permissivo

D’un rigoroso rigore vedo cospargere amicizie, incontri, possibilità. Anche il tempo del Campari non sfugge alle violenze di stagione: non parli ammodo, hai la testa altrove, non dici nulla di te.  E’ pur sempre vero che di stagione si tratta, quando dopo le unghie si morde la carne. In questi tempi poco magri, sentire è un eccesso, credere una vacua follia di seta, agire un optional da pagare a giusto prezzo. Tra odori di stoffe, rifiuto il pret a porter e scelgo il rigore a maglie larghe, fatto di principi solidi e senza sbarre che imprigionino la mente.

Esulare permissivo, che accoglie il pensiero  rappreso. Accarezzo con l’unghia, una scia di sangue grigio, complimentando il buon indice di coagulazione. Basta non prendersi troppo sul serio e poi in certe notti si guarisce.

E non era scontato.

 

potrei

 

 

Potrei cambiare, potrei smettere. Ovvero, farlo in altro modo, rivolgendomi all’aria perché resti qualche pozza piccola d’assenza. 

Questa consapevolezza mi acquieta e come un gatto in pace, rimetto in armonia la coda.

 

 

 

 

l’erba, la sera s’addormenta

L’erba, la sera, s’addormenta,

assieme al vento che accarezza la laguna.

E’ borin, han detto dalla riva,

bora gentile, da cenar frittura,

fuori, con la notte attorno.

C’è appena un corso d’onda,

con uno scrollar di chiglia il pensiero s’ è disteso.

Che attendo?

Nulla,

anche i punti di domanda sbiadiscono,

gli esclamativi non li ho mai avuti,

forse vorrei un punto e virgola,

per te, per me,

senza aggettivi, in una sera povera di parole,

seduti in riva all’acqua,

a sfiorare l’aura,

e il pane fragrante di te,

poi nel vento, addormentarsi,

assieme all’erba di stasera.

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processo breve: le domande di La Palice

Perché chi vuole il processo breve continua a non presentarsi davanti ai giudici, allunga i processi usando tutto il codice di procedura, costruisce leggi che fanno rifare i processi?

Se ci fosse una risposta onesta a questa domanda, allora tra un processo in cui per avere giustizia bisogna aspettare 20 anni ed uno che in tre anni dice chi ha ragione, non avrei dubbi sulla scelta.

dizionario personale …

C’è qualcosa che non ha nome nel mio dizionario, ed è quel sentire impalpabile e poco definito che sta tra il desiderio e la libertà. Nel mio orizzonte di maschio occidentale, con una parte importante della vita vissuta, si materializza, magari il tardo pomeriggio di agosto, col mare davanti, le poche persone sulla spiaggia libera. E’ il desiderio/ponte tra ciò che è stato e ciò che può essere. Potrei cercare di definirlo attraverso la negazione, ma sarebbe fargli un torto perché non è una nostalgia, una saudade, è la percezione di aver vissuto e di poter vivere.

A quell’ora il sole già trattiene il fiato, non è autunno, però l’estate è passata. L’estate degli adulti finisce alla fine di luglio, poi è attesa e rinnovo, ma resta il piacere del mare, dell’aria tiepida, oltre il vincolo assurdo delle stagioni. Sulla riva ci sono coppie giovani o meno giovani, sono affettuose, praticano l’antidoto alla solitudine, cioè la speranza di vivere con possibilità ed interesse. Ma soprattutto sono espressioni della libertà di poter essere. Sugli altri si possono proiettare le pienezze che ci si è negati, se non si indulge nella scorciatoia del cinismo, si può anche pensare che i gesti siano nuovi e le diverse abitudini siano libertà anziché vincoli autoimposti.

L’idea della vita libera e civile, l’accumulare di esperienze passando di passione in passione, come se davvero fosse possibile vivere senza abitudini, senza tempi interiezione che servono a prendere il fiato. Una corsa senza fine nel mutamento assunto a valore consapevole. Si pensa a queste cose impossibili da vivere davvero, quando ci sono affetti, certezze che sorreggono. E’ come lanciarsi da un trampolino sapendo che c’è acqua a sufficienza e la riva esiste. Non sono i sentimenti dei naufraghi, questi. Anche nella corsa serve ciò che sorregge, altrimenti ci si sbilancia in avanti sino a cadere nella polvere della propria velocità.

Sentire la libertà e il desiderio di vivere frammisti, non la fuga dalla solitudine dell’esserci e dal ricordo di ciò che non è stato. E non riuscire a dare un nome a tutto ciò, che pur positivo è inquietudine che non fa star fermi. Tutti abbiamo un giardino amato, ed è quello che abbiamo creato, con fatica leggera, ché la fatica buona non si sente nel momento in cui la si compie, è il giardino di cui ci rendiamo conto a partire da quella che è la più bella parte della vita e che inizia a 40 anni per finire quando decidiamo.

Nell’orizzonte di questo giardino, immagino questa cosa senza nome che è desiderio senz’ansia e la libertà di essere e di poter essere nell’orizzonte prescelto. Non d’ essere di qualcuno per non essere soli.


supponenza

– Ma tu dubbi, non ne hai mai?

Sempre e sempre di più. Le certezze sono inquiete, ho delle opinioni, le esprimo con speranza su chi ascolta. E il confronto mi acquieta. Magari per poco; fino al prossimo dubbio.

ci sono capitani e capitani…

Ci sono capitani e capitani. Quelli di lago che ostentano divise ed alamari, quelli di vaporetto, rintanati su di un ponte che guarda la laguna, quelli di peschereccio d’alto mare in cerca di pesci per tutta la vita e quelli di transatlantico che sanno ballare e bere champagne. Ci sono navi piccole che sembrano gusci per giocare e navi così grandi che il capitano vero è un computer. Tutti comandano, quasi sempre sanno quel che dovranno fare e intanto navigano.

Persi tra piccoli impicci da stomaci pieni, da occidente lamentoso, le vite vengono condotte tra abitudini-portolano: oggi si lavora, domani è vacanza, qualcuno porterà i bimbi a scuola, qualcun altro penserà alle prossime vacanze. Il tutto tra amori che dipingono il loro orizzonte sulla parete della camera da letto, sulla finestra anonima che guarda un cortile, sulle domande che esigono assoluti. E quell’orizzonte dentro? Quello fatto di sensazioni che non se ne vanno, dell’annusare l’aria che conserva un leggero sentire di te. Non è un orizzonte in cui lo sguardo si perde questa sensazione priva d’abitudine?

Capitani, abitudini e tempeste, questa sembra la vita. Quella che ti stanca la mattina, che sposta la sera oltre il dicibile permesso, quella che ti dice: getta l’ancora dei fatti, riposa, ripartirai domattina. Nulla è più menzognero dei fatti. I fatti non sono un’ancora, sono una sirena che getta la nave contro gli scogli. E al capitano bisognerebbe chiedere che soddisfazione ci sarà nel naufragare in un vero così freddo da non aver mai avuto alcuna passione.

oleggi

Questo silenzio è tumulto sanguinoso, allegro solo a tratti, come le guerre dei bambini. Dentro bolle tra concetti densi, brezze trasversali di significati, leggiadrie che s’appendono ad un picciolo di foglia.

E tutto tacitato prima della gola.

Costruire tra il clangore, silenzi dalle rive solide, nutrirli di sicurezza per farli scorrere tranquilli. Fino all’autunno ed alla furia quieta che smotta e dilaga oltre ogni argine pensato. Silenzi accompagnati col gesto amico della mano, un’assenza dinamica che olezzi sulle stagioni. Silenzi da far scendere prima d’ un bacio tra la nebbia. L’autunno avrà il rito del profumo di castagna, del tepore solitario che spinge l’ alito sul vetro, dei muti simboli con cui scrivere di te. Che poi è di me, di queste parole rattenute, d’ una polvere di ciprea, d’ un fumo di troppo oltre il sonno.

E’ tempo di nuotare nei significati, darli con parsimonia montanara, ma lasciare l’uscio aperto con la lama di luce accesa.

Nel flusso di quest’aria troppo calda, oleggi e non cercarti dove non ti troverai.


ehi, dico a te

Le istituzioni sono il nostro patrimonio comune, i partiti si possono mutare, disfare, rigettare, ma le istituzioni ci appartengono.

Ehi, dico a te, che non ti interessi di politica, che tanto tutto è eguale. Pensaci.

Non mi interessa per chi voti, e neppure se lo fai sempre. Certo mi piacerebbe che fossi dalla parte mia, ma tu che non hai parte, oggi sei più importante che mai.

M’hanno cos’è oggi la Patria. Credo di saperlo quando parlo, quando mi muovo per il mondo, quando sono distante. Oggi faccio fatica a riconoscermi qui, ma ciò che fa di questo posto, il mio Paese, sono le regole, le istituzioni, il fatto che almeno il quadro condiviso, non cambi. Ma se mancassero queste certezze, il mio Paese non ci sarebbe più, e sarebbe una tragedia, per me e per te che non ci pensi. Non avrei più un posto dove tornare e anche tu che dici che sono tutti uguali dopo un po’ diventeresti insofferente. Insofferente di essere meno eguale di altri, di non sapere se domani ci sarà ancora quella certezza che hai oggi. Ti sentiresti nelle mani di un potere senza regole che lo bilanciano e limitano.

E’ strano per me parlare così, ho lottato un tempo per cambiare le istituzioni, perchè ci fosse più giustizia ed eguaglianza, più potere al popolo, più democrazia e trasparenza. I benpensanti non mi piacevano e tenevo molto alla mia parte politica, pensavo avesse ragione, magari con qualche dubbio concreto. Ma con i benpensanti condividevo la certezza che i poteri sarebbero rimasti in equilibrio, che l’avversario non avrebbe demolito la casa in cui stavamo tutti, che per fare il nuovo ci sarebbe stato bisogno del suo consenso e a lui del mio. Per questo chi avversavo era avversario e non nemico. Oggi non è più così tranquillo che si pensi che le regole vanno mutate assieme, che chi governa potrà fare la sua politica, ma che potrà essere cambiato se non fa quello che aveva promesso. La costituzione, il parlamento, il presidente della Repubblica e la corte Costituzionale sono servite a questo, per tenere assieme l’Italia e farla crescere, per dire che si può cambiare, ma la casa resterà.

Prova a pensarci quando ti vien da dire che tutto è eguale, dopo non sarà vero.

pomerania

 

E’ bionda come solo i popoli del nord-est sanno esserlo, i polacchi e i russi in particolare. Ha una coroncina di fiori in testa, intorno le autorità, nel corteo verso la chiesa. La banda suona durante la messa, e davanti all’altare, addobbato con fasci di spighe, ci sono i dolci, il pane, i fiori, le messi da benedire. E lei. Riti arcaici, inglobati nel cristianesimo, rimasti oltre ai popoli, quasi prescindessero dall’uomo. Perché sarebbe così, e lo sappiamo, le estati avrebbero comunque colori, fiori e frutti, anche senza i nostri occhi. Forse questo riconoscono le biologie sociali dei riti arcaici, che le religioni rispettano e li sentono precederle nel rispondere ai bisogni ancestrali dell’uomo: il cibo, la riproduzione, l’amore, la prosperità, la continuità del ciclo del tempo che non deve finire. Avere tempo, come continuità superiore e connessa alla vita di ognuno ed il ripetersi delle stagioni, delle attese positive, è questa continuità proiettata oltre il giorno. Qui si sono alternati i tedeschi, i polacchi, i danesi, gli svedesi, di nuovo i tedeschi e i polacchi. Nessuno di loro sapeva bene chi era davvero, le famiglie si mescolavano, il biondo dei capelli screziava e il bianco della pelle scuriva. Neppure i nazisti erano ben sicuri delle ascendenze e, se potevano, sorvolavano. E i riti, più forti delle stragi, venivano ripetuti: le messi, i pesci, il pane, i fiori. Tutto benedetto ed asperso e condiviso con  la donna giovane a testimoniare il rito di fecondità.

Anche il nome di queste terre evoca suoni antichi: Pomerania. Il Baltico, le foreste immense, l’Oder, la sabbia grossa, le lagune, la pioggia a folate ed il sole a seguire. Qui gli uomini baciano la mano alle donne e stringono forte quella dei maschi. I ragazzi si ammucchiano negli angoli delle feste, tra birra, zuppe di patate e pesce affumicato. Il sindaco del paese, in maglietta sotto la pioggia, serve in tavola, balla, canta e ride tra la gente, non c’è potere, la  prosperità è di tutti.

Nowe Warpno, Dobra, Police, il fiume, la foresta che entra in città, arrivare a Stettino. Il suono italiano della parola fa ritornare ai libri di storia, al rumore degli stivali chiodati, al fumo delle navi e della pece. Il nome polacco è uno scioglilingua, ma venendo dalla Germania, come d’incanto, la frenesia d’occidente si attenua, i parchi sono pieni di mamme giovani e coppie di ragazzi, è come se l’europa avesse rallentato e pensasse a quanto sta accadendo, al senso della corsa. I caffè sono pieni di parole, di gesti senza fretta. Tra poco il sole accorcerà il tramonto e le notti saranno più fredde e luminose. Appena fuori la foresta è immane, perdersi sarebbe letale e pur ad un passo da un media center, ci si accorge che si è smarrita la gestione dei pericoli, e che non erano tali, in evi ancora vicini. Da qui si può tornare a Berlino, a Lubecca, a Vilnius, a Varsavia oppure mettere la prua al Baltico. Un bolognese, a Dobra, m’ha detto: son venuto qui, seguendo una donna. L’ho pure sposata. Si può andare, restare. Io sono rimasto. Dipende dall’inquietudine. E l’ha detto con quella cadenza emiliana che un polacco non potrà mai capire, ma che si sentiva, aveva tolto la nostalgia.