vento tiepido da est

 

 

L’ invito per un compleanno, lo trovo sulla tavola, è nell’italiano creativo di chi mi tiene pulita la casa. Da sempre ci scambiamo messaggi urgenti e cortesie sentite: l’anticalcare è finito signor Roberto, dia una passatina ai vetri Maria, ha troppi giornali e libri, non si riesce a togliere la polvere, come sta suo marito, ha lavoro? e i ragazzi? E così via.

Mischa ha compiuto 21 anni, frequenta l’istituto tecnico, è un ragazzo normale, in una famiglia coesa, piena di zii, dove si parlano almeno tre lingue. Festeggiano bene, le persone entrano ed escono, ci sono le torte che trovo a Chisinau, il pane fatto in casa, i bambini e un affetto diffuso. Si vogliono bene, forse le difficoltà notevoli li tengono vicini. Le storie di queste famiglie sono così distanti dal nostro vissuto, che si preferisce rimuoverle. Madri che devono lasciare i figli piccoli a casa, amori che si nutrono nonostante la lontananza, vite che grondano difficoltà. Gli uomini non sono diversi e neppure le donne, solo che tutto è acuito e non c’è stato un periodo per crescere, per transitare in occidente, sono stati scaraventati qui dal bisogno, dagli stipendi a 80 euro al mese in patria. In Ucraina hanno creato centri di aiuto per il male italiano, è quello che provoca problemi psichici nelle badanti, per la vicinanza con la morte, il dolore, la malattia, vissute 24 ore al giorno e passando da una esperienza alla successiva.  Si affezionano, vogliono bene e questo incide dentro, taglia pezzi d’anima e di vita perchè è difficile, anche a trent’anni andare a divertirsi e poi tornare a casa e trovare la sofferenza. Credo abbiano risorse e solidarietà ormai sconosciute da queste parti. Molti sono anticomunisti per conoscenza diretta, molti sono milanisti perchè hanno un oggetto per cui provare passione, spesso hanno un giudizio disincantato su Berlusconi perchè hanno avuto la guerra civile in casa. Se gli dessero il voto credo che molti lo voterebbero. Eppure mi sembrano una speranza perchè hanno voglia di fare. L’indolenza è vietata, ma soprattutto le famiglie si tengono assieme. Oltre i divorzi, moltissimi, oltre i figli da più padri, oltre l’ambiente spesso ostile, si tengono uniti. Il mare scarta quello che non gli serve, così nei discorsi allegri, emerge l’asprezza della condizione di soggezione. E la dignità. Una ragazza, madre di una ragazzina bellissima e piena di parole che suonano bene, mi parla della Transnistria, della guerra civile, del fatto che viene da una terra che nessun paese al mondo riconosce come stato. E sorride. Non dice del compagno italiano che la picchia, del fatto che faceva la giornalista e che qui pulisce per terra, parla poco perfino della figlia, che scrive poesie.

Anche un ex agente dei servizi segreti, ha scritto una poesia. Parla di rose: i fiori in Moldova sono regalati anche tra uomini e ci sono dappertutto. La moglie, legge la traduzione. E’ stata scritta per lei, nei due anni in cui non si sono visti e lui di giorno lavorava, pagato in nero e la sera scriveva, preso dalla nostalgia.  E aspettando le domeniche telefonare.

I miei conterranei presenti, sembrano frastornati dal gruppo, parlano dialetto, sono ruvidi forse per controbilanciare l’affetto palpabile,  attorno ad un tavolo troppo piccolo per così tante persone.

Della forza di queste presenze ne ho scritto, un anno fa in un post:  Pascha.  Allora mi lasciavo attrarre dalle brigate lungo i fiumi, dai giochi così privi di filtri culturali.  Dagli argini pieni di persone che festeggiavano il sole, la primavera, il tepore dell’aria riconquistato. Hanno una spinta in più, sono determinati dal bisogno, si adattano e al tempo stesso conservano l’identità. Prefigurano il mondo fatto di culture e di duttilità che verrà, se c’è un senso positivo alla storia.

Oggi sento il passaggio di questo compleanno, per Mischa il futuro non sarà semplice, ma cercherà in tutti i modi di lavorare. Non si parcheggerà all’università, accetterà cose difficili per i nostri figli mantenendo i desideri e regolando le aspettative. Ce la farà, ne sono sicuro, ha forza e volontà per andarsene se necessario. Sa che può contare su affetti forti e larghi.

Per qualche motivo oscuro, mi sono sentito voluto bene e a casa.

Auguri miei cari e a quelli che passeranno, state bene soprattutto.

meridiano

 

Dovrei sapere dove collocarmi, invece metto passi in fila come le formiche. Ciò che m’assomiglia nell’andare è questo meridiano che percorro da nord verso sud. E all’inverso, incessantemente. Nella testa gli odori di timo e di cannella, nei polpastrelli, licheni che trattengono l’odore del sole come i condannati. 

Si uscirà dalle linee virtuali, se ne riconoscerà il limite.

Intanto è piacevole vagare tra il grigio e i colori pastello. Così le sensazioni si sovrappongono ed emergono singolarità inaspettate: sono il terreno su cui camminare a piedi nudi. 

Non lo senti come risuona andare: è una parola che oscilla dentro e chiede di ascoltare. Soprattutto ascoltare. 

E non c’è obbligo all’ andare, è solo un motivo per cui si potrà tornare.

scoperte

 

 

Scopro blog per me bellissimi, mi pare d’ascoltare quello che ho sempre voluto sentir dire. Un parlare quieto, a volte dolente, spesso con l’allegria della vita intima. E’ così incongruo non vederli frequentati. Dovrebbero conoscerli tutti, come il libro che ti interpella, il film che resta in sala un giorno e ti cambia la vita. Ed invece in pochi, ci si ritrova, quasi un circolo di bisbigli complici. Che sia un effetto del narcisismo della rete, l’ascoltar se stesso, mentre gli altri intelligenti annoiano, oppure avviene una selezione tra simili. Se così fosse sarei contento, meno somiglianze ci sono e più mi sento sicuro di questa unicità a rischio perenne d’invasione.  

 

 

un paese piacevole

 

Oggi non si sogna più educatamente, ovvero si sogna sempre asincrono, senza riferimenti col reale e gli indovini non sanno interpretare. Lamentano che viviamo in un paese avulso dalla ragione. Dalla realtà, dai desideri, dalle necessità, dai sogni collettivi. E’ colpa nostra se questo è un paese impermeabile alla pioggia sporca, consegnato al quotidiano. Così dicono gli indovini, ma questo non era un paese piacevole?

I miei sogni sono datati, forse per questo non mi tiro fuori e vado a votare anzichè spazientare, ma parlo per me, non ho consigli e faccio quello che mi pare giusto.

Lo farò ancora e non mi stancherò di dire che è il mio paese quello in cui vivo, quello che mi stanca è il già visto, l’eccesso di interesse personale, il parlare a chi è già convinto.

Mi manca un disegno che faccia convergere aspettative e sogni, ma senza questo a che serve un paese piacevole?

il sasso in piccionaia

Osservando una mancata solidarietà tra donne, mi sono chiesto sbrigativamente, se l’essere madri venisse prima e quanto, dell’essere donne. Due post hanno ampliato, altrove, in maniera diversa l’argomento:

http://missminnie.wordpress.com/2010/03/20/motherfucker-post-assolutamente-scorretto/

http://lalbadentrolimbrunire.wordpress.com/2010/03/15/il-falso-mito-del-senso-materno

Devo dire che con alcune posizioni espresse non mi sono ritrovato, mi sembrava dicessero cose già sentite, magari vere parzialmente, ma che non mi accompagnavano come risposte nelle aree buie in cui non si vuole entrare. Però credo che le soluzioni e le risposte individuali, anche quando eliminano le domande siano la cosa migliore per vivere.  Comunque entrambi i post, con i loro commenti, m’hanno arricchito e sollevato nuove domande disordinate. In particolare la visione di Neru, mi è piaciuta: 

caro mio lettore che passi di qui, io vorrei dirti che il senso materno non è reale, che vale per alcune e non per tutte. che la televisione, i film, una cultura millenaria che sa bene dove vuole arrivare ci bombarda di queste minchiate, di sposarsi prima che i giochi siano finiti, che mettere al mondo un figlio è bello a prescindere, che da soli non si è niente, che siamo tutte fatte per essere madri.

balle. tutt’al più siamo fatte per procreare. ma prima ancora siamo fatte per essere noi stesse.

Mi sembra un modo positivo di rappresentare qualcosa che sta avvenendo, per una certa età e per una certa sensibilità femminile.

Ho capito che le domande che mi ponevo, si riferivano al mio essere maschio e figlio, che non sa cosa significa essere donna. Tutti abbiamo avuto una madre e il maschio che ha un rapporto almeno duplice con le donne, non è però, facilmente rimuovibile dal pensiero medio.

Partendo dal fatto che nell’essere non mi piacciono i ruoli, li considero un lavoro, una necessità, mi viene la sensazione che le semplificazioni dei ruoli e delle identificazioni di genere siano comode da entrambe le parti.

Ecco, senza pretese, il risultato parziale di ciò che mi è venuto in testa :

– la vita si è segmentata in stagioni di età, più che di ruoli e con il divorzio le donne hanno una maggiore mobilità nei sentimenti, ma ciò che induce a fare una famiglia a 30 anni non la fa rifare a 45,

– i giovani attuali e i 30enni sono coerciti dalla situazione di precarietà, essere madri e padri si sposta in avanti e fa mettere in discussione una specie di assioma per cui la donna madre è più donna,

– le donne madri giovani, sentono che le loro coetanee hanno stili di vita diversi, si pongono il problema dell’esclusione dal gruppo,

– la madre è donna e come tale ha intatto il suo potenziale erotico-seduttivo, solo fa il conti con un ruolo che le viene imposto,

Veniamo ai figli maschi:

-cosa chiedono alle madri in genere e alle madri separate, in particolare, e come le vedono in quanto donne?

– come si fanno condizionare le madri dai figli nel loro essere donne, nel senso di conservare l’attrattiva sessuale, come la occultano, quanto questo condiziona le domande relative alle loro scelte di vita, e il futuro?

– quanto tutto questo sconfina nella patologia e nel rifiuto del ruolo di madre, che occupa la cronaca nera?

Molte di queste domande non hanno una risposta se non l’individuale. Nella mia esperienza di figlio, in anni molto diversi da questi, credo di aver influito sulla decisione di mia madre a non risposarsi dopo la morte di mio padre. Credo cioè che sia prevalsa una considerazione di ruolo in lei che si conformava alle presunte aspettative mie e di mio fratello. E’ difficile per quelli della mia generazione, considerare che la madre abbia desideri e pulsioni, che orienti la sua vita su questi e non sul ruolo e sul sacrificio. Anche i sentimenti vengono graduati con un prima e un dopo. Lo dico con la considerazione che qualcosa adesso si è messo in movimento, ma che ancora risente della collocazione in cui la donna veniva messa fino a 40 anni fa.

E le donne madri come hanno elaborato tutto ciò? Credo ci siano grandi dichiarazioni di principio, ma per l’oggettiva debolezza derivante dal ricatto dei maschi per quanto concerne il mantenimento dei figli dopo le separazioni, per l’affido che limita il tempo a disposizione e libera più il maschio della donna, per la condizione generale di ineguaglianza esistente tra i sessi, tutto questo limiti la possibilità di essere come si vuole.

Mi si obbietterà che le esperienze personali sono differenti, che c’è un coraggio enorme nelle scelte di rottura, ma è proprio questo coraggio ad essere una eccezionale normalità che aiuta nell’autostima, e non una condizione sociale accettata, sostenuta, incentivata. Per questo la posizione di una ragazza come Neru, mi fa capire che il pensiero evolve e che la sua considerazione potrà diventare prevalente in tempi medi, cambiando i comportamenti attuali. Che cambieranno le richieste delle donne e l’analisi sulla loro condizione, che il genere potrà essere superato come barriera.

C’è un problema che riguarda i maschi, che sono pur sempre figli, ed è la scissione tra maschi e donne che avviene nella loro testa. Forse le figlie capiscono di più e scindono di meno, non collocano le loro madri in un empireo, battagliano con loro, si confrontano quando non si capiscono, ma per i maschi il problema esiste. Anche per una simbiosi vera o presunta che esiste tra figlio e madre, e che fa assumere atteggiamenti diversi nei confronti dei genitori di sesso differente.

Od almeno esisteva questa presunzione di simbiosi, può darsi che mi sia perso molto e che questa società funzioni diversamente.  Quello di cui sono sicuro è che nell’ansia di normalità che pervade il vivere, sono rimossi tutti i comportamenti devianti, i desideri vengono confinati, occultati, il vivere viene recintato, ma non per una scelta di rigore etico, piuttosto perchè entrare in territori poco esplorati diventa pericoloso, pone domande con risposta allegate scomode, introduce discontinuità difficili da gestire, fa cessare meccanismi di solidarietà.

Ecco, su questo punto, pensando anche alla vita della Merini, penso che la solidarietà sia conformistica, che solo per i grandi si tollera il comportamento deviante e che i ruoli siano una pantofola comoda.

Ma tutto è così parziale ed opinabile da sembrare ozioso, altrochè un sasso in piccionaia.

gaspard de la nuit

 

 

Nelle rotatorie, alterno, aggressività e cortesia, come in un tango. Nella notte, è bello il giallo agip , scomposto dalla pioggia, che non intristisce.  Verso le mura, il verde aggiotta l’acqua scura del fossato.  La notte è piena di sorprese e di colori, come questo mix mp3 che salta da Ravel al rock.

Se potessimo sommare le nostre sensibilità, stanotte, ti parlerei del colore nuovo dei tigli, dei semafori e delle luci scomposte sul vetro, della melancolia che m’ accompagna da sempre, ma non è  un problema per l’allegria. L’allegria che mi fa pensare che tra non molto, la primavera ( e poi l’estate) spazzeranno i pensieri più grevi. 

E’ anche questo piegarsi troppo dentro, che rende miope.  Ma un sentiero si sta aprendo, e ci sarà pur una scelta su dove andare.

Hai mai osservato che quando si sceglie non c’è nulla di epocale? E’ una cosa che doveva accadere, anzi è quasi già accaduta, per questo scegliere è una liberazione. Resta quel poco d’ansia e di paura che pone domande ed impedisce la noia.

intelligenza artificiale

 

Mi pareva di dire cose intelligenti, ma non ne ero ben sicuro: seguivo i pensieri. Lo faccio anche adesso, sempre più, come quelle persone che parlano da sole, per strada,  solo che io rispondo quasi a tono. In questo modo di comunicare, mi sono accorto presto che i bisogni altrui erano molto più terra-terra, con domande semplici, risposte precise e senza subordinate. Non avevamo quasi mai le stesse letture, neppure lo stesso umorismo, nè il senso del paradosso o la conoscenza del vocabolario. Anche gli interessi divergevano. Ma soprattutto non avevamo gli stessi pensieri. Ho messo un bel po’ a capirlo, chiara testimonianza d’ un intelletto non acuto.

Vivere in disparte nello stesso treno permette di partecipare della storia e, pur non essendone protagonista, di capire con i tempi appropriati. A se stessi, naturalmente. Soprattutto permette di pensare ad altro e di curarsi d’una semplicità personale che rappresenta l’ingenuità più raffinata ovvero l’impressione che ci sia qualcos’altro da dire. Ma in realtà non c’è nulla da dire in più, perchè tanto non verrebbe capito. Provo ad esemplificare: un giorno stavo spiegando il mio interesse per la riproduzione del suono. Come tutte le cose che ho frequentato, era un interesse senza definitività, mi piaceva pensare che qualcosa si avvicinasse al vero e che quell’avvicinamento fosse progressivo, fatto cioè di componenti in equilibrio, ma al tempo stesso, incrementanti. In quel periodo si adoperava spesso una espressione: stato dell’arte ed indicava un insieme di numeri che fatalmente sarebbero stati superati di lì a poco da apparecchiature più avanzate tecnologicamente. Bene, stavo parlando di questo interesse, delle apparecchiature e dei brani musicali che ascoltavo, dei dischi, della collocazione spaziale, quando mi accorsi che al mio interlocutore la musica non diceva nulla e che, al pari di Goethe, la considerava un disturbo quando impegnava troppo. Ma non era un filosofo, nè tantomeno un meditativo, era una persona comune che ascoltava per cortesia e si meravigliava nei punti sbagliati. Mi fermai e dissi che la settimana successiva sarei andato ad un concerto, col nome del cantante, la sua attenzione divenne massima. Mi subissò di domande sui biglietti, il posto, l’attesa, mi parlò della sua esperienza, di quanto gli piacesse e di come ogni concerto fosse impresso nella sua vita. Dal mio silenzio traeva nuovi motivi per dire ed invidiarmi dell’occasione, l’unico motivo per cui non gli regalai il biglietto fu la sua scarsa attenzione precedente che m’aveva un po’ offeso. Anche a distanza di tempo, quando ci troviamo, usa il grimaldello del cantante per riprendere il filo e chiede di me, della mia attività, delle mie passioni. Rispondo reticente, oppure parlo leggermente d’altro ed il suo interesse aumenta. Credo mi consideri intelligente perchè riconosce in me un tratto di sè. Una cosa che neppure ho. Il mio interesse per l’alta fedeltà è scemato, anche quello per quel cantante, mi guardo bene dal dirgli cosa ascolto. E soprattutto quanto ascolto, ancora una volta non capirebbe, sporcherebbe una passione di disinteresse.

In un libro, in un film, in un interprete, abbiamo bisogno di identificarci, di sapere che siamo diversi, ma in fondo un poco eguali a chi ammiriamo. Sono le manie dei grandi, le cadute di stile che li portano alla nostra dimensione ed il virtuosismo, l’intelligenza somma, ma limitata viene ricondotta nell’alveo del confrontabile. Come quando vogliamo riconoscerci nel protagonista di un libro, ma se questo diverge troppo da noi, man mano lo sentiamo distante e ci passa la voglia di leggere, le sue vicende diventano noiose, il mondo in cui vive, insulso. Questo processo di mìmesi, ad un certo punto me lo sono precluso, ed adesso parlo d’altro sbagliando interlocutore, finchè mi accorgo di ascoltare la mia voce. allora mi annoio e smetto.

E da questo silenzio gli sguardi si avvitano su di me, diventano interrogazione, finchè riprendo il discorso con qualche frase che cerca la fine formale. Ma non c’è calore, non c’è più nulla che m’interessi comunicare, solo finire e andarmene. 

Ah, dimenticavo. Qualcuno ha detto che ero sensibile. Sensibile a cosa? 

Così generico non è vero, ma non importa.

 

 

n.b. perchè ho scelto questo brano? si attendono suggerimenti

vita e vite

Il cardinale Bagnasco ha indicato per chi votare. E l’aborto torna ad essere una spugna con cui cancellare il degrado morale e civile del paese, il rispetto delle vite esistenti, la sopraffazione della crisi, l’ ineguaglianza della sofferenza. A volte ho l’impressione, come per i processi in cui sparisce la vittima, che il principio astragga dal reale, e si parli solo di un aspetto del contesto. E’ così che le vite conculcate, i diritti differenti scompaiono, che la scarsa eticità della politica impallidisce, e la corruzione diviene un addendum, quasi un male necessario. Lo stato pontificio si estende sul Lazio, ben oltre i confini della cittadella papale, ha interessi economici, bisogno di approvazione e di sintonie politiche, deve mantenere un apparato di vita ecclesiatica costoso. Tutto questo discrimina nel riconoscere gli amici.  Da secoli anche i francescani sono conventuali e si dice che la roba aiuta a non dipendere. Ma forse è proprio la roba, il maggior peso per la chiesa, quello che le impedisce di trovare un ruolo che le faccia dire sempre ad alta voce che difende la vita conclamata, i deboli, i depredati, il lavoro, la dignità, l’eguaglianza delle esistenze. Per un’istituzione che ha problemi di tempo, anche la pedofilia verrà rimossa, dimenticata, le ferite sanate, in chi non le ha ricevute. Le parole del Papa, che non ripetevano il guai a voi senza scampo del vangelo, erano comunque più forti di quelle del cardinale, nell’indicare il discrimine della scelta: risponderete a Dio e ai tribunali di ciò che avete fatto.

Quando il cavaliere si è complimentato col Papa, chissà di cosa parlava: quel che pensa dei tribunali lo sappiamo, ma  con dio non è ben chiaro il rapporto. E chissà qual’è la graduatoria del Papa, quando pensa ai peccati che non si possono perdonare ai politici.

Cambierà poco, ma tacere, quando non si vuol dire tutto, è sempre una buona scelta.

un buon inizio

 

 

” Un buon inizio, ho bisogno di parole che s’incastrino e spingano avanti con forza propria.” 

Una mattina fangosa, con la pioggia che non trascina la polvere, solo infastidisce il traffico. Guardo i fiori nuovi ai lati del canali, sono già sporchi e rassegnati.  Penso tra me e ascolto rai tre. Bello come slogan. Un invito al pensiero singolo temperato. Al rumore di fondo intelligente. Anche i colori sono rumori di fondo, le altre macchine sono rumore di fondo. Queste scatole di latta sonora sono una tana, basta aver tempo, stare acquattati, parlare tra sè e canticchiare se nasce un entusiasmo. A quest’ora non c’è battaglia e il pensiero fluisce come sangue quieto, sciacqua il cervello in sinusoidi successive. E’ come scivolare nel sonno, con una stanchezza senza angustie che prende le braccia ed avvolge suadente; una stanchezza al limitare della coscienza.

 ” Un buon inizio che serpeggi di suo. Lo sai che significa scrivere quelle frasi perfette e morte, gittate regolari che impattano senza rumore: tutto vuoto.  Mi serve un inizio che sia un cane giovane, senza educazione. Come Poldo, che ti portava dappertutto, così pieno di vita che gli perdonavi quando si impuntava con il culo e le zampe piantate per terra perchè non voleva entrare od uscire. Era bello Poldo, un cane senza secondi fini. In quel tempo facevano un film di Truffaut: il ragazzo selvaggio, lui ne fu il beneficiario.”

Sul ponte si affiancano ciclisti, uno ascolta ed assente alla radio: la rassegna dei giornali ha sempre estimatori. La colonna sonora di oggi prevede Kleiber con la quarta di Brahms, e Strauss, con Jessye Norman che canta Frühling, in mezzo un po’ di cantautori, Capossela, Fossati, De Gregori, i Modena, Dylan, Donovan, Fogerty e via andare. Provo un misto di pena e di soddisfazione, per gli anni in cui ho sentito queste canzoni e per l’idea che la vita sia stata vissuta. Questo lo pensavo anche allora, come se la vita fosse normale ed epica assieme e questa sensazione non svanisse.

“Mi occorre un buon inizio, una rasoiata che apra il grigio dell’abitudine, ma non sia un pretesto.”

Guardo nelle altre auto, immagino vite, vedo donne che si truccano, uomini con le dita nel naso che guardano nel vuoto, bambini imbragati in trasferimento. Tutti o quasi telefonano. Stamattina ho lasciato scorrere via tre telefonate, con un misto di soddisfazione sensuale: una coccola per me.  Tutti poi diranno la stessa cosa: non mi piace la tua segreteria, ti ho chiamato e non hai risposto, adesso ti ripeto. Dirò la verità: non avevo voglia di sentire, non ho voglia, ma adesso lo faccio perchè mi pagano. A quest’ora mi piace lasciare che il pensiero si allunghi come un gatto, intuire cosa passa per la teste della macchina accanto, ripetermi che le urgenze non ci sono.

Stamattina i fiori stavano bene spruzzati dal fango. Tra l’erba alcune carte sbiadivano alla pioggia e poco più in là si vedeva un orologio dal cinturino spezzato. Oltre il ponte il lampeggiante blù indicava un interesse collettivo.

Ma non era il mio.

 

Tempus transit gelidum

 

Peculiarità della giovinezza è la reversibilità delle scelte. Tutto sembra definitivo, ma in realtà nulla lo è, perchè tutto è possibile. Per questo in quell’età biologico/mentale, si annidano le scelte, le speranze, la voglia di fare senza costrizioni, la libertà d’essere.

Ecco, giovinezza è libertà d’ essere e chi, per un qualsiasi motivo non l’ha vissuta, ne sente la mancanza e la cerca tutta la vita, altrove.

Non nel posto dove si trova, e cioè noi stessi, ma altrove.

p.s.
Tempus transit gelidum (Carmina Burana)

Tempus transit gelidum,
mundus renovatur,
verque redit floridum,
forma rebus datur.
avis modulatur,
modulans letatur
lucidior
et lenior
aer iam serenatur;
iam florea,
iam frondea
silva comis densatur. Ludunt super gramina
virgines decore,
quarum nova carmina
dulci sonant ore.
annuunt favore
volucres canore,
favet et odore
tellus picta flore.
cor igitur
et cingitur
et tangitur amore,
virginibus
et avibus
strepentibus sonore.

Tendit modo retia
puer pharetratus;
cui deorum cuna
prebet famulatus,
cuius dominatus
nimium est latus,
per hunc triumphatus
sum et sauciatus:
pugnaveram
et fueram
in primis reluctatus,
sed iterum
per puerum
sum Veneri prostratus. Unam, huius vulnere
saucius, amavi,
quam sub firmo federe
michi copulavi.
fidem, quam iuravi,
numquam violavi;
rei tam suavi
totum me dicavi.
quam dulcia
sunt basia
puelle! iam gustavi:
nec cinnamum
et balsamum
esset tam dulce favi!