Quando qualcosa si incrina, o si ricuce oppure ci si dispone alla rottura.
All’inizio non lo si fa neppure consciamente, ma ciò che prima era semplice e accettabile, muta e prevale il sentirsi non capiti, spesso offesi. Questo genera omissioni, silenzi, rimbrotti e ogni cosa cambia di significato. Insomma ci si orienta verso un fine di separazione. E c’è un limite oltre il quale tutto precipita, diventa inevitabile. Non lo è per necessita, ma ricucire costa fatica perché provare sentimenti non è gratis, capire l’altro è un impegno.
Il conto sull’efficienza di una relazione, una sorta di economia dei sentimenti, prevale se ci si chiude, se non si costruisce/avverte il nuovo, dicendolo esplicitamente (non ho più nulla da dire è la rinuncia a dire il nuovo), e al contrario, mettendosi in attesa di qualcosa che non verrà. Credo sia questo uscire da una fatica che si ritiene solo propria che accelera la distanza, l’inevitabilità. E il lasciarsi andare all’inevitabile, è un togliersi la colpa di ciò che si doveva decidere. Forse per questo c’è un culto del destino per il quale le cose succedono senza nostra responsabilità. Non è così, ma siccome un po’ infingardi lo si è di default allora è meglio crederlo.
Si dovrebbe dire la stanchezza e la propria difficoltà e sperare che venga capita, perché solo l’accettazione della difficoltà, può cambiare entrambi e le cose. Se così non è, non era una incrinatura ma una rottura antica consumata da chissà quanto tempo e poi coperta d’ abitudine. L’abitudine non è un kintsugi d’oro che ripara ma un sipario che nasconde.
Da molto l’io aveva soverchiato il noi, ma si faceva fatica ad ammetterlo, perché non essere in grado di tenere in piedi un progetto è un fallimento. Però ci si dimentica che solo i progetti, l’entusiasmo e il costruire falliscono, ed essi possono conservare il buono del molto che si è fatto. E così può riprendere il senso del futuro con una conoscenza acquisita mentre l’arroganza, la prevaricazione, il dominio non falliscono, ma non costruiscono nulla.
Portavo pantaloni neri alla zuava infilati negli stivali neri di cavallino, giacche di velluto chiaro e maglioni o camicie aperte. Mi piacevano (e mi piacciono i colli alla coreana), sentivo il cuore che pulsava all’unisono con il mondo. Il mio romanticismo era anche questo: passione in accordo con il fare, un buttarsi oltre perché ciò in cui credevo era più importante. Avvolgevo il tutto in un mantello nero a ruota che ho ancora oppure in un eskimo che finì a pescare con mio zio, quand’ero militare.
Se c’è stata una costante in Europa per oltre un secolo e mezzo, questa è stata il romanticismo. Declinato in tutte le forme, ha infiammato, unito, rovesciato, diviso, creato, distrutto e costruito stati, economia, idee, scienza e sapere. Il novecento ha sepolto se stesso e il romanticismo, ma non l’idea che qualcosa possa far da collante al bisogno di cambiamento. Sarebbe triste un mondo che ripete se stesso, ma anche un mondo che muta con la sola tecnologia sarebbe altrettanto triste.
Un imprenditore, padrone del vapore, portato allo scontro in fabbrica, mi diceva di sé che era un inguaribile romantico, forse intendendo che credeva nella forza che spinge oltre il singolo, che unisce e mantiene ben distinti gli slanci personali. Insomma credeva in qualcosa che non era il solo denaro, ma la crescita dell’uomo, e per farmelo capire bene paragonava la manifattura, che è fatta di forza, precisione, ingegno e trasforma, crea quello che prima non c’era e non ripete, rispetto alla finanza dove tutto questo non esiste e il denaro genera se stesso. Questo scontro tra padroni e operai, tra dominatori e liberatori era uno scontro tra romantici. Finito? Forse. Oltre al macro dato che alle aspirazioni alla libertà si sono sostituite altre aspirazioni, che creati gli stati ben poco rimaneva da fare, con la seconda guerra mondiale anche il romanticismo ha iniziato a scomparire dalle coscienze. Le ultime vampate del ’68 e degli anni ’70 hanno lasciato il posto al prevalere dell’individualismo, abbandonando il collante che ne permetteva il beneficio per tutti.
Il mondo avanza sulla tecnologia e la passione è una virtù domestica da esercitare dove meglio si crede, tanto che è più facile unirla al sesso e al potere che ai progetti collettivi. Può bastare per un poco, ma credo lasci larghi spazi all’insoddisfazione senza nome. All’anomia che divora quando non si è parte di un progetto di futuro. Non importa se conduttori o passeggeri, ma un progetto è un veicolo con una forza enorme che trascina tutto in avanti.
Mi chiedo se chi è stato romantico lo sia per sempre, come fosse una cecità dello spirito che impedisce di vedere altro. Eppure mutiamo, non siamo quelli dei nostri anni giovani, se ci furono idee forti queste si sono attualizzate, più che invecchiate con noi. Mi piacerebbe sentir dire di un compagno che degli ideali giovanili ha fatto motivo di una crescita personale che non si è mai conclusa e che non si è stancato di lottare per gli altri. In fondo questo fanno i romantici, vivono e lottano, provano passioni e cercano di condividerle.
Sono un po’ fuori del tempo, i romantici, perché si richiamano a qualcosa che pare non sia specifico di un’età dell’uomo: la giovinezza. Forse lo dico per darmi speranza, per dirmi che se il romanticismo è morto non ha vinto il cinismo e che da qualche parte il fuoco è ancora acceso e che insieme si potrà andare avanti e che la libertà avrà un senso collettivo e che il mondo sarà un diverso terreno di competizione e di crescita per le idee e gli uomini, non solo il luogo per accumulare cose e denaro.
Quando è finita l’età dell’innocenza e dello sperare in qualcosa di comune? Me lo chiedo perché penso che da quel momento si inizia a diventare vecchi e non si smette più. Solo sperando contro l’evidenza si può essere giovani nel vedere la realtà, invertire il corso del tempo reale. E allora gli ideali della giovinezza ritornano vivi, quelli che permettono di sperare che cambierà e che spingono perché ciò si avveri. Intelligenza, passione, fare insieme, credo sia tutto qui.
Ma cosa sentiamo davvero di comune e di collettivo?
Abbiamo sentimenti forti e individuali, l’amore, il disamore, affetti, solitudini e su questi regoliamo il sentire un po’ più profondo, generiamo stati emozionali che modificano i rapporti, e magari seguono per un poco le vite. Ma poi ? C’è un difetto di speranza che pervade lo stare assieme e si ripercuote sulle capacità individuali di uscire dal contingente, di superare i dolori e le difficoltà. Questa insicurezza nel futuro preclude anche la capacità di star dentro a ciò che vorremmo durasse. Insomma corrode l’idea che la vita abbia un discreto diritto a felicità momentanee e serenità durature come bagaglio di nascita e ci rimanda alla precarietà, come nei tempi in cui le vite era molto più insicure. E’ un devolverci a noi stessi come zattera unica di salvazione. Ci consegna interamente alla fallacia, all’insicurezza dubbiosa delle nostre passioni dove ogni orgoglioso e ottimista, per sempre, viene temperato dai fatti, dalle contraddizioni interiori, dalla testa e dal sentimento d’altri. Mancano all’appello non poche passioni collettive, che erano a loro modo più forti perché s’alimentavano non dei dubbi di ciascuno, ma dalla necessità che scaturiva nell’analisi del reale, dalle certezze enunciate, ed erano pur sempre un divenire. Le passioni collettive non sono date in un adempimento vicino, ma includono la felicità relativa del sapere che si procede, e si conquistano posizioni, nella giusta direzione. Ebbene, queste passioni, oggi sono assenti o più flebili, quasi più petizione di principio che una forza condivisa.
Qualche sera fa, in un incontro politico dove, tra diverse parti della sinistra si discuteva sulle ragioni dello stare assieme, è stato consegnato un documento di 7 pagine, scritte fitte, con carattere 6 o 8 e interlinea 1, moltissime parti in grassetto, sottolineature e un argomentare sull’imprescindibile. Pensavo, leggendo, che tutto questo ordinare per assoluti senza esercito, è debolezza intellettuale e fisica, e che esprime l’incapacità di uscire dalle gabbie e dai luoghi comuni dell’ideologia passata, ma che soprattutto impedisce di trovare ideali condivisi perché esso parte dal delimitare confini anziché evidenziare ciò che dovrebbe tenere assieme. Ho ricordato questo fatto, non perché la politica sia particolarmente importante (lo è per me), ma perché essa è misura della presenza o meno di ideali nella società, oltre le convenienze, l’interesse personale, il giorno per giorno. E del resto, non accade così anche nelle vite dei singoli, negli amori che si trascinano. Quelli che ancora così si chiamano ma sono incapaci di futuro e di novità. L’immagine che mi veniva da quelle pagine e dalla loro assolutezza, era quella delle infinite riunioni, un tempo molto fumose di qualsiasi cosa si potesse fumare, e ricche di opinioni, in cui il numero spesso superava quello dei presenti, ma che alla fine non uscivano dai circoli, dalle conventicole, e non investivano la società. Essa, nelle discussioni, era sbagliata ma senza analisi e spesso astratta, priva di bisogni che potessero diventare cultura collettiva, insomma indocile a conformarsi a un fine alto. E i bisogni venivano visti come espressione individuale, non gestibili in un bisogno che li contenesse, come se tutti avessimo le stesse paure, lo stesso corpo, la stessa età, gli stessi desideri. Non avere chiari i bisogni, la loro soddisfazione secondo criteri collettivi, portava anche all’assenza di un progetto concreto, capibile e spendibile verso chi non aveva né tempo, né sufficiente sensibilità per sentirsi appartenente a un noi sociale condiviso. Non riuscire a capire che la passione nasce da un obbiettivo alto, ma si alimenta nel suo farsi, nel suo generare sentire condiviso, è il sintomo di allora e della difficoltà di questi anni.
Quindi mancano i modelli e i condottieri forti di pensiero, ma noi dove siamo e cosa sentiamo davvero? Perché non c’è attenzione e analisi per ciò che si ripete, per ciò che si accetta senza discutere? Cosa vi dicono queste parole: povertà, occupazione, lavoro, libertà, diritti individuali e collettivi, Ucraina, Gaza, Libia, immigrazione, sicurezza personale e collettiva, cultura, democrazia, futuro, presente, patrimonio comune, altro da me ?
Finché l’emozione della realtà passa attraverso il computer, al più leggo, spesso guardo e non sento che un breve brivido di fronte alla minaccia, distolgo il pensiero e passo ad altro. Eppure so che finché non mi faccio domande posso solo soggiacere alla tecnologia e al più ricondurmi ad una virtualità di persone che sono come me. Nella bulimia del virtuale, nella curiosità vorace dell’eccezione resto in superficie, relativizzo ogni cosa, aspetto passi, anzi la faccio passare subito distogliendo lo sguardo e mentre penso d’essere aperto in realtà mi chiudo alle passioni comuni. La tecnologia così adoperata mi porta alle mie piccole passioni e le rende totalizzanti, ho un ambito in cui posso essere felice o triste, ma sarò inequivocabilmente solo.
Ecco perché queste domande che hanno un peso reale nelle vite, si accantonano, sono difficili e ci pare di essere inani di fronte a qualcosa che avviene, e avverrà, nonostante noi. Senza passioni comuni si fa strada l’idea di essere prigionieri di un dio che impone secondo caso e sua necessità, umiliati dall’assenza di un’eresia che cerca la verità e indichi una strada e che se non salva dia almeno dignità al vivere comune.
Non perdo la speranza, rompendo le abitudini, guardando la realtà, passerà l’inverno della solitudine e dello scontento. Tutta questa manipolazione non è nuova agli uomini e che tornerà un sentire comune e forte, il motivo per cui siamo assieme. Vorrei fosse per scelta e non per necessità.
Sono terra, acqua, aria? Oppure nella mia pretesa individualità, nella differenza che ostento, nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato, in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo al quale incautamente mi sono affidato?
La mia libertà è nell’essere elemento e direzione,
non si racconta il ritmo della notte, mentre s’inceppa nel respiro scivolato dalle bocche,
non lo narrano le mani e il loro tatto nell’indifferenza inutile d’aprirsi,
non si legge negli occhi che l’anima socchiude in fessure di profondo rettile.
E cosa cercherebbe il nostro sauro mentre la coda interroga l’impalpabile terreno: qui ci sono lenzuola che s’aggrovigliano e non sabbia di pulsioni.
A chi dovrebbe chiedere ragione l’interiore sguardo, se non alla paura, l’unico legante che supera le specie, e s’accomuna nel buio, smisurata e fluida, nell’imbibire ossa di sicurezze chiare
Fuori, si sente il buio, penetra foglie, pali e fondamenta, la luce incauta vi aveva costruito il bello, il quieto, l’equilibrio indefinito che rassicurava e che si scomponeva nell’andare.
Ed era ben presente ad ogni passo, ad ogni sosta, si ritrovava sicuro nella luce di sé, di noi, ma non ora.
Nel buio, non c’è ritmo dell’andare e l’agro dell’insicurezza scioglie il tartaro d’ogni fondamento, toglie lo scandire dei segmenti, li trasforma in cerchi di gesso, vuoti delle parole che si rincorrono eguali.
E non chiede permesso il timore, educa senz’essere gentile, insegna la somma precarietà di ciò che a noi assomiglia ricordando l’impalpabile non essere della solitudine.
E a te, che come un bimbo non sai il risveglio, che temi la continuità dell’amore.
A te che devi allungare una mano per sentirti esistere, che scrolli il buio che ti svuota, e non balli, non scandisci i giorni, e ti disperi senza le parole esatte dell’alleviare, dico che non c’è un ritmo nel buio, non c’è una canzone che non sia l’eco dell’andar via, l’abbandono del cercare, il caso ilare del trovare.
A te resta il corpo, che si consegna ai piccoli lampi di stanchezza, la misericordia degli occhi che ora chiudono esausti a chiamare tregua e donarti lo sconcluso sonno
A volte guardando la stessa fotografia di sé, si riconosce un altro. E poi, in altra occasione, guardando la stessa fotografia, emerge ancora un’altra persona. Sono differenze di particolari. Chi ci ha visto e fotografato, chissà a cosa puntava. Voleva un sorriso oppure il pensiero che attraversava mente ed occhi? Voleva essere rassicurato, tenuto da conto, amato e lo chiedeva suggerendo l’espressione, oppure si ingegnava di trovare in noi la differenza che sino a quel momento non aveva visto eppure sapeva esserci. Il lato oscuro, insomma.
Molto più facilmente, avrà fermato un attimo purchessia, le cose vanno per loro conto ma hanno una coerenza e il contesto aveva lo stesso senso della nostra presenza: c’eravamo entrambi, c’era il sole o una pioggia battente, condividevano tempo e luogo, eravamo felici o indifferenti, in sintonia comunque. L’immagine era già nata come un rafforzamento del ricordo, utile per i momenti meno luminosi, un lasciare e tenere traccia d’essere stati. Cosa e come, contava molto meno, questo in fondo, serviva poi e lo si lasciava alla più fallace e creativa delle facoltà, ovvero la memoria, ma era importante che essa agisse anche per prove.
Le continuità hanno bisogno di prove, mentre le passioni, gli innamoramenti o le assenze esigono altro. Ad esempio si nutrono della poesia, del non concludere lo stato di benessere, dell’equilibrio del presumere, dell’assenza della verifica.
Guardando la fotografia, di me vedo un’aria ironica, lievemente sbarazzina, quasi incurante di ciò che sta attorno, come pregustassi un’ evoluzione. C’è un lampo negli occhi che può essere di ingenuità oppure di contentezza senza un motivo particolare.
Rivedo dopo parecchio tempo la stessa fotografia. È uscita da sola dall’immenso pozzo a cui attinge il salva schermo. Un memento che toglie dall’oblio il rumore del mondo che abbiamo fotografato. Ora mi riconosco vedendo altro di me. Mi studio, cosa chiaramente inutile perché nel vedersi davvero, funziona solo l’intuito e l’impressione. Dall’osservazione analitica emergono le difficoltà, i difetti d’immagine, la conformità alla maschera che è l’opinione di sé. Si colgono le cose che non vanno, ma è superficie, cos’è che va invece ? Tolto il narcisismo insito in ogni rappresentazione, resta il comprendere e la sua difficoltà ed è questo che si dovrebbe fare anche davanti allo specchio. Ancor più nel selfie, che è sempre un messaggio a qualcuno: chi sono, cosa guardo, a cosa sto pensando e soprattutto chi vorrei essere che m’assomiglia?
Grandi sono i piccoli amori che si muovono con dolce rispetto, non fanno rumore, non alzano la voce, però con mano ferma correggono traiettorie infelici. Insegnano senza sapere, vivono con la leggerezza degli uccelli, si posano, partono, poi torneranno, ma intanto lasciano l’acuminato veleno dell’assenza. In ogni porta che si chiude c’è una promessa, una vita che prosegue, un pianto che non s’asciuga: solo lo stesso amore piange lacrime uguali.