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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

la lingua segreta delle donne

 

Ci sono angoli preclusi all’uomo, luoghi dove non entrerà mai, sia che si sforzi ed agisca per convinzione o prepotenza.

In Cina nacque una vera lingua, con letteratura, insegnamento parallelo, sogni e realtà d’un mondo altro, segreto  e interdetto all’uomo. Che del resto non se ne curava, tronfio nella sua convinzione d’essere superiore e domino.

In Grecia, ed ancor prima, forze telluriche si ripetevano nei misteri dionisiaci, mondi potenti e paurosi, segreti veri, in grado di fare a pezzi l’autorità e la convenzione del ruolo maschile.

In maniera molto più immediata, oggi, nel mondo dei blogs, molte donne hanno una vita diversa e propria, segreta rispetto a quella quotidiana. E parte del loro mondo viene finalmente narrato, esposto sulla soglia della penombra, generando soddisfazione senza mostrarla, concretezza al sogno, nel mentre, al massimo, gli uomini cercano la realtà.

Coltivare il segreto alla luce del sole, è un invito all’essere nascosto e vero che alberga nel profondo a superare la soglia della confidenza. Al leggere tra le righe, all’alludere e all’ intuire, in un gioco di rimandi che maschera l’esplicito, lo confina quasi a mera superficie. Solo le confidenze tra donne, altra pratica che gli uomini non capiscono, al massimo temono e solitamente rimuovono, possono avere tanta esplicita alterità.

La potenza di internet è di poter essere altro per essere sé stessi, e supera le convenzioni, l’educazione, la norma del lecito definito. Chi più delle donne, oggetto massimo di convenzioni e limiti, poteva intuire la forza scardinatrice di una “stanza tutta per sé” esposta ed al tempo stesso segreta?

Le donne immettono potenziali seduttivi sconosciuti, emerge un don Giovanni femminile ignoto anche a chi lo esprime. Esse stesse assistono, con meraviglia, ad effetti che hanno legami labili con la causa, come venisse letto il pensiero prima che si formi, il desiderio inespresso, l’allusione finalmente colta nella sua potenza ammaliatrice.

Gli uomini, al massimo, possono seguire, intromettersi prepotenti, ostentare forza, intelligenza o stupidità con lingue povere, ricche solo di codici banali. Coercendo e parlando d’altro, come accade in casa, quando basta alzare la voce, deviare il discorso, usando priorità ch’essi stessi hanno bisogno di credere più forti della comunicazione. Quante volte la differenza è lo sport, oppure la politica, o il discorso volgare, oppure il lavoro mai compreso, ma comunque più importante? Qualsiasi peculiarità “maschile” viene assunta a diversità equipollente, basta illudersi sia sufficiente a ristabilire distanze e supremazie, come pensare che basti possedere un uccello per fare la differenza.

Penetrare la testa delle donne è una presunzione, un tempo si pensava bastasse ridurle a schema compreso nel ruolo, oggi anche il silenzio, suprema risorsa del capire, è insufficiente. E le donne lo sanno, quelle interessanti lo sanno, e sorridono, giocano, parlano tra loro e a chi intende, nella lingua segreta dei cicli, dei sottointesi, della seduzione del diverso alto. E lasciano che gli uomini intuiscano la loro minorità, l’esclusione inclusiva, il vedere senza capire davvero. Così, senza cattiveria, solo per coscienza e diversità.

p.s. per capire, anche solo malamente, bisogna fare fatica e considerarlo utile, altrimenti il parlare diventa rumore di fondo.

 

 

lo metto nella lettera a babbo natale

ma come avrà fatto a capire che giocare a base ball con i miei testicoli è sempre stato il mio sogno inespresso?

DA: baileyjexoxi47@audiotrack.it

OGGETTO: E Possibile con i Vostri Giochi di Baseball Testicoli

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La Tua Ragazza Sara di Rottura con Orgoglio Super, e per il nostro prodotto deciso Do! La tua ragazza non ha mai visto un lungo e rigido arto Visto! Essa ha gia aiutato migliaia di uomini, il diritto di lunghezza per la sicurezza. Quindi non esitate, anche, l’ordine e iniziare finalmente a vivere!

Adesso capisco a cosa serve l’esame di lingua proposto dalla liga: qua non si capisce qual’è l’affare, il negossio, il cosa l’è  ! Comunque lascio il link

Carlo Michelstaedter

 

“L’assoluto non l’ho mai conosciuto, ma lo conosco così come chi soffre d’insonnia conosce il sonno, come chi guarda l’oscurità conosce la luce.”

Carlo Michelstaedter

Se passate per Gorizia, oltre a godervi la città, assolutamente mitteleuropea in questo periodo, passate alla Fondazione Cassa di Risparmio, c’è una mostra sulla vita di Carlo Michelstaedter. Ne vale la pena per ri scoprire un giovane senza tempo che pensava in greco antico, ragionava e viveva nel presente, sentiva l’Italia come patria e non cessava di essere tedesco e giuliano assieme.

l’ho amata questa mattina

 

L’ho amata questa mattina. Quando l’ho sentita entrare nel tiepido del letto, ancor prima che nascesse.

L’ho amata nel cielo grigio senza luce, nella prima pioggia dopo il freddo della notte.

L’ho amata, nella sua luce d’ acquario, nel profumo del caffé che sale, nel sottofondo di radio 3.

L’ho amata col senso di inermità che mi rende forte, con la pelle scoperta pronta ad essere ferita, con i sentimenti senza filtro.

L’ho amata perché cancellava i sogni, toglieva gli alibi, mi parlava di me e non d’altri.

Quando pensavo d’essere un guerriero le mattine le vestivo d’un drappo da battaglia, le accompagnavo con canzoni amate. Adesso, invece, questa, la tengo stretta al giorno, le scrivo un mantra che m’accompagni, glielo sussurro finché l’attraverso e sarò un viandante con una meta ed uno scopo.

non farà male, non così tanto da piegarmi.

Passerà se non rifiuterò di percorrerla, passerà con un pensiero, una carezza ed uno sberleffo. Passerà ed io me ne ricorderò.

 

 

io odio

Io odio gli auguri di natale, i sorrisi di convenienza, i baci senza bocca, le domande senza interesse.

Io odio le conversazioni senza oggetto, i luoghi dove far passare il tempo, i saluti da recapitare.

Io odio le barzellette sentite troppe volte, le risate per far gruppo, le parole tra le righe.

Io odio gli uomini che ti toccano parlando, le donne che mostrano il corpo senza allegria.

Io odio la convenienza, le finte amicizie, il dover essere per esercitare il ruolo.

Io odio il cibo e il bere senza compagnia, le cene che aspettano solo il conto.

Io odio chi rende tristi i musicisti e i comici alle feste.

Io odio troppe cose senza aver mai odiato.

Per questo bisbiglio:lasciatemi solo, sono un animale, educato, ma animale, e a volte mordo ed azzanno.



una questione privata

C’era un cinema estivo vicino a casa. All’aperto, col rischio del temporale, gelati mezzi sciolti, e sedie a listarelle di legno. Lì vidi per la prima volta : la grande guerra. La sera dopo ci portai mia nonna. Non gradì, si offese. Lei, così ironica, non riusciva ad immaginare che si potesse ridere sulla tragedia che le aveva portato via il marito e sconvolto la vita. Le serviva una ragione per mitigare il dolore, ma la ragione non c’era. Dal mio canto, forse per la prima volta, capii che si poteva ridere anche dopo la morte, che la tragedia si univa all’uomo anche attraverso il sorriso, che così il dolore ritrovava la sua dimensione e rendeva possibile la vita.

Delle polemiche di questi giorni non parlo, chi ha rispetto per la vita deve rispettare chi se la toglie, magari rispettare meno chi butta via quella degli altri, ma i nostri moralisti tacciono su questi ultimi ed alzano la voce sulla coscienza alta. Paura? Forse. Di chi rifiuta, che al pari di chi resiste, e ha una dignità sconosciuta ai più, guarda in faccia con il libero arbitrio e non cala lo sguardo.

Penso a Monicelli, al suo incarnare la definizione di pessimista, ovvero l’ottimista che sa come vanno a finire le cose. Penso al termine alto di comedia dove l’uomo si rappresenta, non viene rappresentato. Penso all’essere di sinistra di Monicelli, così tranchant, privo di fronzoli e con la libertà di dire, insofferente perchè la sofferenza non è uno stato della normalità, perché in accordo con la convenienza, col tornaconto. Già, sinistra dovrebbe essere libertà di dire e di essere, rispettando il soggetto, ovvero l’uomo.

Era Lui, con i suoi privilegi di cui era cosciente, con la fortuna d’aver fatto un mestiere che gli piaceva, con i silenzi che venivano interrotti dalle battute al vetriolo, dai giudizi senza appello. Eppure lo immagino guardare ironico, il disputare di questi giorni, e dire con la faccia seria: mi fate un po’ da ridere.

Lui, un presunto cinico, era esattamente il contrario del cinismo, così lo percepivo nei suoi film mai chiusi alla speranza. In Lui, i difetti degli italiani si riscattavano in qualcosa di più alto e serio, pur restando evidenti e veri. Partivano dal grottesco per approdare all’uomo. E’ stato un interprete alto dell’unità del paese, perché le sue diversità territoriali erano forti e condivise, ma ciascuno rimaneva sé stesso con un paese per tutti.

Era vecchio, ma non pareva, mancherà proprio perché rimane.

E adesso silenzio.

marghera requiem

 

Appena fuori gli stabilimenti fatiscenti, stamattina, l’erba e le grasse piante di prato erano verdi. Foschia, vapore dalle torri di raffreddamento, recinzioni cieche di cemento, ferro spinato a tener lontani gli altri, fino ai varchi con stanchi custodi di primo turno. Marghera, già il nome è plumbeo, pesante di lavoro sofferto, di vite consumate in un sogno di benessere. I destini del paese erano anche in questa terra che si disfa, ora spugna piena di veleni che un tempo non erano tali. Non sembrava, non pareva, che si seminasse morte tra le erbe spontanee, la vita in fabbrica era già un privilegio, il lavoro non poteva fare così male. Ora si pensa alla salute, ma fino alla metà degli anni ’70, la salute si negoziava nei contratti: le lavorazioni insalubri producevano indennità. E morte prematura. Ma sarebbe successo, forse, ad altri, od almeno così si pensava. Mentre l’ essere in una grande azienda portava un trattamento aggiuntivo: i figli avevano colonie dove andare d’estate, c’era un cral per far la spesa e le gite, il panettone a natale, la gratifica, il cottimo. Qualcuno si sentiva parte di qualcosa di importante, un’appartenenza al futuro, perché dal suo lavoro usciva il pcb, oppure l’acrilonitrile, o l’acido tereftalico e già i nomi evocavano la dimensione degli impianti, lucenti castelli d’acciaio inox e vetro. Veleni non esplorati, si trova solo quello che si cerca, m’insegnavano in laboratorio, non indagati. Presenze che intaccavano silenti, fino alla consapevolezza, ma allora era troppo tardi. Quanto contò medicina democratica, l’unione tra conoscenza e sapere pratico per disvelare le ragioni delle malattie da lavoro. Un esempio di interclassismo forse senza eguali nella storia dell’impresa. Altre sensibilità, altre percezioni del lavoro e del suo ruolo sociale. Della solidarietà.

Mi raccontano che da molto ormai, nelle dismissioni c’è paura da parte dei compratori, non si sa cosa si compra davvero. E non bastano le certificazioni, nella testa della gente, qui il requiem è già stato eseguito, anche se continua a suonare in ogni mattina, in ogni strada, nell’acqua sporca dei moli, tra i cefali che crescono indisturbati vicino alle bricole, dove è vietata la pesca da anni. Che accadrà in futuro di questi terreni pieni d’alberi ed erba senza verde? Quello che si legge nella texture di grigio cemento, acciaio, e verde è la tavola degli elementi, non l’uomo. Potrebbe essere un luogo senza l’uomo con una vita alternativa, ma la rendita dei suoli, la visione di Venezia ad un tiro di schioppo non lo permetterà.

Non molto distante, si consumava l’ultima difesa della repubblica di Venezia nel 1848, un pugno d’uomini, con una città stremata dalla fame e dal colera resistevano rispondendo ad un sogno, non alla realtà. Servirebbero uomini come quelli: disposti, pronti, senza calcolo o misura di fatica. Chissà.

Guardo attorno e il requiem è la falsa immagine del verde che diventa colore senza vita.

 

la vita sobria

Un rivolo giallo, denso d’argilla si stacca dal cumolo di sabbia e sassolini nel vicolo. Lentamente conquista centimetri verso la grata, segue i principi del minor sforzo, della via più breve, mentre lotta contro il vento e la pioggia che dilavano l’asfalto. Sovrappone pazientemente strati di particelle impermeabili, in una scia che s’ingrossa sotto l’effetto dell’acqua: ciò che lo minaccia nel suo successo è ragione della sua crescita. Facile per un pensiero trasversale cercare analogie umane, regole che aiutino a capire. Quando si esce dal contingente, ma resta la sofferenza di fondo, i fatti hanno bisogno di elevarsi. Di assumere un’evidenza probante nell’epica delle nostre piccole vite. Far capire ciò che ci accade nel contrasto di forze che prostrano: l’essere, il dover essere. la propria natura, la ricerca dell’essenza. Proprio quest’ultima assume il rango di legge fondamentale, il cui sembiante sembra essere la vita sobria. L’equilibrio dinamico del non dipendere, neppure da sé.

Stanotte il vento ha giocato con i camini,  anche il rosmarino è stato coinvolto ritmando le folate sui vetri della terrazza. Ascoltavo nel buio relativo della città, e la vita sobria sembrava ad un passo, intrinsecamente quieta come il tepore del primo inverno.

Ciò che sembra minacciarci nel successo è ragione della nostra crescita. Basta trovare la legge che ri compone le forze, che senza assegnare posti, indica una direzione. In una direzione c’è posto per le passioni, la vita sobria le contiene, le enfatizza e le pone nel loro ruolo di motore della vita.

Non vorrei che qualcuno mi togliesse il peso, ma che il vivere assieme fosse un capire il senso e m’ aiutasse a mutarne la ragione nella libertà.

Il vento ha trascinato le nuvole nella notte, le ha addensate in pioggia, che ora scaglia contro il tetto, sui vetri. Suoni nervosi, ricchi di fretta di concludere, come i rapporti senza stima e condivisione. Mentre scie di goccie al buio s’ ingrossano e rincorrono veloci; a loro modo passioni che pongono regole individuali e non si mescolano alla furia del temporale. 

Vorrei scrivere con le goccie di pioggia, disegnare con la sabbia, costruire il mio mandala di regole talmente labili che solo la loro consapevolezza sia ferrea.

Dal cumolo di sabbia, giù in basso, inizia la lenta marcia del rivolo giallo verso il chiusino: percorso breve, minima energia per il fine, pazienza e costanza che governano, assecondando, il moto scomposto dei contrasti.

La regola della libertà, è la congruenza con il fine, non il fine stesso.

Particelle d’argilla si sovrappongono, procedono, conquistano. La vita sobria ha il colore meraviglioso del sole ed è sintesi di ogni forza scatenata nella notte.

 

facciamolo diverso

Nettar via, il braccio usa il taglio della mano, percorre il tavolo con un arco, ri pulisce. Briciole, giornali, idee senza idee, vuoti a perdere. Ri è il suffisso del già fatto a cui appendere le azioni nuove. Si conosce all’odore quello che non va, il ri-permettere di far di nuovo. Anche gli occhi per vedere e leggere, per guardare ed attirare, a sé, sono nuovi in questo contesto. Com’è necessario sia, per provare ad essere non per interposta persona, per provare a sentire in proprio. Senza pescare nei nomi per un erotismo di accatto, per non riflettere su sé gli specchi d’ altri amplessi. Per non scivolare negli standards privi d’oggetto: sotto la sesta non è amore, devi cambiare molto spesso, sono i numeri che contano, ma non quelli che hai addosso. The italian way d’adesso, il parlarne con la giusta distanza, è resistere, contrattaccare, esistere. Già, perché il problema, la necessità, è esistere in proprio, trovare i riferimenti, le voci con cui parlare, il rifiuto del lamento. E dirlo, infine dirlo, che la politica è altro, che la vita è altro. E sussurrarlo nell’orecchio finché si fa all’amore, dirlo, perdio, noi lo facciamo diverso, davvero diverso: lo facciamo per noi e basta.

 

sbavature di suono

I suoni si gonfiano dalla vecchia radio;

morbidi sul rumore di fondo

assomigliano a colpe mai perdonate.

Onde medie e valvole imprecise, per scelta,

oggi riportano ai rumori/tepori d’infanzia,

agli elastici un po’ lenti,

alla voglia di rimettere a posto indumenti

negli accordi che sbavano appena.

Basta tendere l’orecchio e s’ intuiscono pensieri,

che infilano imbuti di note:

pare, m’era sembrato, mi pareva,

bianchi e neri di suoni, simmetrie di sentimenti, rimbalzi.

La musica ? Non ci salverà, come i ricordi.

Il pensiero è altrove,

nella luce d’inverno che corre presto nella notte,

rossa ed umida,

e fa vibrare di carezze il cuore.