aleppo

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Di Aleppo ho un ricordo vivido. Mi sembrava invincibile nel suo essere una stratificazione infinita di umanità senza potere, invincibile come la storia che si legge, si vive, mentre l’altra, quella rombante, si svolge, ma è molto più fragile. Aleppo era solamente bella e così antica da essere intrisa di molte presenze.

Era stata e per questo era viva, non solo ancora viva, ma molto di più: sarebbe rimasta. La città vecchia sotto la cittadella, il suk, l’improvviso risbucare alle stelle dopo le infinite gallerie di botteghe, persone, cose. Il profumo dei fiori, della soda e del sapone, i tappeti che prima di essere colore, sono odore pesante di lana, di mani che hanno annodato, di acqua di torrente che ha lavato. E le lingue che s’intrecciavano, le contrattazioni, il lieve sentore di narghilè, di menta e di mela, i colori dell’oro che ha molti colori oltre al suo, le stoffe impilate in sequenze di sfumature infinite, un asino che attraversava la galleria. E poi, appena fuori, le case, la pietra bianca, il legno, le porte e le finestre istoriate, il sole e il caldo e poi la sera, le luci e il fresco. Ma questo era solo una parte della vita, che si mescolava nei vestiti attillati o nei volti velati delle donne, nella sensazione di identità e tolleranza. Una infinita tolleranza di chi aveva visto infinite guerre e passaggi e poteri che si erano sgretolati, ma avevano rispettato la città, la sua identità, il suo essere tutte le comunità che assieme l’abitavano. Fuori questo si vedeva per consapevolezza e nell’essenza di un commercio levantino che non conosceva religioni e appartenenze, dove il cristiano, il musulmano, l’ebreo, si mescolavano, uniti e differenti.

Appena arrivati in Syria avevo chiesto ad Hassan, la guida che era anche un Imam, di parlare di quanto stava già avvenendo. Era stato evasivo, parlava di torti bilanciati, di propaganda, di un’impotenza della forza a rispondere se non con la forza, ma ad Aleppo si era lasciato andare di più, parlando di malessere, di paura, di preoccupazione per i tempi che sarebbero venuti. Neppure lui, che pure viveva, frequentava chi poteva sapere, immaginava ciò che sarebbe venuto. Da casa, nei mesi successivi, ho conservato quel pensiero che non tutta la verità veniva dai giornali, che non si capiva bene quali erano le richieste, le forze in campo, e pur nella sofferenza che comporta sapere che chi hai conosciuto è in difficoltà, il pensiero era che si sarebbe risolto.

Mai avrei pensato che Aleppo o Damasco o Bosra, o nuovamente Hama, o addirittura Palmira, sarebbero state bombardate, che le distruzioni si sarebbero portate nei patrimoni mondiali dell’umanità, che nulla avrebbe avuto tutela. Ma se parlo dei luoghi è perché penso che essi contengono le persone, che un luogo, un monumento, senza uomini o memoria è nulla, non ha valore in sé. Poi sono venute le notizie, le fotografie, i filmati raccapriccianti e man mano, fuori, è sceso l’interesse, diventava consuetudine, normalità.

I potenti non pensano che il problema debba essere risolto facendo tacere le armi e la vittoria (di chi? per chi?) è stata affidata solo ad esse. Oggi solo i morti, se sono molti, fanno notizia per un giorno, a volte anche meno di qualche ora, ma il resto, cioè quello che dovrebbe provocare l’interesse, la condivisione, la pace, scompare con la notizia.

Il mio pensiero, in questi giorni pieni di colore, di felicità fuggevoli, di parole infinite su un futuro che mai come ora deve tornare nelle mani degli uomini, va a chi soffre in Syria, a quelli che si sentivano sicuri nelle loro case ed ora sono nell’arbitrio, a quelli che ogni giorno vivono perché vivere è più importante e piangono le persone, l’identità, che si smarrisce, ad Hassan e a tutti quelli come lui che mi hanno parlato di pace e di tolleranza, agli abitanti delle città e a quelli che nella campagna non sanno cosa stia accadendo, ma lo vivono con paura e senza speranza. Vorrei che in questa fine d’anno iniziasse, per me, il ricordo che non sono solo per me stesso a questo mondo, che tutto  mi riguarda, che se devo attenuare per vivere qui e dove sono, ciò che di atroce avviene in continuazione nei posti più disparati, questo comunque accade e il migliore dei mondi possibili devo (dobbiamo), portarlo fuori da me.

Queste righe sono di Hassan che fa gli auguri qualche giorno fa. Lui fa gli auguri a noi!

Ecco forse il significato di farsi gli auguri è condividere, mettere assieme il legame, ed allora abbiamo bisogno di farci gli auguri tutto l’anno.

ricordo spesso specialmente l’ultima sera ad Aleppo in quel caffe’ a fumare, chissa’ se riusciremo a ripetere quei fantastici viaggi. purtroppo quel caffe’ con una buona parte del suk non c’e’ piu’ solo disastro e cenere, cosi’ come molti siti villaggi e citta’ della Siria, Bosra…………………. ogni volta che ci penso mi metto a piangere, mi dispiace dirlo ma le notizie che vi giungono sono solo una piccola parte, la realtà è molto più terrificante.
Grazie al Signore che noi stiamo abbastanza bene e riusciamo ANCORA  a trovare qualcosa da mangiare.
auguro a te e tutti gli amici un felice Natale e che il nuovo anno porti amore e pace a tutto il mondo

carissimi saluti dal profondo del mio cuore
Hassan

il telefono la tua voce, ma il tuo cuore e il cervello dove sono?

In treno il telefono è davvero pubblico, si sente perché non si può fare a meno e chi parla, spesso, vuol proprio farsi ascoltare. Sento parlare di economia, di euro, di vincoli di bilancio, di Europa, di spread. Si capisce che chi parla deve convincere l’interlocutore su una proposta politica, il nome di Monti viene ripetutamente evocato. Non una parola sulle persone, su chi adesso è davvero in crisi più del Paese perché nessuno gli fa più credito e scivola verso l’indigenza. Non passa giorno che qualcuno non mi chieda aiuto, cosa dovrei raccontargli, dei vincoli del debito sovrano?

Anche la politica di questi giorni è titubante sulla perdita del benessere, perché di questo si tratta: perdita di tutele e di benessere. Queste cose non entrano nel discorso del telefonista anonimo, forse sono banali. Come le categorie di destra e di sinistra, l’ha ripetuto più volte, semplicemente non esistono più, adesso ci sono i problemi. Vorrei dirgli che i problemi hanno approcci diversi a seconda da dove si affrontano e che la diversità è tutta lì. Ma questo mi ricorda che non pochi amici, che da sempre sono stati più a sinistra di me, mi dicono di essere in dubbio se votare Pd o la lista Monti, questo mi fa riflettere che molte posizioni di sinistra sono strutturalmente minoritarie, e sono state espresse da chi comunque una posizione l’aveva. Da chi, nella sostanziale stagnazione del sistema, non aveva una perdita di status e di privilegi se governava la destra, ma adesso che la valanga è iniziata, un buon conservatore che mantiene la parola è più affidabile per mantenere i privilegi di chi potrebbe metterli in discussione. Perché di questo si tratta. Vorrei dirlo al mio vicino che continua a parlare, che senza l’uomo il denaro non è nulla e che la ricchezza di cui parla è virtuale, se non si traduce in vita, in possibilità di partenza eguali, in redistribuzione attraverso il welfare. Ma la cosa non credo verrebbe capita perché adesso sta parlando del fatto che la politica si deve far carico dei vincoli del denaro. Parole inoppugnabili, ma la politica ha la responsabilità delle vite, dei destini, dell’infelicità indotta dalla società ineguale, qual’è la responsabilità civile del denaro, delle banche, dei mercati?

Il discorso continua sull’inopportunità di una campagna elettorale, parla delle difficoltà dell’Italia di essere credibile (forse vuol dire solvibile), come se la democrazia delle elezioni fosse un’optional, qualcosa che compare e scompare a seconda dei risultati del Pil. Credo che questo sentimento si stia diffondendo anche nella parte del Paese abituata ad analizzare ciò che accade, ovverossia che stabilire una maggioranza sia un lusso da correggere, che la politica debba essere comunque soggetta ai mercati. Credo che questo sia la genesi delle demagogie e dei populismi, delle falsità e delle balle che vengono raccontate, e che fanno finta di occuparsi delle persone, ma in realtà nascondono i veri interessi di una parte e all’interno di un condizionamento economico cercano di trarre un vantaggio per pochi.

Dovrebbe essere forte la richiesta di verità, anziché credere e ascoltare le sirene, chiedere perché si fanno le cose, quali sono i vantaggi per tutti, che privilegi verranno ridotti e tolti. In realtà ho già sentito altrove cose stravaganti, come il non riconoscere più il debito o abolire l’industria, oppure tutti i disoccupati a lavorare nel turismo, ma non è quello che sta dicendo il vicino. Adesso è arrivato alle difficoltà dei tecnici, alla sofferenza che hanno dovuto patire nell’assumere provvedimenti impopolari, al premier che fatica a mettersi al giudizio dell’elettorato perché quest’ultimo è volubile.

Sono arrivato, mi volto, voglio vedere il telefonista: è un ragazzo giovane, avrà 35 anni. Non è un operatore di borsa, da come è vestito non sembra neppure un rampante in carriera. Non ha detto una parola sulla disoccupazione e precarietà dei suoi coetanei. Non capisco, mi viene da pensare che quelli che sono tra i più bistrattati dal sistema, debbano essere difesi dai padri, dai vecchi. Continua a parlare, numeri, dati inoppugnabili, quelle cifre che t’inchiodano all’evidenza: va bene, vorrei dirgli, ma come se ne esce tutti assieme, senza cacciare nessuno, senza far pagare a chi non ha colpa? Oppure la colpa è proprio da quella parte che ha sempre pagato?

 

dalla parte sbagliata

Domenica alle primarie voterò Bersani.

Non c’è nessun calcolo personale. Da tempo, pur facendo politica a partire dal pd, sono su altre posizioni da chi lo governa. Chi mi conosce un poco sa come in questi anni mi sia sempre riconosciuto dalla “parte sbagliata” rispetto a chi avrebbe vinto. Con Marino al congresso, con Angius quando si trattava di fare il pd, con Veltroni quando vinceva D’Alema, ecc. ecc. Diciamo che già essere con Berlinguer, oppure con Occhetto, era sbagliato visto quello che è accaduto poi ed io ero con loro. Ho sempre seguito il cuore e il cervello, in politica non si può fare diversamente, ma senza calcolo personale, per l’appunto.

Mi verrebbe da scherzarci su questa cosa, ma è una cosa seria. Troppo in questi mesi si è parlato come fossimo ad una partita di calcio, anche in questi giorni l’esempio di Renzi è tra i moduli calcistici nel governare il Paese: il catenaccio per non perdere di Bersani e il suo modulo all’attacco per vincere. E parla di allenatori, non di responsabili del futuro di tutti noi. Ma vedete bene, quando si gioca, si perde, si vince ed ogni domenica è un’occasione nuova, a fine stagione si comprano i giocatori che servono, si cambia l’allenatore, ci si incazza e si gioisce e poi ci passa attratti da una nuova sfida. Diverso è per un Paese o per una fabbrica o per un ospedale. Voi vorreste al pronto soccorso essere visitati da uno studente del 5 anno che sta imparando i sintomi, oppure uno stabilimento chimico lo faremmo produrre con la direzione dei nuovi assunti? Ecco perché penso che le primarie di domenica siano una cosa seria e non una partita di pallone, com’è serio il fatto che governare il Paese sia diverso da smanettare su un blog o su facebook. A ciascuno il suo ruolo ed anche nel cambiare c’è differenza tra il cambiare tutti, partendo dalla situazione reale e, invece il procedere per titoli o a tentoni.

In questi mesi ho sentito soluzioni fantasiose, tipo non riconosciamo il debito pubblico (Grillo), affidiamo tutto alla green economy e alle rinnovabili, basta industria e manifattura puntiamo tutto sui servizi, ecc. ecc. . Con tutto il rispetto, chiacchiere da bar. Un Paese è un corpo coeso, che ha bisogno di tutto, delle mani e dei piedi, del cervello e dello stomaco. Non si possono cambiare pezzi senza aspettarci che i riflessi non siano evidenti altrove, quelli positivi e quelli negativi. Per questo è necessario cambiare e al tempo stesso mutare con ciò che è compatibile, possibile, non enunciando le cose e poi dire, scusate, ho provato.

Cambiare è necessario, impellente, ma dobbiamo cambiare tutti, avere un’idea condivisa. In Bersani riconosco la voglia e la volontà di tenere assieme, di includere, mantenendo le distinzioni tra ciò che è da una parte e ciò che è dall’altra. L’ha fatto nel partito democratico, lo farà nel governare in modo chiaro tra una maggioranza ed un’opposizione, ma nella consapevolezza che la situazione è talmente grave che non si può perdere l’apporto di chi può dare risorse al Paese. Io sono di sinistra, non mi piacciono tutti, distinguo, scelgo. Non è forse quello che facciamo tutti ogni giorno? Però mica prendo a ceffoni quelli che non la pensano come me. E se l’obbiettivo riguarda più persone, li ascolto, alla fine deciderò secondo i miei principi e obbiettivi, ma cercherò di coinvolgere il più possibile. Coinvolgere è necessario per un progetto importante, e un Paese è un progetto importantissimo.

Ho fatto politica a tempo pieno per meno anni di quelli che hanno visto Renzi vivere di politica, credo che, come me, ci siano centinaia di migliaia di persone che hanno considerato che nella vita si può fare anche altro e l’hanno fatto. Quindi è ora che un po’ di persone si facciano da parte, contribuiscano diversamente se vogliono o possono al Paese, ma questo sta avvenendo comunque e Bersani ha praticato nei fatti il rinnovamento del pd, certo come poteva, lasciando crescere i giovani nella responsabilità dei ruoli, non eliminando il dissenso interno. In nessun partito c’è in atto uno scontro tale tra generazioni e politiche così composito e trasversale da far capire che davvero il dissenso può essere fertile e rinnovante, eppure è un partito coeso alla base. Merito enorme in un tempo in cui è più facile distruggere che costruire. Già dire che il governo che verrà avrà più giovani competenti che capi corrente e lo stesso numero di donne e di uomini, è talmente dirompente per la politica che significa che chi lo propone ascolta, capisce cosa si muove nel Paese, ci crede.

I prossimi saranno anni difficili, Monti ha portato innanzi una politica di destra che ha tolto diritti e non ha inciso sui privilegi, che non ha eliminato gli sprechi. Basti pensare alla sanità o ad altri settori della pubblica amministrazione quando dice che bisogna trovare nuove forme di finanziamento e non mette mano allo scandalo degli appalti, dei costi diseguali, degli stipendi d’oro dei manager, ecc. ecc. .

Saranno anni difficili per il debito accumulato e ancor più per non aver riconosciuto la crisi, per questo la priorità dovrà andare al lavoro e ai diritti da conservare. Quindi il primo problema è far ripartire il paese e modificarlo in corsa. Questo non si realizza improvvisando, neppure pensando di azzerare ciò che esiste, anni che avranno bisogno di ogni risorsa, non solo quelle dei soliti reperibili e noti.

Per questo pur non essendo bersaniano, voterò Bersani, perché mi fido, non mi affido, perché so che quando sarò critico, e lo sarò, oh sì che lo sarò, potrò confrontarmi, essere dalla “parte sbagliata” eppure contare, portare innanzi quello in cui credo.

p.s. Mio figlio, un mese fa,  mi chiedeva cosa avrei fatto e spiegandolo gli ho detto che facevo coming out. Si è messo a ridere: coming in, casomai papà.  

il corteo

Le strade sono le stesse. Quasi. Il rumore di un corteo è fatto di slogan e di voci tranquille, quasi sommesse. In un corteo c’è molta gioia oltre che rabbia. Anzi direi che quasi sempre prevale la gioia. Sul corso sfilano gli studenti, gli autonomi, bandiere variegate, striscioni, qualche bandiera anarchica. Qualcuno di quelli che sfila, ha la mia età. Li guardo perché non hanno mai lasciato quella che è sembrata l’acquisizione della vita, ma non c’entrano adesso, raccontano d’altro, sono una memoria che non ha riscontri. Al centro del corteo c’è un camion con due immense casse che trasmettono musica rap, ad altissimo volume, spesso si inserisce una voce, che, con la cantilena delle manifestazioni, indica obbiettivi, slogan, ingiustizie in corso, appelli. Poi riprende la musica. I ragazzi sembrano lieti, c’è il movimento degli studenti, tanti hanno un fazzoletto, una bandiera, un cartello. Molti loro colleghi stanno riempiendo le pizzerie al taglio, i kebab, le pasticcerie abbordabili, qualcuno saluta e si sfila. Davanti ci sono dei ragazzi con dei grandi rettangoli colorati. Sembrano di legno leggero, sono scudi per una testudo che da qualche parte troverà pure una ragion d’essere. Poi li vedrò sul video di repubblica disfarsi sotto due cariche di polizia. Ho pensato a Pasolini quando le ho viste, quando parlava dei celerini come i veri rappresentanti del popolo, del proletariato. Adesso non condividerei quell’articolo, i poliziotti hanno un mestiere, un lavoro, molti di questi ragazzi non l’avranno. Sono loro adesso i portatori di richieste logiche senza diritti. In stazione parte una carica della polizia, la guardo e mi chiedo se era necessaria. Non capisco, mi pare violenza in più. So invece che questi ragazzi non sono rivoluzionari di professione, so che cominciano a capire che il mondo è sempre più comunicante, ma loro sono sempre più soli. In piazza c’è il comizio della CGIL, molti pensionati, molte aziende in crisi, cartelli, bandiere rosse. E’ pacifico tutto, la lotta sarà lunga, è lo slogan che circola per la piazza. Bisogna durare un minuto più dell’avversario. Lo si impara in ogni trattativa sindacale. Chissà se ci sarà tanta pazienza.

notizia buona, notizia cattiva

La notizia buona è che Obama ha vinto.

E’ buona per me e per molti altri, se Romney avesse vinto la notizia stamattina sarebbe stata cattiva. Mi avrebbe cambiato l’umore, la giornata, e non solo, anche le prospettive avrebbe mutato. Eppure gli Usa sono distanti, e Obama non mi ha convinto in questi quattro anni, perché allora è una così buona notizia?

Una notizia buona è tale perché apre una speranza, la consolida, testimonia che c’è una possibilità di cambiamento vicina a ciò che si pensa. Ma questo vale per me, per altri la stessa notizia chiude una prospettiva, fa scuotere la testa e, per loro, peggiora il mondo. Quindi una notizia è buona o cattiva a seconda di chi la vede, in alcuni genera gioia, in altri tristezza. E’ la stessa notizia. Colpisce la poca oggettività dei fatti, anche il loro mutare segno nel tempo: se Obama continuerà a non piacermi, ad essere meno peggio, a non mostrare una diversa visione del mondo e della libertà, quella che era una buona notizia diventerà un fatto negativo, lo spegnersi di una possibilità. Quindi non è il fatto in sé che è buono, è la mia speranza che si apre che è buona, che mi fa cogliere i segni come gli aruspici guardavano il volo degli uccelli o la direzione del fumo. Ma io non sono oggettivo, interpreto, con il mio modo di vedere, il mondo nei fatti, li connoto.

Per questo la vittoria di Obama è buona e mi rende allegro, perché rafforza le mie attese, mi consente di essere attivo nel fare e nello sperare, nell’evolvere e gioire anche del fatto che la mia parte vinca sull’altra. Nella non oggettività dei fatti c’è lo scontro tra diverse visioni del mondo, del futuro e di se stessi, come se i fatti fossero il portolano mobile delle vite, in realtà sono conferme del nostro mondo interiore, delle propensioni che sentiamo e ci costruiamo.

Non saranno quattro anni facili, ma si può sperare di uscire dalla crisi, rimettere in ordine le priorità e far sì che altre energie positive si sollevino nel mondo.

Sì, è una notizia buona per il mio mondo.

un uomo dappoco

La dualità comunicativa che tutti abbiamo: vivere nella società, parteciparvi (chi più chi meno), e il tornare a sé, alle piccole grandi cose che fanno le vite, sono bene evidenti. Nell’esaminare ciò che si è fatto e non si rifarebbe, subentra un senso di socialità (può essere buona o cattiva la socialità), che può dire rivolto ad altri: non fare, ti brucerai. Oppure un piegare di labbra che testimonia il cinismo (se questo ha preso il sopravvento): devi provare, scottarti, poi anche tu, come me, finirai nella tristezza di ciò che non è stato.

I grandi (?) si dolgono di quello che hanno fatto ben più di quello che non hanno fatto. Ovvero di ciò che è stato e non di ciò che sarebbe potuto essere. Allora, capendolo, il mondo dell’impossibilità a fare adeguatamente si chiude (oppure si apre all’introspezione?) negli orizzonti delle piccole vite. Non ci sarà il sangue che circola veloce, che palpita nella sensazione che si è nel cambiamento e ribolle con esso, non più il vociare interiore ed esteriore che coincidono come fosse una corsa che arrossa le guance e fa luccicare gli occhi di futuro, non più il respiro lento e possente del mondo che muta e risuona nelle orecchie, ansito di bestia, che domata si offre. Non più e allora? Van bene le distratte notizie di giornale, artefatti anziché antefatti, cose che hanno l’agrodolce della mistificazione consapevole, come il piacere che nel farsi finisce, se non ha un suo destino. In questa vigilia di cambiamento del mondo, al più devo decidere cosa mettermi per apparire e non stracciarmi nel coinvolgimento, nella rivoluzione dell’essere dentro al mutare, nella battaglia, che vinta o persa che sia, è vitale. Sarà che le cose sono, e sembrano, piccole, un comico prenderà il posto di un barzellettiere, un giovane buon conoscitore delle strade del potere vuol prendere il posto di un maturo buon mediatore, un indistinto sovrapporsi di nomi che contano (e che contano mai?), configura il ventre grasso e molle del perbenismo che lascia a ciascuno fare ciò che vuole, basta non si veda. Il centro il peggior chakra ci sia. Cosa c’è di emozionante in tutto questo, se non che quest’arena è pur sempre il luogo in cui decidere se essere spettatori o gladiatori.

Un modo alto di alzare la schiena e il braccio ed armarli della forza di mutare è quello di avere un’idea grande di tutti e di sé, invece se è il sé che prevale, per quanto grande sia, al più stimola il sorriso, o il dileggio, nei tutti. E’ questo il senso micidiale del relativo che ci ha colpiti? E’ da qui che tutto sembra diventato eguale e quando qualcuno, anch’io, si ostina a dire che non è vero, che la diversità, il meglio, esiste, emergono quelle indistinte litanie di fatti, fatterelli, non importa se veri o verosimili, incontrovertibili per stanchezza di ribattere, e che puntano ad un’unica conclusione: sono tutti uguali. Non siamo tutti uguali. Se siamo tutti uguali, come distinguere lo scarico dal robinetto, l’acqua dal refluo. 

Sarà così, per stanchezza o ignavia o superficialità, che nascono le abitudini che invadono e chiudono le nostre vite nella ripetitività, nel pascolo dei pubblicitari e degli esperti di marketing, sarà così che il vicino che soffre diventa un dato statistico e nella testa nostra soffre meno, che chi può, sbarra la porta di casa, che conta quello che ha, ed aspetta. Ho un pensiero che apparentemente sembra incongruo, ovvero che senza rivoluzioni e socialità l’economia langue, si avvita nella povertà del ripetitivo, che se la difficoltà, la sofferenza si chiude nel privato e non diventa palingenesi partecipata, il cercare i piccoli equilibri dello stare meno peggio, condanna ad esistenze senza costrutto. Vuote di respiro.

Non osare subito, quello verrà in un dopo molto prossimo, ma iniziare respirando. Respirare l’aria che non è solo nostra, che ha dentro un po’ dello scambio cuore polmoni di chi abita la casa, il quartiere, la città, il mondo.

un uomo dappoco non vive in casa,

non gli basta il lavoro per sognare,

per questo siede sulla panchina,

studia i piccioni ed ama gli uomini,

i passi rumorosi nel ghiaino,

un volare silente d’aquiloni.

Lì, nell’aria, sono i fiori che non ha piantato,

i libri che non ha scritto,

e un canticchiare di melodie 

di lingue sconosciute,

nella luce che cala,  

un brivido di freddo lo percorre,

è la stagione, dirà,

la stessa di me e di te.

l’impotenza e la rabbia

Non so quanti operai frequentino la rete, abbiano un blog, raccontino le loro storie. 

Ieri a Roma c’erano gli operai dell’Alcoa, sardi, arrabbiati, senza fiducia dopo promesse infinite. L’Alcoa è uno spaccato del paese, non tutto il paese, ma una parte importante. E’ quella parte di territorio avvelenato dove ci si attacca a un posto di lavoro che toglie la salute, ma non c’è altro e in questi posti si pensa che toccherà a qualcun’altro ammalarsi, forse, a qualcuno che non si conosce e che, comunque, la miseria è peggiore. Quel forse regge una vita, tante vite, e hanno ragione, non è compito degli operai risolvere i problemi economici, fare i piani industriali.

Stamattina dicevano, ma lo dicevano anche ieri e un anno fa, che manca un piano industriale per l’Italia. Strano che sia così per il secondo paese manifatturiero e industriale d’Europa, eppure se ci si pensa tanta insensatezza qualche ragione la deve pur avere. Non è questione d’intelligenza, ma d’interesse, a qualche potere interessa che un piano non ci sia. Quelli che urlavano ai comizi degli anni ’90, più mercato e meno stato, hanno poi vinto, e ora? Bisogna pur dirlo che se non li salva lo stato gli operai dell’Alcoa non li salva nessuno. E qui si apre un tema che l’economia capitalista non considera, come non considera il territorio, ovvero quanto vale il lavoro, quanto conta la società? Nessuno può essere obbligato a investire in perdita, ma perché l’energia elettrica costa così tanto in una regione, la Sardegna, che consuma un terzo di quanto produce?

L’assenza di obbiettivi, di impegni comuni è un aiuto alla delocalizzazione, al disimpegno. L’alluminio si fa in tutto il mondo, ma per farlo  serve molta energia a buon mercato perché è un divoratore di energia e non farlo ci consegna nelle mani di chi poi farà il prezzo. Bisogna farlo in Italia e servono tecnologie avanzate perché oltre che energivoro, il processo inquina sia l’aria che il terreno. Non è difficile, ma per produrre in modo green bisogna investire, per abbassare i costi, bisogna investire, se il privato non investe chi dovrebbe farlo?

Il prezzo dei metalli lo fanno i paesi a basso costo del lavoro e dell’energia, questo è uno degli elementi che rendono meno equo il mondo e lo stesso vale per l’acciaio dell’Ilva, per le materie plastiche, per tutte le lavorazioni di base che originano materie prime.  Ma qui mi fermo perché annoia l’economia delle chiusure, della disoccupazione. Molti di quelli che scrivono partono da altri presupposti, da altri bisogni. Forse un terreno comune per giovani, e meno giovani, è la precarietà, ma la precarietà di un operaio 50 enne è diversa, non meno dolorosa, di quella di un giovane, così neppure lo stesso linguaggio accomuna.

Eppure senza un paese che sia interconnesso, sociale ed organizzato, che produca merci, sia attrattivo per il turismo, che abbia una buona agricoltura, una burocrazia che faccia funzionare le cose e non le fermi, senza tutto questo non si uscirà da nessuna crisi, non ci sarà competizione vincente, si continuerà a barattare la salute con il lavoro.

E non basterà. Come non basta la rabbia, perché il male è l’impotenza, ecco bisogna uscire dall’impotenza, ribadire valori comuni, farli veri. Il lavoro senza malattia, è uno di questi. Forse il principale.

il pieno

Al distributore dell’Eni, modalità iperself (chissà che vorrà dire?), c’è una lunga coda per fare il pieno. Auto, moto, qualcuno è venuto a piedi con una tanica: è l’ultimo week end di offerta. Una specie di saldo di ciò che eravamo un mese fa, quando quei prezzi per il carburante ci sembravano già alti ed inconcepibili.

Qui, c’è la varia umanità che rispecchia la crisi che coinvolge oltre i numeri, oltre il ragionamento: basta pensare che sia una svendita e ci si mette in attesa. Non è così, basterebbe capire che i pochi euro di differenza di un pieno, non cambiano la sostanza delle cose, che il problema è ben più grande, ma siamo qui, in fila. Preferiamo attendere.

Quanto siamo manipolabili e abituati a guardare il dito e non la luna. Non è questione di sviluppare nuove rabbie, ma discernere, capire cosa accade davvero e cosa fa male. Ecco, credo non ci sia la percezione del danno. Forse perché non c’è un obbiettivo da raggiungere, un cambiamento importante da verificare. Così ci si accontenta di promesse a breve e intanto ci si arrabatta, ma non sarebbe lo stesso vivere il quotidiano ed avere un ideale alto, che permetta di protestare e collegare il prezzo della benzina alla vita, o al lavoro precario, o al futuro che vorremmo?

Troppa fatica forse, è più facile mettersi in coda per fare un pieno e poi andarsene con l’idea che così si è un po’ superata la crisi, che può andare meglio. La fiducia comunque è positiva, ma ho l’impressione che senza qualche impegno più grande, ci resteranno solo piccole furbe felicità da pieno di carburante.

Aleppo

Poco più d’un anno fa ero ad Aleppo. Arrivavo dopo aver attraversato la Giordania e la Siria. Arrivare m’aveva dato la sensazione della prossimità d’un porto dalla parte del mare, un’onda calda e dolce che portava a terra, dopo tanto vedere, sentire, ammirare. Era un luogo che accoglieva, prima che una città bellissima, come aveva accolto per migliaia d’anni pellegrini, conquistatori, religioni, lingue, civiltà.

Nei luoghi ricchi di passato le civiltà si sovrappongono, ad Aleppo si incastrano e la tolleranza diventa un modo d’essere inclusivo. Ebrei, cristiani, musulmani vivono secondo le loro regole eppure accanto, lavorano nel souk in botteghe vicine, ti parlano tutti nello stesso italiano stereotipato, hanno la stessa gentilezza: sono tutti siriani.

E’ la sensazione che si respira nelle case di pietre squadrate e scolpite, nei patii interni rivestiti di cedro del Libano, sotto le tende dei negozi che riempiono l’aria di profumo di fiori essicati, sapone, spezia. Ne parlo al presente perché la mia testa si rifiuta di pensare che sia tutto distrutto e cerco di riconoscere i luoghi che ho conosciuto dai telegiornali, ma vedo cumuli di pietre, corpi, uomini che sparano. Il non riconoscere mi dà speranza che non tutto sia perduto, che finisca presto e la vita ritorni ad essere consueta, lenta, come l’ho vista nei caffè, nelle strade, tra le case. Ho letto che il quartiere antico è stato risparmiato dai bombardamenti, che forse anche il castello non era stato bombardato, mi ha preso una sensazione  di sollievo, perché se erano risparmiate le case anche le persone erano risparmiate, ma è stato un attimo, cosa stia avvenendo nella città lo si legge negli scontri casa per casa, negli eccidi e nelle esecuzioni sommarie.

La Siria è l’ennesimo fallimento dell’ Onu e dell’enunciazione pomposa dei diritti dell’uomo, in fondo Sebrenitza è stato lo spartiacque tra verità e convenienze politiche. Da allora si è visto con maggiore chiarezza l’inadeguatezza, ma anche disegni, strategie contrapposte che fanno emergere i cinismi delle cancellerie. La parte del Mediterraneo che contiene la Siria è una polveriera, basti pensare che i confinanti della Siria sono la Turchia, Israele, il Libano, la Giordania, l’Iraq e poi i curdi, hezbollah, ecc. ecc. Forse per questo Hassad si sente sicuro e massacra il suo popolo, perché toccare la Siria è aprire il vaso di Pandora, ma altri, l’Arabia Saudita ad esempio, giocano partite pseudo religiose di rivalsa Sunnita su correnti Scite, aprono ferite. Francamente mi riesce difficile pensare che tutto sia uno scontro tra ortodossie islamiche, che le benedizioni e l’appoggio delle cancellerie, fornitura d’armi compresa, non siano in realtà una guerra combattuta in conto terzi, una specie di gioco a somma zero in cui alla fine si avrà un nuovo equilibrio che prescinde dal popolo, dalle persone, dalle aspirazioni. Se la Siria avesse il petrolio della Libia la questione sarebbe diversa, qui si giocano altre strategicità, quella degli oleodotti e dei gasdotti ad esempio, ma anche la partita infinita di Israele e dei suoi nemici, la vera questione medio orientale che non è mai voluto risolvere. 

Il cuore mi si stringe in questi ragionamenti, quando si pensa in termini di strategie gli uomini scompaiono e invece ho visto, conosciuto persone, sperimentato una tolleranza religiosa inconsueta, uno spirito levantino allegro, ospitale, pervaso di gentilezza. Se penso ad Aleppo sento il silenzio lugubre dell’occidente, sento il silenzio dei molti come me, che si sentono cosa, impotenti nel fare e quindi nel dire. La tristezza è poco in questi anni, la tristezza è impotenza bisognerebbe ricordarlo.

la novità della crisi

L’unica vera novità di questi anni è la crisi e pur non sprecando l’aggettivo epocale, credo che questa modificherà profondamente il mondo così come l’abbiamo conosciuto.  Ma qual’è la percezione della crisi? Di essa si vedono gli epifenomeni, gli effetti, e di questi, moltissimi dolorosi, incidono sulla carne vera della persone. Se fossi la Fornero, non dormirei la notte pensando che 370.000 famiglie, per una convinzione opinabile, sono private di reddito, beffate, impoverite e che nel frattempo non solo non si fa nulla per riparare a quell’ “errore” per non toccare principi, ma ben altre spese non vengono minimamente toccate. Basterebbe un bombardiere in meno per sanare tutti gli esodati e ne avanzerebbe per qualcos’altro.

Ma il sonno della Fornero ci riguarda poco, mentre questa vicenda è un’ingiusta interpretazione della crisi, non una sua conseguenza diretta. Però altre sono le conseguenze che riguarderanno tutti e si faranno sentire, cambiando il mondo come l’abbiamo conosciuto: i nuovi modi di produrre, ad esempio, la marginalizzazione delle aree locomotiva del paese (sta scomparendo l’auto e molta meccanica, la cantieristica è in difficoltà, il legno e il mobile sono in crisi, il tessile è mera testimonianza, l’edilizia è in crisi patocca, il piccolo commercio al dettaglio sta sparendo, ecc. ecc.), l’incapacità di far emergere produzioni ed aree tematizzate in grado di dare una direzione industriale al paese, l’attacco strisciante al welfare, il sistema di protezione sociale rimesso in discussione. Mi fermo per evitare un lungo elenco di cambiamenti in corso, ma l’impressione e la realtà coincidono con un paese che scivola verso una nuova posizione in un mercato che non conosce stabilità e in cui la merce ha una centralità diffusissima, ma marginale rispetto alla finanza speculativa, che determina la possibilità o meno dello sviluppo. Non si è mai parlato così tanto di moneta e di finanza speculativa come in questi anni e mai il virtuale era entrato così prepotentemente nella qualità possibile delle vite, nel futuro delle persone, nella mobilità sociale degli individui, abbassandone il rating reale, che è poi la capacità di acquisto reale, ciò che determina se si dipende da altri oppure si è autonomi e quindi liberi. La crisi viene percepita più come solo impoverimento che come forte cambiamento, e se ne avvertono gli effetti economici più che quelli sociali di ben più lunga gittata e trasformazione delle persone. Gran parte degli imprenditori e politici che conosco, ma anche persone, famiglie, percependo la crisi come momentanea stretta di mezzi, aspettano che passi, sono in ansia con i tempi lunghi, pensano che basti fare dei sacrifici perché tra un poco tornerà tutto come prima. Magari non proprio lo stesso di prima, ma la prosperità, il benessere torneranno ad essere una sensazione diffusa, un benessere possibile anche per chi non ce l’ha.

Sono convinto che non sarà così.

Sono convinto che la trasformazione in atto stia rendendo insostenibili molte delle politiche di tutela che hanno sorretto il benessere dello stato sociale, che la sola crescita non basterà per recuperare le vecchie tutele e che comunque la crescita basata sui vecchi modelli di produzione sarà transitoria e perdente.

In un processo logico, si individua il problema, si identificano gli operatori che saranno coinvolti, si trova la soluzione. A volte il problema è così complesso che bisogna scomporlo, ma comunque i singoli pezzi di soluzione si integrano nel risultato finale. Oggi pare non sia così, perché individuato il problema le soluzioni proposte non sono in realtà soluzioni, ma tentativi di tenerlo a bada. Se qualcuno mi minaccia, mi impoverisce, rende precaria la mia vita non avrò possibilità di star bene finché non l’avrò ridotto all’impotenza, in questo momento non è così perché la minaccia è più tutelata del minacciato. Proprio questo impedisce che tutto torni come prima e le politiche degli stati, ma anche quelle personali degli individui devono interagire con il nemico, confinarlo, mettere in atto strategie che lo mettano in difficoltà. E’ evidente la sperequazione che esiste tra chi riconosce il proprio debito, uomo d’onore, e chi tende ad aumentarlo all’infinito dimodoché il debitore non possa mai restituirlo e si impoverisca, perda le tutele sociali e ancora non riesca a restituire ciò che continua ad aumentare perché è fuori della propria capacità di creare ricchezza. Il limite del debito è questo e non avere questo limite rende la crisi modificante del mondo.

p.s. qui mi fermo, avrei altre considerazioni su ciò che sembra macropolitica, ma in realtà riguarda molto da vicino il nostro presente e il nostro futuro, rischierei di annoiare ancor più di quanto fatto, mi basta che riflettiate su quanto ci sta accadendo e come stanno cambiando le nostre vite senza proteste sostanziali. O queste vite valevano davvero poco e quindi, anche se mutano, poco male, oppure davvero tutti pensiamo che questa sia una crisi transitoria che in realtà non muterà il sistema e che tutto tornerà come prima.