mosaico: san canzian

Per entrare si scendevano due gradini consumati. Sulla sinistra c’era un vecchio bancone in legno scurito da pedate, consumo e tempo. Una lastra di zinco sotto le spine della birra, il resto era legno, spesso, consumato e appiccicoso. Ma chi si appoggiava non aveva problemi, non ci pensava. Erano gli ambulanti svegli dalle 4 del mattino, facchini, piccoli artigiani che avevano bottega attorno. Gli studenti, i balordi e i pensionati si sedevano nelle due stanzette, piccole, quasi un tinello. Sedie impagliate e sei tavoli in tutto, altrettanto vecchi del bancone e appiccicosi di generazioni di vino sparso, sudore e unto. Se qualcuno avesse cercato i dna sovrapposti in quegli strati, avrebbe avuto un campionario dello stanziale e del passaggio, del sangue giovane e di quello lento, delle menti ormai consunte e dell’avvenire fulgido sperato. Tutto assieme, perché quell’angolo di città teneva tutto assieme: università, popolo, politica cittadina, ebrei e cattolici. Tutto in una strada che collegava le piazze, ovvero la vita politica e il commercio con il ghetto. La chiesa di san Canzian era parrocchia, ma di quelle del centro, dove si mescolavano ricchi e poveri in modo così indistinguibile da rendere difficile il messaggio al prete. Chissà a chi parlava nelle prediche per tenere tutti assieme. Forse a tutti, oppure meditava ad alta voce. Forse. L’osteria nella stradina, guardava la chiesa e a fianco aveva la vecchia sinagoga di rito tedesco, incendiata dai fascisti nel 1943, ed era appena fuori da dove, fino a Napoleone, uno dei quattro cancelli avevano isolato per trecento anni, di notte, il ghetto dalla città. Quindi era una frontiera, un luogo di passaggio e tolleranza, basata sul vino e sullo scambio, sull’eguaglianza di fronte al litro, e sui discorsi senza troppi limiti. Lì dentro si meditava ad alta voce e quindi forse qualcosa da dire l’aveva anche lei. Ho conosciuto le due ragazze -‘e tose – che davano il nome al locale, solo che avevano più di 80 anni quando io ero ragazzo. Si favoleggiava di una loro avvenenza, ora svanita senza rimedio, di studenti e poi professori che le avevano corteggiate. Di tutto quel tempo, se era mai esistito, a loro restava una voce roca e bassa, che impartiva ordini a un cameriere poco più giovane di loro, el toso, (il ragazzo), con i piedi sformati dalla lunga vita eretta, che scambiava battute con i clienti e silenzi con le padrone. Felice di quel soprannome che sottovoce ricambiava dicendoci: ‘e vece comanda a bacheta e paga a baston’ (le vecchie comandano a bacchetta e pagano a bastone). E rideva. Perché allora, e non sono cent’anni fa, c’erano i padroni e i dipendenti non erano collaboratori, ma salariati e poco più che servi. Un campanello attaccato ad un ricciolo d’acciaio, come quelli che c’erano dentro le case, residuo degli antichi tiranti dei portoni soppiantati dall’elettricità, era vicino all’ingresso, e chi voleva bere, si alzava e gli dava un tiro, cosicché tutti sapevano che qualche mezzolitro sarebbe di lì a poco arrivato alle labbra dei clienti. C’era chi con un’ombra – un bicchiere – tirava avanti per ore e chi beveva d’un fiato perché tornava al lavoro. Forse la cerimonia che era costituita dallo scambio dei saluti, dalle battute e gli sfottò era importante quanto quell’alcool un po’ acido che scendeva di colpo e scaldava, cambiava l’umore in meglio o in peggio, non lasciava indifferenti. Comunque fosse, lì dentro, tra quei muri che non venivano mai imbiancati e su cui si esercitavano matite grasse, con scritte e disegni, lì dentro c’era una comunità che si dava appuntamento, si incontrava, partecipava agli eventi delle vite. Sapevano di tutti e nessuno leggeva il giornale. Rispettavano nascite, matrimoni e morti, scambiavano soprannomi, allungavano qualche piatto di minestra. Nascevano burle, congiure politiche da ridere, si batteva carta senza soldi, non si portavano gli amori, si mangiavano dolci antichi, si beveva più del necessario, per compagnia, per parlare o ascoltare, raramente entrambe le cose. Non c’era niente di bello o di brutto che facesse particolare quell’osteria oltre le persone che la frequentavano, era allora, ora c’è un negozio di telefonini.

 

inutili fedeltà

Noi siamo il nostro destino ed esso comunque giunge a compimento, ma è diverso accettarlo supinamente oppure lottare perché esso sia differente dall’apparenza. In entrambi i casi interagiamo con esso e ciò che si produce è un poligono di volontà che genera situazioni, fatti, realtà.

E’ solo più difficile esserne consapevoli sino in fondo e trovare l’energia necessaria perché non tanto l’obbiettivo, poca cosa spesso, si realizzi, ma perché ci sia la coincidenza di noi con l’azione, o con ciò che avviene. Quindi il conformarsi al caso è un agire conformandosi a sé, accompagnati dalla coscienza di noi stessi: essere nella corrente e gestire la nostra direzione conformemente a noi.  Perché la diversità ci rende differenti, ci toglie l’alibi delle abitudini e del conosciuto e soprattutto ci estrae dal bozzolo della predestinazione in cui noi, non il destino, ci siamo ficcati.

La lotta con il daemon apparente ci spinge avanti verso quello profondo. E’ movimento ed è fatica muoversi. 

Se non lo si fa, se si attende e si pensa sia solo il destino a governarci, cosa resterà di noi? Come ci assomiglieremo davvero? 

Verrai solo tu a questo appuntamento,

vuoto di te,

e ancora non ti riconoscerai.

 

 

 

 

il caso e la libertà

Lasciar andare, non fermare, non oppormi.

Se torno indietro con la memoria, ritrovo questo agire come il mio modo d’essere nel mondo, tra le persone. Non ho mai fermato nessuno. Forse perché credo alle parole, ai gesti, alle vite degli altri. Il caso ci segue, mette assieme i desideri, le propensioni, aggiunge di suo, vorrebbe modificarci ed invece poi s’accontenta di modificare le nostre vite. L’ho sempre accolto così, un generatore di possibilità, ma ciò che accadeva poi, dipendeva da noi e diventava destino. Ed ho sempre lasciato che la libertà dell’altro fosse libertà davvero.

Quanta sofferenza costa tutto ciò? Molta, moltissima, perché fa più male ciò che non è stato ed avrebbe potuto essere, rispetto al ricordo. In fondo è il ricordo della possibilità che si incide nella carne, il futuro negato, ma la libertà include la sofferenza. C’è una linea sottile su cui viviamo ed è la linea che separa lo star bene dallo star male, è ciò che si traduce nei nostri atti separando il bene dal male. E quasi sempre ciò che sembra male o bene, poi alla prova dei fatti si rivelerà diverso: un errore in buona fede.

Ho sempre lasciato andare, senza oppormi, perché romantico lo sono davvero, Perché la libertà è una religione, e se mi muovo su rotte sconosciute con portolani imprecisi, accetto la sofferenza e la solitudine, e fa parte della vita che posso vivere.