croisette

 

Visti dalla terrazza del Palais, sembrano stormi di passeri in inverno. Uguali, neri, avvolti d’abiti firmati nel vento di marzo.  S’aggregano  a crocchi e disputano chissà quale becchime. Quelli indietro, chiedono insistenti: chi è, cosa c’è, da quando? Ma nessuno risponde. I primi si serrano, discutono animatamente in più lingue, ridono. E bevono. Santoddio, come bevono. Per tre giorni è una continua bevuta. Gole assetate che tracannano champagne, vini spagnoli, italiani, cileni, francesi. Senza sequenze, nè logiche. Solo i tedeschi sono veramente democratici, cominciano con la birra, dopo il vino, finiscono con la birra. E ruttano e ridono, con occhi tristi, perchè chi comincia a ridere è contagioso, ma sa che non c’è nulla da ridere.

Ad ore canoniche i crocchi diventano sciame, si dirigono verso alberghi, ristoranti, pulmann, limousine a nolo. Ed inizierà l’orgia del crudo: ostriche, scampi, crostacei e conchiglie, tra chiacchere, donne e preoccupazioni. Anch’esse crude.

Non funziona, perdio, non va nulla. Hai visto gli arabi, non ci sono più, restano i russi, i coreani. Neppure i giapponesi si son fatti vedere.

E’ diventata una sagra, piena di parvenù, con un sacco di progetti e niente soldi. Non vale i costi, noi veniamo solo per far capire che non siamo morti.  

Che dici ci si vede l’anno prossimo?

… saremo rimasti metà dell’anno scorso…

E i passeri diventano falchi, sono pronti a bersi le uova per sopravvivere.

Visti dall’alto si aggregano, sciamano, parlano. Soprattutto parlano. Non sperano, cercando di vivere, aspettano che passi.

Oltre la strada, lungo la Croisette, nella piazza i pensionati giocano a bocce, altri guardano o camminano, cercando di svernare bene.

I ricchi scivolano sulla confusione e neppure scuotono il capo: sono trasparenti i passeri. Dopodomani se ne andranno e il casinò tornerà decente.

In fondo la Costa Azzurra è l’unico posto democratico, dove un’auto da 150.000 euro, guidata dal bello di mammà, sparisce a fianco delle Bentley e mentre il nostro si guarda smarrito, basta dire indifferenti: qui sei nessuno e non sono arrivati i comunisti, è il capitalismo, bellezza.

donne

Il figlio del proprietario, mostrando l’ambitus aziendale, tra lampeggi del Rolex d’oro, ha detto:

Qui comanda mia madre.

Vedendo quanto stava accadendo alle donne attorno, m’è venuta la domanda: ma le madri sono donne?

 

p.s. vedendo il primo commento, mi rendo conto che ciò che ho scritto è troppo stringato.

 Premetto che quelle che seguono sono domande più che considerazioni:

–  perchè le madri sono innanzitutto madri, e si affievolisce il genere?

– perchè la complicità che si esercita tra chi ha figliato, stabilisce differenze nel genere, come se la donna madre fosse più donna?

– perchè le madri hanno un potere enorme, ma non orientano i maschi a dare maggiori diritti alle donne? 

– perchè le donne chiuse nei clan familiari diventano più maschiliste dei maschi nel difendere i maschi di famiglia? 

Mi pare che quando si parla di donne, come di uomini si tenda a dare un giudizio di valore da cui si escludono i presenti, nulla da obiettare, basta che si sappia e che non ci siano attese.

il ritardatario

 

 

Sono un ritardatario. Lo sanno tutti e ormai tutti arrivano in ritardo ai miei appuntamenti. Eppure non ho mai perso un treno o un aereo. Non conta, sono un ritardatario che infligge ingiuste attese agli uomini e alle cose. Anche gli eventi della vita li capisco in ritardo e questo mi ha permesso di sopravvivere quando i puntuali venivano travolti. La solitudine ingiusta del puntuale corrisponde al mio immenso senso di colpa. Il puntuale in ritardo mi fa sentire un verme per il mio ulteriore ritardo. E’ il sorriso del puntuale che mi sconvolge: un misto di rassegnazione e soddisfazione maligna. Un lo sapevo senza scampo. Il puntuale mi maltratta, con il mio senso di colpa dovrei aver già dato, nella mia inferiorità temporale sono già ai suoi piedi ed invece il puntuale dileggia, toglie la possibilità di riscatto, mi rende reo senza redenzione. Con il puntuale non ce la farò mai, anche perchè io arrivo in ritardo, il che rende impossibile la competizione.

Mi sono chiesto se non sia utile separare l’umanità: i puntuali da una parte, che si incontrano per il loro congresso in Svizzera una volta all’anno e nel frattempo fanno funzionare i treni, gli aerei, gli orologi e si vedono tra loro con precisione scandita dall’orologio atomico di Heidelberg.

Dall’altra parte, i ritardatari, che si affidano al caso per incontrarsi tra loro, che allegramente non fanno il congresso, perchè tanto non ci sarebbe nessuno, visto che tutti sarebbero in ritardo. A volte i ritardatari potrebbero incontrare un puntuale in vacanza e sarebbe una festa perchè non era previsto. La festa della puntualità condivisa, con l’ingiustizia del tempo confinata in altri ambiti. 

 Ai ritardatari affideremmo i treni in ritardo, gli aerei in ritardo, le lettere che non vorremmo spedire. Insomma tutte le possibilità che non avverrebbero perchè sconfitte dal tempo: una seconda opzione per la vita, gli amori, il lavoro. A loro affideremmo la fretta per scomporla e riconsegnarla ai puntuali. La consegnerebbero in ritardo, ma vuoi mettere avere una fretta privata del tempo.

la giusta misura

 

 

So che ci sei e che non sono solo. Ti leggo nei piccoli, inconsapevoli moti di me, quando ti penso, ti vedo, ascolto e mi misuro con te. Non devo eccedere nella facilità del capire quando riconosco parti di me, sono solo parti tue che assomigliano alle mie. E’ la tua diversità che mi attrae, non la copia di me. Mi sono chiesto se questo decifrare avesse a che fare con la solitudine, se il riconoscermi fosse la necessità di temperare l’assenza che ci portiamo dentro dal momento in cui ci scindiamo per nascere. L’abbiamo chiamata in modi diversi questa esigenza d’essere amati, abbiamo scambiato la somiglianza e l’assenso, con amore. Sentirci approvati era ri-allacciare quel cordone originale che ci nutriva. Ed invece in un giorno, incongruo per pensare, è emersa la consapevolezza d’essere soli, e proprio per questo,  poterci confrontare, amare liberamente, non per dipendenza o possesso. Ciò che m’interessa di te, ciò che ti rivelo, è la mia percezione; mi fermo sul tuo corpo, sui tuoi modi, su come metti assieme le parole per dirmi quello che non vedo. Colgo le espressioni di te, perchè m’interessi e ciò che ti mostro è come ti vedo. E’ vero che la nudità è pudica, si mostra solo quando è priva della necessità della superficie, si rivolge ad altro, al profondo inesauribile che posso darti. In parte, come io scelgo, perchè sono solo e questa solitudine non pesa. Forse dovrei chiamarla percezione di unicità, non solitudine, ma sarebbe così fuorviante, perchè assomiglio al 99% di ciò che conosci, e ritrovi in me una quantità incredibile di aspetti che hai vissuto e conosci. Ciò che mi rende solo e unico è quel pezzettino di me che ricombina ipotesi, mescola consuetudini, ti racconta i bivi in cui ho sbagliato a scegliere, ma mi hanno fatto così. Posso darti solo la mia solitudine, è la cosa più preziosa che ho, non l’avrai mai tutta perchè sarei te, ti invaderei. Ne avrai la giusta misura secondo la mia necessità. Chissà se riuscirai a sopportarla? Ma non è questo l’azzardo che fa aumentare l’interesse, lo trasforma in fascino ed apre alla sorpresa di riconoscere e di scoprire che ciò che è stato dato e ricombinato, non ha generato sbadigli e noia, ma energia e speranza di futuro. Non durerà questa comunicazione, non così alta per sempre, ma quando si scopre che la singolarità non è disamore, non si è più soli.

furbenergetica

Il treno sguscia nella notte verso nord. Ai lati il mare, le luci di stazioni di servizio, le finestre  accese  per la cena. Il cielo del Gargano oggi era bellissimo: grigio, screziato di azzurro e nero, come solo i cieli di mare sanno fare. Alla terra, verso ovest, era riservato il giallo del sole riflesso. E dappertutto il verde nuovo di marzo, con i ciliegi, i pruni, i mandorli e chissà cos’altro, a fiorire tra viti e olivi. Alcune cose le meriterebbero solo quelli che fanno la fatica del coltivare, ma il cielo è di tutti, assieme ai nembi che si accalcavano verso il sole, dietro l’appennino. Sub appennino, come si chiama da queste parti, una roccia tufacea che lascia gli abitanti indecisi se essere gente di monte o di pianura. Molte pale eoliche girano piano. Non mi disturbano le pale eoliche: sono meno impattanti dei tralicci d’alta tensione. Anzi quel loro muoversi piano ricorda le girandole dei bambini; se le colorassero di più sarebbero l’elemento che ci porta fuori da questo mondo così concentrato nell’alta opinione di sé. Mi hanno detto: qui ci sono i furbastri e gli onesti, sono costretti a convivere e i primi non imparano dai secondi, casomai si appropriano. Come dappertutto, ma forse i furbastri non possono appropriarsi dei colori, di questo andare lento delle stagioni, devono per forza, accelerare tutto. Anche per l’energia è così. Mi ripugna vedere i campi con i pannelli solari: il territorio è già coperto di capannoni e case, che bisogno c’è di coprire il verde per 25  anni? Basterebbe incentivare solo i pannelli sui tetti e il resto renderlo difficile. In questi mesi l’Italia sarà ancor più oggetto di occupazione da parte dei furbastri, fare campi fotovoltaici è un affare, e così da un’azione meritoria -la produzione di energia da fonti rinnovabili- ne verrà un danno. Tra 25 anni, chi rimuoverà tutto quel silicio dai campi, chi riporterà a cultura i terreni senza contadini? Il maggiore produttore di energia è il risparmio nel consumarla, ed è anche il maggiore produttore di nuove professionalità e lavoro, ma i furbastri preferiscono le cose facili, le concessioni negoziabili e cedibili alla finanza e alle borse. Senza cedere alle mode fintoecologiche, basterebbe guardare dietro alle cose, farsi qualche domanda  e poi verrebbe spontaneo rimettere in ordine case e palazzi, ma questa è una opportunità lasciata alla sensibilità dei singoli. E soprattutto non ha ancora un valore di mercato. Come il cielo e il verde, che non serve se non si vede.

la distanza dall’estate

 

Il verbo giusto è cavare con il suo alone di forza  arcaica e dialettale. Cosa da dentisti anziani, pensiero zen esercitato nel togliere senza fatica. E’ così che Britten estrae, dal fondo scuro del mare, il colore da portare alla luce, mentre sembra aleggi un pensiero in quest’acqua verdastra, ricca di materiali organici invisibili ai nostri occhi. Il mare pullula di vite e solo gli arroganti pensano che il colore nel fondo, nero ai nostri occhi, non serva a qualcuno.

Britten cavava con note fluide d’acqua e di vento e portava alla vista, ciò ch’ era nascosto. Cavando per l’appunto, con forza possente e continua. Immaginate i nostri occhi miopi che pensano d’essere al centro d’ogni universo. Ci accompagnano su gusci di legno e metallo, pensano che l’uso giustifichi il possesso. Ed invece ciò che ci è riservato è la  capacità di meravigliarci. Così il mare, come ogni fluido, sta a mezzo e trascina, muove, mostra, indifferente, tesori cavati dal fondo. Non si cura della minaccia di alghe che si protendono verso la luce, neppure nota il tenue segno di chiglia, semplicemente sta, come questo vento che scuote alberi e  pietre, e da ieri, a Trieste, riga il mare in sequenze di ricci di spuma. In porto hanno rafforzato gli ormeggi.  Guardavo finchè, a bassa voce, m’hanno detto: stasera la bora vi chiuderà nelle case mentre noi balleremo con la nave. Si scuoterà la baia tra rasoiate di vento e voleranno tegole ed insegne. Torni a casa, Non è adatto a questo vento. 

Ed io penso ai fluidi, ascoltando la musica del dialetto, vedo il vento e il mare, che riempiono di colore cavato dal fondo, la spiaggia dei sassi, dove d’estate si prende il sole nudi. Qui assi marrone, chiazzate di smalto blù marino, là, tra i sassi, pesci morti ed alghe verdi e rosse, ancora lucenti.

Nulla di ciò che abbiamo attorno è nostro davvero e quest’aria piena d’acqua mi ricolloca al posto assegnato. Possiamo solo vedere, meravigliarci, ascoltare, e  come si riesce, raccontare, Misuro la distanza dall’estate: di marzo ancora a poco servono, pensieri e smalti d’intuizione se ciò che si racconta è assentito da ipoacusie benevole.

del mostrarsi

Mostrarsi è comunicazione, spesso mediazione culturale. Nello stato di natura,  e non solo, ci si mostra quando ci si sente sicuri e ci si nasconde quando si ha paura. Ma cosa mostrare in questi luoghi e soprattutto cosa mostrare in generale? Partiamo dal fatto che l’educazione dovrebbe far rifuggire l’ostentazione e l’offesa, entrambi pericoli veri del mostrarsi. Altra condizione dovrebbe essere quella che in ciò che si mostra, la verità è parte importante. Ma infine si mostra ciò che fornisce una immagine di noi: il senso del positivo è in ciò che si rappresenta e nel ritorno che se ha. Ad esempio, se il bisogno di sentirsi voluti bene è molto forte, mostrare la propria tristezza può indurre compartecipazione e quindi raggiunge l’effetto positivo del sentirsi capiti, coccolati. Oppure, se la comunicazione si basa sulla propria singolarità, sarà l’esperienza particolare, ovvero l’uso delle parole e della loro musicalità a far intendere che ciò che si mostra è parte di una persona reale e particolare. Pubblicità, se vogliamo banalizzare il processo comunicativo, ma anche rappresentazione vera di come ci vediamo. Ci mettiamo in mostra secondo regole dettate dall’educazione, dal tratto di carattere che ci contraddistingue, dal fascino che intendiamo esercitare. Questa del fascino è una partita a parte, ma è una qualità identificativa, oltre che essere una necessità comunicativa. Un racconto banale, una presentazione di realtà scialba, non suscita fascino e quel pezzetto di artista che ci portiamo appresso, in fondo, si esprime attraverso quello che vedono i nostri occhi poi tradotto in descrizione per raccontare ad altri come vediamo la realtà. E naturalmente, loro, il mondo e noi. Sappiamo quando siamo sopra le righe, quando esageriamo, perchè l’immagine che ci ritorna è deformata. Vorremmo assomigliarle, a volte, oppure precisiamo ma sempre ne vediamo l’infedeltà e alla lunga la stanchezza del mantenerla. Questo mezzo, come altri è il braccio di ferro con la fedeltà a noi stessi e con la voglia di cambiamento di sè: come siamo e come vorremmo essere.

Pur con le proporzioni del virtuale, non è poco.

p.s. denaturato è l’alcool a cui viene mutata la natura per impedirgli di essere usato impropriamente: disinfezione anzichè preparazione di liquori. Mi veniva come titolo perchè mostrarsi è impedire di essere usati impropriamente.

Anche Dowland mi viene bene perchè mostra, accarezza, induce.

la semplicità

 

La complessità mi respinge. Spesso ho le idee spianate dall’ordine interiore, è così che m’ indico la strada, ma se non è complicato, non mi riesce bene. Credo si tratti dell’abitudine a ragionare su più piani e di considerare alternative. Oppure saranno tutti questi libri pieni di idee che ronzano. Ma se la semplicità sembra ad un passo, chiara come un navigatore appena tarato, mi pare riduttiva del mondo, così la devo smontare e rimontare finchè mi si adatta come una scarpa usata. Per questo, scartafascio portolani, cerco mappe rosicchiate, mentre basterebbe guardare l’atlante per esplorare il conosciuto. E che me ne faccio delle cose facili?  Dev’essere nato così il rifiuto d’ appartenere, a persone, o a idee senza il vaglio dei principi e questo era troppo semplice da capire? Adesso che i principi sono pochi, mi sembrano buoni quelli che ancora riescono a sanguinare. L’ho dichiarato, detto preventivamente, ma non m’hanno creduto. Mi dicevano, quando ascoltavo, che m’innamoro delle idee che si sdraiano nel cervello e fanno ponte tra idee lontane e così mi complico la vita. Non capivano che non ci si innamora a comando, nè delle persone, nè delle idee, al massimo si finge una semplicità che non esiste. Per questo forse, m’è parso bello seguire la passione. Quella che di solito si confonde con l’innamoramento, ma è altra cosa ed ha un vantaggio rispetto a questo: si combina con il desiderio di esistere.

Adesso sono convinto che la semplicità è ad un passo: bisogna decorticare, lasciar leggere, intuire, agitare campanellini e qualcuno che solleverà il capo, pensando d’aver finalmente visto chiaro. Invece, semplicemente, avrà riconosciuto ciò che già sapeva.

Ecco, basta ascoltare e la semplicità è lasciarsi prendere dalla propria meraviglia.

p.s. il pezzo di Thomas Tallis è per otto cori e quaranta voci, e alla fine neppure pare complicato: suona bene.

 

la solitudine del coro

La solitudine spinge verso l’altro, è un motore dell’uomo, una condizione sottotraccia con cui misurarsi e vivere. Ma solitudine è anche  difficoltà di comunicazione profonda, delusione per l’immagine che di noi ci viene restituita, la distanza sbagliata in cui le traiettorie si spengono. Quindi la solitudine è una buona maestra, ci aiuta a capire noi stessi, ma al tempo stesso viene abborrita. Perchè? Ma soprattutto, cos’è davvero solitudine per me?

Per rappresentarla devo adoperare un’altra parola e sovrapporla: la solitudine vera è il vuoto. Il vuoto di presente e di futuro, l’incapacità di provare interesse, di porgere una mano, un gesto. Il vuoto che risucchia l’acqua sporca dei pensieri neri assieme al cervello. Questa solitudine è la disperazione d’essere amati, è il vuoto comunicativo amoroso che impedisce di essere e di fare. Credo che adoperiamo molti succedanei per evitare di parlare della solitudine del vuoto. Sono attese stremate di soluzione, si identificano con la solituine fisica, con l’amore scambiato malamente. Esemplifico: l’amore asimmetrico è comunicazione sghemba, fa star male entrambi, spesso non ha soluzioni, ma non è solitudine, non è vuoto. E’ una mancata rispondenza tra attesa e soddisfazione, e pur possedendo una sua dose di comunicazione, la svalorizza e la sente inutile.  Non ci si adatta alla condizione che ha a che fare con il possesso, si vuole la piena rispondenza al proprio desiderio, e trascurando di ascoltare l’altro, questa mancata rispondenza spesso misura la disperazione.  Non viene capito il perchè l’oggetto amato non risponda alle attese e soprattutto perchè non provi le stesse cose, con la stessa intensità. Tutto questo confonde e si scambia insoddisfazione con rifiuto, possesso con amore  e si pensa alla propria solitudine, ma questa non è l’esperienza del vuoto.

La meditazione è una disciplina del vuoto, ma chi medita non è solo, anzi è così pieno di presenze che riesce a scorgere le cifre profonde di sè, quindi fare vuoto è una pratica che conduce alla conoscenza, mentre essere vuoti porta alla disperazione. Qual’è lo iato che divide queste esperienze? Provo a dare una risposta personale: il vuoto della meditazione aspira l’universo dentro di sè, il vuoto della visione del presente e del futuro, espelle tutti da sè. L’uno è accoglienza, l’altro è repulsione. Passare dall’una all’altra esperienza significa rovesciarsi: accogliere e non essere d’altri contrapposto al rifiuto dell’altro mentre se ne avverte il bisogno spasmodico. La solitudine del meditare è scelta consapevole, bisogno di raccogliersi per accogliere. E non ha nulla di religioso codificato, lo può fare un agnostico come me, perchè è attenzione a ciò che si è. Una persona mi ha detto: non mi tradirò mai più, credo sia una consapevolezza da vuoto che si è rovesciato, un processo appreso in cui si è identificata e che non permette la solitudine.

Prestare attenzione a sè sembra difficile in questo momento in cui sembra più importante ciò che viene letto di noi e quanto questo coincida con l’immagine gradevole codificata che si poggia sugli aggettivi: spiritoso, intelligente, bello, giovane. Ma diminuendo l’ansia compensatoria dell’essere visto, il bisogno di approvazione, ascoltando e vedendo oltre l’apparenza, la solitudine scelta riacquista verità e dà forza anzichè toglierla. La solitudine del coro, per l’appunto.

tartare

 

Non ho paura di ciò che s’annida nella carne cruda.

Della consistenza elastica, della peluria tenue,

del lucore e della tenebra, io non ho paura.

Se parli, guardo il bianco tra le labbra,

mentre corri,sento l’altra tua metà,

e ascolto,

gli abbracci di cotone e seta,

tra pensieri fruscianti di sonno,

e la goccia che queta, segna il cuscino.

Su vetri in corsa, questa notte elettrica

schiaccia colori, con zampe di gallina:

son così preziosi e fragili, prima d’esser persi.

dove? con chi?  Poi non più,

in questa vita-pozza che non asciuga.

Ho amato tutto ciò che ho visto,

e ancor più quel che sentivo,

di te, di me, come una chiacchera da bar,

invidiosa e latente, profumata di caffè.

Io non ho paura,

della tua pelle, del tuo corpo steso

non ho paura, se non di te che vai,

e torni,

e ti soffermi su pensieri che scateneranno pioggie lontane.