mantova

La storia che mi ha guidato verso questa città di mattoni perduta nelle nebbie della bassa, inizia con una bomba alleata (ma di chi sono alleate le bombe?) che polverizzò la cappella Ovetari, con la chiesa degli Eremitani e il ciclo delle storie di san Giacomo. In quella chiesa, che stavano ricostruendo, sono cresciuto, tirando pigne e correndo sui marmi, nascondendo munizioni dietro l’altar maggiore, ma questa è un’altra storia. Il primo Mantegna era in quella cappella, dissolto in 50 casse di calcinacci e in un unico grande affresco salvato, solo perché non c’era. Mi piaceva quel particolare della freccia nell’occhio del tiranno nel martirio di san Cristoforo, la sua lezione che al male torna il male. Ancor più mi piaceva quel tappeto così perfetto nella tragedia, le finestre su cui si appoggiavano i soliti perditempo che guardano le disgrazie, il corpaccione enorme in prospettiva, era un ritratto di un mondo che ben oltre la fotografia, raccontava più storie, più tempi, più pensieri che si annodavano, mescolavano, scioglievano, in un flusso che veniva verso me che vedevo. Naturalmente allora ero solo incantato, guardavo e mi perdevo nei particolari, ma lì nacque la voglia di vedere altro. E dove, se non a Mantova, potevo trovarlo.

La prima volta ci arrivai con un treno da periferia dell’impero, un treno che ancor’ oggi ci impiega tantissimo, tra campi e stazioncine, ma chissà, forse tu arriveresti da sud o da ovest e magari passeresti per Sabbioneta, ti fermeresti e non andrebbe bene. A Sabbioneta bisogna andare poi, dopo essere stati a Mantova, meglio nel mezzogiorno del giorno dopo, ma anche questa è un’altra storia. A me piace la strada che arriva dalla bassa, seguo l’ Adige e i paesi che via via si riempiono di mattoni a vista. La bassa padovana e veronese è bella, passa dai campi di grano alle risaie, percorre piccole cittadine murate. E Montagnana è bellissima, ma non ci si può fermare, si va a Mantova e la provinciale uno continua, cambia nome passa tra case e campi finché si arriva al Mincio, al lago, alla casa di Sparafucile. Qui dal lago, salgo a piedi, oltre la porta e la prima sensazione, è quell’acciottolato che sfocia nella piazza. Il Palazzo Ducale è lì con le sue file di persone che aspettano l’entrata nei giorni di festa, con l’idea che il Duca dal balcone saluti in ermellino gettando monete alla folla. Non mi piace il Duca, colpa di Rigoletto forse, ma con lui e con i Gonzaga bisogna fare i conti. Loro erano la città, la furbizia, la gloria, le chiacchere, le storie dei nani, la munificenza. Salgo, nell’infinito di questo palazzo punto alla Camera Picta, allo Studiolo di Isabella. Ci si può perdere lì dentro, ma non te lo lasceranno fare perché spingono, hanno fretta di vedere, quella fretta che tu non hai. Vedere, assorbire, farsi vedere dall’opera d’arte, richiede tempo, lo stesso che si usa, quando con rispetto, si prende in mano l’opera di un altro, Chessò, un mobile, un oggetto, una cornice e si pensa di farle riprendere vita. La mano passa sulle modanature, accarezza ascoltando con le dita i guasti.  Gli occhi percorrono, i pensieri sovrappongono, cercano di capire, scelgono. Le cose più intense sembrano solo l’effetto della cura di chi li fece o possedette e riportano alla luce particolari tra le ferite della vita, li mostrano come glorie di esserci.

Mantegna, allora, lo seguii a Palazzo Ducale e a Sant’Andrea e qui scoprii, che il Mantegna era altrove, in mille rivoli, ruberie, mutilazioni, vendite e miserie dettate dall’arte del vendere e disperdere il bello. Decontestualizzato, ammirato, tenuto da conto, ma non dove era stato pensato. Ma il suo spirito era ancora qui, non perché c’era la sua casa, ma perché la città dialogava con lui. Così lo senti nelle forme classiche, nel suo amore per il bello riscoperto, nel suo restaurare la forma degli antichi in questi posti di nebbia e di quiete, e mi viene il pensiero allegro che il Mincio è lo scarico di un lago che prima di gettarsi nel Po, ha bisogno di dilagare, di formare a sua volta un lago personale. E addirittura ne fa tre di laghi, che un tempo erano quattro e creavano un’isola, come se questo fosse un piccolo mare nella pianura. Minuscolo come i ducati di un tempo e smisurato nella fantasia che nasce negli uomini che sanno vedere.

Adesso ti porterei altrove, senza una meta precisa, bisogna camminare e fermarsi tra piazza delle Erbe e le vie che le stanno attorno. Ascoltare i rumori di questa città di agrari, gonfia di rendite solide, di campi che rappresentano le realizzazioni dei destini. Bisogna immaginare Tazio Nuvolari – qui c’è il suo museo- in  giugno, mentre corre in moto o su una Maserati tra le stradine – così le vedremmo ora- ficcate tra campi di grano, oppure di notte in una mille miglia irta di fari, di gente, di vino caldo. Bisogna immaginare la velocità del lampo e la sosta sudata, entrambi insieme, e mescolarla davanti a una tovaglia a quadretti rossi con il parlare fatto di vocali aperte, con le carte battute sul tavolo, con il vino rosso denso, con i risotti, gli gnocchi e le rane. Bisogna immaginare il giallo della zucca, questo è uno dei regni della zucca, il mescolarsi del dolce e del salato nei tortelli e negli gnocchi, il confluire del giallo nella sbrisolona. Bisogna fermarsi in quel bar d’angolo sotto i portici, appena fuori piazza Sordello, respirare, stare zitti e ascoltare. Ti mancherebbero un sacco di cose, se tu decidessi di partire ora, Giulio Romano e Pisanello, palazzo Te, palazzo Bonaccorsi. Ma soprattutto la bellezza di Leon Battista Alberti. Quando lo vedo la mia testa racchiude le forme in rettangoli, traccia diagonali e si accorge che la sezione aurea era davvero il riposo della perfezione. Ti perderesti scrigni di opere d’arte rimasti dopo le rapine, i laghi, la campagna attorno con i boschetti di pioppi lungo l’acqua. O forse no, non ti perderesti tutto questo, ma t’innamoreresti di un luogo e avresti voglia di tornare, di aggiungere, di sentire ancora, di più.

Per me bisogna camminare, fermarsi, ascoltare, perdersi tra stradine girando in tondo e lasciare il libro aperto, godere di una trattoria con cortile. I due cavallini ad esempio, oppure del legno sulle pareti di un caffè vecchio d’anni e di mediatori di campi e bestiame. Ho bisogno di tutto questo, e altro, magari non durante il festival della Letteratura, perché lì è bello andarci perché la città stessa diventa flusso e c’è un brulicare di idee, di voci che ti fanno pensare che lo scrigno si sia aperto e stia parlando con il cielo e che lo spettacolo sia fuori, nella gloria del dubbio e dell’intelligenza. 

Forse dovremmo parlare di risorgimento, da queste parti si costruiva l’Italia in campagna e sugli spalti di Belfiore, ma credo ti piacerebbe, se tu la vivessi come vivo io le mie piccole città, con un flusso di pensieri e sensazioni, con un mescolarsi che alla fine si consolida in un luogo del cuore. Il cuore fa posto e restituisce, è un galantuomo. Come avveniva da queste parti, basta un guardarsi negli occhi e una stretta di mano: affare fatto.

E questa o quella per me pari non sono.

 

ti parlo di Ferrara e ti racconto dove s’è fermato il suono

Di Ferrara ho dentro, una neve che fioccava e saliva (perché la neve nel vento sale e riluce di riflessi), nella notte tra il castello e la piazza.

Ho una nebbia d’autunno, gialla e bellissima, che impediva di vedere oltre qualche metro e faceva sentire le voci, e le risate degli altri passanti, allegri e vogliosi di questo anonimato improvviso.

Ho il ricordo d’essere uscito da teatro, con l’eco di un concerto bellissimo, e quella musica che non mi lasciava, era in auto nei 90 chilometri verso casa, tanto che, per non turbarne la bellezza, la radio restò stranamente spenta.

Di Ferrara ho l’oca giuliva, un posto vicino al porto, sul fiume, dove ascoltare il cibo e il dialetto. Ho la gioia del camminare seguendo i percorsi dei palazzi degli Estensi, il guardare tutt’attorno in piazza Ariostea, e la sensazione che se una famiglia, che dava nome ad un palazzo Schifanoia, era già moderna nel 1500. Ma soprattutto ho Bassani e la sua liason tra città e persone, tra fasti e decadenza.

E’ una città da sfumature Ferrara, da sangue sottile che, appena si supera lo stupore del rosso del cotto, entra nelle arterie, pulisce ovunque e lascia la bocca buona. Come un lambrusco secco e il pane fatto di cornetti ritorti e ragni di pasta. Bisogna stare attenti a non romperli, i ragni, come la città, e poi staccarli uno per volta – sono quattro più il corpo centrale – per gustarne la morbidezza croccante, con voluttà.

Ho una strada, che si apre sul lato destro del castello, sorpassati i portici del teatro, e che porta verso le mura. A Ferrara tutto porta più o meno verso le mura.

Questa città, la amo più di notte e di primo mattino, che nel giorno pieno, più d’autunno e in primavera che nelle altre stagioni. Nella luce, il rosso dei mattoni invade la vista, è una sorta di persistenza nell’occhio, per cui tutto, anche nei sensi, prende questo colore come radiazione di fondo. I colori, il selciato bellissimo, i marmi del duomo, le piazze, le facciate delle case e i cortili ombrosi che s’intravvedono dai portoni, tutto ha un ricordo del rosso del mattone a vista. Forse è una forzatura, ma anche il colore della cibo è caldo, forte, robusto di pianura e di paziente cottura. Ma quella strada di cui parlo, che porta verso il cimitero, questo colore non lo tiene con sé, perché è un luogo sospeso, asincrono a noi e al tempo. Un luogo fatto di mura alte e di varchi, di un giardino che si vede oltre un muro e sembra enorme, come il Giardino dei Finzi-Contini, e così subito porta a Micol e al suo essere questa città. Ai lati della strada, case un tempo modeste, erano periferia del principe ed oggi sono un altrove dell’anima. A maggio ci sono rose che sbucano dai giardini, i marciapiedi di ciottoli, ( porta scarpe basse dalla suola sottile, le devi sentire queste pietre che hanno rotolato nei fiumi, ed ora accarezzano il piede), ma soprattutto c’è il suono fermato. Oltre alla bellezza del posto, cui manca solo una carrozza che lo percorra, per narrarne il tempo, è il suono che m’impressiona. Ogni volta. Le voci, i rumori sono educati, governati, con una sensazione di pace ovattata che testimonia esistenze e senso della misura. Il passo rallenta per ascoltare il silenzio, l’aria è dolce ancora per un poco, poi le punte di freddo si stempereranno nei bar, nella cioccolata. Amara e densa, per me, grazie. Con la panna a parte. La sensazione sparirà poco a poco nella passeggiata sulle mura, ma ti resterà il bisogno di tornare. Non per una mostra od altro, sarebbe troppo banale, ma per il posto che sentirai romantico, come pochi altri e fatto di silenzi e pensieri circoscritti. I tuoi.


il provinciale

L’aria dell’autunno è ancora dolce. Stasera s’ infila sotto i portici della città semi vuota per il ponte. In piazza delle erbe, le bancarelle dei pakistani vendono frutta, verdura e sorrisi, ormai resistono solo loro alla fatica d’essere in piedi dalle 4 del mattino sino a notte. In piazza della frutta, i fumi delle castagne cotte, il profumo dei funghi, la frutta secca, le spezie. I bambini sono ancora affascinati dal volare delle faville quando si alza la grande padella dal fuoco. E per qualche attimo, il rito del passato, è meglio di un video gioco o un telefonino.

Quest’aria è così ricca di profumi, di colori accesi e sapori, che l’inverno sembra lontano. Sotto i portici del ghetto e del prato, ci sono ancora i bar con tavolini all’aperto pieni di ragazzi, e sul liston e tra le piazze si celebrano i riti vecchi e nuovi dello spritz, della vasca (ovvero del percorrere ininterrottamente il percorso dell’appuntamento serale), del parlare di tutto e di nulla fino a notte, con un bicchiere in mano. E’ bella la città in autunno, le prime nebbie velano il prato, ma basta alzare gli occhi e le stelle e la luna sono limpide. Ormai le nebbie dense della mia infanzia, sono un’eccezione; merito del riscaldamento delle case, dicono. Effettivamente dai colli, la città sembra avere un cuscino di calore sulla testa fatto di vapori e luci gialle: rimedi all’artrosi di una vecchietta accogliente, con qualche acciacco, ma con il fascino immutato di quando ci pareva giovane. Anche adesso riesce a stupirmi, a mostrarmi una strada mai percorsa, un giardino dentro un vicolo, il ricordo d’un fatto su una lapide che riporta a fasti antichi. Qui l’autunno dolce è di casa perché questa città ha questa stagione sulla pelle e nel cuore. Saprà agghindarsi di verde e fiori, a primavera, riempirsi di neve d’inverno, mostrando un temperamento nordico che non ha più negli occhi, arroventarsi d’estate e scacciarci verso il mare e i monti vicini, ma la sua stagione è l’autunno.

E’ in un bel posto per me, le altre città che amo sono vicine, qui tutto ciò che conta è vicino, tutto influisce, ma anche sta per suo conto, tutto a portata di auto e di giornata. In fondo non è un suo merito, ma gli antichi veneti hanno saputo sfruttar bene l’incrocio dei fiumi e delle strade.

La provincia ha il fascino del piccolo, del percorribile, degli eventi giornalieri, mai pochi, ma ancora importanti perché non soverchiati da troppi avvenimenti. Ho scoperto di essere un provinciale, probabilmente molto presto, quando ho pensato che questi erano i luoghi in cui tornare e ancora non avevo deciso di andare. E anche se vedo tutti i limiti di una città media, penso che i pregi li cancellino piano piano tutti e che il segno resti positivo. Insomma non me ne sono mai pentito d’essere in questi luoghi.

il vero e il falso della terra promessa e non mantenuta

Una terra maledetta da dio

è una terra che non ha pace,

che affama e uccide i suoi figli,

che ospita l’ingiustizia

e la fa regola di parte,

che impedisce l’amore

tra uomo e donna diversi,

che abbatte le case, uccide

gli uomini nei campi,

e c’è una maledizione particolare nel morire

tra il grano,

perché è la morte in una guerra che non finisce.

C’è una maledizione particolare nel morire

andando a scuola,

perché il caso si veste con l’odore del pane fresco.

C’è una maledizione particolare nel vivere

in un campo profughi per sempre

perché la speranza si scioglie nel fango della pioggia.

Una terra maledetta da dio,

dev’essere tolta a dio

e riconsegnata all’uomo,

solo così l’umanità potrà farsi strada

e il bene avere una ragione.

 

sensazioni


Per ora sono solo sensazioni. Cose impalpabili che trovano dimostrazione in rumori, immagini, odori, sapori. Il tutto mescolato e tattile, dove prevale, a volte l’una, a volte l’altra, sensazione, e questa cangia, si spezzetta, attira l’attenzione su un particolare, che emerge in attesa che un altro prenda il suo posto. Frames collegati dal filo della sensazione. Per 5 giorni sono stato una spugna e Istanbul mi ha saturato. 

La sensazione generale  è quella della vita e del suo ribollire, un lievito che viene dalle persone,  dalle pietre, dalle strade, dai locali, dal commercio del tutto ovunque, dal fumo, dal thé, dai muezzin, che si parlano dai minareti 5 volte al giorno, dall’immenso fiume d’uomini che inonda le vie, le piazze, si siede nella notte, affolla i locali per mangiare fino notte fonda, che gioca a back gammon e suona strumenti che ricordano liuti e banjo, balla al suono di clarino e percussioni. E ti accorgi che sei occidentale perché le movenze sono fluide, mosse da un vento, che accompagna il ventre e i fianchi delle donne. Il bacino ruota con una sensualità sconosciuta ed armonica, comunica, e la ragazza che è scesa in pista, forse olandese o tedesca, è rigida, muta, in una comunicazione in cui si parlano corpi che sanno.

Sensazioni da non rimettere in ordine. Flusso. Il contenitore è la vita che ribolle, il parlare fitto, la strada come casa, la gentilezza inusuale, la curiosità lieve di chi ha visto molto. La vita ha un sapore antico ed una aspettativa indefinita, una direzione che è crescita. Cosa attende il giovane cameriere che invita a scegliere il suo locale rispetto a quello a fianco, e non insiste oltre misura, a cosa mirerà la sua vita oltre al cibo assicurato. E le ragazze dalle donne strette e camicetta che si muovono tra uffici e strade, e i giovani in giacca e cravatta con le borse di pelle, così simili ai loro coetanei d’occidente e così diversi al bar dove sorseggiano thé nero, e i venditori di pannocchie arrostite, i commessi che lavorano fino a mezzanotte, i ragazzi che affollano le tante università, cosa attendono? Dove stanno andando? Perché da qualche parte, con volontà e decisione, vanno.

Sensazioni di una giovinezza diffusa, che non è scalfita da tutte le variazioni di velature delle donne, dai vestiti informi, stretti ed abbottonati fino ai piedi, dai gruppi di vesti nere svolazzanti, piccolo gregge con i soli occhi in vista, dietro un uomo in maniche corte, dai pastrani, nocciola e grigi, sotto il cielo di agosto, dai fazzoletti in testa, alti di acconciature posticce, dalle camicie di zingare, ampie e nere, a pallini, su gonne larghissime, sovrapposte ai corpi abbondanti e sicuri, dalla folla di maschi che passano dal turbante ai capelli cortissimi, dai jeans alle palandrane. Sensazioni di giovinezza nel colore che dal grigio si mosaica sulle spalle scoperte, sui jeans, sulle gonne corte, sugli abiti coloratissimi che osano oltre l’osabile. Questo luogo è un punto in cui la vita attira, promette, cambia le idee, pone domande. E dà risposte. Non le mie, altre, ma qui ci sono risposte.

Sensazioni, non riordino, ho ancora la percezione tattile dell’ hamam, sono una spugna, c’è tempo.

la Germania non è gratis

Frequento il Baden, e Friburgo in particolare, da molti anni. I miei amici, dopo la caduta del muro, mi raccontavano con malumore ed orgoglio, quanto costasse economicamente a loro il risanamento e l’immissione a pieno titolo dei Land dell’est, nella Germania. L’orgoglio era per l’autonomia con cui lo facevano e per l’unione ritrovata. Adesso c’è un paese che cresce al 4.5 % all’anno, che detta le regole all’Europa, che ha un wellfare che accudisce i cittadini e rispetta i patti con gli elettori. Tra poco la Germania sarà l’Europa, perché può vivere da sola e può dire cosa fare ad un paese sovrano come l’Italia, dopo averlo fatto a Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo.

Uno scatto d’orgoglio servirebbe, non è necessaria una guerra per la coscienza che non siamo una bella colonia, ma adesso ci sono le vacanze, intanto ci si diverte poi a settembre si vedrà. Tanto non ci si può fare nulla, si pensa. Non è vero, la casa cede, bisogna puntellare, e rifare l’edificio.

Il terrore della politica è che la crisi la investa, che chieda i conti e dimostri l’inanità e l’infingardaggine. La paura è che si capisca che non basta toccare le tasche degli italiani, ma che bisogna toccare le persone che hanno fatto politica e sono state protagoniste della storia di questo paese, negli ultimi 20 anni.

I sacrifici, l’eliminazione dei privilegi, il cambiamento delle persone e dei modi della politica, vanno assieme.

paesaggi urbani

Avevo trovato un appartamento, vecchio naturalmente, con una grande terrazza, sostanzialmente un tetto, attorniato da case più alte, su tre lati. Il quarto si apriva su un campo da calcio di oratorio ed oltre, c’era un convento. Sullo sfondo la vista dei colli. Mi piaceva il posto, dentro un labirinto di case, ma quella sensazione di chiusura mi faceva guardare da una sola parte, come se il mondo avesse un’unica dimensione. 

Pochi giorni dopo mi accompagnarono a vedere una seconda casa, poco distante. Aveva la vista sul fiume e sul traffico della riviera. Si vedevano anche i cigni e le anatre del ponte della specola. Sotto c’era un ristorante, ma chiudeva presto, mi dissero. Per me era ancora la vecchia osteria in cui da ragazzo andavo, a bere con gli amici e a veder giocare a bocce. Tra tante superfetazioni e rimaneggiamenti della casa, questo appartamento di stanzette aveva conservato, sul retro, una terrazza, più piccola dell’altra, ma qui andava addirittura peggio: l’accerchiamento di case, era completo su quattro lati.

Per il prezzo ed il mancato accordo, le case andarono ad altri, che certamente, avranno interpretato con altri occhi, stanze e possibilità della terrazza circondata da case. Per me era un vincolo forte, difficile da vivere. L’ho pensato molto, successivamente, tanto da farmi decidere di acquistare una casa senza ascensore, ma sufficientemente alta.

Sopra al mio appartamento c’è una terrazzetta, piena delle mie piante, con lo spazio per un tavolino, due sedie. Volendo, uno può prendere il sole o guardare dai due lati aperti, che potrebbero essere tre. C’è una vista sul vicolo, che guarda verso la chiesa, oppure verso le case e il Prato. Lontano, nei varchi tra le case, si vedono i colli. Mi sono spesso chiesto cosa avrebbe significato avere un grande spazio alla vista di tutti. Per le mie abitudini naturistiche, sarebbe stato un limite non da poco, ma anche per la voglia di solitudine sarebbe stato un vincolo, un’impressione di vetrina difficile da rimuovere. Capisco allora perché mentre mi veniva magnificata la potenzialità della terrazza, non ci credevo e mi ritraevo guardando attorno. La sentivo non come una libertà, ma come una limitazione a me.

Spesso ho la stessa impressione, quando, per lavoro o curiosità, visito fiere, guardo negozi o riviste d’arredamento, e vedo mobili, lampade ed oggetti per spazi inesistenti al vero. Bagni grandi come soggiorni, camere da letto circumnavigabili, bisognose di navigatore per trovare il comodino, soggiorni enormi per divani enormi. Poi terrazze ed attici con sdraio e tavoli, pompeiane con teli svolazzanti. Luoghi che evocano più il vivere in un’isola semiabitata che quello in una città del nord.

Mi chiedo dove vivano gli architetti, i designer, i progettisti di queste cose. Quanto debba essere il ricarico per le piccole serie prodotte, e quanto i venditori, debbano prendere in giro, i clienti abbagliati dalla bellezza, per fargli dimenticare i loro 20 mq di soggiorno.

Obbligherei questi progettisti, prima di fargli firmare alcunché, a vivere in un appartamento normale, uno di quelli veri, disegnato da un loro collega che magari adesso risiede in qualche villa di campagna e dopo un anno di spazi veri farli,  misurare nelle soluzioni, nel fare i conti con i palazzoni vicini, con i metri quadri reali, per vedere poi cosa ne nasce.

Nella società della patacca, anche la fantasia viene presa per il naso.

palestre

Le palestre sono luogo di stordimento, di reset, di confronto, di fisicità perseguita, deviata, soggiogata, liberata.

Gli sguardi sono raggi laser, istantanei e penetranti, che subito si spostano, si piegano su di sé, dipanano e nuovamente guardano.

I corpi si dotano d’occhi particolari, un sistema metrico non depositato a Sèvres, si esercita. Oscilla tra distrazione, fatica, interesse, conversazione. Soppesa, valuta rotondità, esercizi, flessuosità, grazia, dis-grazia. Come al corso, come al bar. Solo che questo è il regno degli odori sudati, di pensieri azzerati. Corrispondenze tra muscolo pensiero obbiettivo fatica. Deve finire in un lago di sudore. Solitario e collettivo. E i risultati si vedono, segno della presunta superiorità della vita agente sulla vita cogitante.
La fiera delle vanità e della sciatteria, delle invidie, dei confronti e dell’indifferenza,  oppure dell’impegno, della disciplina, dell’esercizio solitario e meditativo. Dipende. Non è solo il luogo di solitudini serali, in attesa di qualcosa che non accade. Oppure accade tanto di frequente da non avere più importanza.

Alt. E’ solo un’abitudine giornaliera per molti. I più. Una dipendenza salutare, che crea relazioni, amicizie normali partendo da un luogo che normale non è. E come in tutte le vite, anche queste che contemplano l’esercizio fisico, la fatica, la disciplina, un senso di sé profondo c’é.

Basta scegliere, i tipi umani non mutano in una palestra, solo si vedono di più. Sono più nudi, non solo negli spogliatoi, ma nella loro indifesa mostra, sono parte di ciò che vorrebbero essere. Avete presente la differenza tra desiderio e realtà, ognuno di noi cerca la coincidenza, ecco nell’esercizio fisico questo è asintotico, manca sempre qualche pezzo. Questa è la parte dell’esercizio fisico che mi affascina di più, perché non mostra nulla. Avviene tutto dentro in una nudità estrema, limpida che usa l’armonia per raccontare ben altro. Quando così non è,  perde il significato di meditazione sul sé e diventa un compitino, poco importante oltre il punteggiare la giornata, come tutte le abitudini.

Bisogna partire da questo, essere naturali, se stessi, guardarsi attorno con la levità che ammira e poi torna su di noi. C’è una libertà profonda nell’ironia di sé permette di vedere e di vedersi senza troppe analisi e scoprire che gli altri sono quasi sempre migliori, flessuosi, abili, ma con una caparbia costanza a disposizione,volete mettere la soddisfazione di avere un lunghissimo cammino davanti. 

p.s. sul filo dell’ironia pensate al signore qui presente e alla sua capacità di coordinamento

 

scontrino

Dal grande giacimento, o discarica come dicono gli amici, della mia casa, emergono due piccole ceramiche incartate. Un biglietto precisa il luogo di produzione: Szczecin. Lo ricordo: era un negozio ad alto rischio di disastro, con ceramiche in pile e scaffali pieni di tejere, piatti, piattini. La giornata piovosa a tratti, indecisa se sfolgorare di sole, come sa fare il clima continentale, oppure virare verso il diluvio, aiutava a permanere. L’impressione era quella di una vecchia europa, dove negozianti tedeschi, non solo ebrei, accumulavano piccole rendite di posizione, scrivevano su grandi quaderni, consunti ai bordi, le giacenze di magazzino, ed annotavano prezzi, diligentemente aggiornati con l’inflazione. 

Molti oggetti carini in vetrina, leziosità per piccoli clienti. Dentro, un piccolo bazar che puntava sulla manifattura locale. Alcune ceramiche erano davvero belle, senza la delicatezza di Maissen o la trasparenza cinese, ma i colori pastello facevano allegria. Rimandavano al thé del pomeriggio, le chiacchere d’apparenza, i biscottini al burro. Lattiere e caffettiere per la colazione del mattino. Cose intime, familiari, giuste per l’uso e per fare casa con decoro e affetto. Adatte a scelte che sarebbero durate, immaginando una robustezza inesistente, surrogata dalla cura. Come tutte le specie di bene.

Mi tornava a mente l’Utz di Chatwin, che descrive una passione, eccessiva come ogni passione, ma che fa emergere la presenza della cultura locale al bello domestico, quasi un odore di intelligenza aristocratica e vitale da chiudere in stanze tappezzate di legno di quercia. Ma oltre Utz, pensavo ai giorni di prima, quelli ante guerra, con vetrine a riquadri e luci gialle. Ed a quelli di adesso, così veloci da imporre altre luci, abitudini e minore attenzione.

Perché quelle due tazzine, siano rimaste e non regalate, non lo ricordo. Forse le avevo destinate a me. Adesso si mostrano, vicino a altri reperti di vita, di cui conservo luogo e ricordo. La differenza tra archivio e discarica è solo questa: nel primo le cose hanno un nome e un pensiero incollato.

temporale

Di colpo il cielo s’è abbassato, scocca fulmini orizzontali. Secchi, senza preavviso, saette, seguite da scrosci brevi di grandine. Il tempo rallenta e gli occhi attendono impauriti il prossimo squarcio.
Lampo/schiocco, così immediati da fondersi nei nervi, nei neuroni, fanno salire il cuore verso la gola. 

Passa, passerà presto.

Deve arrivare l’acqua. L’acqua mitiga l’elettricità, la suddivide in tanti, minuscoli rivoli che la portano verso terra. e non fanno male. Serve l’acqua.

Non è vero, non è niente vero, ma è bello crederlo. Il fulmine scocca da terra, è solo bello pensare il contrario.

Come il cielo fosse un corpo di femmina e il fulmine il maschio, e una fica di luce li percorresse per litigare e fare all’amore.

Non è vero, non è vero niente. Il cielo e la terra sono incuranti di noi. Possiamo scriverne le leggi, ma loro le applicano secondo voglia, hanno un loro bene a cui rispondere, che non ci riguarda e che c’ignora.

La pioggia d’estate adesso scende a rivoli. La parte organica del mondo ringrazia di tanta vitale indifferenza.

La furia è passata, il cielo si alza, si stira pigramente, e s’allarga. Da nuvole di spuma filtra curiosa la luce.