il soffiatore di bolle

Dovevo fare il soffiatore di vetro, esperto di equilibri fragili, camminatore su ninfee ed invece mi è stato dato d’occuparmi di cose solide: pietre, ferro, cemento, terra. Un tempo gli uomini -io ne ho una sensazione d’occidente- tracciavano le costruzioni come le loro anime, o meglio davano concretezza ai pensieri. E le proporzioni ripetevano sezioni auree, spazi definiti in cui l’essere trovava equilibrio, per cui Leon Battista Alberti era sì in Mantova, ma anche in un casale che ripeteva per multipli di quattro, percorsi domestici, aggregazioni, felicità d’esistere, oggi mutuati da un feng sui, così distante, da dare assuefazione, com’è giusto sia la moda. L’eccezione è diventata il modo di distinguersi: il più alto, il più colorato, il più efficiente, il più strano, il più complesso. Come fosse la transitorietà dell’eccezione a governare i rapporti, le campagne, l’abitare e le città.  Ma nel mio piccolo mondo, io, soffiatore di vetri, che ci faccio qui?

Gli equilibri come insieme dinamico del procedere m’ han sempre affascinato. Devo dire che ora capisco poco di fisica – e non è merito, nè giustificazione, ma triste senso del limite -, ma quello che m’è rimasto s’ applica alla vita. E le leggi hanno, per me, una speculare attenzione verso le sensazioni, i modi d’essere, cosìcchè quando penso al moto vedo me stesso in movimento. E mi relaziono con la velocità passando attraverso una serie di stati di disequilibrio, ma ciascuno per un momento equilibrato, che approfittando dell’attrito permettono di correre verso qualcuno o qualcosa. Di questo esondare sentimentale tra comprensione di leggi e realtà, ho fatto la mia modalità d’essere, la stessa che m’ ha accantonato in politica, fatto accettare d’essere solitario a sufficienza per amare la compagnia, inquieto quanto basta per non accontentarsi del proprio stato, nè di quanto raggiunto o pensato. I piedi, m’ hanno servito silenti, hanno accompagnato il pullulare disordinato dei pensieri, dialogato con la testa ed anzi han fatto ordine ritmando, ascoltando asperità che sottraevano dall’impegno del pensar d’altro. Ne avevo ragione l’altra sera nel pezzo di strada che sta tra piazza Brà verso piazza santa Anastasia a Verona, e che la vista di tante meraviglie di palazzi, Arena e spazi, sottrae allo sguardo. Erano importanti a me, le larghe lastre di marmo messe a pavimento per dare solidità alla ricchezza e al potere, cosicchè , dialogando con quelle lastre, i piedi poggiavano leggeri, scivolavano accompagnando gli sguardi, e districavano le vetrine dall’opulenza delle merci, mostrandole per quello che erano: campionario di sogni indotti destinati a concludersi con un acquisto. Come potessero essere acquistati i sogni e poi sostituiti da altri ed altri ancora, legando il tutto al nostro potere – e  come trovare parola più esplicita e fallace per definire uno stato – d’acquisto. Guardavo ed un poco sentivo, le grandi ammoniti, i disegni perfetti di spirali di pensieri diversi, pensavo al costruire, ai sogni che mutano con le epoche, alle chimere che non hanno più corpo di donna mutante, e zoccoli, e seni piumati, e alle sostanziose assenze che impoveriscono il nostro mondo così concreto e poco attento. Alle magie povere perfino del sogno e al nostro essere consegnato alla singolarità senza espressione nè declamazione. Perchè il declamare, il dire ad alta voce, è vibrare d’aria unisono di testa e moto verso altri e far capire. Ma per capire serve sintonia ed io mi accontentavo (!) d’essere sintonico con i marmi, con chi li aveva posati, con chi li aveva abitati. Ed ancora li abitava, indicando l’altro ch’era stato e una diversità talmente grande e vicina, da essere grande e pertanto da rimuovere, mettere in disparte perchè la sua irruzione avrebbe dimostrato la fallacia e caducità di tutto quanto riluceva attorno, in forza d’energia e potere di denaro.

Chi si estrania viene accantonato, fatto scendere dal treno, accompagnato nel luogo sociale dove con democrazia possa fare la sua vita, in assenza d’offesa al sentimento comune. Vale per il pensiero e per gli atti che mutano i rapporti, vale per le vite e per i sentimenti, vale per le regole che finchè non vengono mutate pensano d’essere eterne. E per il valore, che dev’essere riconosciuto come comune altrimenti scardina il terreno su cui poggia la concretezza delle bollette da pagare, dei tempi da donare, della libertà da limitare. Questa è l’economia del reale e altro non può essere perchè la diversità è eversiva, fa confusione,  pensate che induce a rappresentare la realtà come la si vede e non com’è, come dev’essere per conservare equilibri, dare sostanza ai principi, bellezza al brutto, consistenza all’immateriale. Opprimere per giusta e necessaria causa, insomma.

Grossman, a Treblinka camminando, parla con i morti che accarezza con i piedi, vede donne e bimbi che assieme alla madre, da Raffaello sono l’icona dell’unione primigenia ed al tempo stesso li sente separati, uccisi, feriti, amati e accompagnati anche in quel luogo di morte. E’ Lui  il nesso tra un dipinto, un modo di pensare, un valore condiviso, e l’agire che sotto quel terreno porta ad altro. Il valore umano resta assieme alle voci che vorremmo mute e che chiedono ragioni, ma sono soprattutto vite da proseguire dopo che sono state interrotte. Questo pensa e poi scrive. Ma è talmente eversivo il suo parlar d’altro, che viene gentilmente accompagnato, lui eroe dell’armata rossa, a raccontarlo in Siberia. Non per troppo, per un po’, finchè gli passa, la vita o la voglia di sentire e d’ascoltare cose che non ci sono più, pensieri oltre il filo della terra. Lo stesso filo che fuori era spinato ed elettrico ed ora è crosta per confinare il pullulare della vita che sotto preme. E non gli passa, come spero non passi a molti. Non passa, come spero continuino a fare i fili privi di senso comune che s’agitano tra i piedi e la testa, che fanno guardare sereno, i palazzi che s’inerpicano, le facciate tecnologiche e gli schermi giganti, l’intelligenza a tempo, il software caduco. Fruire e non essere, perchè l’essere è altro.

E continua. Oh sì che continua…

10 pensieri su “il soffiatore di bolle

  1. Questo post è scritto da un soffiatore di bolle. Lo vedo nel suo antro, nella sua fucina, fatta di angoli scuri e bagliori rossastri, fatta di fumi, zone caldissime e madido di sudore, tra i riverberi colorati del vetro soffiato.
    Solitario ma in compagnia del tempo che dalle bolle ritorna a lui colmandolo di senso.

    Mastro vetraio, ho riportato una tua frase sul mio blog senza avvertirti: ti chiedo umilmente scusa.
    Giorgio

  2. BELLISSIMO E QUA MI FERMO.
    Parlare alle lastre con lievità di passo sapendo che “altri” le hanno messe sudando l’onesto lavoro,parlare a Treblinka con i morti nel rispetto che a memoria si deve incurante dell’impietoso giudizio di mondi chiusi e in odore di muffa.
    SI.L’ESSERE E’ “ALTRO” DA CIO’ CHE LA CONVENZIONE DEI “MORTI AMBULANTI” VORREBBE FOSSE!.
    Bravo Willy.Un bacio lieve come quei passi appena sfiorati.Bianca 2007

  3. La ricerca di senso è anche questo: equilibrio e convivenza- per quanto assurdo e paradossale sia- tra direzioni e visioni inconciliabili.

  4. bellissimo post…

    ho pensato al libro di G. Peregalli “I luoghi e la polvere”…
    penso che lo leggerò.

    🙂

  5. e da “strega del bosco della poesia” come mi ha chiamata Tereza 😀 quello che non so più scrivere, lo lascio dire a maria luisa spaziani

    Se Dio vuole ho smesso d’amarlo.
    Il paesaggio si è fatto reale
    e chiunque direbbe che è meglio.
    I quadri preferiti nei musei
    stanno nei limiti del loro senso.
    Quell’amore buttava su tutto
    mantelli variopinti di illusione.
    Lui, silenzioso, manipolava il mondo.
    Lui, innocente, era il lupo in agguato.
    Per me ora è tutto come lo vedono gli altri,
    tranquilli, refrattari al cerchio magico.
    E mi trovo nel numero dei più.
    Lo si dice per i conformisti in politica
    e lo si dice per i morti

    così mi viene da interpretare la tua economia del reale 🙂

  6. Mi piacciono questi versi Beba, è anche se alle donne piace la parola strega rivalutiamo la Fata dello stesso Bosco.

    Guardavamo lo stesso albero,
    vedevo foglie
    dove tu coglievi un fiore
    incipiente,
    Ora,
    in tempi diversi,
    guardiamo il prato
    e dell’albero han fatto gli assi
    su cui sediamo.

    Come vedi l’economia del reale produce mobili.
    🙂

  7. …orcocan! ora c’è anche il folletto dei versi!
    Rido felice di questo cerchio aperto di versi e folletti e streghe-fate e poeti e altro ancora.
    Hai ragione, Willy, noi donne preferiamo la parola strega ma ci sono molte ragioni dietro questa preferenza, una fra tutte l’allusione ad un potere (quello delle streghe) che non corre dietro la logica del bene astratto e perbene, che sa farsi spazio là dove spazio non avrebbe…vogliamo dire un “potere contro il potere”? vogliamo esagerare in ideologia alle 9.30 del mattino?
    Ma sì, dai, ridiamo di noi finché c’è vita.
    Un abbraccio

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