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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

l’italiano medio

L’italiano medio :

  • non gli interessa se il premier gioca con le minorenni, anzi ci giocherebbe anche lui,
  • ama la famiglia e va a puttane, ma distingue bene gli ambiti. A volte.
  • il sesso lo racconta, agli amici e al bar,
  • pensa che la pena di morte a volte ci vuole,
  • pensa che qualche ceffone non ha mai ammazzato nessuno,
  • è religioso perché non si sa mai,
  • non va in chiesa perché i preti non fanno quello che dicono,
  • non va in chiesa perché i preti fanno quello che dicono,
  • pensa che tutto è uguale, e che tutti sono corrotti,
  • pensa che tutti sono corrotti e che il premier ha tanti soldi quindi non ha bisogno di essere corrotto,
  • pensa che se uno che ha tanti soldi compra un’altro, è colpa di chi si lascia comprare,
  • pensa che i giudici ce l’abbiano con il premier e che del lodo non gliene frega niente,
  • si chiede, ma cos’è questo lodo?
  • pensa di aver scampato un pericolo terribile con i comunisti,
  • pensa che i comunisti ci siano ancora e adesso si chiamano la sinistra per depistare,
  • pensa che i comunisti si sono messi insieme con i democristiani perché vogliono solo il potere,
  • pensa che non ci sia nulla di male a farsi governare da ballerine e igieniste,
  • pensa che la politica è utile se gli procura dei vantaggi,
  • è solidale, basta che non gli rompano i coglioni,
  • ama gli extracomunitari a casa loro,
  • si commuove per i bambini che muoiono di fame in Africa, ma  gli danno fastidio in Italia,
  • non si preoccupa se “il trota”, zero tituli, è consigliere della Lombardia, anzi se fosse possibile anche per suo figlio…
  • ride alle barzellette del premier e non gli piacciono nè gli arabi nè gli ebrei,
  • mica crede a tutte le storie che gli raccontano, ma solo a quelle che gli piacciono,
  • è stanco di lavorare per quei quattro terroni che mangiano e basta,
  • pensa che la mafia è in Sicilia e che se la tengano,
  • vuole vivere sopra le proprie possibilità, tanto qualcuno pagherà,
  • voterà per Berlusconi, perché è sempre meglio dei comunisti e poi non ci penserà più fino alla prossima volta,
  • non è antifascista perché il fascismo non c’è più, e poi Mussolini non aveva mica tutti i torti,
  • chiede agli altri il rispetto della legge,
  • cerca di non pagare le tasse e giustifica chi ci riesce,
  • è furbo, perché furbi si vive meglio,
  • infrange i divieti basta che non lo vedano,
  • vota gli inquisiti, tanto in Italia nessuno è davvero pulito,
  • è favorevole al nucleare a casa degli altri,
  • è favorevole alle discariche ed agli inceneritori a casa degli altri,
  • non ne può più, non capisce di cosa, ma lo devono risolvere gli altri,
  • non vota Bersani perché non gliele canta chiare, e anche se lo facesse non lo voterebbe perché è comunista,
  • pensa che la costituzione mica si mangia,
  • pensa che la cultura mica si mangia,
  • pensa che la ricerca mica si mangia,
  • pensa che la fuga dei cervelli lascia più posti a chi resta,
  • pensa che gli insegnanti non fanno niente e che suo figlio non è capito,
  • pensa che i dipendenti pubblici non lavorano e che se Brunetta li lascia tutti a casa, fa bene,
  • pensa che è tutto un magna magna,
  • pensa che tanto non cambia,
  • si commuove quando sente l’inno nazionale, ma non lo conosce,
  • non conosce neppure va pensiero, ma è così bello,
  • pensa che è stanco di politica, che lui saprebbe come cambiare,
  • pensa che non vale la pena…
  • pensa  che non è medio: è lui l’italiano,
  • quando vuole comunicare con gli altri italiani mostra il medio e piega le altre dita, così per amicizia…
  • ha ripensato all’unità d’Italia e all’ Italia, e ha concluso che non gliene frega nulla.
 

 

 

 

scrivere sul vetro

Ci sono dei post trasparenti, spesso privi di segni di lettura o con commenti che parlano d’altro. Come ci fosse un imbarazzo sul tema e lo scritto esaurisse il dialogo. Succede ai criptici, agli allusivi, che nel gioco del dito e della luna ammiccano col dito, ma in realtà parlano della luna. Nel dar per scontato ciò che sembra stia sotto gli occhi bisogna accettare il rischio di non essere capiti, oppure d’ essere ritenuti troppo bizzarri per rientrare in qualche categoria significativa ai più. E’ un rischio accettabile perché lo scrivere è anzitutto utile a chi scrive, ma se deve comunicare qualcosa  il problema dell’altro se lo deve pur porre.

Oppure anche no …

Mi affascina lo scrivere sul vetro: permette di vedere altro. L’ho fatto materialmente, non solo col vapore ed il dito, ma anche con le matite grasse. E’ un esercizio da solitari che vogliono essere visti ed al tempo stesso far posare l’attenzione altrove. Persone bizzarre per l’appunto.

 

continua…

anticamera

L’anticamera dell’assessorato è uno stretto corridoio con 5 sedie, vicino alla fotocopiatrice. Sembra un’ astanteria da medici ad inizio carriera, dove la malattia sopprime l’accoglienza. Ma questa è una regione diversamente opulenta; attenta alla sostanza e all’evidenza dei bisogni, porta le sue attenzioni altrove. Solo che di questi bisogni non ne ho, e forse non ne ho neppure mai avuti e anche l’attenzione non può essere di maniera, perché le idee e la fatica hanno valore.  Mi viene in mente il destino delle pietre scartate, utili da fondamenta, ma inadatte all’apparenza, reggono il peso con una libertà responsabile. Mi piace questa accezione di libertà, ricca di problemi, nell’esserci con aggettivi a larga gamma, imprevedibili per contiguità. Disponibile, riottoso, responsabile, fantasioso, solitario, socievole, comprensivo, caparbio, allegro, meditabondo, consapevole, ecc.ecc.

Insomma un pessimo individuo da anticamera , ma mi piace aspettare, lo considero un regalo a me stesso, ai pensieri liberi.

Alla fine entro, scrivanie d’epoca, qualche bandierina di partito decisamente fuori posto, un quarto d’ora a disposizione.  Capisco che sa chi sono, spiego, non ho problemi, presento opportunità, ragionamenti di crescita. Il risultato non poteva che essere conseguente:  inconcludente, senza alcuna prospettiva, francamente noioso.

Arriva l’inverno del nostro scontento. ma i rapaci quando si stancano di volare alti?

sul ciglio

Come un’anestesia è il sapere la fine dell’estate,

il tempo accorciato che scende nelle ore,

quel domani si decide, tra poco è natale, già fa troppo umido e freddo,

che toglie aria al giorno.

La primavera è così confusa, non sa, ristagna,

e nei ricordi è nebbia appena alta sopra terra.

Cercare il mare d’autunno,

certezze di sabbia solida e bagnata, teneri disegni d’onda,

le ore corte e i malfatti cappuccini  fuori stagione. 

E’ notte senza grazia, tra luci gialle a poco prezzo,

e su questo ciglio mi fermo

sentendo l’odore del precipizio.

 

è solo lunedì

Lo scroscio è arrivato improvviso, ha acceso le luci degli uffici, portato qualche figura alle finestre.  Sull’altra corsia, due incidenti in rapida successione, scie di luce blu e sirene. Vita da tangenziale. Il traffico si blocca, chi guarda rallenta. E’ sempre vero, succede anche nella vita. Viviamo per segmenti: qui il lavoro, qui i problemi, qui gli affetti, qui la casa, qui il trasporto, qui l’urlo supplichevole del riposo, qui la consapevolezza, qui la passione.  Tutto si mescola in un contenitore che alla fine ci contiene.

Enucleare, mettere in fila, accompagnare, essere dentro-fuori: un mantra buono per tutte le stagioni della vita. Almeno da quando gioie e tristezze ragionano.  Privilegio la lentezza di questo vivere per tragitti, spegnendo la radio, ascoltando il ronzio di fondo, annullando la fretta. La sovrappongo all’altra lentezza: quella del gesto curvato sul pensiero, sincroni entrambi, misurati con la misura di sé.  Cosa da ricchi, la seconda, è danza per momenti di grazia.

Sento l’eco delle vite sovrapponibili, ci penso col me ritmato da questa pioggia che allaga ovunque, e vorrei rivoluzionare i tempi musicali della vita, l’ assomigliarsi armonico che segue l’umore, gli accadimenti, il ripetersi dei cicli. Con pudore, azzardo la sequenza tassonomica dei movimenti : un finire, un interludio con speranza, una marcia greve, quasi funebre, un silenzio (difficile e musicale come chi lo conosce), un preludio, un mattino che si apre. 

Servirebbe un Mahler od uno Shostakovich per tracciare i pensieri di tangenziale. Avrei pronto il titolo dell’opera: è lunedì e neppure si vede il martedì.

 

 

 

via via

Via via, in fuga dai proclami, dalla banalità del sentir dire-ritrattare-ridire-ritrattare.


A cosa dobbiamo la sua presenza?

E’ solo curiosità, ma mi passa subito. Lo so che non mi riguarda, ma le chiedo, perché questo lasciarsi maltrattare, questo accettare le entrate a gamba tesa, in una confidenza senza creanza?

…

Lei mi vuol conoscere? Abbia la pazienza e la curiosità necessaria, poi scoprirà che non la interesso, ma non arrivi alla conclusione prima del tempo. Vede, il non interesse non è la banalità del disinteresse, valuta, è attenzione, e solo alla fine conclude che non è il caso.  Parta dal fatto che sono una persona difficile, ed è difficile avermi davvero.

Altrimenti?

Via via…





volontà d’impotenza

La signora Libby Latrina, in una mail molto professional, mi propone l’Oxicodone a 191,70 $. Mi pare una proposta intrigante (che schifo di parola), l’oxicodone per un maschio attempato dev’essere il massimo, toglie ogni tipo di dolore, è un oppiaceo sintetico con un nome arrapante (userei priapico, ma chissà che si pensa) da esibire: sai, ho l’oxicodone, ne vuoi? Dà quel fascino dark da dipendenza alla dottor House. Forse fa pure claudicare. Mi piacerebbe andare in giro, pensando che ho un oxicodone adeguato allo standard americano e che la signora Libby è contenta di me e del mio oxicodone. La farmaceutica aiuta già con le parole e le assonanze, impone una visione guarita della vita e della sessualità adulta, di qua aiutina (voce del verbo aiutinare, se serve chiedere alla signora Daddario),  di là mette il dolore alla porta, rende consapevoli delle proprie prestazioni illimitate, della giovinezza che non finisce.

Già, ed invece io penso che il dolore abbia un senso, che si debba confinare quando non se ne può fare a meno, che la prestazione non si esaurisca in sé. Penso che molto si faccia senza una ragione forte, che il perché venga accantonato a favore dell’esistere (scópo dunque sono), che il significato si dissolva nella dimostrazione di potenza.  Non è questo il modello proposto per il successo? Il maschio dev’ essere adeguato alla funzione che aveva a 20 anni, così esaurisce il genere. Eppoi quanta intelligenza si risparmia in una dimostrazione di potenza, quante domande in meno sui rapporti, sui perché delle relazioni, sul comunicare tra persone. Fatta questa si passa alla prossima, con il mio oxicodone and friends, posso andare ovunque. La mia è, invece, volontà d’impotenza, di acquisizione dell’essere, oltre i limiti della chimica. Del provare senza cilicio, non per mortificare ma per capire me oltreché l’altro. Forse è segno di un’età avanzata pensare che altrimenti non m’interessa, che le domande che mi vengono fatte non sono prive di effetto profondo, che del piacere individuale, già Tommaso d’ Aquino aveva tracciato il limite, sostenendo che l’uomo/donna è autosufficiente a sé. A sé per l’appunto non all’essere davvero con altri.

P.s. La signora Libby Latrina potrebbe usufruire di un pratico servizio anagrafico in Italia che consente di modificare i nomi che possono arrecare nocumento all’immagine. Mi pare che quel Libby sia francamente eccessivo, un po’ osceno, puzza di rifatto e si presta a denigrare la qualità di quanto propone. Chissà quanti lazzi avrà dovuto sopportare la poveretta per quel nome così esplicito. Lo cambi, signora, quel Libby e si tenga la Latrina; quella serve sempre.

P.s.1 adesso che ho lanciato un messaggio subliminale di impotenza per scelta, mi sono giocato la carriera ? 🙂

 

tra poco

 

 

Tra poco sarà l’ora delle terre brune,

di scarpe pesanti per fanghi incipienti.

Tra i colli, le ore si sono raggrumate nella luce,

mentre i giorni si giocano il tiepido, alzando la posta con l’inverno.

Salgo, e la pianura risucchia il rumore,

l’autostrada distante, i lampi delle carrozzerie in corsa,

le case che diradano, i cani che s’annoiano senza padroni.

Vorrei fermarmi per lasciare che la vista m’ invada,

mi ricopra e m’attraversi,

di verdi, di bruni, di cielo che ancora non ha timore,

nel vago senso che finisce il giorno.

 

apprendistato nell’ecologia dell’apprendere

 

Le buone idee sono riciclabili all’infinito, mentre i sentimenti sono monouso.

Dov’è lo spreco?

 

 

gli anni di plastica

La plastica esiste sul serio da 50 anni, prima c’era la bachelite, la celluloide, quelle che oggi sono plastiche da gourmet, di cui i vecchi conservano memoria e qualche vecchia azienda adopera per penne stilografiche di pregio. Quello che è nato a partire dagli anni 50 è stato, invece, usato per fare qualsiasi cosa e deriva essenzialmente dal petrolio. Pensate alla singolarità di questo miscuglio di catene di carbonio, ossigeno ed idrogeno che, nato da vegetali ed animali variamente combinati dalla pressione e dalla temperatura, viene estratto liquido, in parte bruciato ed in parte ricombinato a formare prodotti assolutamente nuovi e mai visti in natura, ma talmente stabili che la plastica prodotta, è quasi tutta ancora in ambiente. Residuo del benessere e dell’opulenza, è in gran parte negli oceani e forma enormi distese di detriti che le correnti concentrano a profondità diverse. E siccome la natura non sta ferma  a guardare, dai microorganismi sino ai grandi mammiferi, tutti si stanno dando da fare per capire se questi oggetti multicolori sono commestibili, immettendola plastica nella catena alimentare. Un ciclo che torna all’ inventore, che piano piano se la divora, nel sushi, nel pesce, nella carne alimentata con farine di pesce, nell’acqua con microparticelle in sospensione, nel latte, nei formaggi, ecc. ecc. Le catene dei polimeri si rompono sotto l’azione della luce, formano polimeri più piccoli, anche se, per ora, non si arriva facilmente ai monomeri, e questo è un freno all’irrompere massiccio nei corpi degli animali e dell’uomo, ma non durerà. Si calcola che sinora siano state immesse in ambiente un miliardo di tonnellate di plastiche varie, polimeriche. Considerato che non si è decomposto quasi nulla, ne abbiamo già per i secoli futuri. In qualche laboratorio si allevano microorganismi disponibili e voraci, in grado di aggredire le lunghe catene chimiche, ma quale effetto avranno queste bestioline sulle catene alimentari e sull’ambiente in generale, non è dato conoscere. Troppe variabili, troppa ignoranza, troppo distacco tra apprendisti stregoni e l’interconnessione che regola il pianeta. Si assume un atteggiamento fatalista, ci si ripete che in fondo è proprio la stabilità della plastica a salvarci, certo non è lo stesso con i pigmenti così mutageni e cancerogeni, e neppure per le molecole ad alta tossicità, ma per ora quelle fanno parte di una vita statisticamente più lunga e quindi tanto male non faranno. Con questi pensieri si lascia passare un effetto di mitridatizzazione che dovrebbe abituare gli organismi, ma non sappiamo se tutto questo diffondersi di ignoto genererà qualche mostro. La paura si arresta davanti alle oltre 6000 nuove molecole chimiche prodotte ogni anno e destinate a finire in ambiente. Cosa faranno? Non c’è risposta. Sarà un male sbilanciato, oppure le nostre cellule troveranno un bene che le equilibri. Chissà; è un ignoto talmente grande che ” il cor …si spaura “, ma non cessa di battere, semplicemente si distrae e quando non si sa, si rimuove e si spera. 

Analizzare i rifiuti  racconta tante cose. L’imprevidenza, la prodigalità, il tenore di vita, le abitudini, i vizi, le buone pratiche. In un’epoca apparentemente senza classi, i rifiuti definiscono i confini sociali. Hanno cominciato gli americani in sociologia, a scavare nei cassonetti per anni, prima per definire la middle class, e poi per fornire i dati alle aziende, oltreché alla comunità scientifica. Le abitudini e la capacità di reddito hanno un notevole valore nel programmare i consumi di massa ed i livelli di accesso al censo. Ma la plastica è trasversale, non definisce un confine di classe o di censo. Le borse di Vuitton dei cassonetti sono quelle napoletane o cinesi e non si era prevista la Cina, il vero re della plastica e dei nuovi consumi di massa. La plastica conformerà gli uomini, il mondo lo sta già conformando. E sarà un mondo fatto di plastica cinese, di bassa qualità, imprevedibile nella sua decomposizione e nella sua azione sugli organismi viventi. Ma in fondo a noi non è mai importato troppo degli organismi viventi e tantomeno dell’ambiente. E in fondo a Gea non è mai importato molto dell’uomo. I prossimi 50 anni saranno interessanti da questo punto di vista, ma in questa progressiva riconduzione degli individui dal sociale al personale ognuno se la vedrà da solo. Al massimo si medicalizzerà anche la plastica, non i comportamenti o la produzione. Solo la fine del petrolio permetterà un argine, ma manca ancora molto a questa svolta e quello che si produce, intanto finirà negli oceani, ad attendere, sornione, il morso del primo pesce o che il plancton lo ingoi senza decomporlo. E’ una spirale che con un balzo d’ingegno si ricondurrà all’inizio e ad ogni giro ciò che troverà sarà mutato. Ma nessuno ci pensa troppo, non sono gli anni di plastica questi? Facciamoci un Campari, và…