galleria del vento

Nella galleria del vento si è illuminata una vetrina. Dopo tante chiusure e polvere accumulata, è una buona notizia. Ancora non si capisce chi siano i nuovi inquilini, manca persino una tenda per schermare l’open space: sono tutti in vista.

Dietro due scrivanie, lampeggiare bluastro di schermi, l’ovattato trillare di telefono che arriva in galleria e un viso alza gli occhi. Mi guarda, poi distoglie lo sguardo e fissa il muro, ancora privo di intimità.

Benvenuti signori vicini.

Ci siamo rivisti al bar, sono ancora esistanti, un po’ spaesati. Mentre gli scafati aggrediscono insalate dai nomi allucinanti, loro, in attesa di capire, optano per  rassicuranti, panini di salame.

Sono una speranza per la galleria del vento; credo lo sappiano e questo anonimato non è anomia.

Mettendo passi verso l’ennesimo caffè, pensiamo : magari d’ora in avanti,  la crisi ferirà solo, anzichè uccidere ancora.

il soffiatore di bolle

Dovevo fare il soffiatore di vetro, esperto di equilibri fragili, camminatore su ninfee ed invece mi è stato dato d’occuparmi di cose solide: pietre, ferro, cemento, terra. Un tempo gli uomini -io ne ho una sensazione d’occidente- tracciavano le costruzioni come le loro anime, o meglio davano concretezza ai pensieri. E le proporzioni ripetevano sezioni auree, spazi definiti in cui l’essere trovava equilibrio, per cui Leon Battista Alberti era sì in Mantova, ma anche in un casale che ripeteva per multipli di quattro, percorsi domestici, aggregazioni, felicità d’esistere, oggi mutuati da un feng sui, così distante, da dare assuefazione, com’è giusto sia la moda. L’eccezione è diventata il modo di distinguersi: il più alto, il più colorato, il più efficiente, il più strano, il più complesso. Come fosse la transitorietà dell’eccezione a governare i rapporti, le campagne, l’abitare e le città.  Ma nel mio piccolo mondo, io, soffiatore di vetri, che ci faccio qui?

Gli equilibri come insieme dinamico del procedere m’ han sempre affascinato. Devo dire che ora capisco poco di fisica – e non è merito, nè giustificazione, ma triste senso del limite -, ma quello che m’è rimasto s’ applica alla vita. E le leggi hanno, per me, una speculare attenzione verso le sensazioni, i modi d’essere, cosìcchè quando penso al moto vedo me stesso in movimento. E mi relaziono con la velocità passando attraverso una serie di stati di disequilibrio, ma ciascuno per un momento equilibrato, che approfittando dell’attrito permettono di correre verso qualcuno o qualcosa. Di questo esondare sentimentale tra comprensione di leggi e realtà, ho fatto la mia modalità d’essere, la stessa che m’ ha accantonato in politica, fatto accettare d’essere solitario a sufficienza per amare la compagnia, inquieto quanto basta per non accontentarsi del proprio stato, nè di quanto raggiunto o pensato. I piedi, m’ hanno servito silenti, hanno accompagnato il pullulare disordinato dei pensieri, dialogato con la testa ed anzi han fatto ordine ritmando, ascoltando asperità che sottraevano dall’impegno del pensar d’altro. Ne avevo ragione l’altra sera nel pezzo di strada che sta tra piazza Brà verso piazza santa Anastasia a Verona, e che la vista di tante meraviglie di palazzi, Arena e spazi, sottrae allo sguardo. Erano importanti a me, le larghe lastre di marmo messe a pavimento per dare solidità alla ricchezza e al potere, cosicchè , dialogando con quelle lastre, i piedi poggiavano leggeri, scivolavano accompagnando gli sguardi, e districavano le vetrine dall’opulenza delle merci, mostrandole per quello che erano: campionario di sogni indotti destinati a concludersi con un acquisto. Come potessero essere acquistati i sogni e poi sostituiti da altri ed altri ancora, legando il tutto al nostro potere – e  come trovare parola più esplicita e fallace per definire uno stato – d’acquisto. Guardavo ed un poco sentivo, le grandi ammoniti, i disegni perfetti di spirali di pensieri diversi, pensavo al costruire, ai sogni che mutano con le epoche, alle chimere che non hanno più corpo di donna mutante, e zoccoli, e seni piumati, e alle sostanziose assenze che impoveriscono il nostro mondo così concreto e poco attento. Alle magie povere perfino del sogno e al nostro essere consegnato alla singolarità senza espressione nè declamazione. Perchè il declamare, il dire ad alta voce, è vibrare d’aria unisono di testa e moto verso altri e far capire. Ma per capire serve sintonia ed io mi accontentavo (!) d’essere sintonico con i marmi, con chi li aveva posati, con chi li aveva abitati. Ed ancora li abitava, indicando l’altro ch’era stato e una diversità talmente grande e vicina, da essere grande e pertanto da rimuovere, mettere in disparte perchè la sua irruzione avrebbe dimostrato la fallacia e caducità di tutto quanto riluceva attorno, in forza d’energia e potere di denaro.

Chi si estrania viene accantonato, fatto scendere dal treno, accompagnato nel luogo sociale dove con democrazia possa fare la sua vita, in assenza d’offesa al sentimento comune. Vale per il pensiero e per gli atti che mutano i rapporti, vale per le vite e per i sentimenti, vale per le regole che finchè non vengono mutate pensano d’essere eterne. E per il valore, che dev’essere riconosciuto come comune altrimenti scardina il terreno su cui poggia la concretezza delle bollette da pagare, dei tempi da donare, della libertà da limitare. Questa è l’economia del reale e altro non può essere perchè la diversità è eversiva, fa confusione,  pensate che induce a rappresentare la realtà come la si vede e non com’è, come dev’essere per conservare equilibri, dare sostanza ai principi, bellezza al brutto, consistenza all’immateriale. Opprimere per giusta e necessaria causa, insomma.

Grossman, a Treblinka camminando, parla con i morti che accarezza con i piedi, vede donne e bimbi che assieme alla madre, da Raffaello sono l’icona dell’unione primigenia ed al tempo stesso li sente separati, uccisi, feriti, amati e accompagnati anche in quel luogo di morte. E’ Lui  il nesso tra un dipinto, un modo di pensare, un valore condiviso, e l’agire che sotto quel terreno porta ad altro. Il valore umano resta assieme alle voci che vorremmo mute e che chiedono ragioni, ma sono soprattutto vite da proseguire dopo che sono state interrotte. Questo pensa e poi scrive. Ma è talmente eversivo il suo parlar d’altro, che viene gentilmente accompagnato, lui eroe dell’armata rossa, a raccontarlo in Siberia. Non per troppo, per un po’, finchè gli passa, la vita o la voglia di sentire e d’ascoltare cose che non ci sono più, pensieri oltre il filo della terra. Lo stesso filo che fuori era spinato ed elettrico ed ora è crosta per confinare il pullulare della vita che sotto preme. E non gli passa, come spero non passi a molti. Non passa, come spero continuino a fare i fili privi di senso comune che s’agitano tra i piedi e la testa, che fanno guardare sereno, i palazzi che s’inerpicano, le facciate tecnologiche e gli schermi giganti, l’intelligenza a tempo, il software caduco. Fruire e non essere, perchè l’essere è altro.

E continua. Oh sì che continua…

un giorno dopo l’altro

La malinconia fa parte dei caratteri come il mio. Chi la conosce sa che non è pervasiva e sta acquattata e discreta, ad attendere una sera troppo rossa di tramonto, un particolare che riemerge da un cassetto, una foto tagliata a mezzo. Porta con sè il fondo piacevole di ciò che non stato, l’atmosfera, i suoni e gli odori sfumati. Niente di stantio o muffoso e, soprattutto, non impedisce l’ottimismo: è solo più consapevole, come un ‘allegria di gatti che vivono e sanno. L’inquietudine e la malinconia sono l’adolescenza che non ci abbandona, che spinge a fare, ad uscire. Come si potrebbe considerare povera l’adolescenza? E’ quel pezzo incompiuto che fa volare e sognare, essere cielo prima di posare a terra, rinunciarci non significa essere adulti, ma scivolare nei rimpianti dei vecchi. Quella è una malinconia che non mi appartiene. Non ora, non ancora, spero mai. Spero invece di continuare a fare grandi balzi e scarti di cavallo, per disorientare me, anzitutto e il sorriso che altrimenti farebbe meno compagnia.

n.b.un grazie ad Arya che con levità, m’ha ricondotto a Tenco

trittico sulla vecchiezza III

 

Siamo stati fortunati, abbiamo vissuto in un tempo dove passato e futuro si sono scontrati e le correnti ci hanno abituato al cambiamento. In fondo non abbiamo subìto, neppure quando non eravamo protagonisti ed i sogni ci sono passati accanto, attraverso, ma restavano davanti a noi. Hai mai pensato a come cambiano i sogni con l’età? Non parlo dei sogni dei vecchi, ma di quelli che hanno una miscela d’anni e di desideri ancora vivi, un dialogo che rimbalza tra passato e futuro. Aver vissuto nella seconda metà del ‘900 ha avuto molti vantaggi. Qualche giorno fa, mi chiedevo cosa resta degli anni ’70 o ’80 e cercavo le risposte positive. Lo sai che non mi piace il tuo pessimismo da reduce. Alla fine penso che abbiamo avuto fortuna, perchè c’erano occasioni per sperare molto e le cose mutavano in quegli anni. Eppoi abbiamo visto all’opera persone singolari e importanti, pensa a Gorbachev,Walesa, Berlinguer, Wojtyla, Brandt. Il mondo cambiava e dopo la corsa degli anni giovani, restava la necessità di porci risposte, cercando domande confacenti. Mica tutti ci sono riusciti e solo quelli che ce l’hanno fatta a resistere alla pressione del velo che era caduto, si sono salvati. Gli altri li trovi dall’altra parte con nuovi veli comodi nel pdl e nella lega, oppure chiusi in casa, o anche scomparsi in qualche gorgo d’ideale a sonnecchiare. Eravamo partiti dal rifiuto delle convenienze, ma soprattutto era emersa una scardinante rivalutazione del piacere e dell’individuo. Anche l’ideologia contribuiva a distribuire male e bene secondo regole nuove e su tutto governava l’idea che tra il prima e il dopo si era creata una frattura insanabile. Bastavano pochi anni per essere fuori dalla corsa, ma chi c’era, aveva tra i 20 e i 25 anni. L’hai mai pensato che questo ci ha preservato dai disastri di quelli appena più giovani e consegnati ad un futuro senza speranza? Solo fortuna e niente merito, anche per quelli che hanno battagliato il necessario, che sono rimasti nei cortei, che non mancavano un diritto in piazza, in casa, nella testa. Di tutto questo resta la consapevolezza di aver vissuto e di voler vivere ancora. Abbiamo appreso la diversità come valore, i nostri fratelli maggiori non avevano questa percezione e adesso questo ci permette di pensare la terza metà della vita, come diceva un amico in africa. Ci permette di fare e di dare una mano ai nostri figli e nipoti. Non parlo di denaro, parlo del fatto che se non ci tiriamo da parte e ci mettiamo a fianco, per questi non c’è futuro. Non ti pare una conclusione bella per un periodo in cui abbiamo vissuto alla grande, quella di riprendere in mano il futuro, non per noi, ma per chi ha adesso 30 anni. Sarebbe una rivoluzione vera. Più vera di quella che ci pareva a portata di mano, una restituzione di parte di quello che abbiamo avuto, ma soprattutto compenserebbe l’eccesso di sogni che abbiamo trasfuso nei nostri figli. Gli abbiamo detto che potevano seguire le loro inclinazioni e realizzarsi e poi abbiamo lasciato che il lavoro diventasse precarietà. Dove eravamo quando la precarietà è montata sino a diventare economia. E nella precarietà cosa si può realizzare? Nulla di buono, anzi si sta erodendo quello per cui ci pareva che il mondo fosse più giusto: l’eguaglianza come prassi della mobilità sociale. Ma abbiamo tempo, molto più tempo di allora, le idee stanche, ma chiare, la possibilità di dire no. Mi piace l’idea della pioggia fatta da un coro, l’acqua che lava, che nutre e scende in profondità, mi piace l’idea di essere acqua, goccia, parte di un evento che si ripete e che continua, mai eguale eppure conosciuto. Partiamo da questo  per iniziare la terza metà della vita.

specchio rovescio

In questi casi si ringrazia per l’attenzione con un mezzo inchino.

L’intenzione è quella, anche se sono un poco anchilosato e il movimento non è così aggraziato.

Siete passati da queste parti e mi avete dato molto. Molto di più di quanto pensiate. A volte nel leggervi mi sono sentito come lo specchio che guarda sè stesso: vedendomi in voi. Ascoltare è riconoscersi, accarezzando qualche tratto del carattere, incespicando in una scelta, rigando una malinconia, stappando una gioia dal libro nuovo. Commento poco perchè mi fate riflettere e vedo voi e le vostre ragioni; le mie, quando le scrivo, sono al limite dell’ombra.

100000 volte grazie.

 

state bene soprattutto

E’ stato un anno buono, soprattutto per me che non faccio consuntivi, nè propositi.  E’ stato un anno buono, magari non per i risultati, ma perchè ha mandato avanti la vita. E’ stato un anno buono perchè ho conosciuto, capito, sofferto, gioito, arato dentro e allo svoltare dell’anno è rimasta la stanchezza di ciò che faccio.

E’ importante la stanchezza. Sono per la rivalutazione della stanchezza come mezzo salvifico per cambiare sè stessi e quello che sta attorno e siccome non ne posso più, presumo che il cambiamento cominci a farsi strada, prepotente come un germoglio, una radice, una foglia. Farà bene questa stanchezza e produrrà nuovi entusiasmi. Quello che vi auguro è che questo brulicare che si rinforza sotto il freddo, vi prenda e vi dia una direzione da percorrere. Che i giorni si alternino e che ognuno di essi abbia gli occhi giusti per essere visto nella sua novità.

  • Vi auguro un tatto che vi unisca dentro e fuori,
  • un udito che vi ascolti nelle parole che non dite,
  • un odorato che renda giustizia al mondo,
  • una vista che vi accarezzi allo specchio,
  • un gusto che scomponga il conosciuto nella novità.

Vi auguro di non accontentarvi e di apprezzare i doni, di avere desideri possibili e una memoria benevola, di sorridere spesso e di essere ascoltati. Questo vi auguro e molto di più, a ciascuno secondo il bisogno.

A presto, con affetto.

Willy

 

Grazie per questi mesi di compagnia  e per il bene reciproco scambiato. Per qualche giorno mi sarà difficile leggere e scrivere su questo mezzo, userò i pensieri e la penna, poi se ci sarà da dire, si dirà al ritorno. 

caro dragone cinese

 

 

Getta parole intorno. Parole trafelate, per bar illuminati da cioccolate calde, negozi in attesa di saldo, commessi annoiati dai clienti e dalle luci di natale. Banali i clienti, banali le luci. Simmetrie da vedere, senza troppa cura: sentendo i sottotitoli si può pure essere sordi. La notizia, nè nuova, nè buona, è che l’hanno ucciso tra banchi di supermercato, tra cose inutili per noi ed utili ai cinesi, tra extracomunitari consegnati al freddo.  Questa maggioranza senza identità, ha un bel dire che c’è una novella, che dalle chiese si esce più buoni di quando s’è entrati, ma è nelle case e nei bar che siamo cattivi, a che serve esser buoni nelle chiese? Così il cicaleccio continua a snocciolare vocaboli: una predica sulle mani -e a che servono le mani-, una predica sul freddo  -e a che serve il freddo- senza soggetto nè oggetto. Che me faccio del freddo se nessuno si cura di scaldarmi, a che mi serve la povertà se nessuno m’arricchisce, a che mi servono le ferite dell’anima se l’anima non c’è?

Caro dragone cinese portami tanti colori, non tossici se puoi, portami tanti fogli di carta di riso, porta un senso, non due/tre come al tuo solito, porta un’idea decente che valga più del latte in frigo, portami la voglia di non mandare all’aria questo mondo malato, ma in cui sto bene e che non vorrei cedere. Dammi la forza di regalare un pochino di quello che conta, neppure un sorso di quello che ubriaca, neppure un pezzo di quello che non mi serve. Dammi una disperazione quieta che mi porti da qualche parte, una punta di sorriso che governi le mie scarpe. Dammi di più dragone mio caro, e non dirmelo, perchè lo possa perdere sentendomi più buono, perchè lo possa cedere senza starci troppo male, e soprattutto fammi capire tardi sapendo che ormai non vale.

mormorio

 

 

Senza fede, io posso parlare di te,

chiedere ragione di ciò che accade

e ancor più

di ciò che non accade.

Posso chiederti ragione

dello specchio che non riflette,

della luce che non basta,

del cibo impudico gettato,

degli abbracci vuoti,

della sera ch’ è già notte.

Troppo facile sarebbe,

e di tutto questo mi farei ragione,

ma ciò che pesa è la stanchezza,

l’aria che s’incolla addosso,

che  incauta entra nel sangue

ed avvelena, e trasuda

fino ai vestiti,

sempre inadatti al luogo,

al tempo,

all’incontro.

E’ come non aver bocca al tempo dei baci

e vivere nel desiderio,

scisso

dal presente, dal vero.

Quel vero che non è creato,

ma fatto,

(a Nicea queste finezze intendevano),

e scritto

nei giorni pergamena

con mani e penne

inadatte,

contando sull’estro,

sulle poche cose che ci portiamo appresso.

Ma quanto fragile è l’estro,

che non ha l’intelligenza cedevole dell’erba

e punge,

trafigge, stupido giudice severo,

senza appello, nè misericordia.

E come allora giustificare ciò che siamo,

come riportarlo tra sponde

tranquille del vorremmo,

sostenute da respiri, aria

e sabbie accoglienti?

Di questo chiedo ragione

a te che hai risposte,

e non hai domande,

ed io so che non è vero

e questa consapevolezza

sparge tristezza libera

e solitudine

lasciandomi esposto ad ogni vento

senza nome.

auguri

Quel tozzo di muro chiuso da grattacieli, riflesso su migliaia di finestre a specchio, è  rosso di cotto e di tramonto. Orgoglioso, un albero si inerpica dal baffo verde, un hortus conclusus si è generato dall’insania degli architetti, ciechi di quanto accade attorno alla loro superbia. Sembra un piccolo possente, quell’albero, che s’appoggia  e accarezza le pietre,  mentre vuol crescere a dismisura contando solo sul suo coraggio. Non si cura di quanto è accaduto, del fatto che ognuno ha costruito per suo conto, che la ricerca spasmodica della rappresentazione di sè e del profitto, abbia generato l’anomia. E’ rimasto vicino all’incongruo, al non devastato dalle bombe. E le stesse che hanno polverizzato affreschi e navate, ora danno  al rudere una maestosità singolare che da intero non aveva. Prima era un tempio, neppure banale, ma uno dei tanti ormai scoloriti dalla fuga delle idee, senza il confronto tra fede e ribellione, era un rifugio di stanchezze, di parole biascicate, di piccoli scandali guardoni detti per un bene ch’era solo invidia. La guerra ha spazzato via tutto, le storie, i fabbriceri, le congregazioni: tutto spostato in nuovi spazi di cemento ed acciaio. E’ rimasto il muro d’angolo che si erge ed addita il cielo e la devastazione circostante: l’uomo se n’è andato, ha lasciato il suo sembiante, ha enfatizzato i gusci e dentro non vi ha messo nulla, neppure sè stesso.

Lo conoscete il silenzio dell’assenza di voci, pur in presenza d’uomini? Le presenze che vanno e non sono, senza lasciare una traccia, un’ impronta che sia una data, un momento da ricordare: sono sempre altrove e resta il  Nulla.

Ed invece, appena fuori, sulla pietra, segni di mani antiche, lì uno scalpello è scivolato, qui sul mozzicone di trave, attrezzi medioevali hanno scavato, spianato, firmato un fregio. Ci sono vite e vite, per questa morte che non vuol morire e così diviene interrogazione, inizio e nascita.

In questo luogo, tra pietre scheggiate dal ferro, tra archi sconclusi e piccole tracce di colore, ricordare l’uomo è sperare nella nascita, sentire che  vicino un altro uomo viene raccolto, una bandiera verrà innalzata,  due occhi guarderanno oltre.