La rivoluzione ábroga il quotidiano, ma poi il quotidiano, che ricorda, si vendicherà.
Solo chi ha li vissuti davvero non scorda cosa è accaduto dentro di sè in quei momenti, è accaduto per le rivoluzioni, per la resistenza, in parte anche per il ’68 o il ’77. Forse da questo nasce la giustificazione delle nefandezze, delle distorsioni, perchè si pensa che quello statu nascendi si possa protrarre all’infinito e diventare vita quotidiana. Il quotidiano è conservatore, e semplicemente non tollera il cambiamento. Ed è forte, invasivo, oppiaceo.
Con grazia maldestra, permettetemi qualche sincretismo azzardato, nemico dei lettori potenziali. Il poligono è Weber, Giansenio, Marx, Heller. Nella tesi di Weber il capitalismo nasce perchè favorito dalla concezione calvinista della grazia, per cui il successo economico è segno della benedizione di dio. Lavorate e diventate benestanti, reinvestite nell’imprea e cresceranno le opere utili alla salvezza. Giansenio invece propende per la sostanziale incapacità dell’uomo ad aver diritto ad alcunchè non gli venga donato da dio. Così s’arrabatta tra necessità e costrizione in cerca di libero arbitrio, sapendo che quest’ultimo non impedisce l’esistere di entrambe e che solo la costrizione non può essere rimossa. Un bel modo per affidarsi ad un destino già scritto e suggellato. Sono questioni di libertà individuale, con visioni della vita quotidiana e del potere molto concrete e generatrici di dispute ben gestite da gesuiti e domenicani. Dovrei evocare Pelagio ed Agostino, ma lasciamo in pace entrambi, nei loro anni, afosi di deserto e d’africa romana, con imperatori poco attenti, ma tolleranti nel lasciar fare ciò che sembrava avere poca consistenza di minaccia. Questo per dire che il capitalismo aveva ragioni di background da questa parte del mondo, un’aria che tirava la volata e che mescolava problemi quotidiani con salvezza ultraterrena. Una questione tra cattolici e protestanti, senza fastidi orientali. La ricchezza e il lusso finchè non sono stati reinvestiti nelle aziende hanno prodotto ingiustizia, sopraffazione, abuso e morte, ma sembravano rispettare il bello. Il capitalismo ha prodotto la necessità del concorrere, ha messo dio da parte, ha sollevato problemi di mescolamento tra diritti e appartenenza: una bella re-distribuzione per la società fatta da chi aveva e chi aveva avuto. Come non vedere che diritti e democrazia hanno ricevuto uno spintone dal capitalismo, impensabile per chiese e per nobiltà?
Tutto questo è già un frutto maturo nel primo ‘800, Marx, non si perde e resta all’essenza, guarda l’alienazione priva di credo: un dio perfido ha diviso il mondo, da un lato la fatica, la perdità del sè nella mercificazione della propria capacità di forza e d’intelletto dall’altra benedizioni e ricchezze prive di ragione che non sia la rapina del dovuto. Se crescere è stato segno di benevolenza divina e reinvestire i capitali, per avere sempre più ricchezza, il modo per dimostrare il favore del terreno e dell’ultraterreno, ora il dominio e l’asservimento, uccidono il dio benefico, chiudono la salvezza per sempre alla vista degli uomini. Finalmente il confronto si sposta sul dovuto: a ciascuno secondo bisogno e merito. In questo disvelare la civiltà industriale, il produrre attraverso la manipolazione delle cose e degli uomini, sta la realtà del dio che muore. Che muore nell’ingiustizia quotidiana. E che cos’è l’ingiustizia dice il capitalista, io ho quello che è giusto, perchè ho investito, lavorato, remunerato. Un coro risponde che l”ingiustizia è in quello che non c’è ed è dovuto: i bisogni e il quotidiano, così pericolosi già ai tempi di Marx, i bisogni che affliggono la canea, il lumpen proletariat e ne fanno massa manovra della reazione. I bisogni che, analizzati nella accezione del quotidiano, tolgono il lavoro alla comunista Agnes Heller, ebrea sopravissuta ai campi di sterminio, e la mettono al margine e poi all’esilio, dalla comunista Ungheria. La forza del quotidiano e dei bisogni è così violenta da rendere schiavi gli stessi carnefici, da annichilire i portatori di diritti. Non è il lavoro ad essere sotto accusa, e neppure il capitale, non la ricchezza e neppure la miseria, ma ciò che le generano. Un tempo c’erano le classi, si scivolava innanzi, spesso scartando come pesci e con una parola composita, mobilità sociale, si portava la speranza nel giorno che s’apriva. In quel tempo i giorni non erano eguali, non erano intrisi di call center e di partite iva, il cocopro era un verso da pollaio, il diritto, difficile, ma una certezza da iscrivere nella volontà. Per chi non aveva ricevuto, sognare un sogno, aspettare un’attesa, era normale e concreto. Come il lavoro, appunto. Qualcuno dubitava del valore legale del titolo di studio, ma i medici facevano i medici, e così gli ingegneri, gli avvocati, e i professori. Anche gli operai facevano gli operai e spesso sogghignavano pensando agli impiegati, ma facevano studiare il figlio, ragioniere. Il lavoro alienante e sfruttante era condizione per essere, quasi come il militare per i ragazzi, fare bene il proprio lavoro, simbolo d’orgoglio, di pretesa giusta, di braccia sul tavolo e di diritti che sarebbero venuti veri. Collettivi e individuali, non solo i secondi, che sembravano un abuso. Nessuno da questa parte del pensare sociale, ha mai pensato che il lavoro fosse nemico: solo la parte in più, quella rubata, faceva male. Pane e lavoro era un grido di battaglia socialista, qualcosa che ribadiva un diritto, mai che qualcuno chiedesse pane senza fatica. Oggi, in questa alienazione nuova, ben peggiore, ciò che è stato tolto è il lavoro e la sua funzione. E’ come venir privati della bandiera in battaglia e non si sa più dove andare, chi colpire, da chi fuggire. La confusione regna quando la bussola impazzisce e solo l’individuo resta, non è più uno e tanti. Bisognoso, senza dio, senza salvezza, con un capitalismo ricco di forza e povero di diritti. Chissà se se ne accorgono gli uomini che dicono di gestire divinità buone che il mondo è invaso, che dio ha lasciato il campo senza avvisare e l’antiuomo è arrivato, che la misura occidentale è colma. Oltre il cristianesimo, oltre l’occidente, c’è una sensibilità per l’ultra terreno che allarga le braccia, che non pone condizioni. Salvarsi aveva un significato sociale e individuale, in occidente, nei senza dio poteva generare il diritto e il socialismo, ma per chi non si cura dell’uomo, cosa resta se non la religione del possedere. E se questa religione non ha limiti, perchè non divorare il proprio simile?
Pensieri senza costrutto: la tesi è che senza mobilità sociale il lavoro perde sostanza per l’individuo, la società diventa fabbrica in cui il consumo viene incorporato nella produzione, restano i bisogni, prepotenti, assoluti, ma questi non aggregano, non producono giustizia, spingono il quotidiano verso l’anomia del soddisfacimento immediato. Pur di avere un lavoro, una indipendenza, un amore, un progetto, si accetta alienazione e sfruttamento. Non è il lavoro ad essere sotto accusa ma il modo di porgerlo e d’essere utili.
Anche l’alienazione di Tempi Moderni oggi avrebbe più senso dell’anomia che destruttura il lavoro e lo fa sentire un’ eventualità del vivere.
“Il profitto deve essere reinvestito per il benessere della comunità”. Adriano Olivetti
In questi giorni ricorre l’anniversario della morte di Adriano Olivetti: passerà come tante altre date soverchiato da questo quotidiano che non lascia traccia e cancella ogni cosa. Se vi capita di andare a Matera, visitate il quartiere di La Martella, resterete delusi perchè oggi del disegno di Quaroni resta poco più di una piazza, ma lo spirito visionario per cui, in una parte d’Italia considerata vergogna del paese, si radunarono tanti e tali ingegni da pensare possibile un sogno, è ancora presente. E’ il sogno di un’umanità che trova un rapporto positivo tra lavoro e crescita individuale, dove l’affrancamento dalla fatica e dalla miseria non è lo scivolare nella corsa individuale al profitto. Questo spirito, se commettete la fatica del vedere, lo troverete disseminato per Matera, presente nei Sassi, nel museo e nelle opere lasciate da tanti artisti alla città. E’ presente nel coraggio dell’associazione culturale “la scaletta” che continua ad insistere sul rapporto tra luoghi ed arte, è presente negli occhi che si illuminano e si inumidiscono pensando alle semplici, grandi imprese gratuite fatte ed alla difficoltà attuale di mantenere la stessa spinta. Adriano Olivetti era anzitutto una persona per bene, oltre che un grande imprenditore, e nel far crescere un’aziendina fino a farne un gruppo a livello mondiale, continuò a sognare cose belle e a realizzarle. Diede vita ad un gruppo dirigente prima sconosciuto in Italia, mettendo assieme intelligenza, crescita ed equità, il suo stile aziendale influenzò tutti gli altri grandi gruppi. Che si confrontarono, fosse solo per fare diversamente.
Ad Ivrea, era il luogo principale dell’elaborazione e del produrre dell’Olivetti, ma in Italia e all’estero sorsero fabbriche, centri di ricerca, che mettevano assieme crescita ed un modo umano di vedere la fabbrica. Credo che la sintesi di Adriano Olivetti sull’idea del produrre fosse rinascimentale ed illuminata allo stesso tempo. Questo rapporto tra il lavoro, la crescita sociale, il dentro e fuori la fabbrica, partendo dall’architettura, dalla pulizia e dagli spazi, fino alla visione di una comunità cooperante e solidale, diede vita ad una stagione irripetibile. Il movimento di Comunità ne fu una delle propaggini, ma ciò che oggi non riesco a vedere è la contaminazione che allora investiva ogni parte della società italiana, e che cambiava un paese agricolo e pittoresco in un paese europeo. Il sogno era che la cultura servisse davvero a qualcosa, che assumere come dirigenti di fabbrica, intellettuali, esperti dalla visione ampia, fosse il modo per dire che erano vere le cose che si pensavano, scrivevano e sognavano. Sono state persone che hanno cambiato vite, segnato il modo di vedere il presente e il futuro, che hanno portato una positività nell’agire oggi sconosciuta. Tutto questo circolava e altre figure come Aldo Capitini, Danilo Dolci, don Milani, insieme a tanti altri, vivevano in quegli anni, discutevano, facevano, erano presenti, anche attraverso contrasti vivi e cambiavano ciò che stava loro attorno. Adriano Olivetti, in un ambito fino allora incongruo, l’impresa, fu uno di questi, ed un organizzatore del cambiamento. Qui dovrebbe subentrare il lamento per l’oggi, ma che ci si lamenta a fare, se non c’è memoria non c’è futuro di continuità, ed il presente è troppo squallido per lasciare traccia. Forse è l’unica nota positiva di questi anni: non resterà traccia di questo vuoto di sogni.
p.s. ho letto due post in questi giorni che mi hanno fatto pensare alla funzione del lavoro, ne riparleremo.
L’altopiano respira lento. Lo si sente dalle foglie dei quercioli, dai corbezzoli, dagli eucalipti radi.
Inspira. Espira.
Inspira e sfiora l’erba che ancora trascina il verde stanco dell’inverno.
Tutto ondeggia appena. Sincrono.
Lo sguardo scorre sino al lago, è da lì che sale il respiro, e s’accompagna alla notte nelle onde di nero. Prima i cespugli e l’erba, poi gli alberi, le rocce mentre sale, sale verso l’altipiano, lasciando luccicare l’acqua.
Il nero avvolge e riscalda, scorre dai piedi bene appoggiati, dal tepore morbido del muschio. I rumori si staccano: un grido d’uccello verso valle, un richiamo dal paese, l’auto che lontana, sale sulla collina di fronte. Un tornante e i fari roteano su se stessi, poi un’altro, così fino al limite della noia.
La notte e l’altopiano ora respirano ancora più quieti. Non dormono, sono accucciati in attese di tempi non umani. Anche l’allodola ascolta e non vola.
Esiste una zona, appena sottopelle, in cui si annidano strati di acidi grassi, nessun neurone e poche terminazioni nervose. In questa zona un cervello pensa, desidera, si soddisfa, si pente e poi ricomincia.
Avete presente il film Maddalene? Uno stupro durante una festa per una comunione, la ragazza, che chiede giustizia e aiuto, viene espulsa dalla comunità, internata per espiare ciò che ha subito. Poi ancora sofferenze su sofferenza fino alla liberazione finale. Il film mi tornava a mente nei giorni scorsi quando alti prelati cattolici irlandesi hanno chiesto scusa per le colpe perpetrate da sacerdoti. Pedofilia ed altro. Perchè accade tutto questo dentro una cultura che pretende di avere una morale che distingue nettamente il male dal bene? C’è una zona gialla non scalfita, che mantiene l’adesione ad un credo e il suo contrario. Istinti senza filtro culturale, senza pietà per la sopraffazione, senza rispetto per l’uomo convivono con pratiche, riti, ostentazioni di fede. Cosa c’è lì sotto che rifiuta d’essere sottomesso e governato? Credo che il mantenimento della doppia morale, la possibilità di essere perdonati facilmente, faciliti il compromesso al ribasso tra istinto e suo governo. Come se il riconoscimento della debolezza dell’uomo, fosse un perdono preventivo e non lo spingesse a diventare migliore. Il successo di una fede di massa è anche nelle maglie larghe che consentono di far convivere facilmente istinti e regole. Se la forza con cui si respingono cellule staminali, eutanasia, aborto, divorzio fosse esercitata contro il cervello grasso che abbiamo sottopelle si potrebbe distinguere la differenza tra credente e non credente. Così è difficile.
Cosa significa classico in musica, oppure in letteratura, o in poesia? E davvero classico è contrapposto a moderno, cioè necessariamente polveroso?
Per me classico è ciò che muove oltre il tempo, che tocca archetipi, che dialoga con chi ha voglia di ascoltare. Ma come si attua in musica?
E’ la perfezione armonica che include la dissonanza, la simmetria dell’ingegno che supera la variabilità della natura, il dialogo profondo dove chi parla e chi ascolta coincidono.
E’ la bravura, il coraggio, il genio che legge oltre gli altri, la pennellata densa, e il tratto scritto con piuma d’angelo.
Ancora si individua nella coesistenza della pace col fuoco. Oppure nel suono strappato con i denti dalle corde e dall’anima, nel mare di suono che avvolge e risucchia.
Ma è solo suono che parla, stupore della coincidenza ?
Bernstein non condivide il tempo troppo lento di Gould eppure lo accompagna, accetta il dialogo e la discussione su ciò che può essere, qui classico è comunicazione tra chi suona e chi ha scritto la musica.
Quando è iniziato il mio interesse per la musica lo riservo ai ricordi, però se dovessi individuare la musica più classica che conosco, mi fermerei tra mille indecisioni, su Bach e su questa toccata e fuga in particolare.
L’archetipo non muta, è e basta, però si reincarna, ad esempio, nel pop.
oppure nelle contaminazioni del jazz,
spesso gira nella notte.
Avete mai pensato al rapporto tra luce e musica?
Oppure si pone il problema del silenzio.
La classica è l’ordine che paziente ri-allinea e dispone: la fantasia del genio che vola e fa volare, senza comunicazione non c’è musica, solo rumore.
Sanremo è uno specchio di quella parte maggioritaria del paese che quelli come me si ostinano ad ignorare. C’è in noi la presunzione della superiorità del ragionamento sul numero, il contrario della democrazia, a cui ci pare di aderire. Ma questo non mi preoccupa più di tanto, perchè credo ci sia un determinismo nel voler essere minoranza, un tratto radical che stabilisce criteri di compensazione del tipo: critico e la giustezza di quello che penso alla fine vi contaminerà e cambierà. Se questo sia di per sè sufficiente, lo lascio alla meditazione di ciascuno. Ma, per restare a Sanremo, in fondo la miseria di ciò che viene proposto e che, sembra, tutti critichino sorridendo, i budget insultanti per chi non ha di che vivere, i lustrini sguaiati, il canta che ti passa, cosa muove in realtà? Nulla, occupa il tempo e dice che chi ha un problema se lo deve risolvere. Credo ci sia una grossa coincidenza tra l’immagine che questo paese ha di sè stesso e quello che gli viene offerto dalla politica. Per la presunzione di contaminazione sopra accennata, la cosa mi colpisce meno. E vedo come un traguardo di medio termine, quello della ripresa di dignità collettiva, della ri-appropriazione del maltolto in termini di speranza collettiva. Perchè è proprio la speranza collettiva che è stata demolita ed ognuno ora ha una sua speranza personale da far coincidere con quello che potrebbe essere, ma non è. Nei miei pensieri attempati, ho cercato di capire perchè, oltre la gioventù, mi manchi qualcosa. Perchè mi manchino Tenco, Gaber, la Sannia, Mia Martini, e perchè sia rassicurante la presenza di Vecchioni, Cammariere, Conte, Finardi, De Gregori ecc. Mi è parso di scorgere la differenza tra chi ascoltava i Beatles e i Rolling Stones e trovava parole intelleggibili, di un versante italiano vicino alle cose che s’agitavano scomposte e chi per necessità, cerca solo altrove, per mancanza di offerta. Ci sono cose qui, appena fuori, confuse e contaminanti e inagite, eppure non provocano cortocircuiti felici. I vecchi sono patetici nei ricordi al presente, nulla è mai stato come si ricorda, ma la sensazione che una canzone tenesse assieme molti, mi resta. Sarà un’illusione, ma non mi rende infelice. E questo è quanto conta.
Laura mi invita nel suo commento a “ma allora…”, a guardare al positivo nato in questi anni post ’68, ed è vero che molto è mutato, che non è stato inutile, che il senso comune esecra di meno, ma
la differenza tra chi allora, ha sognato e chi poi, più giovane, ha vissuto è oggi lo scarto tra desiderio e realtà. Un quanta di quel cambiamento è in quelli che c’erano e non dormivano, quindi non dispero, ma inspiegabilmente un processo si è fermato. E’ come se in chimica, per una anomalia termodinamica, la reazione si arrestasse a mezzo e le basi e gli acidi, non più quelli di prima, restassero indecisi sul da farsi.
C’è una stechiometria del sogno che in qualche modo deve far tornare i conti. E non mi si dica che solo la realtà conta, perchè di contabili dei sentimenti ne abbiamo a josa, sempre intenti a dimostrare vantaggi, salvo poi doverli ricostruire ogni mattina.
Una settimana fa ero ad Orvieto ad un incontro di sciammannati sostenitori di ciò che sbrigativamente era definita mozione Marino. Il bello di questa congerie variopinta di idee, libertinismi, sensibilità ambientali e diritti soggettivi e sociali, era che ognuno aveva una priorità, ma la somma delle priorità era comunque una volontà positiva, non un dilemma di Buridano in attesa di un calcione amico per procedere. Non c’era rassegnazione forse perchè con più cuore a disposizione, il sangue circolava.
Qui arriva il però del dubbio: ma se il ’68 e il ’77, con il codazzo di pantere, girotondi, ecc. hanno poi prodotto questa situazione e così tante presenze ex libertarie nelle file berlusconiane, dove abbiamo sbagliato e perchè tutto si è fermato sul possesso?
Perchè sempre di possesso si parla nei sentimenti, nei rapporti, nelle cose, nel lavoro. Questo essere attaccati a ciò che si ha, soprattutto il potere, ed estenderlo nelle persone vicine porta a distorcere i rapporti migliori. Lo sapevamo anche allora, ma ciò che ne è venuto poi ha bloccato la riflessione e quindi il procedere della reazione di cambiamento. Ciò che è mutato, è mutato per spinta acefala seguendo il principio della minore resistenza, piuttosto che perseguire una direzione: più libertà sessuale non corrisponde ad un minore potere esercitato tra i sessi, più contratti di lavoro non corrispondono a maggiore mobilità sociale e possibilità reali.
Lancio una riflessione che parla della realtà sociale come la vedo: la generazione degli attuali trentenni è spossessata dai padri, del lavoro, della mobilità sociale, e nel giovanilismo imperante, anche degli amori. Nessuno si fa da parte, non emerge un patto tra generazioni che dica: tu mi cedi una parte del potere che hai, mi affianchi, mi fai crescere, ed io ti riconoscerò importante. La somma dei privilegi che si annidano nelle generazioni attualmente al potere impedisce qualsiasi prospettiva di redistribuzione e di uscita dalla precarizzazione. Ciò comporta che una generazione verrà sacrificata sull’altare del potere generazionale perchè gli attuali trentenni arriveranno alla soglia della mobilità sociale a cinquant’anni. Basta fare un conto: i sessantenni lavorano fino a 65-70 anni e verranno sostituiti dagli attuali quarantenni, che resteranno ai posti di lavoro/comando per almeno 25 anni, quindi i trentenni arriveranno troppo tardi. Forse per questa cattiva coscienza si è preferito investire sull’assenza di difficoltà alzando la protezione piuttosto che lasciare che lo scontro generazionale assicurasse il ricambio. I nostri figli non sono bamboccioni, sono tenuti in condizione di non nuocere e mantenuti ai margini dello status quo. In questo penso che una riflessione sul concetto largo di possesso che parta dalle persone, i sentimenti ed arrivi al lavoro potrebbe essere utile.