luoghi dove tornare 1

Dietro il “colme” ( che bello il dialetto quando definisce un confine dell’uomo con il cielo) del tetto, spunta il campanile di sant’Andrea. E’ una chiesa stretta tra case, palazzi, viuzze medievali, vicina al palazzo di Ezzelino il Balbo, ad un passo dalla casa di Pietro d’Abano e dalla sequenza civile e gloriosa dell’Università, del Pedrocchi, delle Piazze, del palazzo della Ragione, delle logge del potere veneziano, della reggia Carrarese. Insomma una porta sommessa verso il potere civile, frequentata, da sempre, dalle preghiere delle donne che fanno il mercato, dai pochi abitanti religiosi del centro. Un pezzo d’altro tempo. E qui emerge il campanile, bello ed incongruo tra le case che si sono aggiunte sino a non far capire, dov’esso realmente sia. Non è l’unico caso in questa città, ma penso ve ne siano in qualsiasi città, quando l’aggressione del nuovo si ferma indecisa di fronte a qualche simbolo e rimanda la decisione di distruggerlo sino a dimenticarsene, salvo assisterne, poi stupito, l’esistenza e non sapendo a cosa ricondurla, a quale passato, a cosa s’è perduto senza conservare memoria, prova un piccolo senso di vuoto che scaccia con un moto del capo, come il preannuncio d’un pensiero molesto. 

Vedo il campanile da una sala bellissima del piano nobile del Pedrocchi, mi distoglie dal convegno sull’ennesimo futuro della città. Evoca, il campanile, un futuro che oscilla tra la disattenzione e la passione acuta che evolve, non solo i luoghi, ma la comunità che li occupa, il senso comune dello stare assieme nella città. Qui ho un lampo d’una diversa dimensione dell’essere: questo è un luogo dove tornare, ma dov’è il luogo dove stare? In fondo per chi ha buona memoria il presente è un continuo impastare di vissuto e da vivere (immagino le mani che affondano in una massa morbida e plastica che segue le intenzioni per dar loro scopo e forma), ed i luoghi sono il filo del discorso. Quello nostro, non d’altri.  

Qui ero da bambino, passaggio notturno delle passeggiate con mia nonna verso qualche televisione ed un bicchiere di spuma, ma anche punto d’ arrivo delle corse urlate nella viuzza con gli altri ragazzini.

E’ da sempre considerato il punto più alto della terra della città, cresciuta sulle macerie del suo passato. Fino a sette strati ne hanno trovati, ma ci pensi a quante vite e pensieri e desideri si sono stratificati e chissà come si pensava e si sentiva in paleoveneto, oppure in etrusco, od anche nel latino corroso di frontiera. Frontiera e incrocio, prima e dopo Roma, qui si capivano, perché questa era terra grassa da conquista, e dopo un qualsiasi confine, i denti barbari, etruschi o latini, trovavano carne e roba in cui affondare e si fermavano. Il punto più alto è la gatta mutila della colonna (è un leone di san Marco malridotto, ma i padovani non amavano molto i veneziani dopo la conquista), animale di casa, la gatta, sberleffo e simbolo, insomma un luogo. Da ragazzo questi riferimenti sono stati la spirale delle scorribande notturne, ma non ne ho nostalgia, ne ho ricordo, che è molto di più.

Il convegno procede, ascolto e penso che l’architetto per la cuspide del campanile, prese una coppa di vetro (Murano di certo, la stessa forma la vediamo ancor oggi), e la rovesciò coprendola di rame, prima di poggiarla sulla greca fatta di mattoni della tonda cella campanaria. Otto archi di trasparenza per il suono ovunque senza risonanze e poi la discesa verso terra, ma già nulla più si vede. Si può intuire. E quella cuspide di campanile è il simbolo del vecchio e del nuovo che si intersecano nella città. La città che fagocita, digerisce, si trasforma come accade a qualsiasi organismo vivente.

Questo è ciò di cui si dovrebbe parlare in questo convegno, di come il nuovo può convivere e inglobare il passato, mentre invece si parla di idea guida, di attrattività, di eccellenza, intendendo idee economicamente vincenti, com’è s’usa quando sviluppo non è ragione e lo stare, è moda, più che stratificazione di interessi vitali. Invece sono ormai distratto dalla poesia del campanile prigioniero, eppure presente e vivo, da questo mescolarsi che è stato e che pure riabilita gli errori, li impasta con la speranza incoercibile del presente, nel senso della vita che continua. Ci si ferma nel vivere, e questo vale per gli uomini e per le cose che questi fanno, quando quell’incoercibile si piega su sé, e dilapida energia nel chiudersi, nel non andare, nel mirare la propria perfetta miseria. 

Non intervengo più, col poco o molto da dire, farei confusione con i luoghi, parlerei del dove tornare e qui si tratta del restare. Cose diverse. 

correre con l’animale

Si snoda il racconto di una storia oscura, dice di cose evidenti, ma parla anche d’altro, di un sottofondo che la sorregge e non emerge. E’ una di quelle storie che non si capiscono bene, estratta dal fondo melmoso che ciascuno si porta dentro. Sembra semplice, ed invece è complessa, fatta com’è d’ un malessere che ha più nomi: quello contingente, ed è ciò che viene vissuto, ed altri nomi apparentemente più lontani. Reminiscenze, sorta d’ aliti di antichi pasti mai conclusi, che fanno capolino e sembrano non c’entrare. Difficile dar loro nome perché sono storie parallele all’esterno, vicende apparentemente già terminate e che si annodano in chi racconta. Semmplicemente ci sono e confluiscono tutti nello star a disagio con sé. Questo è il sentirsi vero, ed il racconto cerca di dare evidenza ad una serie di fatti, parla di particolare e di generale assieme, e prova, con fatica, a mettere assieme ciò che è distante e si dovrebbe davvero cambiare, con quello che è più vicino e pare avere decisioni semplici. Ma esiste una decisione che riguardi profondamente e che sia davvero semplice?

In fondo il racconto è ricco di quelle richieste di intuizione che generano puntini che attendono nomi. Ed in quei puntini c’è la misura della richiesta di partecipazione, sono piccoli-grandi vuoti che si generano quasi da soli per far capire che il racconto è ben più complesso dell’evidenza. L’evidenza è una ferita che deve essere ripulita, suturata, ma il motivo per cui si è generata è anche in quelle sospensioni. Il racconto è un processo curativo, prima che salvifico, e come ogni cura mette in discussione il rapporto con il medico, ci si deve fidare e la comprensione è richiesta con la parola, e il silenzio. Anche il pensarci, senza la proposta di una soluzione, va bene, ciò che urta è la proposta facile che dice: bisogna cambiare per star bene. Per questo non serve un racconto, chi racconta sa che non va bene e sta cercando con fatica una via d’uscita.

La meccanica semplice ed oscura, è fatta di racconto, ascolto, reazione, e se l’ascolto è giudicato insufficiente, a questo punto confluisce in una chiusura-reazione.

La difficoltà raccontata, è di quelle profonde, un malstare da scelte in gestazione, oppure da scelte che non verranno prese, ma che comunque interferiscono fortemente con il concetto di star bene.  E’ eccessivo pretendere attraverso un racconto una svolta, chi parla lo sa, e forse quello che vuole questo raccontare è un aiuto a decidere fatto di partecipazione e rispetto, una comprensione della difficoltà, non una soluzione. Ciò che il racconto della difficoltà d’essere, narra, ovvero il capire la ferita e il suo legame con altro.

Il limite della parola è questo, pensare che questa sia in grado di rappresentare davvero il malessere, oltre la partecipazione  empatica di chi ascolta. E’ il limite dell’analisi che si esaurisce nella parola, senza una nuova storia da scrivere, e chi racconta si chiude nel momento in cui sente l’ascolto come non adeguato al dolore e alla sua complessità. Mentre sa benissimo che la semplicità sarà fatta di molti nodi da sciogliere con difficoltà, e per questo rifiuta il consiglio, e vuole la partecipazione, magari silente.  Un effetto del racconto può essere l’aggressività, ovvero la reazione che ribalta sull’altro l’insufficienza. In sostanza ci si chiede con rabbia perché non capisce e lo si traduce nel vedere la sua fragilità: ma tu che sei debole come me, come puoi avere le idee chiare? Se tu stesso stai male, mi stai parlando di ciò che ti infastidisce nel mio malessere, quando mi proponi soluzioni apparentemente facili? E perché non le applichi su di te?

Quando scatta questo meccanismo di reazione, può esserci solo la rivalsa, a volte la rabbia che fa dire parole eccessive che parlano d’altro e poi il ritirarsi verso la coscienza che è difficile uscirne se non attraverso se stessi, ed allora il senso di solitudine è grande.

Controllare il balzo della bestia, ammansirla, convivere, è un mantra. Dal racconto, fattosi soliloquio muto, sembra emergere un tentativo di conclusione: correre con l’animale, riconoscerne il senso del pelo, capirlo senza la pretesa di esaurirlo. Ma è un tentativo, perché anche da soli, il racconto è sempre un dialogo a più uscite e soluzioni-

diritti d’autore

Di molti libri mi piacciono poche frasi, folgoranti come un pensiero che si dimentica. Più rarmente mi colpisce il titolo, sarà per questo che non li ricordo. Ho un conto corrente aperto in una libreria amica che mi permette molte libertà, anche il ripensamento. Il momento che amo è l’approccio don giovannesco, dove non si capisce bene chi conduca il gioco dell’affascinarsi e prendersi. In piedi, prendo in mano il libro, lo apro con la delicatezza che merita un lavoro, leggo, salto, chiudo, riapro, spesso compro. Un pensiero mi rincorre in questo piacere del piluccare: vorrei costruirne un libro sconclusionato fatto di frasi estrapolate, ricucite con la mia storia, con le storie che ho conosciuto, con il mio tempo. Sarebbe un libro palloso, molto personale, da stampare in tre copie, la prima, mia, da mettere in scaffale, la seconda, mia, per correggerla in continuazione, la terza da lasciare al bar sottocasa. Lasciano spesso libri nel bar da Anna, qualcuno li prende, a volte ne porta altri, è un commercio sotterraneo di idee, senza intenzione, che consuma e ripulisce, come il mare. I libri hanno un senso se li rimastichi a pezzi, se ti riconosci. I pezzi di sola bravura mi piacciono, ma lasciano una traccia labile, diventano intoccabili e servono a stabilire distanze incolmabili. Posso parlare con Dostoevskij, con Borges o con Gadda, non con un marziano. E se un autore mi cambia è perché l’ho divorato, fatto mio in quella piccola, grande parte in cui mi ha scoperto, riconosciuto, stanato. Mi dicevano al giornale, quando mandavo qualche articolo: scrivi per essere capito, non per sintonizzarti con quei quattro balordi che ti assomigliano. Magari lo facevo, ma mi mancava qualcosa, non ero adatto, semplicemente, l’ho capito prima io di loro.

Ho visto in Senegal qualcosa che assomiglia a quello che penso, tavole di legno con sure del Corano. I bambini imparano a compitare l’arabo, poi a leggere la sura, la fanno propria e questa man mano diventa l’interpretazione della loro vita che continua. Senza scomodare similitudini importanti, mi piacerebbe che il patchwork di frasi della mia vita fosse nella disponibilità di parole sentite che si modificano, nel ragionare dell’essenziale che rende sempre più smilzo il libro, più semplice. Tabula rasa, non è l’inizio, è il fine della scrittura, la sua cancellazione fino alla scrittura della nuova storia. Basta aver tempo, basta arrivarci a tempo. Intanto raccolgo frasi, mie e non mie. Quando si espunge una frase dal contesto la si può citare, oppure sottacere, modificare, portarla al senso personale, l’autore difficilmente potrebbe riconoscerla, è stato un catalizzatore, e la frase non è più sua, ha prodotto altro, diventando un tratto di chi l’ha ripensata. Anche il senso, il sentimento che sottende la frase non è più lo stesso, è del lettore che non guarda più, ma beve, si nutre e a sua volta scrive (e m’affascina questo perenne riscrivere). E’ un processo intenso, che esige rispetto, devozione, pudore, attesa, emergerà, infatti, quando sarà totalmente opera di chi ha fatto proprio il senso. Come per la biblioteca di Babele di Borges, o la macchina tipografica infinita di Gamow, un oggetto programmato sulla base delle permutazioni delle lettere e delle parole, potrebbe scrivere tutto ciò che è scrivibile e tutto ciò che si scriverà, ma il tempo di leggerlo sarebbe infinito e  quindi sarebbe una macchina inutile: solo ciò che è nostro è significativo. L’invito alla chiarezza allora si rovescia, se guardo il mondo come Escher, vedo infinite forme brulicanti ed immaterie che s’agitano dentro di me, di queste pesco una combinazione, un carattere che va al cuore: la chiarezza è pescare dallo stagno il significativo, metterlo assieme, costruire il significato. Ne nasce un libro virtuale e reale, che si aggiorna di continuo nei dettagli, che perde più pezzi di quanti ne acquisti: tolgo tre frasi perché una la riassume. Così vorrei arrivare vicino alla tabula rasa con uno smilzo libretto da gettare, per poi prendere lo stilo e tracciare una lettera, che sia la prima o l’ultima non importa, è l’inizio della nuova storia. 

praticare la sineddoche

Luna velata. Su cielo di nubi lunghe, chiarore spampanato nell’ azzurro grigio delle sere di questa stagione. E’ colore che porta verso nord, assieme al freddo che avvolge senza mordere; per le donne, è sera da scialle, per gli uomini, basta una giacca spavalda, da rinchiudere senza dar vedere. Ci son già primi profumi leggeri, quelli che penso d’aria, scivolati per leggerezza e fiducia verso ciò che arriva. Profumi ben distinti dagli olii estivi onusti di giorni di sole e di sete, essenze, questi, da pelle.  Da passare con un dito, per una scrittura o una carezza. E così s’accarezzano le aromatiche che subito, paurose o grate, alzano un velo che avvolge la mano e basta odorarne il palmo per sentire la terra, e la vita che, loro attraverso, sale.

Saltando dal generale al particolare, perdo ciò che sta a mezzo, me ne rendo conto, mi perdo e perdo. Forse è abitudine, ma gran parte del reale viene automatico e non si nota. Forse. Direbbe un’ amica appassionata della terra che questi sono lussi da perditempo, ma quante cose si perdono nella velocità, mentre dai parabrezza (c’è sempre un riparo per gli occhi quando si corre), si vedono cose ferme, prospettive limitate e se anche, quando si traghetta o naviga (è una metafora), s’ attende più l’approdo che la dimensione enorme del mare.

E così mi perdo il senso del correre, il mondo di medietà con le sue verità e trasgressioni, quasi un obbligo per la colonna vertebrale, ché guardare troppo in su, oppure troppo da vicino, la vista, la schiena e il cervello, ne soffrono. Si può soffrire di particolare nel cercare le assonanze o di sguardo ampio per collocarsi nell’universo? Si, ma ancora una volta è un equilibrio da costruire e mantenere, giorno dopo giorno. Non si può vivere d’eccezione. A dispetto di Ulrich, l’uomo senza qualità, che vorrebbe vivere senza le pause del consueto, e, di converso, neppure come in un film giapponese di molti anni fa, che durava 24 ore. Antesignano della cam da voyeur, e del grande fratello, ma senza copione e novità obbligate, mostrava la vita nella sua nudità, dove anche la passione è pretesto, e si svolge tra ripetizioni: sonno, risveglio, necessità, cibo, relazioni, assenza, noia, presenza. Tutto in rapporto 1:1. Una noia mortale, ma anche un’ alternativa, perché, volendo, assieme al protagonista, si poteva dormire durante il film, pranzare con lui, sovrapporre le vite, e vedendosi dallo schermo rendersi conto di come si è davvero: medi e ripetitivi. Ma la medietà dobbiamo al più accettarla, mica per forza ci deve piacere.

Alternativa è praticare la sineddoche, con le storie che estrapolano particolari, li collocano in un generale condiviso, mai troppo ampio, e dove la stessa eccezione dev’essere tale, non normalità, e la vita raccontata, a sé, prima che ad altri, liason tra particolare e generale. Medietà che ci tiene assieme agli altri, ci fa condividere, argine all’ovvio e, al tempo stesso, porta aperta per la diversità, contro ciò che, visto realmente com’è, diverrebbe orribile noia ed irraccontabile vita. Solo quando alziamo lo sguardo ed abbracciamo il cielo e la luna, solo quando ficchiamo dentro gli occhi, quanto più mare o bosco, o roccia, o strade e case si riescono a vedere, solo quando dei libri vediamo i dorsi, ma ne sentiamo il contenuto premere verso di noi, solo in questi momenti quella meraviglia che ci fa fermare davanti all’inconosciuto diviene noi e perdiamo la medietà e dirlo ci è difficile, per la paura di essere presi per visionari, illusi, folli.

i danni dell’inverno

Ho portato fuori le piante dal riparo invernale, il limone sta fiorendo. Nella terrazzetta il rosmarino non ha retto al vento e al gelo. E’ seccato con i fiori, dell’illusione tiepida di gennaio, ancora appesi.

Difficile non pensare ad altro. Alla caparbietà che ci differenzia oltre, alla necessità di capire ciò che si è, alla resa di fronte all’ineluttabile, all’ingiustizia immane che prima illude e poi consegna al nulla.

Ieri, nel lungo viaggio di ritorno, e nella stanchezza di giornate troppo piene, pensavo al tempo lungo delle piante, all’immoto che si protende verso l’alto, al ricordo delle primavere che diventa sostanza, legno che si stratifica e sorregge. Delle tante parole-scorza che gettiamo, risonanti, su tavoli di contesa, d’amore o d’indifferenza, restano quelle che mordono o leniscono, e si aprono, in un infinito dialogo tra noi, su ciò che siamo e saremmo. E gli occhi che si riempiono di colore tra il grigio, sono racconto, finalmente, lungo di tempo. 

Oltre la primavera, nella primavera.

un gigante nel vicolo

Nello scuotere improvviso, c’è un singulto di stupore e di paura, poi la comprensione subitanea: terremoto. Dei pensieri successivi, parlerò, ma l’immagine che si forma in testa, e che si ripeterà nella scossa successiva, è quella di un gigante, ben piantato nel vicolo, che con le sue mani enormi ha abbrancato le pareti, e comincia a scuotere la casa. Chissà perché lo fa, c’è stupore, forse vuole misurare la sua forza, forse, oppure vuol far cadere qualcosa per sé, o ancora è per allegria sua. E’ l’una di notte, nel vicolo c’è il solito silenzio notturno e quel frullo che si sente ed accompagna la scossa, è un ansito soffiato del gigante, è il suo alito sulla nostra paura. Nostra? Mia, che sono in piedi a quest’ora e sento il pavimento scorrere, libri cadere e guardo inutilmente il soffitto alla ricerca di lampadari oscillanti che non ci sono. Ho messo faretti dappertutto, e adesso mi mancano i lampadari, come servissero i segnalatori di terremoti, guardo la pendola: si è fermata e l’altra,  ferma, si è messa in moto, ma intanto il gigante si è stancato.

Ci sono troppi libri in questa casa, è il pensiero principale adesso, pensiero aiutato dai tonfi delle cadute dei volumi sul legno. Questo pensiero mi assorbe, distoglie dalla sensazione di vuoto che sentivo sino a poco fa. Intorno non accade nulla, c’è un senso di sospensione calma, e l’inquietudine si rintana, è quella che attende la scossa successiva, quella che non arriva. Sono determinato a stare in casa. Ragiono sui 4 piani di scale da correre, troppi se c’è un disastro, e sull’età della casa: è vecchia quel tanto da aver visto e sentito altri terremoti. Queste sono case tirate su con quello che c’era, in anni di ricostruzioni dove c’erano i bravi e le canaglie, posso solo sperare che chi ha costruito non abbia unicamente recuperato materiali più antichi, ma sapesse cosa faceva. Concludo che non è l’ora, né per lei, né per i miei amici dei piani inferiori: possono continuare a dormire, loro. Non si muove nessuno. Guardo le finestre attorno, è tutto bujo, a parte il solito nottambulo cinefilo che si è affacciato. Solo io e lui siamo svegli, questo mi fa sentire più sicuro sull’entità del terremoto, ma sono anche, inequivocabilmente, solo nella notte. Guardo su internet e già ci sono le prime notizie: l’epicentro è vicino a Verona, la scossa è stata forte, ma senza danni.

Ho troppi libri, e giornali e carta, è la mia bulimia che ha accumulato e che non so come affrontare senza un dolore di perdita. Il terremoto, anzi il gigante, ha rimesso in evidenza questo problema di oggetti e spazi a disposizione. E qui comincia una riflessione sul mio modo di vivere, non riesco a fermarla neppure a letto, è un sonno difficile, con l’ inconscia attesa della prossima scossa. Non so che arriverà il giorno dopo alle 16, sono vigile, potrebbe esserci subito e più forte. Eppure tra “troppi” libri, terremoto incipiente e casa vecchiotta, il sonno arriva, segno che alla fine prevale la fiducia. Tanto che posso fare?

Del senso ironico del tempo della terra che si scuote, capisco il giorno successivo: è il nostro fragile umano tempo cronologico in discussione, la terra si muove di continuo. Le nostre serie storiche, limitate dalle nostre attese di vita, sono cronologie ridicole per il mondo. Sono ben attento a non scivolare nel relativo: ciò che vediamo e sentiamo è il nostro reale, siamo noi che scriviamo le storie che la terra scrive altrimenti. La sensazione della nostra pochezza annichilirebbe le sconsiderate volontà del costruire sul poco e sul breve e proiettare all’infinito, toglierebbe voglia di futuro all’uomo. Non è un gran valore, ci occupa di grandi personali considerazioni il tempo, ma è la nostra incauta misura, com’ è misura il ricordo, le serie storiche dei terremoti in val padana, rari per gli uomini, molto frequenti per la terra. Del resto non conosco forse, fin da bambino quell’abside interrotto di santa Sofia, rimasto incompiuto, dopo che un sisma aveva raso al suolo i resti dell’impero romano nella città. 800 anni sono un batter di ciglia per la terra, uno sbadiglio nei suoi milioni di anni fatti di brividi che noi annotiamo diligenti nelle nostre storie. Come fossimo osservatori di un’altro pianeta, attenti a questa palla color blù e fango, ma anche distaccati conservatori d’altre memorie.

E i miei affetti, i miei libri, le mie cose, mi riportano a me, al contingente che dilata nel tempo, non voglio vivere solo nell’attimo per fuggire il senso di morte che questo porta con sé, voglio il giorno come un mantice di fisarmonica che si dilata e suona, perché questa è la mia musica, la mia vita, di cui fa parte anche il terremoto e il rispetto per il gigante che mi lascia vivere, ma mi ricorda che qualche conto, non con lui, ma con me devo rinegoziarlo.

E magari saldarlo.

mah

Arriva il momento in cui l’indifferenza ha questo nome. Lo rivendica perché è così. Qui le strade si dividono, perché alcuni cancellano un pezzo di sé, altri lo tengono tra ciò che sono stati e ne fanno memoria per il futuro, altri ancora si tengono indifferenti, ma percepiscono spine di attenzione dolorosa. Infine ci sono quelli che venerano la realtà e quindi vivono nel momento, in questo caso l’indifferenza è assoluta. Ognuno si colloca dove sta meglio, o forse, lasciatemi il dubbio che si ricerchi altro, che l’essere non sia sempre prigioniero del piacere e dell’utile. Credo che ci sia una sopravvalutazione dell’utile, che questo irrompa assieme al razionale dall’ homo oeconomicus, e che cerchi di organizzare le vite oltre il loro benessere esteriore. Non è sempre stata questa la teoria e non è neppure la realtà, l’uomo è altro insieme all’utile, e questo gli permette di mantenere contraddizioni senza paura. Ciò vale anche per l’indifferenza. In realtà il gran regolatore è il tempo che seppellisce ciò che non si chiude.

E se spesso si sanno pezzi di cose e nell’aria ci sono storie che sembrano, è meglio star zitti e lasciarsi confondere.

hidalgos

Sebastiano Venier e gli impiccati prima della battaglia di Lepanto, don Giovanni Tenorio e la cena con il Commendatore, l’hidalgo Gonzalo Pirobutirro e la Cognizione del Dolore, cosa li mette assieme ?

Nulla, apparentemente nulla, se non la natura dell’ hidalgo, con l’orgoglio, il dolore e la fascinazione che si porta appresso e lo ripiega nella sua cognizione. Fossero solo le donne, oppure il comando, oppure, ancora, l’inerpicarsi verso un cielo che non è mai troppo basso, questo sarebbe l’effetto, non la causa dell’essere ciò che si è.

Il perseguire che segue sé, è destino dell’hidalgo. A partire da quel don Quixote, primo persecutore della sua pazzia, malamente riscattata, e non ce n’era alcun bisogno, da quella fine di ravvedimento d’intelletto. Che mai per alcun motivo dovrebbe seguire l’hidalgo, perché nulla dev’essere nascosto all’orgoglio e nulla, compreso l’immolarsi alla propria idea, dev’essere posto da parte. Pazzia compresa. La fascinazione fa parte dell’hidalgo, sia essa esercitata nel comando o altrove.  E il Cervantes certo seppe, lui c’era, di Sebastiano Venier, che il giorno prima della battaglia di Lepanto, impiccò un hidalgo e fece frustare due aspiranti tali, per aver dileggiato e ferito due ufficiali veneziani. Lo fece sulla sua ammiraglia (torna la casa come luogo dell’epilogo dell’hidalgo), come capitano da mar e comandante della flotta che il giorno seguente affrontava il turco, lo fece sapendo che don Giovanni d’Austria, comandante generale designato da Filippo II, hidalgo degli hidalgos, per questo poteva metterlo a morte. Lo fece perché era giusto fosse così ed in questo, egli con l’esercizio del potere, divenne più hidalgo dello spagnolo.

Analogamente don Giovanni Tenorio non si ritrae dal confronto con colui che ha ucciso, con ciò che è oltre la vita ed esercita la fascinazione su di sé, il posso farlo a dispetto di tutto e tutti che è ancora una volta il conformarsi al destino proprio. E qui viene il ripiegamento su di sé, la melancolia di don Gonzalo a cui le donne fanno ombra, il cui piegarsi come armadillo è forza da esercitare per mantenere un destino più alto. Ciò che ha avvinto vite, la sua, quella della madre, quella del fratello morto in guerra, quella del luogo, della villa e del suo contorno dilaniante di banalità, per lui ingegnere, con l’anima altrove, è dolore. E su chi può esercitare un fascino degno, se non su di sé, sul dolore che emana la consapevolezza, sul dolore del vivere? La sua vita di hidalgo riallaccia, con il filo del dolore, le molte vite degli altrettanti hidalgos. Il dolore celato che unisce la passione al proprio destino, un filo su carne viva, da scordare con ciò che si ha a disposizione, sia esso il piacere, la battaglia, la pazzia.

La fascinazione è poca cosa se disgiunta dal sentire.

«… Ma se le ripeto che c’è la mia Pina… sì, sì… la Giuseppina… Lei la conosce, no?… ma se le ha parlato tante volte!…». Il figlio Pirobutirro ebbe l’aria di navigar nel vago: confondeva facilmente le Giovanne con le Giuseppine, e anche con le Teresine: ma più che tutto, a terrorizzarlo, era l’insalata delle Marie e Marie proclitiche, cioè le Mary, le May, le Marie Pie, le Anne Marie, le Marise, le Luise Marie e le Marie Terese, tanto più quando le riscopriva sorelle, a cinque a cinque, da doverle discriminare lì per lì nella baraonda dei rinfreschi, dopo schematiche presentazioni. «… Insomma, le dico che non importa», continuò il dottore; «lei starà seduto come un papa; davanti, magari, dove ha meno scosse… a guardare il paesaggio… ad assaporarlo in tutta la sua dolcezza… E la Pina guiderà. Non si fida della mia Pina?».

O! certo! Egli si fidava pienamente della «signorina Giuseppina», (Quell’astrazione onomàstica non gli dava modo di raccapezzarsi). Ringraziò nuovamente; calorosamente. «… Ma non è possibile…». Emise un sospiro. Era molto preoccupato. Quasi seccato. Fu molto cortese. Un senso di noia, di irritazione era nel suo sangue: un’ansia indicibile sul giro del gàstrico, dov’è il duodeno, come piombo: una figurazione di colpa, di inadempienza, nel suo contegno. Nel suo occhio oramai stanco, velato, si adunarono cose dolorose, lontane. Troppo lontane da quel discorso.

«Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato»

(Da La cognizione del dolore, Carlo Emilio Gadda)


corrégime

Non tutto è da buttare, il corpo si tiene. Sente molto l’entropia, e la cosa è più grave per quelli che si poggiavano solo sull’aspetto, ma con una terapia radicale di accettazione si può ricollocare. La testa si tiene, anzi è lei che ci tiene. Evitare il luogo comune nettato dal pensiero, le scorciatoie, la ripetitività, la razzia nei terreni altrui, il cibo predigerito. Sarà poi così vero e poi riuscirà sempre l’operazione? E’ una fatica immane, un rigore da calvinisti d’altri tempi. Eppoi non abbiamo una cornice appropriata, chessò, il lago di Ginevra per discutere di predestinazione e libero arbitrio. Ma visto che possiamo, scegliamo il secondo. E la critica e l’ironia verso sé comprenderà il dubbio perenne, conscio che la stupità non pesa ed è invisibile a chi se la porta appresso; e che è pure, contagiosa per convenienza od accettazione. No, no. Forse non basta, ma il dovrei diventare stupido per farti contenta, lo togliamo   dal pensato, ché devasterebbe noi senza alcun premio.

Concediamoci di sapere chi siamo, di non lasciare ad alcuno il compito di definirci. Allora sarà più semplice vederla negli altri, la stupidità, e tenere la direzione.

Questa del tenere la direzione è forse la cosa meno complicata, si segue ciò che si è, ci si conforma alla propria “bellezza”. Meno complicata non significa facile, e concedetemi questa stupidità di ritorno analoga all’analfabetismo…

Che poi il percorso circolare: analfabeti, alfabeti, analfabeti, si avvera di frequente, anche in chi non lo sceglie. E, se non si sceglie un percorso lineare, funziona anche con l’educazione ai sentimenti: maleducazione, educazione, maleducazione.

L’eterna discussione tra lineare e circolare è la prefigurazione del confronto tra la consunzione (ostentata, ma accuratamente espunta dalle conseguenze) del fare che brucia, e il conservare, in cerca d’eternità (condizione che riempie anche per sottrazione e con una notevole propensione ad identificare come circolare ciò che in realtà è una spirale). 

Un tizzone lanciato contro il cielo nella notte, e la scienza del maneggiare il fuoco degli dei.

Scegliendo il secondo per affinità, attrezzo le mani al calore.

incapacità strutturali

Non credo di avere tra i miei vizi, l’invidia. Non è un merito, non mi viene, ma questo mi rende incapace di riconoscerla prima che mi faccia danno. E ogni volta che mi colpisce toglie il respiro per la sensazione d’errore commesso. Non ne vedo la ragione, non la comprendo. Mi faccio l’esame dei comportamenti, del modo di vivere, qualche errore certamente lo faccio, ma non ostento, sto al mio posto perché ci sto bene, non cerco onori, quello che ho fatto di pubblico l’ho fatto. Eppure la sferzata arriva e colpisce in viso. Me la prendo con me, con il mio dar fiducia, con l’incapacità di capire per tempo, ma non basta.

L’invidia è qualcosa che toglie qualsiasi luce in un rapporto, quando si capisce che è in azione non c’è più possibilità di comunicare profondamente. Anche la stima ed il bene se vanno e, quello che ancor più mi addolora, è che questo era messo in conto, che nel rapporto era stata contemplata la sua dissoluzione. 

Non posso lamentarmi, dipende da me, da una mia incapacità strutturale e credo che neppure mi servirà molto star male, nel senso che non imparo. Starò attento per un poco, mi chiuderò di più, ma poi il dare fiducia sarà nuovamente la base dei rapporti. Fino alla prossima e poi nuovamente ricomincerà il ciclo: incredulità, dispiacere, ripensamento.