pioggia

Questa pioggia sa di sabbia, di alghe morte altrove,

neppure la consolazione di bagnarsi nello stesso mare,

in giorni di traverso, preferisco bora

e pioggia sporca di novembre

e lenzuola calde e stropicciate

e i pensieri che si stampano come bave sul cuscino.

Ozio d’estate e d’autunno, collegati

allargo le braccia per farci stare il mondo,

torna un ponte esile di garfagnana,

castagni e sabbia, tutto assieme,

anche tu ci balli con me.

 

l’illusione

L’illusione era che bastasse perizia e tenacia per condurre diversamente le persone e le cose. La perizia sarebbe venuta col tempo: una sovrapposizione di errori e successi bilanciatisi l’un l’altro e poi stratificati in conoscenza. La tenacia era una qualità ricevuta, che a volte doveva essere governata per non diventare caparbietà, ma c’era, ed era unita alla pazienza, ai pensieri veloci e trasversali. Tutto questo doveva rappresentare la novità rispetto a quei modelli verticali, così naturali per gli altri. La trinità cooperante con il capo che indica gli obbiettivi, l’organizzazione che li rende possibili attraverso la specializzazione dei compiti e il loro coordinamento, l’amministrazione che fornisce quanto necessario al successo.  Come nell’esercito: comandante, truppa e salmerie, tutto verticale: ordini, nessuna obiezione, assalto, risultato. Non poteva essere solo così, doveva esistere una via orizzontale che portasse senso al lavoro, condivisione, obbiettivi comuni, dove le responsabilità erano divise, ma condivise. Una applicazione pratica del socialismo, insomma, e vien da ridere a pensarci, perché il fine comune non giustifica, non tiene assieme se non nei momenti alti della vita delle persone, per cui è impossibile prescindere dall’individuo ed è presunzione pensare che basti un fine alto per muovere ingegno, cuore, braccia. Se ciò che venne pensato allora, nella pratica non trova luogo, si deve concludere che le premesse o la loro attuazione erano errate, che il sentire non può essere confuso con le regole della realtà, che il risultato, oltre quello economico, magari positivo, è uno solo: il fallimento dell’idea. Non è una tragedia, ci si ferma, si cerca di capire e poi si riparte. Funziona dappertutto, a cominciare dai sentimenti. In fondo siamo animali ciclici, ripetiamo in altro modo le speranze, soccorre l’istinto vitale che ci vuole non solo vivi, ma felici. E cosa c’è di più identificabile con la felicità della coincidenza tra attesa e realtà? Si comincia e ogni volta è fatica, ma fermarsi sarebbe un tradimento di sé, non c’è alternativa. Prima si raccolgono i pensieri poi si riparte verso il prossimo errore: l’illusione è che ci sia fine all’asintoto. 

flying hollander

Scrivo portolani che dovrebbero evitare scogli ed uragani.

Ma non ho più marinai che pensino alle vele, un mozzo sulla coffa a traguardare l’orizzonte.

Solo?

Mi faccio compagnia col giorno, al timone annuso terra e profumo d’ agrumi  mescolati al salso.

Gioco a dadi di notte,

quando amo la libertà del vento che corteggia il mio orifiamma.

Perché mai solo, se volo?

voi che sapete

Voi che sapete e così guardate in fretta.

Voi che non capite, ed invece credete, presumendo più del lecito.

Voi che mi seguite come fossi un cane bizzarro senza ferocia e vi sbagliate.

Voi che non vedete che riempirmi è fatica.

Voi che vi accontentate perché tanto non si può far nulla.

Voi, proprio voi, che scuotete la testa: mi state un po’ sul cazzo.

la birreria

In estate  in città, la sera si andava in birreria. Anche per noi bambini, c’era un sorso di birra con l’anice e la spuma nera con pevarini o i zaeti. Biscotti al pepe i primi, con farina di granturco, pinoli e uvetta, i secondi. Un biscotto, non un vassoio!

La birreria era vicino al palazzo di Ezzelino il balbo, in pieno medioevo cittadino. Al centro c’era un banco quadrato di marmo e poggiapiedi d’ottone. Salendo sul poggiapiedi si potevano mettere i gomiti sul freddo del marmo tra i laghetti di birra spanta. Ed immergersi tra le spine lucenti, i grossi bicchieri col manico, la schiuma, i barili di legno e l’odore dolciastro/amaro dell’orzo e del luppolo. Uno spettacolo di odori, tatto e gusto per tutti cinque i sensi.

Mia nonna chiaccherava con le amiche, noi giocavamo sulle piazze. Secoli di storia ci guardavano mentre noi ignari, li adoperavamo con gessetti poco rispettosi. A settembre, con la macchina del nonno, saremmo andati a Pedavena, alla birreria. Sarebbe stata una giornata da ricordare fino alla primavera successiva. Appena arrivati, i grandi cercavano posto  all’ombra, sui grandi tavoli di pino, poi salsicce e salumi, spezzatini e patate, in quella cucina austro ungarica che i più vecchi consideravano parte dell’identità, mentre ridevano, commentando il secolo che correva. Noi piccoletti, curiosi dei daini in gabbia, delle montagne incombenti, del verde assoluto del parco, avremmo sciamato in una corsa senza fine.

Ovvero una fine ci sarebbe stata, verso le quattro con pane e soppressa, poi ancora due ore di gioco prima del ritorno e il sorso di birra e anice.

Quando l’ho chiesta l’ultima volta, il barista cinese non capiva, poi dal retro è venuto un mio coetaneo, che m’ha guardato, dicendo: la bevo anch’io, era trent’anni che non la sentivo chiedere.

 

amori e sconfitte

Amo molto le mie sconfitte, mi hanno scaldato il cuore senza calcolo e sono state fedeli compagne. Come potrei non amare le cause perse, le intempestività, le intuizioni senza esercito, il dubbio prima della vittoria, la presunzione d’essere dalla parte giusta. Le vittorie, invece, spesso m’hanno tradito, lasciando spazio al vuoto e all’adulazione. E comunque non sono durate.

impellenze

Sulla scala, tra il secondo e il terzo piano, una bustina vuota di Durex giace da quattro giorni. Puliscono poco, ma in questo caso il disservizio ha migliorato l’umore estivo degli arrampicatori. Sarà stata un’urgenza senza scampo, una voglia da pianerottolo? E dov’è avvenuto, contro il muro o la finestra? Vengono scartate le location più hard, troppo scomode. Più dolore che gusto, però la fantasia corre.

Intrigante, ha detto una mia collega. Una parola che non m’è mai piaciuta, ma stavolta era appropriata perché l’ intrigo è in atto, con tanto di tracce in evidenza. Il pollicino che semina durex cerca almeno la  pruderie. Di certo ribolle in qualche piano, magari accanto al mio. Oppure tra i colleghi, questa non è cosa da fornitori, quelli usano l’ascensore.

Scruto occhi, divertito, cercando sui visi, tracce d’impellenza e di passione, ma vedo solo noia ed attesa della chiusura per ferie. Non qui, la storia continua. O almeno lo spero, l’allegria dei sensi, fa bene a tutti.

 

 

sauro

Ascolto la forza primordiale ed assoluta del sauro che abita in noi, con le sue poche certezze e nessun dubbio. Lui che usa la forza cieca della libertà, come quei bulli di quartiere che in qualche modo devono pur risolvere la discussione che s’accende con la ragione. Il sauro apprende con fatica, vive nell’essenza archetipica, l’intelligenza, per lui, dev’essere in grado di piegare l’acciaio delle situazioni oppure è scusa per non essere.

Spesso vogliono coercire il sauro, imbavagliarlo nei luoghi comuni, rimasticature sociali di regole senza sbocco d’essere. E lui si dibatte per la libertà di esistere, fedele a quell’evoluzione dell’archetipo semplice che ragiona col desiderio, la pulsione e l’intelligenza del flow chart. Cerca di praticare nei fatti ciò che fuori si racconta come alto ed universale, ma poi si confina nella consuetudine, nella noia.

E il sauro è caparbio. Quando è sconfitto, si dibatte e riprova.

le transumanze vegetali

Mentre tutto fuori ingialliva, l’aspidistra e le sorelle, non paghe d’un loro verde madido ed arrogante, proprio loro, si dovevano spostare. Dentro, fuori, ancora dentro, inseguendo l’ombra e le stagioni, l’acqua della pioggia e il mezzo sole.

Aiutavo mia madre trascinando vasi e vasche verso luoghi che avrebbero consentito alla vita di proseguire, di doppiare l’estate veleggiando trionfalmente nell’autunno. Poi il cammino si sarebbe invertito, con transumanze vegetali, per piante in vaso senza ambizioni eccessive. Come i canarini, anch’essi di giorno all’esterno, nella gabbia, ché della libertà non avrebbero saputo che farne e già al principio della notte, finivano al bujo per impedirgli di cantare. Dormire e cantare, come lavorare ed andare in vacanza. Non avevano bisogno d’ una vita nuova, di una libertà poco cercata e così piena di paure.

Le vite che avevo attorno, erano come quelle piante: si spostavano tra interno ed esterno, seguendo le stagioni. E tutto per conservare una vita già avvizzita nelle abitudini, senza crescita,  inesorabilmente spenta nei discorsi ripetuti.

Ma io potevo muovermi, restare in città d’estate, nuotare nel fiume, leggere, parlare e fumare di notte. La fatica dello spostarsi dalla transumanza dell’abitudine si sarebbe mutata nel brivido dello sconosciuto, del nuovo.

Iniziava allora, la vita da scegliere: dentro, fuori, mai immobile, finalmente libera dalle stagioni.

letture

lettura per la calura

Aderisco all’invito di http://sogniebisogni.ilcannocchiale.it   sulle letture della mia estate. Per i motivi più profondi, a chiudere domande e ragionamenti accantono: ne parleremo. Ora l’estate esige il raccogliersi tra sonno e frinire di cicale, sere utili all’ozio, amico vituperato e amorevole.

Rileggo Guido Morselli: Il comunista.

Potrei puntare su altro di  questo autore amato, ma Tereza mi ha trascinato senza sapere verso questo ricordo di lettura giovanile così vivido. Ve lo consiglio Morselli. Tutto.

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Accanto metto il piluccare in ” Amore” di Kallifatidis, edito da Crocetti. Lo sto leggendo e rileggendo: se mi hanno riconosciuto in quelle righe, qualche motivo ci sarà pure.

AMORE 

Poi  di Anilda Ibrahimi: Rosso come una sposa. Una scrittrice albanese, regalatami per la scrittura limpida e contro il mio smodato uso di subordinate. Ho sommessamente ribattuto che ho amato ed amo, Gadda, che i miei pensieri sono semplicemente contorti,  ma leggere un italiano depurato e rigoroso mi farà bene.

 

Infine della poesia da tasca, tanto per ricordarmi che il diletto e il genio non sono la stessa cosa: Sandro Penna con le Poesie, edite da Garzanti.