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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

se novanta sono pochi

Hai compiuto novant’anni, non ti ricordo vecchia. E neppure stanca. Annoiata del tuo troppo tempo, forse, ma così comprensiva da capire che la mia fretta è voglia di fuggire dal poco tempo che mi dedico. Comprendi anche la mia testa tra le nuvole, forse perché insegui la tua immagine di me, quello che dovrei essere: sereno quanto basta, attento, ma soprattutto felice di esserci. Hai la capacità di sorprendermi. Non posso dire ancora, perché non hai mai smesso. Non sempre mi è  piaciuto tutto tra di noi, i mondi dei figli devono essere diversi da quelli dei genitori, ma hai avuto la debolezza di amare anche quello che non capivi. Prova a farlo, sembra che tu mi dica.

In questi giorni particolarmente persi, pensavo che la nostra vita è un perenne rincorrere quell’età del completo dipendere ed amore che si ha prima della nascita. Quell’amore senza reciprocità e senza obblighi. E quello che viene dopo è la vita, percorsa con quel fondo di ricordo, che è unità di misura senza possibilità di confronto. Mi hai sempre avvolto, segno che te lo ricordavi anche tu quell’amore che si formava allora tra noi, e questa esperienza ci segna. Piacevolmente e definitivamente: ognuno per la sua strada ed intrecciati come giunchi al vento. Buon compleanno Mamma, a te novanta sembrano pochi e anche a noi fanno lo stesso effetto.

 

non mi chiedo più

 

Si generalizza, ci si chiede parlando al plurale, ma io che ne so di ciò che muove gli altri per scrivere nei blog, allora meglio parlar di me. Non mi chiedo più perché scrivo, ma per chi scrivo. E se scrivere e pubblicare sia davvero ciò che voglio. Scrivere mi piace, è un vizio solitario e terapeutico. Se mi pongo dubbi, in realtà sono io stesso che li genero col mio modo di alludere, di girarci attorno e  di far guardare il dito perché la luna è riservata a chi la sa vedere. Finora è valsa la pena di fare questa fatica-piacere e chi leggeva, era comunque gradito. E’ una parte parte buona del parlare, l’essere ascoltati, ma non è tutto, ai nostri interlocutori chiediamo di capirci oltre, di far fatica per noi, altrimenti il piacere di scrivere si sazia con inchiostro e pennino, riservando a sé. Le passioncelle private comunque circoscrivono ciò che si scrive in questi luoghi e il resto lo tengono altrove. Finora mi pareva qui andassero bene le furie e le riflessioni generali, le analisi forzatamente brevi e la cronaca, il lasciar intravvedere sé, l’accennare. Esemplificando non provo gusto a parlar male di Berlusconi o di Bossi, con analisi troppo facili, spesso velleitarie nelle conclusioni. Mi sento in quota parte responsabile di quanto è successo a questo paese e parlarne non mi aiuta più di tanto se non perseguo una soluzione, ma questo vale per ogni problema. Mi colpisce di più l’acriticità di chi stimo, che non muta e non s’impegna. Di chi si lamenta, distinguendo la sua diversità, ma non si muove.  In fondo vorrei parlare a questi, non ai già convinti. Ed in questo parlare che differenza c’è tra una notizia ansa ed una riflessione sui temi del giorno? Moltissima se c’è qualcosa di nuovo, qualcosa che muove a fare, nulla se è il ripetere di pensieri già sentiti o già pensati autonomamente. E’ vero che, come per la televisione, basta spegnere, che si possono visitare solo i blog che ci parlano davvero. Che frequentare poesia e vita dà sempre molto e fa pensare a sé, ma questo è parte del mie scelte d’attenzione, per quanto scrivo il discrimine è il non annoiarmi di me stesso. E’ sempre più difficile, conservare equilibrio e voglia, ora credo debba prevalere il mondo visto dai miei occhi. Osservare senza pretese, in quel gioco dentro-fuori che è soliloquio, ma potrebbe essere conversazione. Non ho mai tenuto un diario del guardare, ma c’è tempo. Il tempo rallenta con l’età, si capisce più a fondo, si dice il necessario a sé. Quello che fa piacere, non quello che si vuol sentir dire.

 

la brioche

 

Il gusto atteso non c’è. Sorpreso, mi fermo, guardo attorno. Vedo briciole sui tavolini tondi, persone che parlano fitto, tranquillità e nervosismi mischiati. Sono solo, mi stendo sulla sedia appoggiando la schiena con voluttà di tempo. La brioche attende dopo il primo morso, forse troppa avidità ha deluso. Bisognerebbe sempre usare l’educazione, i tocchetti sono funzionali al gusto ed alla vista. Ma questa brioche la conosco bene, sfoglia, mandorle in superficie, ripieno di mandorle all’interno. Sapida, da ingordigia, una riga di zuccheri di canna che la penetra, in una fusione femminea di gusto e voluttà. Una voglia, non un’abitudine.

Guardo ed ascolto le voci attorno. La Dandini, il parlamento, Fini. Poco oltre, un complimento a voce bassa, forse un invito. Acciottolio di tazze in attesa di lavastoviglie. Che banalità l’acciottolio, moriremo di banalità, di parole vere senza cuore. Parole che fanno bene solo a noi, da raccontare perché ci riportano alla nostra infanzia, alla maestra, alle fatiche sui quaderni dalla copertina nera. Parole personali, poco utili al presente. Emerge il ricordo del primo disastro scolastico, quella parola cielo che perdeva la i, e veniva riscritta e cancellata con quella gomma azzurra e dura, fino a bucare la pagina. E allora le parole scritte con pennino ed inchiostro erano state inondate da lacrime. Sbavate, disperate e senza futuro. Come quel cielo che si vedeva dai finestroni altissimi e che non aveva la i, ero sicuro che l’avesse nascosta, anzi no, l’aveva persa per sempre e non voleva che lo sapessi.

Torno a guardare attorno; nell’angolo una donna guarda senza vedere. In alto, sopra le scatole di cioccolatini, non c’é cielo, solo pensieri. Poi si scuote, riporta in viso sulla tazza. Si atteggia, soffia il naso, mi guarda. Ricambio e non abbasso gli occhi. Non lo faccio mai. Torna in sé, si occupa della borsa.

Stacco un pezzetto di brioche, lo gusto sul palato, delude, non risponde al ricordo. Forse le mandorle poco tostate, o la sfoglia non lievitata a sufficienza, che così s’appiccica e muore nel gusto. Chissà.

Entrano due coppie. Ridono, fanno chiasso per farsi sentire. Parlano del fine settimana, i progetti, gli amici da invitare. Ricordi di scorribande autunnali mi affollano la testa. Le passeggiate con i piedi immersi tra le foglie di castagno, il viso rovente dall’aria, il camino, le solite canzoni cantate in coro. Allora erano vere ed ora sono patetiche. Perché ci ricaschiamo? Quanto bisogno abbiamo di compagnia, di calore, di pensieri domestici? Già, anche la rivoluzione ha una cucina e una lavatrice.  Adesso vorrei la sera, interrompere il flusso dei ricordi, con la sua malinconia esterna e certificata, ma sono le 10, il sole è pieno di odori mattutini. Non è tempo. Non è mai tempo. Ancora un boccone di brioche: decisamente deludente. Lascio il campo, non è più aria. C’è bisogno d’altri sapori per oggi.

Tornerò, si torna sempre anche nel campo dei delitti altrui.

 

dizionario personale:la misura

 

La giusta misura.

La misura è colma.

Non c’è misura.

Due pesi e due misure.

Misura le parole.

Far cose adatte alla propria misura.

Io sono la mia misura.

Smisurato.

Misura te stesso.

Ti prendo le misure.

Misuriamoci…

Cerca di misurarti.

ecc. ecc.

Non è questione di confronti, anche se altro non è la misura. E neppure  si può sempre avere una barra di platino-iridio depositata a temperatura controllata a Sevres, perché sia sempre possibile il confronto. Nel dire misura ad alta voce, ci sono accenti minacciosi, muscolari. Un preannuncio di qualcosa di fisico. Altre volte è il preannuncio della terribile lotta interiore, constatazione di tranquillità disfatte: mi misuro con me stesso per capire chi sono. Od ancora é l’atteggiamento terzo del “geometra” che traccia perimetri: fino a questo punto e non oltre. Anche la sconsideratezza si fa viva nel non aver misura, come fosse l’esterno che ha l’obbligo di contenerci e non noi stessi. 

E lo stile, non è l’esteriorità della misura? Il gesto governato e l’autocontrollo, il glorificare un super io assassino che placa i vicini di aura e al tempo stesso fa ribollire il sangue.

E l’armonia non è sezione aurea della misura? Un tracciare linee per l’anima e l’agire in accordo e condividendo a tal punto da far star bene e star bene? Non sempre e non per sempre,  almeno fintanto che la stanchezza non prenda il sopravvento; ed allora la misura perde i toni minacciosi, si confina nella nostalgia e il non stato diviene superiore a ciò che è stato ed è.

La misura di noi è mutevole, ci accompagna senza oggettività. Per questo nel tracciare i segni per il confronto penso che l’umore sià in realtà un sovrano che troppo spesso occultiamo e che sia davvero lui la nostra misura.  

Mahler,  tonale e senza misura e perché nella mia testa ha sempre cercato una misura: la sua.

si, viaggiare

Viaggio sempre più spesso da solo. Non mi pesa, devo solo regolare i tempi con la stanchezza. Stanotte ero tra i monti della Barbagia: ho incontrato 4 auto in 70 chilometri. Il viaggio era iniziato con un’ immersione nei verdi e nei marroni d’autunno, masse di colore nella luce diffusa del pomeriggio; si respirava una solitudine da assenza, come se l’uomo se ne fosse andato da poco. Al ritorno, il bujo senza luci rendeva i volumi delle rocce e degli alberi, compatti, l’auto seguiva la strada e i suoi fari, era semplice: bastava lasciare che si accordassero pensieri e guida. C’è equilibrio in questo assecondare movimenti e pensieri, la malinconia o l’allegria scompaiono, basta non opporsi ed il ritmo trova l’ accordo. Apprendere la morbidezza che abbiamo e la guida diventa un dettaglio, le emozioni covano quiete. Non mi sento solo in questo andare, magari un po’ orso, mi da fastidio quando mi viene imposto ciò che non cerco, non le mie scelte. Almeno non sempre. Segno degli anni. Ma forse è conseguenza del distacco consapevole  tra ciò che si può essere e ciò che abbiamo lasciato da parte in attesa. Si riordina la vita, la misura cambia, anche il bisogno d’essere assieme.

Le curve, il lago, la notte densa. Guardo. Ad ogni scollinamento, paesi si stagliano sullo sfondo: Macomer, Nuoro, frazioni, casolari, macchie di luci a mezza collina. Ma è la litania musicale dei nomi dei paesi che attraverso che mi risuona come un mantra: Ottana, Orzai, Tiana, Ovodda, Ollolai, Teti, Austis. Nel pomeriggio coglievo i resti di costruzioni, qualche nuraghe. Dopo un attimo geologico le pietre tornano ad essere pietre: quelle accatastate dall’uomo si confondono con quelle  spinte dall’immane cozzo dei continenti e giacciono accanto, frantumate dalle sequenze di sole, pioggia, gelo. Tutto acquista un posto, una ragione, ed è buffo pensare che non c’è senso, solo continuità.

Guido e passo accanto al campo della tosse, non gioca nessuno, solo caldo e qualche folata di scirocco. E’ sera ormai. Le finestre cominciano ad accendersi, sono ancora aperte, la notte le farà chiudere. Se mi fermassi sentirei il profumo di minestra, ma sarebbe lasciare entrare il mare del vissuto nella diga del presente. Seguire la strada, accordare i pensieri: non c’è nulla che si ripeta, non c’è nulla da ripetere. Ogni volta è nuovo, ogni volta il presente manifesta i suoi diritti sul passato e confina la solitudine. Già. La solitudine è il passato che prende alla gola il presente. Una rissa di tempo in cui si soccombe. Basta accordare i pensieri e la guida. La strada, le curve, sinistra, destra, sinistra. Come un ballo. Canticchio ad alta voce, seguo un pensiero, la strada, guardo, sorrido, guido.

 


 


per chi?

Chi sono gli sono gli sconfitti delle lotte e delle vittorie sociali degli anni 50’/70′? Gli operai che votano lega? Gli impiegati e quadri che votano Berlusconi?  Oppure la sinistra attuale con i suoi birignao e l’incapacità di leggere la realtà? Tutti questi e il paese che arretra nei diritti comuni ed eguali. La scuola, la sanità, l’assistenza, il lavoro e i suoi contratti, la stessa funzione del produrre sono oggetto di erosione. Manca un futuro condiviso, il perché si sta assieme. Nella mia testa si fa strada il pensiero che la sinistra come l’ho conosciuta abbia assolto il suo compito più facile e su questo sia collassata. Il compito di affrancare i molti bisognosi, trasformare le lotte in benessere diffuso, accompagnarle con diritti che sembravano inalienabili. Così i braccianti ed i mezzadri sono diventati coltivatori diretti, gli operai, artigiani e poi piccoli imprenditori. Le ‘500 sono diventate medie cilindrate e suv, i figli sono andati all’universatà. Placando il bisogno primario è implosa la solidarietà. Quella sinistra è finita, non il bisogno e l’ingiustizia, ma la sua capacità di renderli problemi comuni, condivisi. Al resto del paese poco importa quello che accade a Pomigliano o a Termini Imerese, questioni locali che se diventano nazionali avranno una attuazione differente a seconda dei territori. Anche la disoccupazione, il non lavoro, la precarietà sono diverse: dipende da dove si nasce o si vive. Leggere la realtà non come snobbettini che hanno comunque il sedere al caldo, ma come parte di una comunità che ha un presente o un futuro. Ha ragione Blair, si parla troppo di Berlusconi e non del progetto del cambiare ciò che non va bene. Ciò che è stato devastato nel senso comune dovrà essere recuperato, ma non come prima. Oggi, in questo paese che è ridicolo solo agli occhi di chi non ha interesse personale, ricostruire una coscienza collettiva sui valori, è impresa immane. Ma bisogna pur farlo, partendo da ciò che c’é, dalle paure e dalle (poche) speranze. Allora era magico dire: le lotte operaie. Si teorizzava il sapere senza università, adesso abbiamo l’università senza sapere. La coscienza di contare era così diffusa che gli operai democristiani discutevano sulle opere pubbliche. Non i comunisti, i democristiani! L’idea di non avere un futuro che cresce per tutti, è questa la vera sconfitta. Poi la deriva è il lasciarsi andare quando il naufragio non ha terra all’orizzonte. Si muore così, ricordando ciò che è stato, ciò che poteva essere e la speranza lascia prima il cervello, poi le abitudini e scivola dalle mani.

 

 

 

l’elasticità dell’acqua

Ritorna la furia queta,

animale immoto pronto ad azzannare,

prendo la mia gola inerme.

Nel primo accenno di freddo,

anche la mia banalità mi uccide,

a poco, a poco, a poco.

Vorrei l’elasticità dell’acqua,

nel generare onde che si sovrappongono,

disegnano,

ritraggono conchiglie in un gioco indifferente.

Ma lo sai che la luce gialla di queste sere,

ancora da camicia,

cola,

ed antica colla odorosa,

gela in pensieri di resina.

Vorrei essere un greco che trae piacere

dal sorseggiare la propria retzina.


autunno

 Studenti medi in piazza. Sono pochi con molti striscioni. 

Si sprecano interventi appassionati davanti a “cittadini” senza curiosità, perduti tra le bancarelle.

Non conta, sanno che è la vita loro. Le ragazze guardano interessate il leader che parla. E ‘ riccetto e allegro, si accalora, spara alto, si convince.

Finisce in crescendo. Poi chiede: come sono andato?

Saluto il capitano della digos, ci vediamo da 30 anni in queste occasioni.

Sono un uomo da marciapiede – dice-  e sorridiamo.

E’ arrivato l’autunno, forse l’altra volta era diverso perché era di maggio.

Weber e la toponomastica: aggiornamenti

Halleluja, finalmente sono riuscito a far coincidere l’ingresso con il numero della casa.

La burocrazia é stata impagabile nella sua comicità inconsapevole: mi hanno dato un certificato con la mia autodichiarazione, ho apposto la marca da 14.62 euro, mi hanno spiegato che dovevo portare il tutto in un altro ufficio. E mentre stavo per andarmene, l’impiegato mi ha fermato, mettendomi in mano la targhetta col mio numero di casa. Una di quelle standard, bianche, contornate di blù, col numero blù.

 Fanno 3 euro e 82 centesimi, mi ha detto.

Ho chiesto se potevo averne più d’una, mi sembrava un affare. Chessò, con la cornice adatta poteva essere un quadretto da corridoio. Non ha colto l’ironia.

No, non è possibile subito, ma se la ordina…

E perché 3.82 e non 4 ?

Ha guardato smarrito i miei 50 euro e mettendomi in mano una quantità inverosimile di moneta, ha scosso il capo.

Non lo so,  ha mormorato,  forse il cambio.

Quale cambio? Col dollaro, con lo yen, con lo youan. Ricevete le quotazioni ogni mattina?

No, è l’euro. Si andava così bene con le lire.

Ho sorriso. Non potevo dirgli che 3.82 euro, in lire, non erano altro che una montagna di decimali.

E’ stato congedandomi che mi ha detto l’ultima cosa carina: non attacchi il numero al sole perché dopo un po’ sbiadisce, fino a diventare tutto bianco.

Va bene, lo metterò all’ombra. 

All’interno, dove nessuno può vederlo e la luce non l’offende. Tanto il numero all’esterno c’è già. C’è sempre stato.

Ma questo non potevo dirglielo, mi sembrava già triste a sufficienza.