un giorno sull’altopiano

 

 

 

Strafen expedition, cercate nei vostri ricordi scolastici, emergerà qualcosa che non ha la dimensione del vero. Doveva durare pochi giorni, spezzare in due un esercito, quello italiano, dilagare nella pianura: prima Thiene, poi Vicenza, poi Padova e Venezia. Si sarebbero ripresi il Veneto, poi il Friuli e forse gli sarebbe bastato per chiudere la guerra. Invece, infornate immense di contadini gettate al fronte, tamponarono la falla. Oltre gli errori e l’impreparazione degli ufficiali, oltre il morale maltrattato dei combattenti, oltre lo sprezzo delle vite, tennero. Per chi e per cosa, forse non era chiaro, ma tennero. Solo l’Ortigara, 19.600 morti in 10 giorni. Asiago bombardata per anni, ogni giorno e ogni notte. In continuazione. Quello che piacerebbe alla lega, non riuscì all’Austria. Chissà perché? Se non si conosce l’altipiano, è difficile immaginarlo come un luogo di guerra. Adesso gli alberi, il turismo, la speculazione edilizia, hanno modificato profondamente i luoghi. Lussu vedeva un paesaggio molto diverso da quello che vediamo oggi. Però anche lui, vedeva la pianura, vedeva le città appena sotto la foschia. Chissà quanto agiva nella volontà, questo legame tra civili e combattenti, come si muoveva l’idea che, poco distanti, c’erano case, campi, lavoro, donne, bambini, vecchi. Nell’epoca classica, si sospendeva la guerra per mietere, forse ancora una traccia dell’umanità del lavoro di pace restava anche nel 1916, nella testa dei combattenti contadini. Oltre gli affetti, la vita. Forse.

Da 15 maggio al 27 giugno 1916, sull’Altipiano ci furono, più o meno equamente divisi, 27.000 morti e 160.000 feriti. Le posizioni a luglio erano di poco diverse rispetto all’attacco, ma era successo il finimondo nella testa delle persone. I suicidi da licenza, le condanne sommarie, la pazzia furono l’altro aspetto della guerra passato sotto silenzio; prima per non intaccare il morale, poi per non guastare il trionfo. Sarebbe importante calarsi nella percezione di questi vinti-vincitori che subirono la guerra e non godettero della vittoria, e in un effetto domino trasmisero gli effetti sulle famiglie, ai luoghi, modificando destini collettivi, villaggi, cultura. Nulla fu uguale dopo e quella diversità non era stata voluta, solo subita.

C’è una lettera al museo di Asiago, scritta da un giovane ufficiale che, il giorno successivo, sarebbe morto nell’assalto. C’erano anche più assalti al giorno, solo il tempo di rimpiazzare i morti. Questa lettera fu fortunosamente ritrovata leggibile, oltre 50 anni dopo la fine della guerra, in un portafogli che era vicino ai resti di un caduto. Di questi ritrovamenti d’ossa, nei boschi ne avvengono ancora adesso, ma senza nulla di intatto. Questa è la fortuna assieme alle parole conservate. La lettera parla alla famiglia, ai genitori e ai fratelli, parla con precisione, in un italiano molto bello, di cosa sarebbe accaduto di lì a poche ore. C’è amor di patria (cosa difficile da definire oggi), si sente un ambiente borghese alle spalle, un pensare che ci siano destini alti, dovere, fedeltà. Cose di complicata comprensione, adesso, soprattutto se paragonate all’ esperienza quotidiana. Non c’è giudizio nelle parole, anzi molta serenità ed immenso amore. Questo giovane a 20 anni, ha capito molto, chiude le aspettative con la necessità di essere quello che dice di essere: un italiano. Fa testamento delle poche cose che ha, dà le ultime raccomandazioni e saluta come partisse. Finché sentivo leggerla, ieri, pensavo a com’è differente il vivere nel momento, disgiunto dal sentire di essere parte di qualcosa di ben più grande. Non un consumare la vita, ma collocarla in qualcosa di collettivo. Dare un senso ed un significato al vivere e al morire oltre  sé. La lettera non arrivò a destinazione. Prima di un attacco, le ultime parole venivano consegnate a chi restava in trincea, se la persona non veniva uccisa, la lettera tornava nelle mani di chi l’aveva scritta. Questa lettera fu data ad una persona che morì a sua volta, e fu seppellita sommariamente. Non c’era tempo, in quei giorni, neppure di cercare una piastrina di riconoscimento. La lettera ritrovata, per un caso fortuito, piega nuovamente l’ improbabilità e ritrova, storia nella storia, l’ultima delle persone a cui era stata indirizzata. Una signora che era bambinetta, quando quel fratello morì. La vita è circolare, aveva aperto sull’altipiano la catena, la rinchiude a Torino, proprio da dove era partita. E la signora adesso riposa nel cimitero vicino al fratello che aveva appena conosciuto. 

Un giorno sull’altipiano, mi imbevo di verde, di pietre, di ricordi che arrivavano dalle storie di casa. C’è una umanità che non se ne va da questi posti, che non è stata scalzata dalle seconde case, dalle piste da sci e dagli alberghi. Ci sono i piccoli cimiteri di guerra che ricordano cos’ è avvenuto. Quello della foto, è piccolino, non ha croci, ma alberi mozzati a 20 anni. Se ne sente il significato, soprattutto guardando gli altri abeti, enormi, lasciati crescere attorno. Sotto quegli alberi mozzati, oltre 3000 giovani, tutti ignoti. Con la mia generazione si spegnerà lentamente il ricordo, ma ieri c’erano giovani che si fermavano, che si chiedevano perché, in certi posti, i caduti erano dell’una e dell’altra parte, mescolati. Ed erano ungheresi, scozzesi, tedeschi, austriaci, francesi, americani, italiani. Ragazzi che avevano la loro età, ma erano già pieni di passato e privi di futuro. Con una voglia di vivere infinita che nessuno avrebbe spento. Questa sensazione di qualcosa di interrotto che non muore, di sofferenza e di vita assieme è quello che mi commuove ogni volta che percorro questi luoghi. E’ quello che prende gli occhi e la gola e fa rabbia, una immensa rabbia che quelle morti vengano rimosse, che tutta quella vita venga cancellata.

 

 

Sirena

Il suono sordo di sirena percorre la spiaggia, la riempie, trabocca tra le tamerici, gli ulivi di bohemia, i tronchi delle ultime mareggiate, ammutolisce gli strilli dei ragazzini in acqua, lascia occhi che si chiedono da dove venga. 

Si ripete, più volte, adesso profonda ed inquietante. Sui moli è simbolo di saluto festoso, copre abbandoni e lacrime, apre viaggi e futuri, finché man mano si spegne assieme alla poppa che s’allontana. Qui insiste. Assomiglia al corno delle alpi, richiama e dialoga col mare, non ci sono rive assiepate e neppure si vede la nave.

Assisto muto, alzando gli occhi dal libro, cerco nel mare basso di mezzogiorno. Qualche barca a vela, motoscafi in riposo. Questo ripetersi trasforma il saluto in apprensione, come ogni volta che un segno conosciuto s’articola diversamente. In quest’isola, tra laguna e mare, ci sono cantieri navali, ormai in disuso. Dove nascevano navi, ora riparano vaporetti e ferry di Venezia. Fuori dai circuiti della cantieristica, svuotati dalla tecnologia e dai bassi costi della Cina, in pochi anni si perderanno abilità secolari. Mastri d’ascia, saldatori, battilamiera, falegnami, fonditori. Basterà meno di una generazione. Qui ora si vive di fermo pesca, più che di pesca, di piccola edilizia e ristrutturazioni, per veneti inquieti che scoprono questo angolo domestico e selvaggio. 12 kilometri di sabbia, diga e pennelli a mare per fermare l’erosione delle maree. Terra di marinari, pescatori e dialetto stretto: né veneziano, né chioggiotto. Ma ci si annoia, non c’è nulla che possa assomigliare alla movida di Sottomarina, o di Jesolo, o del Lido. Di sera la gente esce nei campielli e sulla strada, porta le sedie, impagliate o di plastica, dipende dall’età, cucina e chiacchera. Chiacchera fino a notte di ciò che sta attorno, della vita propria e altrui. Nei campielli nulla è mai interamente proprio o segreto. Non la cena che si scambia, non i guai e le allegrie di famiglia, non gli auguri, le feste o gli amori. anche se questi ultimi hanno tradizioni ferree. Le trasgressioni sono sottaciute, non segrete, come le malattie.

La sirena ripete ancora il verso, mette in evidenza la plastica, i parabordi (ma come faranno a perderne così tanti), le boe sfasciate ed i tronchi. Tanti da immaginare riscaldamenti senza spesa e grandi fatiche per tagliarli. Non c’è nessuno in spiaggia, sono le tre di un giorno ante la festa, solo i mezzi foresti venuti dalla terraferma stanno al sole e al vento. Il vento che è ancora caldo di scirocco, ma già porta lame di freddo. Una signora mi spiegherà che sono i temporali di pianura, ancora lontani, loro li sentono col sole, annunciati dal vento che muta colore verso il blù.

Siamo pochi e tollerati se non disturbiamo, se non cambiamo le abitudini ed i pudori. Ci tengono come i nuovi proprietari di case che tra poco se ne andranno, stanchi dei ritmi indigeni, delle feste patronali e delle chiacchere, ma anche della solitudine che si insinua se non sei accettato. Lasceranno posto a nuovi tentativi di insediarsi e ad un equilibrio millenario che si crede eterno.  Ma non è così, scomparendo il lavoro, le abilità, solo a volte ne subentrano altre, più facilmente ci sarà la migrazione e l’inutilità di chi resta.

Tre ristoranti, i pescherecci ormeggiati in lunghe file, il muretto, le chiacchere. Una barca a vela manovra per attraccare davanti al ristorante sulla riva. Poco distante, uno svasso, uccello di laguna, si muove appena, indifferente alla barca, attento al suo pasto che si muove sott’acqua. Mentre scendono parlando, scompare con una capriola silente. Ed il tempo del suo riapparire sembra interminabile. Adesso si siedono. Prosecco freddo e poi inizierà la danza interminabile degli antipasti e dell’eccesso. Ma non si vive di questo, l’isola non vivrà di questo.

Lo svasso continua a rituffarsi e riapparire. Per ora godiamoci questa solitudine d’altri tempi. Non era infrequente in laguna. Altro verrà da queste parti, i contenitori vuoti vengono sempre riempiti.

La spiaggia è scomoda, non c’è nulla. Senza un bar, un gazebo, un tavolino. Solo mare, sabbia, cielo e pietre di diga. Un paradiso, finché dura.

La sirena non suona più. Anche le erbe stanno al loro posto, ospiti come me.

arena morenica

Governare sé. Con il capire profondo, fatto di silenzi che cavano parole per riconoscersi.

Guardare dentro e trovare la libertà. Metterla davanti ed allora dire di no. All’unisono, tra dentro e fuori.

Tutti i no necessari, non per capriccio o convenienza, quelli sofferti e quelli sereni. Con incompreso amore, dire.

 

Nel sole del primo pomeriggio, davanti alle alpi Giulie. Arena morenica, magredi, ultime tracce di neve. Alle spalle: voci, parole piene di vocali che si aprono, intercalare di bestemmie senza intenzione. Qui dio è di casa, non si stacca dalle vite.

Il maglio ritma colpi sordi, dentro il capannone. Batte cuore possente, parla di fatiche. Arriva al bar, dove le parole parlano di fatiche. A volte ridono, ma il riso è rappresentazione,  attende il consenso di chi ascolta, ed intanto trattiene il respiro. Poi ancora, fiotto, nero, di sangue usato e rappreso, le nuove fatiche narrate.

Epiche.

Presenti.

Future.

Ad est la vita dei campi s’è trasferita in fabbrica, portando con sé la religione della forza e della fatica, l’istinto di piegare qualunque cosa si metta davanti alle braccia. Pasolini era nato poco distante, sapeva che la fatica si compie anche sui libri. Pervicacemente capire, piegare, penetrare, disfare con dita grosse e gentili, rifare. Come piantare una pianta da orto: scegliere il sole e l’ombra, il riparo dal vento. Crescere, provando, riprovando e il raccolto verrà.

La religione del fare. Dal bujo dei secoli a Pasqua, nella messa dello spadone, il prete alza al cielo il simbolo di guerra. Lo mostra e lo offre. Una guerra per forza, come il lavoro, come lo studio, come la cultura. Non c’è velluto, né morbidezza, ma poesia sì, in questa eterna lotta che strappa il vivere ai giorni. Mai arrendersi, riposare per ricominciare.

E l’uomo si identifica con la fatica. E’ fatica.

l’odore di casa

Mi piace l’odore della mia casa. E’ odore di legno stagionato, di carta, di inchiostri e matite, di sole e di vetro. 

E’ odore di me e delle essenze che amo.

C’è poco odore di cibo, appena d’alcool e di vino, un leggero sentore di dolce. Traccia delle abitudini piacevoli e del mio eccedere nella golosità.

Si avvertono le spezie portate dall’Africa, gli agrumi, la lavanda, il caffé, il ginger, lo zenzero.

Nei barattoli, gocce d’incenso, della mirra, baccelli di vaniglia, il pepe e gli infusi: i thé, anice, Karkadé, la menta, misture strane create con le aromatiche di casa. 

Mi piace. E’ l’odore della mia casa, è l’odore di me quando sto bene.

 

 

marghera requiem

 

Appena fuori gli stabilimenti fatiscenti, stamattina, l’erba e le grasse piante di prato erano verdi. Foschia, vapore dalle torri di raffreddamento, recinzioni cieche di cemento, ferro spinato a tener lontani gli altri, fino ai varchi con stanchi custodi di primo turno. Marghera, già il nome è plumbeo, pesante di lavoro sofferto, di vite consumate in un sogno di benessere. I destini del paese erano anche in questa terra che si disfa, ora spugna piena di veleni che un tempo non erano tali. Non sembrava, non pareva, che si seminasse morte tra le erbe spontanee, la vita in fabbrica era già un privilegio, il lavoro non poteva fare così male. Ora si pensa alla salute, ma fino alla metà degli anni ’70, la salute si negoziava nei contratti: le lavorazioni insalubri producevano indennità. E morte prematura. Ma sarebbe successo, forse, ad altri, od almeno così si pensava. Mentre l’ essere in una grande azienda portava un trattamento aggiuntivo: i figli avevano colonie dove andare d’estate, c’era un cral per far la spesa e le gite, il panettone a natale, la gratifica, il cottimo. Qualcuno si sentiva parte di qualcosa di importante, un’appartenenza al futuro, perché dal suo lavoro usciva il pcb, oppure l’acrilonitrile, o l’acido tereftalico e già i nomi evocavano la dimensione degli impianti, lucenti castelli d’acciaio inox e vetro. Veleni non esplorati, si trova solo quello che si cerca, m’insegnavano in laboratorio, non indagati. Presenze che intaccavano silenti, fino alla consapevolezza, ma allora era troppo tardi. Quanto contò medicina democratica, l’unione tra conoscenza e sapere pratico per disvelare le ragioni delle malattie da lavoro. Un esempio di interclassismo forse senza eguali nella storia dell’impresa. Altre sensibilità, altre percezioni del lavoro e del suo ruolo sociale. Della solidarietà.

Mi raccontano che da molto ormai, nelle dismissioni c’è paura da parte dei compratori, non si sa cosa si compra davvero. E non bastano le certificazioni, nella testa della gente, qui il requiem è già stato eseguito, anche se continua a suonare in ogni mattina, in ogni strada, nell’acqua sporca dei moli, tra i cefali che crescono indisturbati vicino alle bricole, dove è vietata la pesca da anni. Che accadrà in futuro di questi terreni pieni d’alberi ed erba senza verde? Quello che si legge nella texture di grigio cemento, acciaio, e verde è la tavola degli elementi, non l’uomo. Potrebbe essere un luogo senza l’uomo con una vita alternativa, ma la rendita dei suoli, la visione di Venezia ad un tiro di schioppo non lo permetterà.

Non molto distante, si consumava l’ultima difesa della repubblica di Venezia nel 1848, un pugno d’uomini, con una città stremata dalla fame e dal colera resistevano rispondendo ad un sogno, non alla realtà. Servirebbero uomini come quelli: disposti, pronti, senza calcolo o misura di fatica. Chissà.

Guardo attorno e il requiem è la falsa immagine del verde che diventa colore senza vita.

 

silente, come l’acqua

E’ arrivata da sud. Una rottura d’argine e silente ha iniziato a risalire. Prima i campi, poi le case, e dalle 4.30 di stanotte caccia le persone. Ormai gli sfollati sono più di mille. Lungo la strada i curiosi delle catastrofi, intasano inutilmente, sugli argini i preoccupati. Tutti guardano quell’acqua bruna, veloce, che scricchiola quando frange rami e canne contro i piloni. Terrà l’argine? E il ponte? L’ interrogativo si ripete. Si fanno confronti col passato. Come servisse a qualcosa il ricordo: di più, di meno, mai come adesso.  Non si dice, ma la disgrazia di alcuni può salvare altri: se l’acqua defluisce rompendo argini a valle, chi sta nord non verrà toccato.

Vicino alle case l’acqua sale, è risalita per almeno 4 km, percorrendo a rovescio canali di bonifica e campi, ed ora mancano meno di 50 cm al bordo strada. Negli scantinati ha già invaso. Anche chi aveva isolato sente il rumore silente dell’acqua. Lo sente sotto di sé: due dita, tre dita che premono, trafilano. Il confine con il disastro sta nei tappi che isolano le sentine. Reggeranno, non reggeranno? Sacchi di sabbia, davanti alle porte, alle finestre basse. L’acqua sale più lentamente. Bisogna superare indenni la notte. Bisogna che cali lo scirocco perché l’acqua defluisca in mare. Bisogna avere fortuna. Bisogna, bisogna…

Dicono che se occorrerà faranno saltare gli argini dove c’è campagna, ma stanotte non è stato così, il fiume c’ha pensato da solo. Ha aperto varchi prima a Vicenza, poi a Veggiano, ha inondato le golene prima della città, Non contento è tracimato in più punti, allora la città che si è chiusa  a riccio nelle sue opere idrauliche, come nel medioevo. Ed adesso preme a valle, con l’acqua bruna, veloce, indifferente. Occupa ogni spazio, altera i tempi, riordina le priorità. Non distanti dal ponte, i supermercati hanno le luci accese, due donne escono chiaccherando con le borse della spesa. E’ un giorno come altri, abitano distanti dal fiume. Chissà di che parlano.

L’acqua sale più lentamente, ma sale. Il cielo è grigio, piove. Acqua limpida che diventa bruna, ma questa non fa male. Quella che esonda è acqua caduta altrove, a molti km di distanza, verso nord ovest e ha già inondato, travolto, ucciso. Questa interconnessione degli eventi dovrebbe farci sentire più uniti, invece la calamità circoscrive. La protezione civile qui è fatta di volontari, sperimentano fatica e scortesia, la rabbia di chi ha subito l’acqua. I volontari sono in piedi da stanotte con sacchetti di sabbia, pale, famiglie da portar via, animali da salvare. A Roncajette sono morte 30 mucche, la casa e gli abitanti sono isolati da un giro d’acqua. Attendono. Penso al cuore scavato di chi vede la propria fatica , il lavoro perduto. Non sono solo bestie per loro.

Stanno peggio a Caldogno, anche 2 metri d’acqua nelle case. La testimonianza di un’amica che è riuscita ad abbandonare la casa solo stanotte, stringe il cuore. C’è un peggio? Certamente: cose vecchie, cose nuove, cose care, animali, persone. Come una scala da esibire a noi stessi: dove ci collocherà il caso? L’acqua continua silente a scorrere nella direzione della forza. I moti lamellari, il trafilare tra interstizi, i flutti così cari a Leonardo, una fisica elementare che descrive moti, cause, effetti. A dar conto e senso, di quanto accade, invece, ci pensa il cuore.

La notte viene, alle due una nuova ondata di piena.

Speriamo.

sul ciglio

Come un’anestesia è il sapere la fine dell’estate,

il tempo accorciato che scende nelle ore,

quel domani si decide, tra poco è natale, già fa troppo umido e freddo,

che toglie aria al giorno.

La primavera è così confusa, non sa, ristagna,

e nei ricordi è nebbia appena alta sopra terra.

Cercare il mare d’autunno,

certezze di sabbia solida e bagnata, teneri disegni d’onda,

le ore corte e i malfatti cappuccini  fuori stagione. 

E’ notte senza grazia, tra luci gialle a poco prezzo,

e su questo ciglio mi fermo

sentendo l’odore del precipizio.

 

tra poco

 

 

Tra poco sarà l’ora delle terre brune,

di scarpe pesanti per fanghi incipienti.

Tra i colli, le ore si sono raggrumate nella luce,

mentre i giorni si giocano il tiepido, alzando la posta con l’inverno.

Salgo, e la pianura risucchia il rumore,

l’autostrada distante, i lampi delle carrozzerie in corsa,

le case che diradano, i cani che s’annoiano senza padroni.

Vorrei fermarmi per lasciare che la vista m’ invada,

mi ricopra e m’attraversi,

di verdi, di bruni, di cielo che ancora non ha timore,

nel vago senso che finisce il giorno.

 

l’erba, la sera s’addormenta

L’erba, la sera, s’addormenta,

assieme al vento che accarezza la laguna.

E’ borin, han detto dalla riva,

bora gentile, da cenar frittura,

fuori, con la notte attorno.

C’è appena un corso d’onda,

con uno scrollar di chiglia il pensiero s’ è disteso.

Che attendo?

Nulla,

anche i punti di domanda sbiadiscono,

gli esclamativi non li ho mai avuti,

forse vorrei un punto e virgola,

per te, per me,

senza aggettivi, in una sera povera di parole,

seduti in riva all’acqua,

a sfiorare l’aura,

e il pane fragrante di te,

poi nel vento, addormentarsi,

assieme all’erba di stasera.

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pomerania

 

E’ bionda come solo i popoli del nord-est sanno esserlo, i polacchi e i russi in particolare. Ha una coroncina di fiori in testa, intorno le autorità, nel corteo verso la chiesa. La banda suona durante la messa, e davanti all’altare, addobbato con fasci di spighe, ci sono i dolci, il pane, i fiori, le messi da benedire. E lei. Riti arcaici, inglobati nel cristianesimo, rimasti oltre ai popoli, quasi prescindessero dall’uomo. Perché sarebbe così, e lo sappiamo, le estati avrebbero comunque colori, fiori e frutti, anche senza i nostri occhi. Forse questo riconoscono le biologie sociali dei riti arcaici, che le religioni rispettano e li sentono precederle nel rispondere ai bisogni ancestrali dell’uomo: il cibo, la riproduzione, l’amore, la prosperità, la continuità del ciclo del tempo che non deve finire. Avere tempo, come continuità superiore e connessa alla vita di ognuno ed il ripetersi delle stagioni, delle attese positive, è questa continuità proiettata oltre il giorno. Qui si sono alternati i tedeschi, i polacchi, i danesi, gli svedesi, di nuovo i tedeschi e i polacchi. Nessuno di loro sapeva bene chi era davvero, le famiglie si mescolavano, il biondo dei capelli screziava e il bianco della pelle scuriva. Neppure i nazisti erano ben sicuri delle ascendenze e, se potevano, sorvolavano. E i riti, più forti delle stragi, venivano ripetuti: le messi, i pesci, il pane, i fiori. Tutto benedetto ed asperso e condiviso con  la donna giovane a testimoniare il rito di fecondità.

Anche il nome di queste terre evoca suoni antichi: Pomerania. Il Baltico, le foreste immense, l’Oder, la sabbia grossa, le lagune, la pioggia a folate ed il sole a seguire. Qui gli uomini baciano la mano alle donne e stringono forte quella dei maschi. I ragazzi si ammucchiano negli angoli delle feste, tra birra, zuppe di patate e pesce affumicato. Il sindaco del paese, in maglietta sotto la pioggia, serve in tavola, balla, canta e ride tra la gente, non c’è potere, la  prosperità è di tutti.

Nowe Warpno, Dobra, Police, il fiume, la foresta che entra in città, arrivare a Stettino. Il suono italiano della parola fa ritornare ai libri di storia, al rumore degli stivali chiodati, al fumo delle navi e della pece. Il nome polacco è uno scioglilingua, ma venendo dalla Germania, come d’incanto, la frenesia d’occidente si attenua, i parchi sono pieni di mamme giovani e coppie di ragazzi, è come se l’europa avesse rallentato e pensasse a quanto sta accadendo, al senso della corsa. I caffè sono pieni di parole, di gesti senza fretta. Tra poco il sole accorcerà il tramonto e le notti saranno più fredde e luminose. Appena fuori la foresta è immane, perdersi sarebbe letale e pur ad un passo da un media center, ci si accorge che si è smarrita la gestione dei pericoli, e che non erano tali, in evi ancora vicini. Da qui si può tornare a Berlino, a Lubecca, a Vilnius, a Varsavia oppure mettere la prua al Baltico. Un bolognese, a Dobra, m’ha detto: son venuto qui, seguendo una donna. L’ho pure sposata. Si può andare, restare. Io sono rimasto. Dipende dall’inquietudine. E l’ha detto con quella cadenza emiliana che un polacco non potrà mai capire, ma che si sentiva, aveva tolto la nostalgia.