acceso. L’officiante parlava salmodiando, ma da solo, al buio. C’era una sospensione tra le persone, un silenzio di attesa. Tutti sembravano solo respirare e ascoltare. E tutti guardavano verso l’altare che s’intuiva attorno alla voce. Guardavo attorno, con gli occhi che si stavano abituando al buio, quando all’improvviso esplose un halleluya e scoccando come una fiammata, dall’abside verso la navata, la luce invase la chiesa. Bianca e fortissima come divorasse l’oscurità. Il coro intonò un inno di giubilo. Adesso i volti attorno erano sorridenti e cantavano. Devo dire che l’emozione fu forte, forse troppo e dopo poco uscii. Avevo bisogno di restare solo.

Di solito a questo punto si scrive: quella notte capii… invece io non capii niente di più di quello che già sapevo, ovvero che c’è chi ha fede in qualcosa che non può toccare, eppure lo sente, e chi non ce l’ha, ma non per questo è sola razionalità. Però entrambi sono uomini e se condividono la spiritualità si possono parlare di cose immateriali che conoscono. Se non mettono in mezzo i dogmi, se guardano alle cose che possono fare assieme rispettandosi, si accorgono che possono fare tutto quello che è importante davvero. Poi se vogliono, uno metterà un limite e l’altro lo rispetterà, ma quel limite è cosa loro.

Star bene, rifiutare ciò che non appartiene, e tenere tutto il resto. Io credo (parola difficile per un non credente) che se ci si riconosce, allora anche l’osannare vacuo si perderà, la distanza si farà breve in ciò che conta. Non serviranno trionfalismi, solo l’idea che ciò che si fa è giusto e fa bene. 

non sum dignus

Ricordo una piazza strapiena, si era alla metà degli anni ’90, gli slogan: meno stato e più mercato. Io sotto il portico, più incuriosito che preoccupato a guardare questo nuovo che non era il mio. I giovani che c’erano, tanti, ciellini per lo più, ma non solo. Anche gli orfani del rampantismo degli anni prima c’erano. Festanti. Stavano vincendo e la vittoria si annusa a volte.  Poi negli anni successivi, c’è stato sempre più stato e meno economia, ovvero si è lasciato fare e si sono socializzate le perdite. Il debito non è un caso, i salvataggi continui di banche e dei soliti noti,non sono un caso, ma il contrario di quello che proprio quelle persone chiedevano, ovvero meno stato e più mercato. Solo che il mercato è un tritacarne umana e non ha etica se non la crescita, il profitto, il denaro. Era questo che volevano?

A volte ci si sbaglia, ma non si ricorda. Anche noi ci facevamo domande, oltre la propaganda, eravamo mutati, e non poco, anche noi sentivamo che una stagione era finita. Si discuteva e sembrava che il competere fosse un di più da affiancare all’eguaglianza e alla solidarietà. Eppoi con tutto il favoritismo e le raccomandazioni democristiane, socialiste, di trent’anni di repubblica, si era pur creato un corpaccione malato e inefficiente, un peso che gravava su tutti. Più mercato e meno stato, per noi, voleva dire che allo stato spettava aiutare chi non poteva, che vigeva la sussidiarietà, ovvero che le cose venivano decise e fatte al livello minimo di potere e non tutto dall’alto e in un mercato solidale, gli altri potevano correre liberamente, crescere, competere.  Ma c’era un baco in questo ragionamento, si perdeva facilmente il gruppo e restava l’individuo, però nessuno di noi avrebbe mai pensato che l‘individuo era in realtà uno e tutti gli altri erano sì individui, ma solo nella testa. Non lo pensavano neppure i giovani festanti di quella piazza, che lavoravano per eleggere l’Individuo, e hanno continuato a non pensarlo. Anche oggi è difficile riconoscere di aver sbagliato, si vede dai risultati. Ma quello che persevera non è lo sbaglio comune, quello lo facciamo tutti. Quanto si è sbagliato nel centro e a sinistra, quante divisioni inutili,tempo sprecato, cecità, incapacità, accomodamenti. Non quegli errori, ma l’Errore principale, quello che consente ad un uomo di essere intoccabile e di rappresentare tutti, quello che devia il corso di un gruppo, una massa, un popolo, quello è l’errore mortale. Quell’errore dovrebbero sentirlo quelli di quella piazza, dovrebbe essere un errore che trascende la persona, le leggi individuali fatte dagli avvocati difensori eletti in parlamento, dovrebbe essere qualcosa che supera i conflitti di interesse. Dovrebbe diventare coscienza e comunque la si pensi, non si dovrebbe fare più, o almeno non con facilità. Vedete c’è una differenza tra le tante, nell’intendere la democrazia e il governo, entrambe le parole esprimono un concetto che contiene un concetto fondamentale: non per uno, ma per tutti. Un tempo si trovava nei pensieri una frase, che dalla religione era passata, magari come vezzo un po’ ipocrita e autoironico, nel vivere sociale: non sum dignus. Anche senza il Domine, quel concetto aveva effetto, faceva pensare, ed era coscienza del limite e del servizio. Questo vorrei tornasse, nel meditare a ciò che serviamo noi in democrazia, con il nostro voto attivo: produrre governanti responsabili, senza interessi personali, intercambiabili, che non si sentono onnipotenti e soprattutto che non sono unici.

fornitori di re e d’imperatori

Reale farmacia, premiata macelleria fornitrice della real casa. A cercarle, senza troppa fatica, nel centro della città si trovano le tracce dell’ ancien régime.

Curiosità e meraviglia di passati fasti o semplici transazioni commerciali? Della mia famiglia potrei dire: già esercente d’appalto per l’imperatore d’Austria e Ungheria, e c’era pure nell’insegna, ma erano solo sali e tabacchi in un emporio che comprendeva locanda e osteria. Troppo poco per un quarto di nobiltà commerciale. E comunque non durava perché anche chi costruì fortune e cavalierati spesso si preoccupò di occultare le relazioni scomode con il passato. Prima era toccato al leone di san Marco, rimosso con maldestra cura e semplicemente venduto al maggiore offerente, come marmo. Però forse c’era un contrappasso in tutto questo perché Venezia, prima aveva fatto lo stesso, rimuovendo accuratamente le insegne del carro a Padova e del cane a Verona. Perfino dai piatti e dallo stovigliame di corte li rimossero in una damnatio memorie, che insegue sempre i vinti. Come se questa poi bastasse a cancellare il ricordo assieme al lazzo e lo sberleffo che accompagna il potere e i vincitori.

Il ricordo invece è misericordioso, dimentica la ragione e lascia il mito, così della premiata macelleria fornitrice della real casa, oggi resta un’insegna grande e rossa e s’è perso il ricordo dei quarti d’animale forniti alle fameliche corti. Non dice l’insegna che i reali, o chi per essi, erano cattivi pagatori e in cambio di manzi e vitelle, si facevano lo sconto e davano una patente di fornitore sopraffino, ma  palanche poche. Così alla fine s’archiviarono i debiti e restò l’insegna. Stessa sorte per chissà quanti altri e per lo speziale, ma per sua fortuna, a corte, s’ammalavano meno d’estate e la villeggiatura in villa, ché a questo servivano le forniture, non durava più di tanto. Pensate a un turbine di cortigiani, feste, famigli e servitori, un popolo che si sfamava. Che dico fame? No, era appetito, ché la fame era del popolo, che era poco distante e tribolava tra pellagra e malaria e magari era pure contento della regale presenza. Altri tempi, anche per i reali fornitori.

Poi venne la repubblica, nessun Presidente si fece più vedere da queste parti, per suo conto arrivò il benessere. Che pure pagava meglio, però le insegne non si tolsero, perché anche  a regime cambiato, quella reale fornitura dava un’aura di buono, di eccellente prodotto, insomma sembrava aiutare gli affari. Qualcuno s’avventurò a fornire lo stato e s’ accorse che l’abitudine a pagare in ritardo non era mutata e che il debito era parte della fornitura. Così molti hanno smesso, forse per questo non si vedono insegne di fornitore della Repubblica da queste parti e i macellai e i farmacisti sono tornati a essere solo buoni commercianti senza titoli.

l’utilità del vuoto

Per chi considera l’utile come parte essenziale delle vite, consideri che altro si può pensare, che 2500 anni fa il Daodejing parlava di armonie che continuiamo a inseguire, a volte nel fare, a volte nell’accumulare, a volte negli studi degli analisti.

Sgombrando il viso da sorrisi, per un poco si rifletta che noi siamo contenitore per avere contenuto, corpo per avere pensiero, desideri per avere governo. E che non tutto ciò che riempie è sufficiente, e non tutto ciò che possiamo contenere ci fa bene e dona equilibrio.

E la bellezza e l’armonia sono misura del vuoto, di ciò che lo riempirà e di ciò che ne resterà.

Dal DAODEJING

capitolo XI- l’utilità del vuoto

Trenta raggi si uniscono in un sol mozzo

e del suo vuoto si ha l’utilità del carro,

s’impasta l’argilla per fare un vaso

e nel suo vuoto si ha l’utilità del vaso,

s’aprono porte e finestre per fare una casa

e nel suo vuoto si ha l’utilità della casa.

Perciò il pieno costituisce l’oggetto

e il vuoto costituisce l’utilità.

presidente Napolitano, non dia spazio a chi vuole intimidire un potere dello Stato

Già il fatto che chi dovrebbe fare le leggi per tutti i cittadini, protesti contro chi le deve applicare, è incredibile, inusitato, e purtroppo significativo dello stato in cui ci troviamo. Ma questo non nasce da ora, basti pensare che molti dei deputati e senatori che ieri erano davanti a palazzo di giustizia, erano in Parlamento e certificarono che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak. Si parla di accanimento giudiziario, mentre le violazioni di legge si sono accumulate negli anni ed è palese la continua reiterazione di impedimenti all’azione giudiziaria. Un qualsiasi altro cittadino avrebbe a quest’ora le assoluzioni o le condanne in giudicato, ci sarebbe chiarezza sulla colpa o meno, ma il signor B. non accetta di essere sottoposto a giudizio per ciò che fa e lo ritiene sempre e comunque lecito. Questa è una ferita intollerabile alla certezza del diritto, se il potere soverchia la giustizia e assolve i suoi, nessuno potrà mai stimare  il potere e accettarne le decisioni. E’ la demolizione del principio di governo democratico, equanime di fronte ai cittadini. Vorrei sapere in questo momento quanti ricoverati per uveite ci sono nei reparti di oculistica italiani. Per chi l’ha provata sa che un pronto soccorso dà una cura di cortisone e rimanda a casa l’interessato. Con la pressione alta convive una parte non piccola del Paese, che semplicemente si cura e continua la propria vita, magari andando allo stadio a vedere le stesse partite che vede il signor B.

L’ anomalia non è la giustizia, ma un modo di fare che corrompe, guasta il rapporto tra cittadino e Stato. E ci rende impresentabili a noi stessi, al senso del giusto, alla eguaglianza dei cittadini fino a pensare che sia questo il vero rapporto con le leggi.  Se il denaro e il potere comprano tutto, se i giudici non vengono tutelati in modo da rispondere solo alla legge, se i procedimenti non sono eguali per tutti, signor Presidente, questo non è il mio Paese. 

la governabilità

Ciò che è accaduto appena pochi giorni fa, ovvero una indicazione partitica non coerente su quale governo vogliano gli italiani per il Paese, non può nascondere che il dato del cambiamento è maggioritario, seppure non omogeneo. Infatti la somma dei voti di Pd e di movimento 5 stelle è oltre il 50% dei voti espressi. Se si scorda questo la considerazione che farò sembrerà incongrua, ovvero che il Presidente della Repubblica dovrebbe rispettare l’indicazione maggioritaria espressa e non cercare di assicurare comunque una governabilità. E’ il comunque che a mio avviso fa da discrimine, perché il dato elettorale non ha detto questo e se per governare si tornerà a governi tecnici e a sottostanti larghe intese, la volontà maggioritaria non sarà stata rispettata. Le ipotesi a questo punto, diminuiscono e quella principe è costituita dall’incarico a Bersani per fargli costituire un governo che vada davanti alle camere per ricevere la fiducia su un programma di cambiamento. Non un incarico esplorativo, ma un mandato pieno che potrà essere accettato o bocciato dalle camere, nella chiarezza, davanti a tutti. Se questo governo non avesse successo, il prossimo Presidente della Repubblica, potrà proporre un governo del Presidente, per ritornare al voto, evitando che l’idea di soluzione dell’attuale capo dello Stato si proietti e condizioni, ciò che vorrà fare il prossimo tra un mese.

La governabilità, intesa come soluzione della grave situazione economica del Paese, da risolvere con il governo dei tecnici, è uscita sonoramente sconfitta dal voto e mi chiedo se la scelta fatta allora, di “responsabilità” non abbia inciso negativamente sulle soluzioni possibili, prima tra tutte quella di andare immediatamente al voto, ma anche su quelle economiche di prospettiva. Ma ciò che è fatto è fatto, sarebbe solo grave reiterare l’errore. Io credo che governabilità non significhi un governo qualunque governo purché dotato di maggioranza, come pure penso che il popolo è davvero sovrano se indica una strada e questa, con i mezzi a disposizione viene seguita. In questo colgo il valore e i limiti della democrazia, anche quando le scelte sono diverse da quelle che vorrei. Però i limiti si superano nella chiarezza, i ruoli tra maggioranza e opposizione sono chiari e le responsabilità di chi si oppone a tutto, altrettanto chiare e vuote.

il tempo e le cose

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Ho sempre fatto più cose, talora molte. Se questo servisse in realtà ad altri scopi, cito i verbi: esaltare, distogliere, amare, misurare, occultare, rispondere, soddisfare, ecc. ecc. , quasi certamente è vero. Mai un solo verbo applicato per volta, però, e la mistura era, -ed è- la mia interpretazione del vivere. Con questa premessa, è evidente che il tempo sembrava non bastare mai. Era vero allora, e neppure basta ora, che forte di vita vissuta potrei dire: ecco la lentezza non è più solo una modalità epicurea del vivere, ma piuttosto una necessità per assaporare ciò che c’è in relazione a ciò che è stato. Ma quale tempo non mi basta? Quello del vivere per necessità che è il contrario del piacere di vivere, per questo il mio tempo è diventato oggetto prima di riflessione e poi di sperimentazione. Ognuno si costruisce le sue ricette sull’uso del tempo, chi se ne fa dominare, chi lo rifiuta, chi si porta verso altri tempi oltre quello cronologico. Ciò che importa è che il tempo, e le cose, non prendano in mano noi, ci facciano scegliere ciò che non vogliamo e alla fine vivano al nostro posto. C’è tempo, tutto quello che c’è, e quello basterà per tutto il necessario e il soddisfacente, non possiamo averne di più. Ecco allora che la lentezza non è più un rallentare le cose, ma il governarle e si unisce alla leggerezza per riconquistare una libertà inusuale.

Ineffabile è la condizione di chi si pone al di fuori eppure è dentro, di chi non guarda l’ora e corre per il suo piacere, di chi fa e sente che quello che compie soddisfa. Chi? Naturalmente se stesso. E per gli altri non c’è bisogno di scuse se si è davvero se stessi.

cose

Tutti questi oggetti, libri, cd, feticci tecnologici quando li abbandonerò torneranno ad essere ciò che sono: cose. Quel velo d’anima che li ha rivestiti nella loro scelta, nell’immaginarne un uso, nell’utilizzo e nella consuetudine che è quasi amore, si perderà definitivamente. E’ il loro destino, hanno significato solo per me. Noi viviamo sui detriti, su ciò che è stato costruito e distrutto, amato e odiato da chi ci ha preceduto. Questa enorme massa di cose ha alzato le città, si è inabissata nei mari e nella terra per sciogliersi piano in molecole asessuate di sentimento che ora girano e si ricompongono. E’ una piccola parte del ciclo della vita ben più vitale e rorido di umori. Oggetti che prima degli inceneritori impiegavano più tempo a consumarsi e passavano più identità, ora spesso sono vapore, aria, isole galleggianti nell’oceano. Ma senza vita in comune con l’uomo.  

Esplorando una casa abbandonata, accanto a mobili rotti e fotografie sbocconcellate dai topi, c’era una lettera ancora in parte leggibile e scorrendola le parole hanno riacquistato senso e la carta non era più solo foglio, ma qualcuno che parlava. Ne ho ricavato una malinconia curiosa, sentendo che nel trasmettere qualcosa noi vorremmo fosse per sempre, come il nostro amore. E che ogni espressione di noi, quel pezzo impalpabile di passione, quel protendersi verso l’altro, vorremmo rientrasse nella nostra potestà. Anche nel gettare, chiudere, distruggere, non solo nell’amare e nel serbare. Pezzi di noi trasfusi nelle cose, uso e ricordo assieme. 

E pur con un tempo più lungo, con qualche scia che scavalca case, generazioni, anche gli amori, gli affetti più profondi che c’hanno legato, sfumano con la distanza, in un lasciar andare che non è distacco, ma vite che si sovrappongono. Frammenti di sentimenti su cui, e con cui si vive, e finché ci siamo sono ciò che ha senso in noi e ci è più caro.

la tentazione

C’è un’Italia che potrebbe dire ho già dato. Io faccio parte di quest’ Italia. Non è una minaccia, è una semplice costatazione di inutilità. Il mio pensiero è : non capisco, anzi non voglio più capire perché ho capito abbastanza. Mi sono fatto carico, sono stato responsabile, eppure non ho capito, non i problemi, quelli erano abbastanza evidenti, ma i miei vicini di casa, città, Paese, che dovrebbero risolverli con me. Anche i guerrieri tornano a casa, non solo i generali. Il teorema è: se torneranno a casa tutti i politici così esecrati (e neppure tanto visto il risultato di Berlusconi) ci sarà il nuovo. Il nuovo, così affascinante, liberatorio, il condono tombale sulle colpe di omissione, di disinteresse, di non aver scelto mai per un cambiamento stabile, ci salverà. Ebbene, non sono adeguato a questo nuovo immemore e se l’ho già fatto una volta di uscire dalla politica in prima linea, lo posso fare ora a maggior ragione, visto che non ho più incarichi importanti e responsabilità collegate.

Bisogna far spazio, lasciare ad altri, ancor più adesso che la confusione aumenta e la lotta non è tra vecchio e nuovo. Non credeteci, non è questo il terreno di scontro, quello vero è il confronto tra un futuro difficile e vecchio e uno illusorio, ma nuovo.  Il futuro difficile è avere la propria identità in un mondo in cui gli spazi di libertà sono drasticamente ridotti dalla globalizzazione dell’economia e della finanza, dove le politiche degli stati devono assomigliarsi nella generazione del pil, dove gli uomini sono oggetto di luoghi comuni e di felicità programmate. Uscire consensualmente da tutto questo,  senza spegnere il frigorifero sine die è cosa difficile, ma non è impossibile, solo che ha bisogno di tempo ed è davvero poco affascinante. Però la domanda di quanto del nostro sviluppo risenta da questo inseguire un benessere fatto di cose e denaro e come questo generi poca felicità (termine abusato e spesso confuso con il benessere), c’è anche tra chi persegue il futuro difficile. Ma alla fine sono (siamo) noiosi e speso tristi, insomma poco appetibili.

Altra risposta ai problemi attuali, è quella che considera l’alternativa radicale dell’uscire dal mondo così com’è, come scelta di massa: sviluppo zero, eliminazione del passato, moralità della politica (un po’ meno di attenzione riceve quella collettiva e personale). Questa alternativa la possono predicare bene i milionari, fanno più fatica gli altri che sono ancora alle prese con un posto di lavoro, con un reddito che consenta la dignità, con un futuro che, pur precario, abbia in sé una qualche stabilità.  Ma mi rendo conto che sono parole vuote, non ce l’ho con nessuno, al più con me stesso, per non aver capito per tempo che era fatica inutile. Devo anche dire che neppure mi diverto ad aspettare il cadavere del nemico, sta arrivando la buona stagione, i campi, il mare sono così ricchi di colori che non guardarli per chiudersi nel brucior di stomaco dell’ aver ragione è davvero una perdita di tempo.

Se non si partecipa non se ne accorgerà nessuno, non è triste pensarlo, è solo realistico. Bisogna vivere, guardarsi, oltre che guardare, sentire ciò che ci fa bene. Allora il gioco può non divertire più, si buttano le carte e si sceglie un altro gioco. Per chi può farlo è buona cosa e gli altri? Cazzi loro.