In quei colloqui tra padre e figlio, dove emergono le paure del primo e le sicurezze del secondo, gli dicevo che quando ci si incasina la vita, nulla è mai definitivo, e che basta dire di no. Quando ci si vuol salvare, basta dire di no. Lo so che il no è una parola difficile, ci insegnano da piccoli ad abbandonarla, e quando si è dentro fino al collo, quel no, quella corda che ci potrebbe tirar fuori è ardua. Ma riconoscere che c’è una alternativa, che c’è speranza di star meglio, è un fermarsi a pensare, il presupposto per prendere un’altra strada.
Questo me lo dico, in questo periodo, dove lo star meglio è difficile, ed è una battaglia personale che corrisponde alla mia visione della vita. In passato, spesso la speranza l’ho usata per dire di sì, anche quando non ero convinto appieno. Il contrario della speranza, la disperazione, l’ho usata per il consumo, per non perdere le occasioni, per compensare ciò che mancava, ma così futuro non ce n’era, l’avevo negato in nuce.
Oppure ho usato il raccontarmela per evitare la rinuncia, e anche in questo caso sapevo cosa faceva bene e cosa perdevo, ma qui soccorreva l’onnipotenza e quella corda ardua del no la lasciavo perdere, dicendomi che tanto era meglio vivere e poi sarebbe visto.
Finalmente è arrivata l’ora dei no per stare bene alle mie regole e ricostituire le riserve. Anche quelle perché, in fondo, nulla è usurante come i sì.
Da qualche giorno giro attorno alla brutta foto, è l’insoddisfazione per quanto faccio, risultati di cui non posso menare vanto. Vivere sulla superficie, sul giorno, oggi sembra un modo felice d’essere e lo si maschera con la levità, cosa ben diversa e profonda. Ieri camminavo su un sentiero dei Berici, che passa accanto a villa Valmarana “dei nani” e la Rotonda. Si sentiva la bellezza ovunque, il senso del Tiepolo usciva dalle ville, con la sua gloria del celebrare/operare nella natura, e traboccava nei campi fusi con l’architettura, nel Vitruvio di Palladio. L’idea elitaria dell’equilibrio negli edifici, dell’utilità del bello, cancellava, non la fatica immane degli uomini, mostrata nel fare grandioso, ma la distruzione operata, come vi fosse stato un riconciliarsi tra economia e luoghi, abitare e natura.
Cercavo un’inquadratura per dire ciò che sentivo e alla fine mi son trovato a fotografare le stoppie sul terreno bruno, oppure muschi sulle piante di pesco.
La propria superficialità colpisce come uno schiaffo quando non riesce a percorrere la strada verso l’anima delle cose, che è poi i miei occhi e il mio cervello. Forse volevo leggere l’insieme e il dettaglio, non m’accontentavo del particulare, e volevo dare forma alla sensazione, perdevo il senso. E così pensavo a quanto, altrove, sentivo da qualche giorno, d’una tristezza che cerca le sue ferite, e muta i suoi occhi in grigi. Come un lupo che insieme sani e rivolga i propri denti a sé. Pensavo a bolle che vogliono volare e sopportano poco il peso della polvere sull’iridescenza, ed era il volare che mancava, mentre il freddo gelava le superfici, le dita e non i cuori.
<<Sì, vero: sono innamorata del comandante Schettino>>
E così irrompe la parola amore nel naufragio. E’ un dettaglio, bisogna dargli il posto che gli spetta e spero scompaia nel privato. Se non è stato causa di qualche dimostrazione d’incoscienza, questo amore è già mutato nell’abbandono della nave. Consumato. E non occorre immaginare troppo per capire che per Schettino nulla sarà come prima, anche nelle sue vicende personali e familiari. Ma ciò che non riguarda i fatti, si copra, è inutile a tutti.
S’ inciampa continuamente nella parola amore, anche nella cronaca, come fosse un badge che permette di aprire chissà quali porte comuni. Invece è questione tra persone, tra cui è già molto difficile che ci sia coincidenza di significati sulla parola, chissà poi con gli altri di cosa davvero si parla con questa parola.
L’amore dei sedici anni è lo stesso del travagliato rapporto maturo? Domanda pleonastica, naturalmente no, in questa parola contenitore si mettono stili di vita, faticosi compromessi, sfrenate voglie, comportamenti non confessabili, languori inattesi, perdite del reale, fantasie sferraglianti, abbandoni, tutto costruito con il vivere e non insieme di dotazione. E nell’enumerare gli effetti dell’amore, ognuno ha la propria interpretazione della parola, proprio nel momento in cui la pronuncia: è questo di cui parliamo, quando parliamo d’amore? Forse per averne confine bisognerebbe chiedersi quale processo investe la testa dell’amante, quando fa un passo indietro, si ritira dall’amore possibile perché avverte la differenza di sentire con l’altro e quindi l’impossibilità di un progetto. Quindi partire dalla fine per trovare il bandolo che porta all’inizio. Fatica mal spesa, farsi domande senza risposta è un esercizio poco utile, e se parliamo d’amore, parliamo della fotografia di noi, noi siamo quello che sentiamo in amore, anche quando questo non c’è, ed è impossibile osservare/ci senza modificare la percezione e quindi è impossibile definire/ci. E’ un’affermazione lapidaria, ma rispettosa che non scompongo, se non per dire che i nostri comportamenti sono quello che deriva da questa immagine. Nulla è così rivelatore quanto la gestione dei sentimenti, il sentimento principe è l’emblema di tutti, vale a dire che ogni storia è a sé, come il ritratto di ciascuno,e che l’ igiene mentale a volte, serve per preservare l’integrità della persona, e che la morale nella sua generalità, è una norma semplificatrice, ma poco o nulla ha a che fare con quanto uno sente davvero.
Parliamo d’amore, se l’obbiettivo è la collezione di uomini o di donne? come si fa a parlare d’amore senza soggetto che condivide ? Se la pulsione è tutto, se il sesso è il legame prevalente possiamo meravigliarci della noia, dell’assuefazione ? Ecco torno alle domande, e non va bene, nell’educazione ai sentimenti, il sentire ha una sua persistenza. E’ una asserzione semplice, persistere significa accedere al ricordo, persistere significa avere terreno solido per un qualsiasi progetto, persistere significa essere sullo stesso piano della sensazione, dopo che l’uno o l’altra è prevalso, ha attratto l’attenzione, ha usato il fascino del vedere e del mostrare qualcosa che non è percepibile da altri ed ora comunica tra pari. Per questo collego il sentire all’amore, cioè quanto di più individuale vi possa essere, eppure non ne è condizione sufficiente, ma necessaria lo è di certo.
Ci sono frasi, parole che si possono estrarre da un discorso, perché ci definiscono in maniera netta, è quando l’io sono diventa l’importante di noi. La signorina era innamorata, sentiva, il capitano sentiva, era cosa loro, e tale rimanga se non ha provocato un disastro esterno.
Basta il loro personale come problema.
p.s. se Schettino doveva tornare a casa, il comandante De Falco glielo avrebbe detto: Comandante Schettino torni a casa, cazzo!
Anche per un goloso c’è la nausea. Si può alzare la soglia, aumentare la dipendenza, ma il limite verrà raggiunto.
Mi piace la cioccolata, quella amara, con alto tasso di cacao. La mangio volentieri e quando accade provo la doppia sensazione della trasgressione e della pienezza di gusto. Ad un certo punto mi fermo, perché oltre sarebbe una sofferenza. Non ho soglie alte, mi fermo presto. Qualche anno fa, con un amico, facevo la traversata dell’appennino a piedi, mangiavamo decentemente la sera, di giorno il problema era l’acqua e le calorie necessarie alla camminata. Avevo portato un bel pezzo di cioccolata, dopo due giorni ne abbiamo buttato la metà, le formiche hanno ringraziato. Questo, per me, vale per tutto quello che si ferma al limite della dipendenza e poi esonda, il piacere che diventa compulsivo, bisogno senza futuro. Non c’è nulla di giudizioso nel pensare queste cose, solo una scelta del vivere, tra il consumo immediato che sconfina, al di più, nell’abitudine ed il piacere centellinato, limitato. La trasgressione è la scorpacciata, il scivolare dall’uno all’altro modo di intendere se stessi, e la scorpacciata non crea dipendenza, al massimo un mal di pancia.
Mi piace l’idea che esista una modalità alla “Shéhérazade”, che crea un legame tra piacere e modifica dei destini di chi ne è coinvolto, ma in modo positivo, insomma diviene una storia. Parlo delle papille gustative ma in realtà parlo dei centri del piacere e della soddisfazione, ognuno ha il suo limite fisico, ognuno quello intellettuale, e la differenza è tra chi punta al consumo rispetto a chi lo inserisce in una storia personale. In questo la cartina di tornasole è il parlarne apertamente. Chi si governa non ha timore di esibire la propria vita pur nella contraddizione, che poi questo è il motore che permette di non essere prigionieri di sé attraverso la regola e neppure del piacere come norma, ma deve essere motivato a sé prima che agli altri. Insomma parte della propria chiarezza.
“Shéhérazade” induce all’attesa del dopo, e salva se stessa, ma anche il sultano che era condannato al sempre di più, ad una vita d’inferno che escludeva proprio il piacere del vivere.
Il nuovo contraddice l’abitudine e quindi non dovremmo aver paura delle contraddizioni, ma delle abitudini.
Ogni partenza è uno stare in bilico, che fa riscoprire le cose importanti che hai attorno, il tempo scivola e le valigie fanno sempre fatica a trovare il loro equilibrio. Qualcosa resterà indietro, ma si trova quasi tutto quello che serve, ovunque. Per un paio di settimane non scriverò in questo posto, sarà il tempo del taccuino e la penna. Al ritorno qualcosa sarà urgente da dire, però quello che resta davvero, emergerà più avanti, con la piena comprensione dei sensi che, tutti, erano attivi allora. Solo che hanno i loro tempi e il capire è cosa che viene poi. Ne riparleremo, intanto porto il mio ozio altrove.
Voci di bambini nel museo d’arte contemporanea, arrivano attraverso i ballatoi delle scale. Seduto davanti a una scultura cinetica di Eusebio Sempere, mi perdo nel suono. Ascolto e guardo. Lo spagnolo è una lingua a fiotti, un blocco di parole che s’assottiglia, fino a tacere, fa una pausa e riprende con un nuovo fiotto. E’ suono con parole che riconosco, ma m’interessa il suono, cosa so di questo, che fu un’impero enorme? Poco, nulla delle sue imprese, del fare materiale. Ricordo qualche archistar recente, ma mi sfuggono gli ingegneri, i matematici, le scuole di fisica. Di sicuro c’erano, hanno realizzato macchine di lusso, aerei, orologi di pregio, steso strade ferrate con uno scartamento orgoglioso ed incomunicabile. Hanno costruito come dovessero conquistare il mondo dei trasporti, della meccanica, dell’aria (air nostrum recita il motto della compagnia aerea regionale valenciana) e si sono fermati ai Pirenei. E’ mia ignoranza, conosco poco, Braudel principalmente, mentre a scuola ci si ferma a casa propria. Così passa solo musica, letteratura, teatro, poesia, pittura. Cose che, con più facilità, vanno in giro per il mondo, si spostano, toccano, entrano e si confondono con altro conosciuto, senza la necessità di creare imperi. Ma cosa so davvero di questo mondo? Nulla, eppure erano dalle nostre parti poche generazioni fa, cugini dei Savoia, ci sono cognomi, parole nel mio e in altri dialetti, scambi economici forti, e il Mediterraneo.
Il Mediterraneo non è un insieme di paesi – ho letto su alla fortezza- il Mediterraneo è un modo d’essere, fatto d’acqua, di mestieri comuni di mare e di terra. E d’ingegneria del bello più che dell’utile, aggiungo di mio. Forse per questo, non sono riusciti a costruire un impero ed invece sono stati bravi a demolirne un’altro in America latina, perché nel Mediterraneo per demolire imperi c’è un vero talento.
Il Mediterraneo è un luogo, dove i popoli si intersecano in continuazione e soprattutto conoscono la luce, il sole, il cielo. Forse per questo abbiamo lasciato che la precisione e l’utile fossero più a nord dove la luce è più breve, gli inverni più lunghi. Calvino, Lutero avrebbero avuto le stesse idee nascendo a Palermo o a Cadice?
Fantasie.
Qui è caldo e manca una settimana a natale. Intorno abeti incongrui, neve finta che non riesce a distogliere lo sguardo dalle architetture di tufo e arenaria: sono belle gonfie, gravide di significato. Altro che ascetismo vegetale rivestito di luci, qui la festa dura tutto l’anno e il gotico è solo un mezzo per alleggerire pilastri ed archi, dando modo di riempire di più i volumi. Tutto si riempie troppo, è il calore del pomeriggio, delle notti, che trabocca, che investe il ragionamento. Anche il mistero usa altri simboli, sguazza nel colore, sfugge le geometrie e cerca i corpi. Dove altrove impera il numero, qui il ragionamento misterico prende la forma, porta lo sguardo verso il particolare che lievita l’attenzione. Non si semplifica nulla, anche qui attorno nelle opere del museo, è il senso che predomina. La complessità dell’attrazione, del desiderio, della vita, è senso. E’ come vi fosse senso ovunque, investe i rapporti che si toccano e si difendono, l’alterità diventa altezzosità. L’altezzoso si spegne nell’intimità, all’esterno disegna il suo ritratto, riempie l’aria di volume, fornisce contenuto. A Murcia, la cattedrale ingloba pezzi di moschea, ma non s’accontenta e contiene un’altra chiesa nella navata centrale e non c’è più spazio per la folla dei fedeli verso un unico altare, cosicché si distribuiscono in decine di cappelle laterali, lasciando a ciascuno la preferenza di santità, di grazia da impetrare, di sequela. Gli ingegneri gonfiano gli edifici, i fedeli le attese, l’aria risuona di carillon di campane, i mendicanti si contendono le uscite e i benefattori. Mediterraneo. Al freddo del centro Europa abbiamo lasciato il rigore, la regola Kantiana, qui il rigore è regola scritta, ruolo, funzione da mostrare, come la manutenzione delle cappelle assegnate alle famiglie finché il santo diviene persona di casa, con diritti e doveri. Funzioni esteriori e rigorose, decoro e status.
Esco, un signore anziano cammina con una cappa nera, ha bastone e cappello, che so di queste persone, nulla. Intorno le auto e la spiaggia come a Cannes o a Napoli: Mediterraneo.
Ci sono persone che mi ricordano le cucine delle case dei divi. Enormi e perfette, immacolate e ripetitive, con i frigoriferi vuoti oppure pieni di liquore. Mono tematiche: la cucina è cucina, non c’entra con il cibo, mica come noi che frequentiamo taleggio, stracchino, vini rossi e pollastri.
Di una persona cerco il fiasco e il suo contenuto, come quand’ero piccolo e lo vedevo sopra la tavola, col suo anello d’olio per proteggerlo. E mi pareva una cosa da grandi, ma con lo zucchero, buonissima. Cerco il genuino protetto e non il finto. Gli assaggiatori sono persone a servizio di qualcuno: la peggior cosa che mi passa per la testa nei rapporti umani. Proseguendo di metafora (Per cortesia non guardate il dito) c’è una differenza sostanziale tra un bevitore, il vino che beve e gli effetti che ha. Il bevitore ama il vino e i suoi effetti, il vino dev’essere buono, ma al servizio dell’effetto. Diverso il compito del gourmet o del sommelier, per lui il vino è un fatto estetico, da valutare prima degli effetti, con il piacere che si ferma alle papille gustative ed olfattive, poi si può sputare. C’è una circolarità in questo ragionare, e torno alla cucina, il bello è utile, oppure il bello sussiste nel contesto, nella mano, nella bocca che lo assaggia? Tralascio la terza ipotesi, quella più suggestiva ed ardua, ovvero della sussistenza del bello fuori dall’esperienza, cosa vera e poco utile agli umani. Dovendo scegliere, propendo per la seconda ipotesi, anche se della prima non se ne potrebbe fare senza: meglio se il bello diviene contenuto anziché suggestione di superficie. Il movimento per la liberazione della mia cantina, ieri sera ha dato fondo ad un Margaux, gran crù classé, Chateau Rausan-Segla, 1993, ad un amarone Recchia, 2003, ad uno champagne Gaston Chiquet, gran crù, blanc de blancs d’Ay, 2000. Considerati gli anni, e non potendo verificare lo stesso contenuto in contesti di tempo diversi, tutti noi, amanti del bello eravamo consci del pericolo della suggestione di superficie, ma è prevalso il buono e l’utile. L’assoluto è altrove.
E non è così anche per gli uomini? Noi ci verifichiamo come siamo ora, nel bello di adesso, che non è un bello residuo, ma il bello possibile ed utile.
Antica questione sollevata con un cucchiaio di legno di fico. Non basta essere belli, a volte non basta neppure essere utili, meglio entrambi, è essere stronzi che non si perdona mai.
Il teatro dei pupi staziona d’estate nel centro di Enna. Le rappresentazioni si alternano: il pomeriggio i ragazzi, la sera gli adulti. Le sedie sono di misura media, né grandi, né piccole in file ordinate, per non scontentare nessuno. Lo spettacolo finisce spesso all’ora di cena e la sapienza del puparo è preparare il lavoro del giorno successivo. Bisogna interrompere la storia dove più alta è la tensione e promettere che, chissà come, ma finirà. E i bambini, e gli adulti, che già sanno come andrà a finire, portano a casa lo cunto interrotto, cancellano il finale conosciuto, sperano e ricominciano a fantasticare. Il puparo li ha nelle sue mani, potrà mutare il prosieguo, magari di poco. Per creare l’illusione basta cambiare una battuta, spostarla, e guardare le bocche che sino ad un momento prima, sillabavano senza voce, già sconcertate e prese da nuovo interesse.
E’ la sorpresa che annuncia il cambiamento, e chiede d’essere pronti alla meraviglia. Dovremmo fare un parallelo con il vivere, dire che la vita ci interessa perché, se sappiamo come va a finire, le battute cambiano, e anche il discorso e gli esiti sembrano prendere un’altra piega.
Sarà che vorremmo cambiassero le storie, lo speriamo talmente tanto che ne immaginiamo diverse conclusioni, anziché lasciar fare alla vita. Ma per far questo bisogna diventare pupari, non pupi, non spettatori ed immaginare, immaginare, immaginare, finché l’immaginazione si consolida e si fa cunto.
Un sogno ricorre nella mia vita. E’ un sogno vero e ricordo quando l’ho sognato per la prima volta. Ero un ragazzo.
Nel sogno c’è un muro alto, fatto di pietre incastrate e tenute a calce, non c’è una porta e il muro è una circonferenza. Devo scavalcare per entrare, alcune pietre sporgono per questo e disegnano una diagonale sinuosa che si projetta sul terreno. Una spirale.
Nel sogno salgo, finché lo faccio mi guardo attorno, c’è campagna, qualche albero. A volte scorgo il mare.
Entro nel recinto. E’ il mio giardino arabo, lo sento, con le rose, i tulipani, le dalie, il verde uniforme dell’erba, alternato alla terra rossiccia e la sabbia bianca. Al centro una fontana con una polla, l’acqua trabocca e scende in rivoli. Si perde nel verde.
Mi siedo su un asse di legno, appoggio le spalle alla parete, guardo il cielo. Poi lo sguardo scende e si perde morbido, nel verde, nei colori delle cose.
Ho la percezione dell’equilibrio e della pace. Nel sogno è pomeriggio, verso sera. Posso chiudere gli occhi e riaprirli, e il pensiero scivola tra sonno e veglia senza distinguere. In tranquillità. Ho la sensazione di aver fatto.
La mia interpretazione è che l’orto chiuso è la fortezza di me, il desiderio e la sua soddisfazione avvenuta. E’ la mia misura, nel coltivare e contenere ciò che è prezioso al mio sentire. Nel cerchio trovo il dissolversi del fintamente importante, l’acqua pura scioglie il rigurgito del fondo archetipico, il nero che si trasforma, trascolora, diventa buono e compatibile. La bestia allora convive, corre assieme, gode delle stesse cose, ha lo stesso riposo. Si ricompone l’unità.
E’ un sogno che mi piace molto, purtroppo infrequente, ma so che accompagna momenti di passaggio, di movimento verso il nuovo. Quando mi sveglio sono sereno, un poco mi spiace perché vorrei che il sogno continuasse, sfumasse piano, ma non mi angustio, ho la sensazione che tornerà.
Penso che per aprirsi bisogna avere un recinto di sé, un proprio giardino arabo, che quella circolarità è contenuta in altre circolarità maggiori e che mentre queste si possono aprire, altrettanto serenamente il primo deve restare lo spazio costruito, vissuto, curato.
Quando sento l’inutilità del fare, l’affievolirsi della speranza, il senso del mio limite devo riportarmi nella cellula primigenia. Quella sola che mi contiene. Anche nella gioia è così, esiste un di più da assaporare, che mi appartiene e che posso cedere solo essendo me stesso.
Non ho fretta.
Nel mio scrivere di questo sentire, avverto il superfluo, l’eccedente, mi rileggo ed è come rifilare il bordo di una torta. Di quella che sarà una torta. Per ora è pasta cruda, buona da mangiare, ma diversa da quello che diventerà. Una torta non si racconta, si assapora, il giardino arabo è la stessa cosa, si descrive, ma il sapore è altrove.
Questa è la strada più breve per sciogliere la complessità della comunicazione. Come se la semplicità fosse solo nei meccanismi del piacere, e in questo o nella sua assenza, si muovessero gli uomini.
E’ una riflessione generale e naturalmente semplifico, però sento che nei rapporti qualche pezzo di pazienza si è perso per strada, e che la religione del fare come dimostrazione del vero, ha ripreso il sopravvento sull’interesse. Una visione utilitarista degli altri che si traduce nel: se mi servi mi interessi.E il resto sembra perdita di tempo.
L’ estate ha invaso le stagioni, gli uomini, i rapporti. Se davvero fossimo perennemente in vacanza, e non ci fosse la difficoltà del capire/capirsi, sarebbe l’età dell’oro. Ed invece siamo solo nell’era della soddisfazione dei bisogni accessori che diventano principali. La nostra fragilità ci rende invincibili e semplici, solo quando non pensiamo, non comunichiamo, non ci confrontiamo.