Hanno ossa cave come gli uccelli,
le donne,
e gli servono per volare.
Ma hanno anche i passi del piombo,
le donne.
Il loro cuore muove l’aria e la terra.
Così lasciano impronte profonde
quando non volano,
le donne.
Eppure l’amore sempre le libera,
e dopo il silenzio più duro,
il loro udito si riempie,
coglie i suoni attorno,
li sceglie e mescola
risente la dolcezza dei pensieri.
Il cuore canta ed è musica,
nelle donne.
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dove siamo noi quest’oggi
Nella mattina di luce, l’aereo non scendeva,
volteggiava tra Roma e il Tirreno,
gli dicevano la terra infida e nemica.
Ma può essere nemica la terra che accoglie,
il suo fiorire, la sua solida certezza
che rende l’aria leggera?
Eppure, a terra il buio venne,
e in esso mancava la sostanza del giusto,
ma fu per ciascuno a suo modo.
Molti anni prima, il giorno era lo stesso,
qui era sera e mattina nel Cile,
anche allora parve morisse un mondo.
Un altro mondo, pieno di amore,
non quello che ora scinde
l’inquietudine e l’attesa
e senza sapere per cosa e da chi
continua a tagliare vite e speranze.
S’era aggiunta all’ansia la paura, ma oggi
ancor più,
l’11 settembre ci chiede dov’eravamo negli anni
e dove saremo in futuro,
mentre il timore storce le bocche
scuote capelli e teste.
Non nobis Domine non basta più,
dove siamo noi quest’oggi?
la stagione in cui si torna

Si sente il respiro lungo del sonno
e l’irrompere dei sogni nel reale,
sono giorni in cui il sole scava nelle cose
e genera piccoli grani per danzare nei suoi raggi.
È allora che la stanchezza di ciò che non accade avvolge il tempo,
e il suo scorrere sembra interrogare il senso.
Come sarà l’autunno,
che scandisce di impegni le giornate,
e i suoi progetti riprende con fatica?
Ancora starà zitto il cuore
mentre si commuove in una foto,
e piano scompone l’aritmetica d’assenza
chiedendo conto dell’andar dove?
Tutto cheta nel dirsi:
c’è la noia di chi ha visto e non s’è seguito,
ma non basta,
perché ci saranno i pomeriggi disarmati,
il senso che non acquista la profondità del rosso e nel blu si perderà pensoso.
Così si ascolta, si sente,
e il ricordo va all’instancabile
rimescolar di conchiglie e sassi,
mentre si vuotano scogli e sabbia.
I perditempo stan seduti a sentire
il pensiero del tramonto,
perché ancora una volta è sera
e poi notte e poi sogno.
Ancora. Di nuovo.
villano il tempo

Una giornata implume, senza creanza, tagliata di forza e di noia, scolpendo il tempo con malavoglia.
Le cose cominciano al mattino, dopo che si è pulito il viso dai sogni della notte.
Con questa consapevolezza scorrono le ore, il dissipare che galleggia come schiuma sulla birra, e necessita il passare attraverso l’inconsistente per giungere al fresco, al frizzante che raschia la gola, al dolce amaro che disseta e placa.
Sulle labbra resta la schiuma,
così è il sapore di questo giorno
ch’è scorza da sfogliare e togliere,
per trovare linfa e tagli dritti di luce,
nuvole e vuoto da colmare.
Villano il tempo a noi
che scorriamo i giorni con sagacia di colore,
mentre è lo scontento che ribolle,
e così si è prigionieri d’un bisogno.
Villano il tempo
nel dire la molla che sospinge,
nel tacere al giudice che, muto, dinega il capo.
Utile sarebbe usare i polpastrelli per modellare pensieri acuminati, ricoprirli d’ironia, farli ridere spesso. Bisognerebbe, sarebbe, si dovrebbe, condizionali pieni di bisogno invece possiedo solo un mantra che mi ripeto tra le ore.
Che sia il giorno per noi efficace.
Che le ore siano senza colpa,
senza traccia,
senza righe per scrivere ordinato,
senza saluti inutili,
senza parole gonfie di vuoto.
Che sia una giornata senza,
scavata di bellezza,
non lo scorrere rozzo,
non questo buttare tutto avanti,
non le mani annegate nella timidezza delle tasche.
Serve al giorno un cuore gentile che alla notte si nega, il coraggio leggero della corsa breve. l’incoscienza della distanza per raggiungere la vita utile a sé.
Per placare la sete bisogna attraversare l’impalpabile diverso.
l’età del dissesto





Che finiscono cose, situazioni, amori
e odi ed emozioni,
bisogna pur saperlo,
e anche leggere l’ora che ne precede la fine,
per non trascinare nebbia nella notte
mentre attorno il colore già attende.
Ma chi coglie il mutare,
e sente dissolversi quell’eterno passato
comprende l’incapacità dell’agire
e in sé ne dibatte e patisce e si chiede.
Davvero tutto si sfalda, oppure c’è un’età in cui chi è leggero, vola
mentre altri sentono pesi che non ci sono
e vivono il tempo che scivola e ingabbia
come un gesso d’anima che frattura.
E si chiedono se la malattia sia ciò che non è stato, ,
o il possibile che ora non nasce.
Poco importa ai fatti, e sembrano oziosi pensieri
se si guardano i merli felici
che saltellano e cercano cibo.
La terra fradicia di pioggia,
per loro è una festa,
vivono del tempo e non lo subiscono,
mentre per noi è corsa
che vela la cura
e fa sentire sconclusa l’attesa
quando non compie il desiderio
d’essere altrove.
un anello d’acque lucenti
Sfolgora nel meriggio l’anello d’acque,
ferma il passo
e lo sguardo dimentica l’erba,
il canto delle rane,
persino il sinuoso ballo della serpe
non segue,
tutto scorda e resta vibrante di luce.
Segno di compassione
per noi dal sole,
l’anima ne è attratta e piccola:
la luce è misura e dimensione.
Ai vecchi lagrima il vedere del mondo
e gli affetti sono infinita passione e amore,
l’abbraccio che stringe è desiderio
d’un vivere bello che indefinitamente continui.
Nel pensiero difficile del mondo,
negli anfratti della paura di chi capisce
e conosce come s’aggiusta la vita,
il giorno consola in ciò che accanto si ama,
e lo sguardo cerca un segno che dica,
che parli dell’uomo e del buono,
e che da esso sgorghi futuro e speranza.
Sono anelli d’acque lucenti,
pozze in cui ferve la vita,
che gli animali di terra dissetano
mentre riluce a loro il mantello
di mille gocce d’infinito.
nuove solitudini
I proclami, le prese di posizione “definitive”, spesso contengono l’insofferenza per la propria solitudine. Cosa sia poi la solitudine è difficile dirlo, perché contiene molte assenze, proprie e altrui, ma anche i propri compromessi tanto che alla fine si mal sopporta persino la propria differenza. Oggi, come spesso è accaduto, fuori, nella storia grande, c’è bisogno di una linea che definisca chi sta da una parte e chi dall’altra di noi, insomma di escludere ciò che non ci appartiene per rafforzare la propria coincidenza con il noi che sentiamo giusto. Il nostro mondo. E perché mai perdere tempo con ciò che non è affine, utile o semplicemente troppo complicato per noi? Non ne vale la pena, ma se non accade maturano fratture che fanno dire cose assolute in un mondo all’etica ballerina e sostanzialmente indifferente. Quasi ad enunciare dei principi che poi principi non sono ma sono ingarbugliate sofferenze senza voglia di nome. Così i nomi, gli anti seguiti dai popoli e dalle religioni si mostrano per quello che sono: ovvero privi di senso di fronte all’umano e a ciò che non lo è. Allora guardare ai fatti e alla loro atrocità comporta tornare a noi, che conteniamo i problemi e le soluzioni su dove e con chi stare. E così uscire dalla solitudine delle parole violentate a giustificare sembra l’unica cosa davvero giusta.
mantra per i giorni che sembrano inutili
Del sonno e dei sogni bisognerebbe essere degni,
non accampare stanchezza nel creare la vita.
Lasciare che il giusto invada il presente
perché le idee danno a noi dimensione
e ogni fare attorno s’assomma.
Togliere all’abulia l’atrocità del disamore
che consuma in silenzio i corpi e le menti.
Tra l’erba esausta dal troppo sole,
di che parla il nostro cuore,
a chi si rivolge,
mentre attorno tutto scivola e viene immolato,
nella postura d’una frana d’indifferenza.
Serve un nuovo equilibrio che raccolga desideri, principi, ideali,
dall’immensa discarica dei valori umani.
Ora prevale il cinismo e il piccolo interesse,
l’incapacità di affrontare la fatica di essere uomini,
dare consenso a ciò che umano
è ciò che di buono c’è nei cuori.
No, non era questa la vita che avremmo voluto.

sera d’agosto
Fa abbaiare i cani, il temporale ancora lontano,
e apre nel cielo squarci di nubi contornate dai riflessi dei lampi.
Rotola giù dai monti, il tuono,
diceva mia nonna quando lo scuro invadeva il cielo e la stanza
e i monti erano cornice per noi di pianura.
Immaginavo allora i fulmini come grossi fagotti di luce,
che scendevano rimbalzando su alberi e case
fino ad esplodere nella pioggia e nel suono. Stasera c’è l’annuncio di cio che verrà nella notte
ma il cielo è ancora quello del Tiepolo quando sovrapponeva agli azzurri, il grigio
e il bianco
per rubare luce all’immensità sconosciuta
e donarla all’attesa.
Chi verrà da quello squarcio ad occhieggiare gli uomini,
i loro pranzi e parole dei riti d’agosto?
Corrono adesso le nubi e nuovi azzurri si aprono
mentre i cani continuano ad abbaiare
e nel silenzio che viene dalle tavole sfatte,
parlano tra loro di qualcosa
che noi più non capiamo.
il prato

Spesso tagliano l’erba,
il verde diventa tappeto,
perde i fiori, la voglia d’essere seme.
Le api cercano, ma solo per poco,
poi vanno altrove.
I bambini scendono tardi,
giocano sull’erba con palle colorate,
non ascoltano i richiami,
proseguono discorsi che parlano a sé,
o fingono mondi che loro soli vedono,
ma non hanno ricordi.
Attorno si ripetono i suoni,
e in una bolla l’universo rapprende:
il prato, le grida gioiose,
i piccoli pianti, la casa che accoglie.
Cos’è il sentire se non un animale scacciato,
un cane che rincorre la palla,
che non conosce il gioco
ed è il correre felice il suo senso,
così questo tempo e luogo si ripetono
e noi abitiamo la differenza.
Il sentire che interroga e si finge,
che cerca nel colore bellezza,
come usavano gli antichi nei templi,
per stupire la grandezza
e allontanare i presagi.
È il futuro che si apprende:
nell’età felice la conseguenza non esiste,
così il dispiacere transita veloce,
e la felicità è una corsa,
una palla che vola,
il sudore che vela la pelle,
sciolto nella certezza di un abbraccio
e di una voce amata.
Nel prato che il verde nasconde,
il tempo sussurra,
storie indifferenti a chi non le coglie,
le stagioni attendono,
si ripetono mai eguali,
sanno che solo il bianco e il nero
sono la scena,
la sostanza dei fatti,
il luogo e il tempo,
in cui cogliere il senso
e mutare d’ accenti.
Guardo e sono erba e albero
che recitando invecchia,
e mentre altri,
i loro mondi stupiscono,
siedo nel prato,
con la mia nuova parte,
che m’invento, attingo al ricordo,
penso e poi taccio.
In silenzio sono così dolci le voci,
il muoversi armonico dei corpi,
le loro storie che riempiono la vita e la scena
del mio piccolo mondo.