ri comporre

Ricomporre, ripeto la parola ad alta voce, ascolto il significato e il suono che è già legante. La sento come il mastice che rovescia la sindrome di Pandora.

Quanto è stato mobilitato in noi, per rompere un vaso stretto al suo contenuto e quanti equilibri sono, inopinatamente, finiti nella fornace dell’esperienza?

Ricomporre è la conquista dell’interezza, non di un’età dell’oro mai esistita, ma il rimettere assieme i pezzi che erano stati dispersi, ceduti ad altri, dimenticati. 

Ricomporre. Vedo un tavolo, di quelli da lavoro. Solido, grande, ed affidabile, allineo i pezzi che man mano si ritrovano e cominciano a dare idea dell’insieme.

C’è una sensazione bella, molto interiore: prendere in mano, saggiare gli incastri, sentire la solidità del combaciare, chiedersi dove sia finito quello che manca e ricordare. C’è una fisicità nel ricomporre interiore, il senso ulteriore che glorifica tutti gli altri sensi, che accarezza con i palmi le rotondità ritrovate e quelle nuove che si sono formate con l’esperienza.

Ricomporre l’esperienza ritrovandone la dolcezza del senso. Non velocità e consumo, ma essere di più, provare con la libertà della lentezza, la gioia della leggerezza.

Non manca nulla e il lavoro procede, qui un pensiero, lì un ricordo, qua un desiderio, ancora una pulsione che aveva spinto ad essere, fare, osare e che ora diventa legante per altro.

Ricomporre come opera alchemica che oltrepassa il tangibile e modifica chi la compie.

Ricomporre  per arare, seminare, e raccogliere con rispetto, equilibrio, gioia d’essere che si prolunga.

acquisterò dei btp: ovvero parole in libertà

Consideri attentamente, quanta parte dei suoi fallimenti è in realtà voluta?  E quanto, lei ha agito per fallire?”

All’aria c’è lo spread con i Bund tedeschi, in ufficio c’è lo spread, a casa lo spread emerge da tv, computer, radio. Sembra che questo annulli tutto, non ho più idea di cosa accade nel mondo, anche l’alluvione in Toscana e Liguria sembra una notizia marginale. Ossia, conosco abbastanza di ciò che accade, ma come molti argomenti in questi giorni, dura poco nell’attenzione. Siamo soverchiati dalle notizie sull’economia, tanto che anche Berlusconi e la sua incapacità di gestire la crisi, passa in second’ordine. Come nel passaparola durante le situazioni ingovernabili, sembra esistano scorciatoie, ci si affida a Napolitano, si aspetta un segnale. In fondo questo è sempre stato il sogno dei cittadini: che gli risolvessero i problemi, visto che i politici vengono pagati per quello, e che li lasciassero in pace. Ma le scorciatoie non esistono, esistono i problemi, la loro genesi ed evoluzione, le soluzioni. Sul terzo punto si accentrano le attenzioni, gli altri vengono derubricati per tempi migliori, adesso, si dice e si pensa, non c’è tempo per riflettere e capire, bisogna agire. Questo fa percorrere vie sommarie, viene annunciato che comunque le soluzioni faranno male, arriveranno bastonate. Dovrei essere tranquillo, contento? Comunque, pagheranno molto i soliti, i tartassati dalla vita e dalle opportunità. Gli altri si lamenteranno molto, ma una parte dell’utile vitale (perché c’è un vitale che non dipende dalla sussistenza, ma dal bisogno e questo è diverso per tutti. I ricchi hanno più bisogni! O almeno così gli sembra…) sarà stato, nel frattempo, messo al sicuro. Ma io vorrei rifiutare i luoghi comuni, il fatto che usino parole d’altri, terribili tempi, le lacrime e il sangue dei bombardamenti su Londra. Non voglio, in aggiunta, alle difficoltà, la tirannia, la distrazione dalla realtà, che è ben più complessa dell’andamento della borsa. Capisco che mi vogliono anestetizzare con ciò che non posso risolvere, e i problemi di più basso livello vengono cancellati e sono questi che mi frullano per il capo e mi disturbano, perché oltre al denaro mi viene tolta la possibilità di vivere la mia vita. La vita comprende quella degli altri, interessarsi di sé e del mondo, provare emozioni. Ecco, mi stanno togliendo le emozioni. Dopo la solidarietà sparirà la capacità di esserci, di com patire. Mi disturba il fatto che Berlusconi lo mandi a casa un tycoon della finanza che non è migliore di lui, mi disturba che non siano i cittadini a farlo, mi disturba che chi lo vota non abbia capito che la sua guida dell’Italia è inadeguata, e non solo adesso che c’è tempesta, ma anche prima quando sembrava vivessimo nel migliore dei mondi possibili. Con le emozioni, mi toglieranno la mia possibilità di felicità. Eh, sì, perché se sento, se non sono anestetizzato, accanto al malessere esiste la felicità, magari per poco, ma esiste.

Una domanda secca: quanto siamo felici? e perché non lo siamo se è così? Ecco, torna l’idea che il fallimento non abbia solo protagonisti esterni. La felicità non è una categoria della politica, inopinatamente la costituzione americana l’ha inserita nella carta costituzionale, ma parlava di un’altra cosa. Parlava della felicità dei padri fondatori, della solida felicità liberale e borghese, fatta di abitudini, di appartenenza, di vite realizzate e vissute in stanze con le pareti foderate di quercia, parlava di religiosità forte, di domande con risposta, di certezze, di ruoli definiti, di principi intoccabili. Non parlava del casino in cui siamo adesso, della globalizzazione che muove posti di lavoro da una parte all’altra del mondo, di merci che durano poco, ma costano altrettanto poco e che si mangiano il pianeta invadendo le case. Non parlava della felicità attuale, del mondo in cui ci può essere libertà sessuale e persecuzione per il sesso, di sette miliardi di persone, degli schiavi veri od occulti, dello sfruttamento dei principi democratici per conculcare gli altri esseri umani, dei diritti individuali scritti e inapplicati. La felicità in questo mondo, è solo un fatto privato, non un diritto, avrà, quando capita, una dimensione domestica, si confronterà con il quotidiano. Ma pur nella sua dimensione privata ha bisogno di individui consapevoli del proprio destino, di persone in grado di sentire. La crisi mi toglie il diritto individuale alla felicità, perché derubrica tutta la mia scala di valori, mi conduce verso la paura. Mi chiedo come essere felice al tempo dello spread, e capisco che ho solo la strada dell’analisi e della critica, che solo attraverso la consapevolezza mi libero e posso governarmi. Se non sono governato a livello nazionale, almeno posso puntare sul governo di me, delle cose che sono importanti e rifiutare la dittatura della disinformazione su ciò che accade davvero. 

Acquisterò dei btp, quel poco che posso, perché penso che se gli italiani si comprassero il debito nazionale già ci sarebbe un passo avanti, dimostrerebbero fiducia su se stessi, ed eviterebbero di farsi togliere soldi a fondo perduto, conserverebbero il patrimonio di tutti, ora in gran parte di proprietà straniera attraverso il debito. Uno stato proprietà dei suoi abitanti, mi pare così rivoluzionario in questi tempi in cui è la finanza a possedere il mondo che forse  ricomincerei a pensare a quello che mi accade attorno, finalmente libero dallo spread.

il provinciale

L’aria dell’autunno è ancora dolce. Stasera s’ infila sotto i portici della città semi vuota per il ponte. In piazza delle erbe, le bancarelle dei pakistani vendono frutta, verdura e sorrisi, ormai resistono solo loro alla fatica d’essere in piedi dalle 4 del mattino sino a notte. In piazza della frutta, i fumi delle castagne cotte, il profumo dei funghi, la frutta secca, le spezie. I bambini sono ancora affascinati dal volare delle faville quando si alza la grande padella dal fuoco. E per qualche attimo, il rito del passato, è meglio di un video gioco o un telefonino.

Quest’aria è così ricca di profumi, di colori accesi e sapori, che l’inverno sembra lontano. Sotto i portici del ghetto e del prato, ci sono ancora i bar con tavolini all’aperto pieni di ragazzi, e sul liston e tra le piazze si celebrano i riti vecchi e nuovi dello spritz, della vasca (ovvero del percorrere ininterrottamente il percorso dell’appuntamento serale), del parlare di tutto e di nulla fino a notte, con un bicchiere in mano. E’ bella la città in autunno, le prime nebbie velano il prato, ma basta alzare gli occhi e le stelle e la luna sono limpide. Ormai le nebbie dense della mia infanzia, sono un’eccezione; merito del riscaldamento delle case, dicono. Effettivamente dai colli, la città sembra avere un cuscino di calore sulla testa fatto di vapori e luci gialle: rimedi all’artrosi di una vecchietta accogliente, con qualche acciacco, ma con il fascino immutato di quando ci pareva giovane. Anche adesso riesce a stupirmi, a mostrarmi una strada mai percorsa, un giardino dentro un vicolo, il ricordo d’un fatto su una lapide che riporta a fasti antichi. Qui l’autunno dolce è di casa perché questa città ha questa stagione sulla pelle e nel cuore. Saprà agghindarsi di verde e fiori, a primavera, riempirsi di neve d’inverno, mostrando un temperamento nordico che non ha più negli occhi, arroventarsi d’estate e scacciarci verso il mare e i monti vicini, ma la sua stagione è l’autunno.

E’ in un bel posto per me, le altre città che amo sono vicine, qui tutto ciò che conta è vicino, tutto influisce, ma anche sta per suo conto, tutto a portata di auto e di giornata. In fondo non è un suo merito, ma gli antichi veneti hanno saputo sfruttar bene l’incrocio dei fiumi e delle strade.

La provincia ha il fascino del piccolo, del percorribile, degli eventi giornalieri, mai pochi, ma ancora importanti perché non soverchiati da troppi avvenimenti. Ho scoperto di essere un provinciale, probabilmente molto presto, quando ho pensato che questi erano i luoghi in cui tornare e ancora non avevo deciso di andare. E anche se vedo tutti i limiti di una città media, penso che i pregi li cancellino piano piano tutti e che il segno resti positivo. Insomma non me ne sono mai pentito d’essere in questi luoghi.

librerie

Quando entro in una casa, cerco d’essere poco invadente, ma ho un riflesso condizionato per cui, dopo l’attenzione a chi mi ospita, lo sguardo corre verso le librerie, e poi, più in dettaglio, sui libri. E’ quello che mi attrae di più dopo aver colto il gusto generale dei mobili e degli oggetti, e questi diventano un dato del mio cercare di capire le idee di chi possiede quello spazio, ma l’importante sono le librerie e i libri. 

Credo di farmi condizionare da questo, nel senso che l’ immaginazione corre, mi faccio delle idee sugli abitanti della casa, proprio a partire dalle sequenze e dai titoli, e dai luoghi che li ospitano. Non mi interessa che siano pochi o tanti libri, né la sontuosità o meno delle librerie, ma dove sono, chi li ha acquistati e perché. La mia casa è troppo zeppa di libri e confusa, per essere un termine di paragone, mi incuriosiscono invece i percorsi degli altri. Alcune collane ed editori, mi ben dispongono subito.  Mi piace il formato, il carattere, la carta, le scelte degli autori. Ho un antico amore per Einaudi e Adelphi, per Feltrinelli e Laterza, e poi altri, con alcuni piccoli editori bene in evidenza. Già vederli mi fa pensare bene. Spesso riconosco gli autori e in testa, ho traccia dei libri, per cui mi viene naturale chiedere, dimostrare la curiosità che realmente ho. Non di rado mi sbaglio sui percorsi che hanno portato ad acquistare un libro, o tenerlo dopo un regalo ed è un piacere sbagliarmi perché, dal racconto dell’ospite, apprendo motivazioni sulla ragione del leggere che non sono le mie. Trovare quanto c’è di comune e di differente nel scegliere libri, dice molto di noi. Noi siamo quello che leggiamo e se non leggiamo nulla, non è vero che non siamo nulla, anzi, ma siamo altro, apparteniamo alla, non piccola, schiera dei non lettori che vivono, amano, lavorano lo stesso. Però penso che chi legge abbia qualche circuito mentale diverso, che debba esercitare di più la capacità di immaginare e di essere altrove, e che tutto questo porti al relativo del conoscere più mondi coesistenti.

Ci sono persone che leggono moltissimo e non conservano libri. Le loro librerie sono essenziali, tengono solo ciò che non si può considerare letto mai appieno, a volte anche questo scompare in qualche furore sull’importanza dell’utile, dell’oggetto. Tanto ciò che è importante si ritrova, dicono.

Altri come me, considerano i libri un flusso, ne hanno molti più di quelli che riusciranno mai a leggere. In un flusso le particelle scorrono, non si preoccupano molto di preordinare, sanno che hanno una direzione. Per questo chi pensa ai libri come ad una componente del vivere ha librerie che si susseguono, e l’attenzione del disporre (non c’è un ordine apparente), è spesso geografico-mentale. La necessità e sapere, pressapoco, dov’è un libro per poterlo ritrovare, per approfittare della sua amicizia e sicurezza, perché ci ricordi il motivo che ci ha portato a sceglierlo. Il motivo è una possibilità, un dialogo che è iniziato ed è rimasto sospeso. Potrà continuare, continua a sollecitare anche senza leggerlo a fondo. Gli scaffali, sono librerie obese, solide ed essenziali perché devono contenere, spesso poco pretenziose. Ciò che ha portato a costruirle o ad acquistarle era il libro, non la stanza che doveva tenerle che diviene funzione della libreria e non il contrario. Del costruire librerie ho esperienza, credo comune a molti, ma questo è altra parte del rapporto con il libro, che quasi sempre si abbandona con il benessere economico riservando ad altri il compito di raffigurare i nostri pensieri e desideri di raccoglitori. Ne parlerò in altro momento di questa fase della vita, perché lavorare con il legno mi ha insegnato molto.

Spesso vedo case in cui le persone amano in maniera ordinata il conoscere, incasellano il sapere. Hanno studi solidi, sono specialisti, parlano con forza e competenza. I libri sorreggono il lavoro, sono una finestra e un legame con chi condivide gli interessi. Non importa quale sia la specializzazione, ma la curiosità è sempre limitata dall’utile, considerano molti libri un perditempo, il romanzo o la poesia diventano essi stessi funzionali alla passione principale. Hanno librerie forti di persone forti, che si alzano con sicurezza da poltrone in pelle e prendono il libro giusto. Cercano poco e poi il dito indica: vedi, è così! 

Ci sono case con un rapporto equilibrato con il libro, sanno vivere e lo frequentano per il piacere del contenuto, non eccedono, acquistano ciò che leggeranno, sanno che la vita è molto fuori del leggere. E il leggere in questi casi fa parte, non è il principale interesse, ma c’è, è importante tanto da trasmetterlo ai figli, da farne oggetto di discorso. Le librerie hanno il loro posto, non sono invadenti, ritrovano il ruolo di contenitore. Se guardo le scelte, vedo immediatamente l’interesse definito, che sia la narrativa dei momenti che si sono succeduti nella vita, oppure la poesia che suona bene, mi riporta ad una visione tranquilla del vivere, dove la curiosità è educata, contenuta.

Lascio perdere il libro e la libreria arredo, purtroppo dicono molto e subito. In questi casi cerco di capire oltre l’apparenza, se poi l’interesse non c’è è meglio parlare d’altro. 

Queste sono poche parole sulle mie idee del rapporto libri, librerie, persone e sul tema potrei scrivere un discreto – per pagine, non per contenuti- volume. Si avrebbe una mappa dei miei pregiudizi e storture, molto vicina alla realtà, ma ciò che mi interessa rappresentare qui, adesso, è il fascino che su di me esercita l’ordine nel tenere libri. Mi parla direttamente e devo dire che ancor più mi racconta e prende, il disordine e l’abbandono, la confidenza intima che emerge dall’abitudine, il rapporto automatico, non filtrato dall’apparire, della persona con il libro. E’ il mostrarsi impudico  che mi attrae, il prossimo leggere, l’ultima consultazione, la sottolineatura e l’equilibrio precario dei libri in attesa. Se poi apro un libro,ma per educazione, lo faccio poco in casa d’altri, la testa inizia ad immaginare e connettere ulteriormente. Qui mi fermo, non mi devo mostrare troppo curioso e scortese,  e torno a chi mi ospita.

Se c’è interesse reciproco, ci sarà tempo per parlarne. 

piccole felicità

Trieste ti prende le braccia, da dietro come in gioco di ragazzi, e ti taglia l’urgenza del fare. Ti prende il cuore, non ascolta le tante inutilità che vorresti dire, e ride, mentre risale alla testa e ti muta i programmi. In cambio t’investe di sole, di vento, di profumo di cipresso e di platano potato, di erba alla soglia del mare, di terra, di falesia, di sasso e ancora non finisce di stupirti. Solo i pesci guardano muti tanta profusione insensata che ancora non si ferma e posa.

Dal molo Audace si vede intera piazza Unità, un anfiteatro di palazzi che si fida del mare, che accoglie chi arriva. Dovrebbero attraccare qui le navi, come un tempo, ma non quei mostri multipiano che in ogni porto abbandonano in città, l’equivalente degli abitanti di un paese. No, dovrebbero attraccare  i piroscafi, le navi svelte di una volta, quelle piene di speranza, e non di noia, e fargli scendere piano i passeggeri per dare, intera, la sensazione del suolo che si ferma. Fargli sentire le gambe che hanno voglia di correre, e spingerli a lasciar liberi gli occhi, di scorrere sui marmi e sulle pietre della riva, perché ognuno abbia la sua personale meraviglia. E poi fare una corsa dal molo fino a piazza Unità, senza sentirsi ridicoli, ma felici del sole, di tanto essere uomini in sé, in questo luogo, che è qui e altrove. Come in ogni mare, perché senza essere pesci è il mare che ci unisce. 

Cammino. Lastricato, palazzi, tavolini e caffè all’aperto. Respiro. Cammino.

Respiro soprattutto, il savor di salso, di casa, di buono, di attesa, di pomeriggio, che si stende pigro e promette. Sul mare, tra la marittima e il molo, i canottieri vogano veloci e ridono di mille sfide.  Dall’altra parte, il porto vecchio. Sorgeranno nuovi quartieri, abitazioni, grandi negozi, una nuova città davanti al mare. Smonteranno e demoliranno tutto il possibile, ma speriamo lascino una gru di banchina, una di quelle alte, che finiscono in un becco e sembrano un grande uccello posato tra le navi. Se non per altro dovrebbero lasciarla per ricordare il lavoro, la testa dei costruttori di un tempo, il passo ondeggiante dei facchini, l’odore lontano della merce che arrivava.

Magari davvero la lasceranno davvero. Il sole illumina il porto, le fabbriche, le case, ma soprattutto il mare e il cuore si apre e mi commuovo. E penso alla libertà, al senso del tempo, a ciò che mi e’ stato dato e che spesso mi sembra un fardello. E improvvisamente sono felice di essere qui, in questo tempo.

l’esperienza delle nuvole

Per tre giorni, la nebbia l’ho colta sui tetti, stamattina era scesa sulla strada per Trieste. Sono sceso nel chiarore sfumato, con allegria, non è ancora tempo di paure ed infinite attese, e così è bello immergersi nella calugine bianca che, a tratti, veleggia così bassa da sembrare una continuazione del mare che immerge una barca e non un’auto.

Quando è così tenera e vicina a terra, spiace calpestarla ed avvolgerla nelle ruote. I primi momenti danno la soddisfazione dei bimbi nel pestare e battere forte i piedi, poi sembra di violare una nuvola. Si vorrebbe, allora, che le ruote, l’avvolgessero come fionda pronta a ributtarla in cielo, senza sfioccarla in piccoli pezzi che si sciolgono al calore dell’auto. Annuso queste nuvole di terra, caduti angeli senza futuro. Non più veleranno sole e cielo, non più respireranno venti, pronti al gioco e alla violenza, non scateneranno furie di fulmini e pioggia, non più. Consegnate alla terra e a me che fendo questa calugine bianca, e non occlude la vista e mostra verde sconfinato e gialle punte di pioppo, già al sole. Tutto appena sfuocato, appena misterioso. Non è ancora minacciosa, adesso è amica, come nelle strade di città quando, più densa, avvolge le mani degli amanti, le bocche e, curiosa, spinge i rossori verso nuove conquiste.  

 

Burning out

Lo scorso anno partecipai ad una giornata di approfondimento sull’usura da lavoro. I consigli alla fine della giornata, per evitare il burning out oppure uscirne, erano sensati: aumentare del 10% il tempo per sé, non pensare al lavoro fuori dell’ufficio, prendere pause brevi ed intense tra i periodi canonici di vacanza, ecc, ecc. Come tutti i consigli, erano buoni per chi li dà e ragionevoli per chi li riceve, ma finiva lì. Le cose ci riguardano quando ci siamo dentro, non prima, e dopo si dimentica. Per questo vorrei meglio capire il rapporto tra energia e decisione nell’affrontare il rischio, il nuovo. Quando sparisce l’energia e subentra la rassegnazione, ovvero quello che fa decidere ad altro e subire? Pur pensando di avere il controllo della propria vita e presente, le persone, i popoli si svuotano, perché?

Sintomi di burning out, singoli e collettivi. Nel vitalismo assunto a testimonianza che si e’ vivi, operativi come dicono i conformisti (sei operativo? sono operativo, sul pezzo, ma che vorrà poi, dire questo linguaggio da comandi militari in una vita in cui si è spesso guidati e condizionati da altri e in cui si fa quello che ci viene richiesto senza pensarci troppo?), non ci possono essere cedimenti nel ritmo. Casomai fallimenti, ma non domande. Il fallimento è contemplato, i cadaveri sono ammessi, a volte perfino, indicati ad esempio: non ha vissuto per sé, si è immolato. A chi? Perché?

Immagino una mappa per uscire da questa gabbia, e che parta dai propri veri bisogni. Una lunga striscia di carta, larga 21 cm, su cui annotare, come un tazebao, bisogni, fasi, rimedi, cadute, emersione dell’occultato e del disfatto dalla tirannia del fare. A margine, rimuovere costantemente la sensazione d’essere un pneumatico, servibile o inservibile ad un mezzo che deve correre. Perché vuol correre? Solo perché così ha senso, come le vite che vogliono dimenticare ? Cosa voglio dimenticare?

Nel tazebao distinguere quello che serve davvero, quello che è utile, quello che si deve fare perché c’è uno stipendio, una necessità, un ruolo. E poi confinare, perseguendo una vita che includa il benessere diffuso. Prendere spazi e silenzio. Con gusto bulimico togliere molto, vedere il moltissimo in più. Che neppure fa bene. Senza fretta, con tenerezza verso sé. Inventare un carattere idiografico che dica: basta saperlo, farne un sigillo e metterlo a fianco dei percorsi di questo sinusoidale vivere. Avete mai osservato che la sinusoide abbraccia e libera?

accade

Accade che si sfiori l’irreparabile, che ti passi accanto a talmente poca distanza da sentirne l’alito. E che neppure dipenda da te o da quello che stai facendo. Sei semplicemente nel posto sbagliato.

Ieri mi è stata regalata un pezzo di vita. La prossima. Non è accaduto nulla, ma bastava una frazione di un secondo di differenza, un urlo in meno, un freno poco efficiente. Questo mi porta visivamente a considerare la vita come un film liquido, che si può increspare. Quell’increspatura è ciò che accade e che non vorrei.

Credo che questo modo di ragionare non interessi, non m’importa. Di solito si chiede: come stai? Oppure si batte una mano sulla spalla dicendo: non era ora. La prima risposta è, bene e la seconda  è, vero. Si archivia anche la paura, il pensiero di ciò che sarebbe stato senza di noi il mondo degli affetti cari. Qui dicono: ma’e par chi che more ( male per chi muore ), vero, ma far finta di nulla, non ripensare un poco a sé, sarebbe un’occasione perduta per vedere avanti. Non è tutto come prima, è questione di vista di ciò che sta attorno che invoglia a tenere il buono, a lisciare il film liquido.

Sarà il caso, ma questo converge con altre azioni di questi mesi, un segno che star bene significa volersi bene.

coazione a ripetere

Gli errori non sono mai gli stessi, siamo noi che cambiando poco, nell’onnipotenza nostra, pensiamo che il mondo si conformi a noi. Non credo alla coazione a ripetere, ma piuttosto all’eccesso di fiducia nel proprio intuito. E quando questo si rivela fallace subentra la delusione, ogni volta nuova, verso noi stessi. Ci comportiamo come vi fosse una razionalità nell’intuito, stupendoci poi del contrario.

Parlo al plurale perché penso sia una condizione comune a molti che ogni volta, dopo la delusione, si mangerebbero le dita, morderebbero la lingua. Questo punirsi, sempre rivolto a sé, non è casuale, è il riconoscere il proprio errore di valutazione: l’altro non era che se stesso, noi abbiamo sbagliato e questo brucia. Però passa, e se non sfocia nel cinismo, che demolisce l’intuito negando il rapporto positivo tra persone, la delusione, l’insuccesso, qualche volta ci cambia. Appena dopo, il senso di fallimento, rende circospetti nel concedere fiducia, nel sospendere l’impressione positiva verso chi ha relazioni con noi, ma se una persona è fiduciosa, tutta questa cautela non dura e la propensione a credere negli altri riemergerà, sbaglierà ancora, ancora si pentirà. Tanto vale collocare tutto questo alternarsi di apertura e delusione, nel flusso del vivere, educandosi al possibile e difendendo la propria differenza, riconoscendone il valore e tenendola ben protetta.

Dopo ogni delusione, non si rinuncia agli altri, ma è necessario trovare i motivi per star bene, partendo da sé stessi, e dai punti fermi del proprio vivere. Quelli che con fatica, abbiamo costruito come educazione ai sentimenti, alla relazione.

Capire le ragioni dell’altro è necessario, anche concedere credito e nuove chances è importante, ma quante volte? E non dovremmo, a noi stessi concedere quella comprensione che diamo agli altri?

Se si viene presi a pesci in faccia una, due, enne volte, ad un certo momento è giusto, per noi farci delle domande su dove sbagliamo, ma anche trarre delle conclusioni. Non è cosa ed è ora di finire, altrimenti davvero, diventa coazione a ripetere. E’ la parte speculare e buona, della delusione, quella che fa vedere ciò che altrimenti si perderebbe, inaridendo i nostri rapporti. Nel kairos si coglie l’occasione, ma non si ha certezza del buon fine. E’ un’occasione, per l’appunto, e il bello di questo tempo è che questa si ripresenta, riportando fiducia in sé e nel futuro. 

Beethoven in galera

Per qualche anno la mia azienda, regalò dei concerti di musica classica alla città. Era un modo per dividere, con i cittadini, una parte dell’utile del nostro lavoro. L’esperienza fu bella e particolare, tanto da scordare la fatica dell’organizzazione. E vi posso assicurare che regalare qualcosa, non è facile. Di questi concerti esistono le registrazioni e l’edizione su cd, ma di uno esiste solo una copia del filmato. Vorrei parlare proprio di questo.

Il solista era un giovane pianista russo, Evgheny Brakhman, vincitore di importanti concorsi internazionali. Un virtuoso di talento. Doveva fare tre concerti con noi.  Chiedendo aiuto per l’organizzazione, emerse una possibilità: un concerto in penitenziario. Per fare queste cose occorre una buona dose d’incoscienza, ovvero affrontare i problemi man mano si presentano. Noi avevamo l’incoscienza; chi ci aveva fatto la proposta era una cooperativa che lavorava con i detenuti, loro si preoccuparono dei permessi. Noi del resto. Tralascio spiegare cosa significhi portare un pianoforte da concerto in un carcere, comunque si arrivò al giorno.

Era pomeriggio, un sole caldo di maggio. Noi, gli esterni, eravamo una dozzina. Controlli, corridoi, rumore di cancelli che si chiudevano alle spalle. Ma mano si procedeva, si entrava nel ventre d’un animale che viveva, digeriva, graffiava la pietra per rifarsi le unghie. Ma erano i suoni che accompagnavano, i clangori del metallo, i passi, il silenzio fatto di strisce di rumore parallele e noi, alieni, che ci muovevamo in un mondo messo da parte.

La sala era un piccolo anfiteatro, il pianoforte al centro, poi gradinate di cemento fino alle finestre a sbarre in alto. Sedemmo in prima fila, intorno c’era il vuoto. Evgheny era andato a mettere l’abito da sera. Ricordo il tono dei discorsi, qualche parola imbarazzata come i risolini che alleggerivano la tensione d’essere in posto rimosso dalla testa. Il capo delle guardie spiegò che nessun detenuto era obbligato a venire, avevano parlato della possibilità il giorno prima, durante il pranzo. Poteva non arrivare nessuno. E invece poco per volta la sala si riempì. Circa un centinaio di detenuti presero posto. L’attesa sembrava importante più per noi che per loro, che chiaccheravano tra loro. In più lingue e dialetti, la sala era piena di voci. Quando entrò Evgheny calò il silenzio. Di colpo. 

Da quel momento il suono e il silenzio cominciarono a dialogare. Il tempo e la vita altrove erano in quella sala, riuniti in qualcosa che apparteneva al mondo esterno, ma era lì, condiviso come accade in una sala da concerto. Quando si ascolta musica a teatro, ognuno prova sensazioni proprie, eppure l’unità della sala si ricongiunge sul palcoscenico, un cono d’attrazione che preme e riceve dal concertista. Ebbene la stessa magia dell’uno e dei tanti si era riprodotta nella sala del carcere. Il programma non era ridotto, era un normale concerto in due tempi. L’ultimo pezzo era la tempesta di Beethoven. Ero un po’ preoccupato per la qualità dell’accordatura del piano, per la temperatura, per la difficoltà e l’emozione che doveva emergere. Ebbene, non ho mai sentito Brakhman suonare, con tanta determinazione e chiarezza. Alla fine ci fu un silenzio che seguì l’ultima nota e poi l’esplosione dell’applauso. Lungo, forte, con richieste di bis, e persone che scendevano dalle gradinate e attorniavano il pianista in piedi, e lo toccavano, volevano abbracciarlo. Le guardie erano preoccupate, dividevano, allontavano. Venne presa la decisione di riportare i detenuti in cella per sicurezza e così avvenne. 

Mentre uscivano, ascoltavo i commenti, i bravo detti a voce normale, come fosse uno di casa, le domande sulla provenienza del concertista e chi sapeva dov’era Gorki, lo diceva al vicino. Finché, improvvise, alla fine, un fiotto di parole in russo. Chi parlava era un signore sui 50 anni, alle mie spalle. E iniziò uno scambio di sorrisi e risposte che s’incrociavano, la commozione di una lingua comune, fino ad una stretta di mano che sembrava un abbraccio. Le guardie li divisero immediatamente. L’anfiteatro ormai era vuoto, conteneva solo noi. Gli esterni. Evgheny sedette, e suonò un pezzo breve: Traumerei. Era un bis  senza pubblico, anche noi eravamo in più. Era solo per l’emozione sua, per il cuore. Per questo il nostro applauso, alla fine, suonò senz’ eco.

Uscimmo in silenzio, sembrava una consegna concordata ed invece era l’emozione che durava. Dopo l’ultimo cancello i rumori, le luci, le auto, la città.

Come un risveglio nella sera.

p.s.uscendo  ho chiesto ad Evgheny se era emozionato e dell’esecuzione che ne diceva, mi rispose: emozionato? davvero tanto e  la tempesta, stasera, spero di suonarla  come oggi.

Non la suonò allo stesso modo, l’esecuzione fu meno emotiva e carica di forza. Come se una parte della forza del pomeriggio fosse stata spesa definitivamente.

I detenuti avevano avuto il meglio per un’ora, e non mi sono mai pentito che così fosse stato.