l’iconoclasta

Con leggerezza e passione scalpellava facce da mosaici ed affreschi, ma non riusciva ad eliminare tutto; c’era talmente tanto lavoro, accumulato da secoli di immagini umane e divine, impalcature da elevare per raggiungere absidi e soffitti, e sabbia, tanta sabbia che copriva i pavimenti, nei villaggi e città abbandonate, che non poco gli scappava. Lo sapeva ed agiva con determinazione degna d’ un sogno, che poi era un incubo, percorrendo una fascia larga come il Libano e la Syria messi assieme, ed era instancabile, a piedi e a cavallo, dall’ Egitto all’odierna Turchia, senza trascurare l’Italia nell’esarcato. Investiva, con ferocia allegra, chiese grandi e piccole, frequentate e abbandonate ed è per caso ed interesse veneziano, se abbiamo ancora i mosaici di sant’Apollinare e di Ravenna. Era l’iconoclasta.

La  sua epopea durò quasi un secolo e mezzo, con oltre 200.000 morti connessi. Fossero riottosi, pagani, ingenui, il nostro, convinto o meno che fosse, si ingegnò ad eliminare il culto delle immagini, il dipingere la figura. In Syria, Libano, Egitto, Giordania, Turchia le sue tracce sono evidenti anche oggi, molto più degli occhi fatti cavare a quelli che possedevano una immaginetta sacra, oppure delle mani tagliate a chi modellava qualche statuetta o la stringeva come preziosa, ma spesso c’era solo la morte e questa, come si sa è solo un numero, pochissimo evidente.

Roma s’opponeva, più o meno decisamente, l’esarca cercava di ammazzare il papa se protestava troppo, molti non sapevano da che parte stare, ma erano anni in cui stare da una parte comportava un rischio non da poco. Eppure ci stavano da una parte, quelli che sapevano, ci stavano. Vi siete mai chiesti cosa significò essere pagani od eretici per circa 1600 anni? Facile essere agnostici nel 2000. Certo fu, che l’iconoclastia non scomparve nel nono secolo, serpeggiò nella cultura d’oriente, in occidente aiutò, non poco, a distruggere buona parte della civiltà Maya e Inca, le rappresentazioni di altre divinità, libri unici e di inimmaginabile preziosità, ma soprattutto uomini; tanti uomini che neppure si riesce a immaginarli.

Chissà se l’iconoclasta adesso fotograferebbe, oppure entrerebbe nei musei, finalmente guardando la mano dell’uomo e il suo genio anziché distruggerla senza vederla. Gli islamici lo fanno, anche se a quel tempo proprio dalla loro cultura e da quella ebraica era emerso il rifiuto di rappresentare la figura. E anche adesso non lo fanno in ambito religioso.

Chissà se l’iconoclasta riconoscerebbe in Kandijnskj, in Mondrian, e nei tanti altri pittori e scultori contemporanei, dei suoi pronipoti, generati proprio attraverso quell’anima russa e slava, ricca di immagini, ma anche di schermi alla divinità attraverso ori e iconostasi come limite di separazione tra immagine e realtà. Vedrebbe nell’arte del ‘900 un riaprirsi della intuizione della divinità nella geometria, che pure già c’era in Pitagora ? Certo fu che, per fortuna, perse la battaglia ed a noi furono regalati 13 secoli di pittura figurativa, statue, ritratti e riproduzioni infinite di capolavori e ciofeche. Ma ciò che lo animò, nella sua orrenda follia, aveva una radice di discussione non banale, e mi chiedo quanta idolatria ci sia, quanta magia, quanti interessi innominabili siano sempre stati connessi all’uso delle immagini, allora, ma anche oggi, quando queste immagini sono state spacciate come cose che eccedono il solo pensiero dell’uomo. Nel popolo, fino ai nostri giorni, i santini erano conservati o, se troppi, bruciati, ma mai buttati. 

Noi, in fondo, stiamo lasciando per strada passioni e riflessioni, mentre la grande conquista dovrebbe essere finalmente la discussione senza la distruzione dell’avversario, ma questa in realtà, l’abbiamo rivestita di ipocrite spoglie e non l’abbiamo mai lasciata davvero.

pensieri del genere

Chissà cosa pensa una donna quando rimette in ordine i cassetti, oppure quando cucina, rifà i letti o pulisce il bagno. Credo esista un pensiero legato al genere, all’educazione e che questo abbia effetti diversi anche su ciò che si sta facendo. Quando metto in ordine il mio pensiero si perde sulle cose più che sull’imperativo di fare ordine, diciamo che al massimo faccio largo. Quando cucino sento invece la necessità di lasciare una mia impronta su quello che sto preparando, emerge un fare che non segue le ricette pedissequamente, anzi aggiunge e toglie immaginando un effetto finale che mostri una cosa e ne faccia sentire una leggermente diversa. Lo stesso mi accade se offro un vino, molto spesso preferisco vini che non conosco, ma che mi ispirano. Mi piace condividere la scoperta. Una vicenda a parte è la pulizia del bagno, il togliere polvere o rifare i letti, qui la testa si concentra e cerca di raggiungere il risultato nel minor tempo. Mentre negli altri casi è l’ego che prende il governo e si diverte, nel pulire è la necessità del controllore che guida: pulizia, efficacia e niente divagazioni.

Se penso al piacere di fare, questo si concentra sulle attività in cui scelgo, le altre diventano necessità. E me ne accorgo dall’uso del tempo: infinito nel riordinare i cassetti, le scatole, i libri, i giornali, la musica. Ben delimitato nel cucinare. Se aspetto ospiti cerco di calcolare come arrivare alla cena e sedermi con loro, quindi il tempo parte lento e poi scivola nel frenetico quando si avvicina l’ora dell’arrivo.  Tempo distratto, invece, e costretto nel pulire, ovvero cerco di uscirne al più presto, ma senza impormi limiti, se non il risultato.

E cosa penso? di tutto, tant’evvero che mi perdo se ciò che faccio mi interessa, il tempo non è un problema e il pensiero scivola su persone vicine o lontane, fatti, oggetti, pezzi di memoria, cose da fare o da scrivere, telefonare, meditare. Mi fermo, riprendo, metto da parte, lascio emergere domande insolubili sull’esistenza, la mia, mi comprendo e perdono. 

E, infine, mi chiedo cosa pensano le donne quando fanno i miei stessi lavori, riordinano i cassetti, cucinano o aprono le scatole che attendono da tempo di essere riaperte. Chissà…

il partigiano Johnny

Oggi ascoltavo radio tre, ad ogni programma veniva letta una lettera di un condannato a morte della Resistenza italiana. Sono riandato a quando la lettura di quelle lettere mi segnò  un percorso di vita, una parte con cui stare. Ma già allora si discuteva sul fatto che la celebrazione può svuotare di significato ciò che si celebra e se di partigiani ce n’erano molti ed il 25 aprile erano in piazza con i fazzoletti rossi o tricolore, già la liberazione sembrava allontanarsi, come accade a tutto ciò che si colloca in un luogo di tempo che non ha più relazione con noi. Emergeva una tranquillità progressiva dettata dalla democrazia e dal benessere che considerava l’evento come particolare od eccezionale: era accaduto quasi per caso, non accadrà più. In fondo cancellare la Resistenza oppure portarla a guerra civile significava cancellare anche il fascismo.

C’hanno provato, ci riproveranno.

In questi giorni ho sentito spesso evocare gli ideali di chi partecipò alla Resistenza, come fossero anch’essi passati con la stagione degl’idealismi. Tutto distante e poco attuale anche sul piano delle idee. Invece le ragioni per cui molti scelsero una strada personale difficile, con un numero enorme di morti, si tacciono, non emergono. Ebbene, quelle ragioni sono ancora tutte vive e attuali: la libertà, la democrazia, l’eguaglianza, la solidarietà, la giustizia, il lavoro, la dignità, l’unità del paese e la sua autodeterminazione, non hanno cessato di essere il presente ed il futuro per tutti noi. Semplicemente si danno per scontate, oppure ci si accontenta. Quando emerge la domanda: ma lo rifarebbero se vedessero ora com’è diventata l’Italia? Io credo di sì, perché la conquista di questi obbiettivi non si è mai pienamente compiuta e se oggi non serve più la lotta armata, l’impegno, la partecipazione sono necessari come allora.

Credo che il grande insegnamento e attualità della Resistenza sia in questo considerare possibile ciò che è giusto-

I ragazzi spesso non sanno di cosa si parla quando viene evocata la Resistenza perché le ragioni non emergono, e non hanno riferimento con il quotidiano. Il partigiano Johnny, i piccoli maestri di Meneghello, avevano la loro età ed erano in grado di sognare, volere, un futuro diverso. E lo immaginavano finché amavano, ridevano, soffrivano: non avevano rinunciato alla loro età. Gli adolescenti, i giovani non possono ricordare per sentire, ma se si collegano le difficoltà che vive la nostra società con le ragioni di allora, forse sarà più semplice per loro capire che qualcosa di importante è avvenuto e che solo una parte del percorso è stata compiuta.

scrivere con malinconia ed altri accidenti del vivere

Parliamo tanto di me, che questo poi si fa guardando il mondo e raffrontandoci in continuo con ciò che percepiamo, sentiamo, guardiamo. A questo serve scrivere parlando d’altro. E pure a dire la verità scrivendo, la mia verità. La verità non si esibisce, si racconta, è un’approssimazione della comprensione, ma la verità di chi scrive onestamente, anche quando è ipotetica, è chirurgica. Almeno chirurgica a sé, e inseguendo qualche demone, lo anatomizza, ma vuol lasciarlo vivo ed aderente alla sua verità. Ché poi è la stessa di chi scrive. La verità del guitto, invece, balla larga nei vestiti non sono suo e vuole far apparire tali.

Dirla con semplicità, la verità, ma questo è il segreto dello scrittore di rango che ammanta la semplicità di vesti e la lascia spogliare da chi conosce l’erotismo della verità.

La verità ha una sua malinconia, che supera di molto il racconto del proprio malessere, anzi il parlar d’altro è un modo per proporre diversamente la malinconia che è nelle cose. E sono le cose che ci colpiscono, che offendono; in fondo la verità è una mediazione tra un sentire e un essere ed entrambe le condizioni sono vulnerabili dalle cose. Ma restiamo in ambiti domestici: la nostra verità, che è poi bisogno, non ha specchio nel bujo del non vedersi, del non sapere chi si ha davanti. Soprattutto se si scrive come si borbotta tra sé. Il fatto di non avere specchio nello sguardo, nell’espressione, fa trovare specchio nelle parole e qui, a volte, si potrebbe usare la  perfetta ricetta dello scrittore, ovvero mistero, storia, erotismo q.b. Ma questa non è mica verità, è racconto, plot, eppure quanti tentativi maldestri di racconto auto specchiante slegato da chi scrive, si trovano. 

Chi ha lembi di storia comune si capisce per ricordi conosciuti, sensazioni sperimentate. Aiuta il vissuto che si sovrappone. Questa condizione si può trasferire anche nella relazione epistolare, che è fatta di sintonie profonde, rivelazioni intime, è un percorso di conoscenza, una relazione. Invece scrivere da queste parti, razionalizza, semplifica. Una frase in testa è fatta di continuità piene di puntini multimediali, qui spiegare tutto diventa una fatica immane. Allora si razionalizza, e si perde il succo della vita vera. Non scrivo per essere capito subito, non da tutti almeno, ma per la sintonia.

Oh beh!

questa canzone è per me la summa sublime di ciò che si può comunicare:

fanno tutti un po’ i furbi

Fanno tutti un po’ i furbi: il barista con lo scontrino sbagliato, l’agenzia delle entrate che ci prova, l’enel che mi rifila un contratto maggiorato, i nuovi arrivati che hanno bisogno di essere nuovi e buttano il lavoro fatto.

Anche l’analista ruba sul tempo.

Non mi piace questo perenne difendersi, c’è un’aria viziata dove per far la cresta si fanno le persone più piccole e si elimina un pezzo della loro intelligenza. O la loro umanità, ma poca, così non fa neanche male, dà solo fastidio.

Tenderei ad isolarmi, e volendo rispettare le promesse, promettere poco, ma così mi disilludo del mondo. Mi andava meglio quando tornavo a casa, strafottente per farmi coraggio, ed annunciavo: e’ andata male a tutta la classe. Quella era la socialità maggiore, quella disgrazia che livellava tutti e mi toglieva dal limbo del potrebbe fare di più per consegnarmi finalmente alla mia età, all’ignoranza praticata nel piacere peccaminoso di dovere, alla svagatezza. Era una medietà che solo all’apparenza sembrava mediocrità, in realtà ognuno perseguiva fini propri, cresceva per suo conto e faceva il minimo indispensabile per ricoprire il ruolo. Credete che questo sia scomparso con la crescita? No, io credo che mentre molti si sono ingegnati con la fantasia a passare gli anni del sapere coatto e poi, gettati nel fiume del lavoro vero, hanno imparato a nuotare, molti altri, appreso il necessario, l’hanno portato all’interno delle burocrazie lavorative, facendo lì, davvero il minimo necessario. Adesso non va male a tutta la classe, ci si difende in solitudine e ci si lamenta in gruppo. Non c’è confine nel fare i furbi, se ci si frega anche il copertone del manifesto, solo che non c’è allegria e tutti, naufraghiamo un po’ per giorno negli anni.

Pensiero di un lunedì piovoso, mentre con soddisfazione strappo biglietti da visita scaduti.

luoghi dove tornare 1

Dietro il “colme” ( che bello il dialetto quando definisce un confine dell’uomo con il cielo) del tetto, spunta il campanile di sant’Andrea. E’ una chiesa stretta tra case, palazzi, viuzze medievali, vicina al palazzo di Ezzelino il Balbo, ad un passo dalla casa di Pietro d’Abano e dalla sequenza civile e gloriosa dell’Università, del Pedrocchi, delle Piazze, del palazzo della Ragione, delle logge del potere veneziano, della reggia Carrarese. Insomma una porta sommessa verso il potere civile, frequentata, da sempre, dalle preghiere delle donne che fanno il mercato, dai pochi abitanti religiosi del centro. Un pezzo d’altro tempo. E qui emerge il campanile, bello ed incongruo tra le case che si sono aggiunte sino a non far capire, dov’esso realmente sia. Non è l’unico caso in questa città, ma penso ve ne siano in qualsiasi città, quando l’aggressione del nuovo si ferma indecisa di fronte a qualche simbolo e rimanda la decisione di distruggerlo sino a dimenticarsene, salvo assisterne, poi stupito, l’esistenza e non sapendo a cosa ricondurla, a quale passato, a cosa s’è perduto senza conservare memoria, prova un piccolo senso di vuoto che scaccia con un moto del capo, come il preannuncio d’un pensiero molesto. 

Vedo il campanile da una sala bellissima del piano nobile del Pedrocchi, mi distoglie dal convegno sull’ennesimo futuro della città. Evoca, il campanile, un futuro che oscilla tra la disattenzione e la passione acuta che evolve, non solo i luoghi, ma la comunità che li occupa, il senso comune dello stare assieme nella città. Qui ho un lampo d’una diversa dimensione dell’essere: questo è un luogo dove tornare, ma dov’è il luogo dove stare? In fondo per chi ha buona memoria il presente è un continuo impastare di vissuto e da vivere (immagino le mani che affondano in una massa morbida e plastica che segue le intenzioni per dar loro scopo e forma), ed i luoghi sono il filo del discorso. Quello nostro, non d’altri.  

Qui ero da bambino, passaggio notturno delle passeggiate con mia nonna verso qualche televisione ed un bicchiere di spuma, ma anche punto d’ arrivo delle corse urlate nella viuzza con gli altri ragazzini.

E’ da sempre considerato il punto più alto della terra della città, cresciuta sulle macerie del suo passato. Fino a sette strati ne hanno trovati, ma ci pensi a quante vite e pensieri e desideri si sono stratificati e chissà come si pensava e si sentiva in paleoveneto, oppure in etrusco, od anche nel latino corroso di frontiera. Frontiera e incrocio, prima e dopo Roma, qui si capivano, perché questa era terra grassa da conquista, e dopo un qualsiasi confine, i denti barbari, etruschi o latini, trovavano carne e roba in cui affondare e si fermavano. Il punto più alto è la gatta mutila della colonna (è un leone di san Marco malridotto, ma i padovani non amavano molto i veneziani dopo la conquista), animale di casa, la gatta, sberleffo e simbolo, insomma un luogo. Da ragazzo questi riferimenti sono stati la spirale delle scorribande notturne, ma non ne ho nostalgia, ne ho ricordo, che è molto di più.

Il convegno procede, ascolto e penso che l’architetto per la cuspide del campanile, prese una coppa di vetro (Murano di certo, la stessa forma la vediamo ancor oggi), e la rovesciò coprendola di rame, prima di poggiarla sulla greca fatta di mattoni della tonda cella campanaria. Otto archi di trasparenza per il suono ovunque senza risonanze e poi la discesa verso terra, ma già nulla più si vede. Si può intuire. E quella cuspide di campanile è il simbolo del vecchio e del nuovo che si intersecano nella città. La città che fagocita, digerisce, si trasforma come accade a qualsiasi organismo vivente.

Questo è ciò di cui si dovrebbe parlare in questo convegno, di come il nuovo può convivere e inglobare il passato, mentre invece si parla di idea guida, di attrattività, di eccellenza, intendendo idee economicamente vincenti, com’è s’usa quando sviluppo non è ragione e lo stare, è moda, più che stratificazione di interessi vitali. Invece sono ormai distratto dalla poesia del campanile prigioniero, eppure presente e vivo, da questo mescolarsi che è stato e che pure riabilita gli errori, li impasta con la speranza incoercibile del presente, nel senso della vita che continua. Ci si ferma nel vivere, e questo vale per gli uomini e per le cose che questi fanno, quando quell’incoercibile si piega su sé, e dilapida energia nel chiudersi, nel non andare, nel mirare la propria perfetta miseria. 

Non intervengo più, col poco o molto da dire, farei confusione con i luoghi, parlerei del dove tornare e qui si tratta del restare. Cose diverse. 

noia

Potendo scegliersi la noia opterei per quella inattiva, possibilmente gestita in solitudine. La noia in compagnia, impegna troppo e soprattutto incattivisce. La noia è priva di oggetto, ma spesso si svolge in luoghi dove di oggetti ve ne sono fin troppi. Gli oggetti non sono un antidoto alla noia. La noia dovrebbe sempre essere un fatto personale, anche quando si è in compagnia. Capirla nell’altro, lasciarlo silenzioso a gestirla. E invece quando ci si annoia, si cerca un diversivo che sotterri il problema. Spesso si cerca di respingere la noia con il rumore, con il gruppo. Non mi piace, aggiunge fatica e fastidio, fabbrica sorrisi e convenevoli privi di verità, diventa un esercizio che sposta dalla noia al malessere. Forse è una mia sensazione, ma nei discorsi, in questi luoghi pieni di persone perennemente in procinto di qualcosa, le parole sono bolle, che lente rimbalzano, spesso si ripetono, finché scoppiano senza lasciar traccia. Neanche una traccia d’umido, meno di una bolla di sapone. Si beve per noia, si mangia per noia, si parla (quasi sempre d’altri) per noia. Ci sono persone che riescono a divertirsi, annoiandosi, a me fa l’effetto contrario, dopo un po’ di questa immersione la spinta verso la porta è inarrestabile, qualsiasi cosa sembra un sollievo, uscire, uscire, aria. Ed uscendo si avverte ancora l’eco d’un saluto: peccato ci si stava divertendo. Se fosse vero sarebbe da grandi, uscire lasciando una punta di assenza, invece è la traccia di quei convenevoli che già annoiavano all’interno. La noia collettiva spinge alla falsità, diventa tutto fasullo perché solo il silenzio è l’ antidoto alla noia di un gruppo che non comunica davvero. L’alternativa è dire ciò che si pensa, senza cattiveria, ma sembra sia disdicevole, ed allora non si fa.  Non c’è via d’uscita, bisogna scegliere con oculatezza, e senza scopo lenitivo, le compagnie, perché il problema della noia in compagnia è che oltre ad annoiarsi, si annoia. Su di me questa violenza masochistica ha un effetto di blocco, si inceppa qualcosa ed i meccanismi del relativo, rallentano, ho la sensazione di annoiare, una specie tossica di noia entra in me, si è chiuso il cerchio, sono diventato causa della mia noia: annoio me stesso. Ecco perché me ne devo andare, non mi sopporto, devo tornare ad una noia solitaria, inattiva, compatibile, da meditazione. Magari prendo sonno.

il “gruppo”

In uno di quei viaggi lunghissimi in auto, senza pensarci troppo, gli chiesi:

 ma tu pensi di essere generoso?

Stette zitto per un poco. Da un amico si accettano anche domande di questo genere, eppoi s’era abituato a me, alle mie bizzarrie.

Rispose:

No, non credo di essere generoso, anzi non lo sono.

Seguì una spiegazione su cos’ era la generosità, ed in auto, si aprì una discussione dove ciascuno parlava di sé. Non so se fosse generoso sempre, nelle occasioni tra noi, lo era, e ci sono molti modi di esserlo. Quando qualche giorno fa è mancato, ho capito che non c’era più e già mi mancava quello che dava.

Cosa mi manca lo scoprirò.

Quando in chiesa ho detto che era uno di noi, guardavo i visi, gli abiti gessati, le cravatte. Parlavo di un noi disperso in spa o srl (di proprietà o meno), di un noi generato da un angolo fatto di mestieri affini. I professional (si usa questo nome, che lo si sia o anche no), li erano tutti più o meno così e lo avevano conosciuto, magari avuto come maestro, socio, amico Esiste un noi senza identità e solo allora ho pensato alla sua grande solitudine. Qui siamo davvero tutti soli e si aprirebbe un ragionamento ampio su ciò che cerchiamo, perché in certi ambiti non si smette mai di lavorare, perché si continua a stare fuori da qualcosa o qualcuno, pur sapendo che è nostra vita. Non lo farò adesso, ma è vero che tra persone ci si riconosce, anche se si è diversi, anche se non si appartiene al gruppo, anche se si lavora assieme e si mettono le regole. Io mi ritengo diverso, non appartengo, non voglio, eppure in quest’acqua ci devo nuotare. Lo si può fare restando fuori, ma un pezzo dentro c’è sempre. Ed essere chi si è davvero, è difficile, non basta a volte dire all’altro, con il sorriso sulle labbra, che è un figlio di buona donna perché ci sta fregando un lavoro oppure non divide equamente, o non ci paga e l’ha sempre saputo, o per raccontare il fastidio per il retrobottega di un mondo che sarebbe pure affascinante, o … E gli o si sprecano in questi ambienti. Lui, però era un amico, la diversità mia ci poteva stare, accettava e così avevamo lavorato e stavamo lavorando assieme, da società diverse, sapendo che era la vita che contava. Delle vite professionali mi interesso solo sul lavoro, ma in questi giorni mi sono chiesto, che significa appartenere ad un mestiere, fare consulenza, entrare nei processi pensati da altri. Significa appartenere ad un gruppo di sbandati inconsapevoli a successo variabile, con curricula di grande lunghezza, esperienze disparate, clienti un tempo importanti? Oppure essere una somma infinita di alti e bassi, di speranze deluse che si rinnovano ogni volta e che sopravvivono in un mondo piccolo in cui il successo conta e tutti sanno di tutti? Credo significhi anche sapere cosa ci sta dietro al successo, sapere che restare puliti è una fatica per alcuni, una condizione imprescindibile per altri, significa muoversi in terreni in cui si mescolano competenze altissime e fuffa, vendere oro e ghisa tutto allo stesso prezzo, puntando a quello dell’ oro e poi accontentarsi di quello della ghisa. Significa saperlo e magari porsi qualche domanda, ma non accade spesso, il sistema di valori, il raccontarla per proporsi e vendere risultati toglie le domande e, mi pare, isoli molto: in questi luoghi si è soli.

Che significa in questi ambienti essere generosi? Credo sia rispettare un amico, rinunciare a qualcosa che si potrebbe prendere (prendere non è casuale), pensare che il rapporto umano valga qualcosa di più del contratto. Si parla molto di etica, di deontologia, di morale, a volte di responsabilità sociale, da queste parti, quasi fosse una patente di correttezza, ma esiste un modo per vedere questi contenitori di regole, al di qua della linea di limite, attribuendo significati personali. Quando si superano i confini, non è che uno non appartiene più al gruppo, può rientrare, fa parte del gioco e qui sta la difficoltà di dire che si appartiene. Si appartiene perché abbiamo abiti simili, gusti simili, mangiamo e beviamo cose che si assomigliano? Perché partecipiamo agli stessi congressi, mostre, fiere ? Oppure questo è solo il recinto e la differenza emerge da come ci si comporta, quando si parla di noi, delle nostre vite, degli obbiettivi, dei successi, delle abitudini, e delle delusioni? Credo sia così, che la diversità, e qualche volta l’amicizia, emerga non nella stima professionale, ma nel condividere quei pensieri, quei pezzi di noi che non hanno valore economico, che sono i motivi per cui si vive davvero, con tutte le contraddizioni che ci portiamo dietro. Nell’amico si trovano le nostre domande, i tratti di noi, anche quelli che non amiamo e raramente le risposte. Quelle le abbiamo dentro e se escono, è per verificarle in lui.

Del gruppo, e la parola è quantomai deviante perché non si è mai assieme, si potrebbe fare a meno, ma la differenza sarebbe troppa, in fondo il mercato e il lavoro si accontentano di molto meno del tutto, vogliono cose determinate, parametri confrontabili, prezzi concorrenziali, lamentele uguali e sbruffonerie in bella vista. Per questo esiste il gruppo in cui si vedono i propri difetti esposti, se si riflette si trova anche qualche motivazione e differenza. Da esporre agli amici, naturalmente, perché in evidenza sarebbe la debolezza propria, che verrebbe usata contro di noi. Lui era nel gruppo ed era un amico, come mi mancherà ancora non lo so, mancherà a suo modo, e non potrebbe essere altrimenti.

diritti d’autore

Di molti libri mi piacciono poche frasi, folgoranti come un pensiero che si dimentica. Più rarmente mi colpisce il titolo, sarà per questo che non li ricordo. Ho un conto corrente aperto in una libreria amica che mi permette molte libertà, anche il ripensamento. Il momento che amo è l’approccio don giovannesco, dove non si capisce bene chi conduca il gioco dell’affascinarsi e prendersi. In piedi, prendo in mano il libro, lo apro con la delicatezza che merita un lavoro, leggo, salto, chiudo, riapro, spesso compro. Un pensiero mi rincorre in questo piacere del piluccare: vorrei costruirne un libro sconclusionato fatto di frasi estrapolate, ricucite con la mia storia, con le storie che ho conosciuto, con il mio tempo. Sarebbe un libro palloso, molto personale, da stampare in tre copie, la prima, mia, da mettere in scaffale, la seconda, mia, per correggerla in continuazione, la terza da lasciare al bar sottocasa. Lasciano spesso libri nel bar da Anna, qualcuno li prende, a volte ne porta altri, è un commercio sotterraneo di idee, senza intenzione, che consuma e ripulisce, come il mare. I libri hanno un senso se li rimastichi a pezzi, se ti riconosci. I pezzi di sola bravura mi piacciono, ma lasciano una traccia labile, diventano intoccabili e servono a stabilire distanze incolmabili. Posso parlare con Dostoevskij, con Borges o con Gadda, non con un marziano. E se un autore mi cambia è perché l’ho divorato, fatto mio in quella piccola, grande parte in cui mi ha scoperto, riconosciuto, stanato. Mi dicevano al giornale, quando mandavo qualche articolo: scrivi per essere capito, non per sintonizzarti con quei quattro balordi che ti assomigliano. Magari lo facevo, ma mi mancava qualcosa, non ero adatto, semplicemente, l’ho capito prima io di loro.

Ho visto in Senegal qualcosa che assomiglia a quello che penso, tavole di legno con sure del Corano. I bambini imparano a compitare l’arabo, poi a leggere la sura, la fanno propria e questa man mano diventa l’interpretazione della loro vita che continua. Senza scomodare similitudini importanti, mi piacerebbe che il patchwork di frasi della mia vita fosse nella disponibilità di parole sentite che si modificano, nel ragionare dell’essenziale che rende sempre più smilzo il libro, più semplice. Tabula rasa, non è l’inizio, è il fine della scrittura, la sua cancellazione fino alla scrittura della nuova storia. Basta aver tempo, basta arrivarci a tempo. Intanto raccolgo frasi, mie e non mie. Quando si espunge una frase dal contesto la si può citare, oppure sottacere, modificare, portarla al senso personale, l’autore difficilmente potrebbe riconoscerla, è stato un catalizzatore, e la frase non è più sua, ha prodotto altro, diventando un tratto di chi l’ha ripensata. Anche il senso, il sentimento che sottende la frase non è più lo stesso, è del lettore che non guarda più, ma beve, si nutre e a sua volta scrive (e m’affascina questo perenne riscrivere). E’ un processo intenso, che esige rispetto, devozione, pudore, attesa, emergerà, infatti, quando sarà totalmente opera di chi ha fatto proprio il senso. Come per la biblioteca di Babele di Borges, o la macchina tipografica infinita di Gamow, un oggetto programmato sulla base delle permutazioni delle lettere e delle parole, potrebbe scrivere tutto ciò che è scrivibile e tutto ciò che si scriverà, ma il tempo di leggerlo sarebbe infinito e  quindi sarebbe una macchina inutile: solo ciò che è nostro è significativo. L’invito alla chiarezza allora si rovescia, se guardo il mondo come Escher, vedo infinite forme brulicanti ed immaterie che s’agitano dentro di me, di queste pesco una combinazione, un carattere che va al cuore: la chiarezza è pescare dallo stagno il significativo, metterlo assieme, costruire il significato. Ne nasce un libro virtuale e reale, che si aggiorna di continuo nei dettagli, che perde più pezzi di quanti ne acquisti: tolgo tre frasi perché una la riassume. Così vorrei arrivare vicino alla tabula rasa con uno smilzo libretto da gettare, per poi prendere lo stilo e tracciare una lettera, che sia la prima o l’ultima non importa, è l’inizio della nuova storia. 

l’esercizio della memoria

Fuorviante. Il titolo può riportare a seiconsiglisei sull’esercizio del ricordare ad uso di studenti, manager, enigmisti, perditempo, ecc., ma oggi nell’era delle memorie a 80 euro il terabyte perché ricordare? Qualcuno uniforma la memoria, la formatta, la infarcisce di fotografie che saranno viste, al più, una volta, inserisce citazioni, testi che non si apriranno mai perché pensati in un’epoca in cui esisteva la memoria umana ed ora distorti nel mezzo che non creerà mai la voglia di consultarli. Solo le parole crociate a schema libero ci salvano, con il loro concludersi in un tempo accettabile e con il test di memoria (?) anti Alzheimer, sotteso, che fornisce una moderata considerazione di sé. Per poco, ma tanto basta, fino al prossimo: dovevo dirti una cosa, aspetta non me la ricordo, ma viene. 

Non sono un buon fruitore di manuali, di nessun manuale, i manuali non incuriosiscono, fanno il loro onesto mestiere di accumulo di notizie, però, come per tutti, anche per me, l’età dei manuali c’è stata, e in parte c’è ancora. Allora dovevo cercare un manuale che aiutasse a leggere il manuale: tecniche di lettura rapida ad uso dei politici, uomini d’affari, studenti, insegnanti, lettori di frodo. La rapida lettura del manuale, in oggetto, rivelava, allora che il computer non c’era ed era, casomai, un fantasmagorico insieme di lucine, odori, rumori (ebbene sì, ho lavorato per molti anni in informatica, alcuni -pochi per fortuna- addirittura con il sacrale camice bianco), che quello che abitualmente facevo, e ancora faccio, ovvero leggere in piedi in libreria, faceva restare in testa pezzi di libro. E con alcuni pezzi di libro, se ne possedeva il senso, e ciò valeva per un documento, per un romanzo, per un saggio. Per un manuale no, ma questo lo scrivevano a fine libro, ed era una fregatura. Lì era questione di fortuna (o di culo come si diceva allora, quando, oscuramente, l’uso della parte anatomica veniva connesso all’evento positivo e fortuito) e se l’esame o quant’altro, veniva superato era più per il metodo Churchill ( si raccontava che il nostro grande statista, nonché duca di Marlborough, e qui l’affinità fonetica con le sigarette rendeva simpatica una figura, altrimenti molto controversa, avesse studiato un solo capitolo la notte prima dell’esame, ignorando tutto il resto e considerando che la bella vita fatta fino a quel momento, era comunque stata ben spesa, ed il giorno successivo, proprio su quel capitolo si fosse svolta l’interrogazione, promuovendo lui e il caso ad alti destini), che per l’abilità nel leggere a salti. Ma tutto ciò, sublimato nella mistura di brivido e incoscienza  che portava ad affrontare prove (trascinando nel retrobottega pesantissime catene di colpe e propositi a scadenza rapida: non s’era fatto un cazzo per troppo tempo), dalle quali, quando si riusciva ad emergere moderatamente vittoriosi, era la prova provata che quel contenitore, definito sterile, svagato, incostante, fannullone, roccioso, inconcludente e svogliato, dagli insegnanti, per qualche oscura proprietà propria aveva sviluppato una singolare attitudine al ricordo dell’inutile, del superfluo, dello scoordinato. Come vi fosse stata una formattazione dei neuroni che li portasse ad occuparsi di ricordare pezzi di divina commedia, uno dei principi della termodinamica, Carducci e Ungaretti, gli stati oscillatori dell’elettrone, qualche soluzione stechiometrica ai problemi di scambio ionico, un paio di leggi di ottica, molto Bulgakov, Hemingway sparso, Calvino e Montale, i simbolisti russi, ecc. ecc. 

Avevano ragione, gli insegnanti, e quindi volendo riassumere, della scienza e letteratura restava solo l’esercizio della memoria associando l’odor di caffelatte con il ripasso dell’ultima poesia di Carducci, le paure delle notti prima degli esami senza le piacevolezze del film, ma anche quell’informe gomitolo di cose variegate e simpatiche che erano niente e tutto. Niente agli altri e tutto quello che si aveva per sé. Sarà pur valso a qualcosa il leggere vorace e senza sistematicità dalla fantascienza alla scienza, transitando per la letteratura, e se alla fine si   era ottenuto il risultato del ricordare per sé, non per altri che esigevano ordine, sistematicità, senso comune. Ecco, miei cari, di tutto questo procedere per salti, delle dimostrazioni di ricordo-random, cosa resta oggi che posso ordinare sul mio hard disk esterno pezzi di vita formattati? Moltissimo, se rifiuto che quello che è al massimo un mezzo affascinante (molto meno di un mezzo, il notes dello snobbettino, conterrà cose che nessun computer riuscirà mai a riprodurre), ma poco funzionale alla capacità di ricordare per il sé in evoluzione, essendo al più sostitutivo: io ricordo quello che tu ricordi di me, che ti ho detto di ricordare cristallizzando un momento in cui mi pareva che l’universo fosse quell’insieme di ordine e in realtà parlavo di un pomeriggio di felicità o da cani. E’ evidente che attraverso questi ricordi, si tornerebbe all’ipse dixit, ad un momento perenne che esclude uno dei grandi fasti fascinosi della memoria, ovvero la riemersione del ricordo, ed anche quell’esercizio del ricordare che non inficia il presente, ma anzi lo modella e lo porta a muoversi. Quando mai una poesia o un teorema che ci torna in mente ed alla fine rivela la solarità della dimostrazione, hanno mai prodotto cristallizzazione nel percepire, nel movimento, nel vivere? In questo l’esercizio della memoria utile a sé, prescinde dall’offerta scontata del grande magazzino, riporta nella lettura rubata in piedi, alla consuetudine di rileggere per mantenere a mente una folgorante sequenza di parole ed immagini, al guardare con sei sensi a disposizione un luogo, un evento e al fissarlo in mente prima che con la macchina fotografica, a volte addirittura rinunciando al pezzo di bravura, per non confondere l’esperienza con l’immagine. Sconclude in quel rimescolare, accettabile se non viene detto, di pensieri, ricordi, spinte, voglia di fare e d’essere e fornisce quell’unicum che siamo. Non la memoria esterna e i diari, ma l’esercizio della memoria come fatto costruente, personale ed utile solo a sé. Come questo scrivere che altri fini non ha se non seguire il sollecitare d’un pensiero che, volutamente, non sistematizza in quando perderebbe fascino, soavità, fragranza di nuovo. E’ un esercizio inutile come una carezza e rassicurante come una carezza: si è sbagliato tutto, quello che sembrava contare, per fortuna è rimasto l’amore.