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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

canto terrestre

A non credere ci son vantaggi,

e solitudini senza luce,

fatte di quel bujo che aspira la vita, e toglie alibi ed appigli,

al salire e scivolare e riprovare,

nella sequenza infinita del Sisifo che non muore.

La terra si scuote,

vibra sempre tutta, di noi indifferente,

se non sappiamo leggere o capire,

e l’uomo, appeso al ciò che crede, sussurra di non chieder conto di ciò che accade.

Ed intanto,

riparare, consolare, nella paura che resta e si confina nella fede.

Di cosa e di chi? E dei fili strappati che dire, allora?

Se le vite cancellate entrano nella contabilità del fato, resta l’ansia del giorno,

l’insicurezza che nulla e nessuno, per noi governi,

et non nobis domine, perché

ci toccherà davvero solo ciò che c’accade.

A noi.

Ciechi pazzi solitari, senza speranza,

mentre dovremmo stenderci sulla terra,ed amarla.

Amarla  d’ attenzioni tenere, ogni giorno,

sentirne il flusso ed il respiro unisono,

capirla ed esserne tutt’uno.

Congiungersi nella morale della terra, che non usa e non è usata,

morale d’essere, religione dell’esistere priva di domande che portino altrove

paura e responsabilità.

Noi, qui, adesso, senz’alibi di vestiti, a vibrare assieme

e muti di parole, sentendo,

anche la paura sentendo, quella che fa stringere i cuccioli,

che abbandona le cose e corre nello spazio aperto,

quella che stringe ciò che è caro, e posa e capisce,

non la furia tua che non esiste, ma l’ amor tuo indifferente,

di maestra senza ammonimenti, che rimette in ordine le cose,

e noi, consegnandoci ciò che importante è davvero.

Nelle mani, aperte, che sanno d’erba e di terra, di roccia e d’alberi,

di pelle e di ferite, di piacere e di respiro,

palmi da aprire e posare, per ascoltare non per dire,

e poi portare al viso, ed annusare,

respirare te, che vivi con noi, e non per noi.

A te non chiederò ragione, di te mi fido,

non ho nulla da credere, posso solo amarti e scoprire,

qualcosa, oltre ciò che vedo, sentendo, ascoltando,

e so che di tutto questo tu farai di me uno, come hai sempre fatto.

E tanti.

E di questa unicità che non si trasmette, lascerai traccia per riconoscere chi,

come me ti ama, e condivide,

e resta uno, e non solo.

 


non sono mica cose serie

 

 

Due disinteressati della vita. Una donna e un uomo. Non si conoscono, spesso mi telefonano. Li chiamano aspiranti suicidi, ma non è il loro modo di sentire, semplicemente non gli interessa più vivere. Si lasciano andare.

Oltreché ascoltarli, non so che fare, sono vite diverse dalla mia, ma neppure tanto, potrei essere al loro posto. La donna è in crisi d’amore. O forse l’amore è il punto acuto della crisi. L’uomo è in crisi per il lavoro, ed anche in questo caso il lavoro è l’epifenomeno di un disagio precedente. In realtà non sono fallimenti, ma incapacità di vivere il presente, di affrontarlo ogni giorno. Bisognerebbe andar via dalle case piene di memoria, azzerare il peso di questo vivere troppo pieno di modelli di felicità. Glielo dico, ma non ascoltano. E questo contesto non aiuta, sta intossicando con l’indifferenza e l’isolamento ed aggiunge veleni ai veleni autoprodotti.

Di sesso e amore non so parlare con leggerezza e neppure di lavoro: dalle lenzuola stropicciate vengono rumori e sentori particolari, impronte che parlano d’altro. E delle mani e dell’intelligenza dei lavori a progetto cosa vuoi che resti? E’ tutto così labile.

Non posso parlargli di me, ascolto, forse vogliono anche quello, ma l’esperienza e il mio ottimismo non gli basta. Hanno tirato i remi in barca ed io non riesco a rispondere nulla sulle richieste d’aiuto. Allora mi prende uno scoramento, una tristezza infinita da inanità, come fossi il rappresentante di questo mondo che tutela la vita a parole e spinge nella disperazione le persone. Non possiamo salvare tutti. Non possiamo salvare nessuno, tranne noi stessi e dare una mano. A volte neppure quella. E non girarci dall’altra parte. Quanta tristezza in tutto questo.

riepiloghi

 

La conosci la ballata delle passioni? La sensazione dell’assenza di limite che surroga il senso di morte. Il frequentare la paura di perdere  per cacciare il terrore vero del vivere, di fermarsi e guardare cosa accade davvero intorno a noi. Si camuffa la vita per paura della morte, la si riempie fino a scoppiare, ma anche la curiosità trasale se guarda dietro un angolo scuro: la nostra impotenza desolante, cosa ci accade davvero.

Ho riempito la mia vita per anni. Da sempre. Poi si è costruita, nella pazienza dell’errare, una filosofia personale, qualcosa che permette di guardare il mare, oppure il colore dell’erba con una grammatica di regole affettuose. I pensieri scorrono, danzano di parole con senso di risonanza, che valgono per sé, per riconoscere e conoscere, e non si possono pronunciare. Un toccare, scivolare, fermarsi, immergersi in una persona, un fatto, una sensazione che non se ne andrà e poi ripartire. Nella  mia filosofia del vivere, ciò che manca è molto più di ciò che c’é, ma non pesa. Verrà. Forse. Oppure no, ma allora non importa davvero.  Lo so, lo dicono i delusi, gli insoddisfatti di me. Lo hanno sempre detto: se non mi vuoi non mi meriti.

Le parole, adesso,  auto convincono a fatica, c’è necessità che i tasselli si incastrino per reggere l’edificio. Sono stanco di profezie che ci modificano per realizzarsi, abitudini care che diventano prigioni. Quando tutto questo emerge, allora c’è bisogno di andare, ovunque e comunque, basta sia oltre la paura che ciò che si conosce, a partire da noi, ci  interroghi.

Andare è un bisogno, governabile ed incoercibile che sogna di azzerare. essere nuovi, non avere memoria del passato e del presente, impedire che cose e persone attivino ricordi, domande, possibilità: un rinascere adulti.

Forse.

Nell’andare resta la coscienza di sé, l’unico ambito da cui non si sfugge, e che, per davvero, non si vuole azzerare. E neppure il passato si vuole sfumare, nel tenere il buono di sé, piuttosto avere un vivere davvero nuovo per uscire dalla costrizione delle abitudini, dall’obbligo del ruolo, dall’immagine troppo conosciuta di sé.

Ti guardo in faccia, ti racconto la mia tempesta silente che ti segna, ti scuoto con le parole e tu, in silenzio, ascolti furia e richiesta d’ amore. Finché stanco, taccio e ti chiedo, solo con gli occhi, almeno d’aver capito. Ma sei solo uno specchio, una projezione sfuocata che si precisa. Con te posso mettere davanti quello che conta e che può essere condiviso davvero, la mia immagine, ad esempio, ma tu rifletti anche altro; quello che posso dirmi sottovoce, quello che m’accompagna e fa andare. Non invidio quelli che sanno dove andare, non invidio le certezze, neppure chi evita le domande, e neanche i collezionisti invidio. Nella mia confusione amo questa spinta ad andarmene, senza una meta che non sia me stesso, ma non per me solo. Condivido, estraendo parole giuste con fatica, selezionando molto gli ascolti, ma condivido profondamente. Nel guardarti nello specchio, cerco le tracce di ciò che sarà, non di quello che è stato. E andare, è libertà dal conoscersi, dalla noia di sé.

Anche col rischio della solitudine.

Dividere-con è chiedersi qual’è la spalla su cui vorresti mettere il riso e la disperazione. Se esiste, quello è il porto e il luogo in cui riposare.


la prima donna

Svagato. Mia  madre accolse questa definizione di me con sollievo. Le sembrava, credo, una condizione dell’età, quasi un peccatuccio veniale da perdonare con pochi ceffoni terapeutici. Insomma rispetto al solito “potrebbe fare di più”, che a lei, donna che faceva molto, infastidiva assai, questa definizione pareva un miglioramento. Capiva che non dipendeva dalla volontà, e neppure dall’intelligenza così riottosa a disciplina e regole. Era un perdersi chissà dove. E questo figlio, così poco pratico nei lavori, abile solo in ciò che amava, era certamente altrove. Ma se si perdeva in tutta quella fantascienza che leggeva, ed era contento di qualche suo sogno, comunque sarebbe tornato. Oh sì che sarebbe tornato, magari a ceffoni, per posare i piedi per terra.

E lì, s’inteneriva. Forse pensando ai suoi sogni di ragazza, mai cresciuta del tutto, nonostante la guerra, due figli, il marito troppo spesso lontano, le difficoltà economiche, sentiva che il tessuto di quelle nuvole era cosa che aveva conosciuto e che da qualche parte viveva ancora.

Svagato. Sembrava appropriato per questo ragazzo che s’allungava, che era già più alto di lei. E pure lei non era bassa, anzi. E magra. E anche lui era stato magro. Sin troppo. Ma adesso stava bene, solo che la testa se ne andava per suo conto. E correva, anche in quello che apprendeva, correva, ma poi si fermava e continuava altrove, su cose sue senza né capo né coda. Faceva il minimo, s’occupava d’altro, leggeva e giocava molto. Da solo o in compagnia, svagava.

Qualche punizione ripetuta, qualche controllo più stretto, e forse quello svagare si sarebbe mutato in concretezza. Sarebbe riuscita a farlo camminare da solo. Senza paure.

E di nuovo s’inteneriva: svagato.  Proprio come un palloncino rosso.

p.s. c’è una foto in cui mi guarda e si capisce che è indecisa, ma che comunque, per amore, non m’avrebbe forzato mai.

notturno

C’è un gioco che frequentano i sognatori, i silenti, gli ottimisti ed è quello di far incastrare le tessere di un puzzle immaginario che hanno in testa. Non si accontentano della realtà, vogliono leggere gli occhi, trovare una traccia profonda della persona in una fotografia, misurare un pensiero per trovare corrispondenze. Immaginano perché non s’accontentano della realtà. Spesso prendono cantonate, forzano qualche tessera dove non vuole entrare, sono pazienti nel ridisegnare, disposti a riconoscere gli errori, vorrebbero cambiare il disegno, ma soprattutto non smettono. Eppure la realtà la conoscono bene, non la rifuggono, il tangibile piace, è necessario, ma oltre c’è questa sensibilità che non si sazia, che ha bisogno d’altro, che scava nelle persone perché non s’accontenta di superficie.

Mi soffermo a guardare una fotografia con attenzione, ascolto come mi parla, collego parole, fatti che si ricompongono e mi pare di capire. Non capisco mai tutto, è un processo che gradatamente mette a fuoco. Prima si indovinano i tratti essenziali, poi, via via, i particolari; è come se il superficiale e fugace diventasse più intenso ed indelebile.  Che avesse bisogno di radicare per capire. Le ore della notte sono propizie, i pensieri sono onde lunghe che accompagnano verso la quiete, anche le sensazioni acute si ricollocano, così le gioie ed i dolori. Come se tutto restasse aperto e più lieve, in attesa di essere meglio assimilato. E’ il contrario della velocità, è il tempo delle persone che vive di occasioni, ma non è tempo da consumare.

Bisogna mettere da parte i cassetti in cui si collocano sbrigativamente i tipi umani, sfumare il mi piace, non mi piace, il bianco e il nero, sentire la differenza, il colore interiore, i mezzitoni. Studiare un volto, un gesto, un’emozione e collocarli su un tono di voce. Cercare di sentire cosa dicono le persone davvero, non solo l’immagine o le parole. Dov’erano i pensieri, cosa sentiva chi veniva ritratto, l’anima dov’era?  Immaginazione e sensazioni. I sentimenti opposti trovano collocazione, insieme, come fosse tutto mescolato e si dovesse estrarre, dipanare per trovare una cifra profonda.

Lascio che la sensazione di capire meglio mi entri dentro, conservo il dubbio d’aver capito, ma non fa male, non tocca l’attenzione che esercito. Non è più neppure un gioco. Di sicuro si svolge in un campo affascinante e difficile. Sarebbe bello poterlo confrontare, ma quasi mai è possibile. Manca l’unità di tempo, spazio e luogo. Si può aggiungere l’asincronia, e tutto converge verso l’impossibilità di comunicazione.

Pensieri notturni bevendo tisane scadute. Cose da sognatori, da sensitivi, da ottimisti, attività da perditempo, poco utili, se non a sé.  

la parola della settimana: accoglienza

Pozzallo non è un grande porto, più o meno un milione e mezzo di tonnellate/anno. A fatica due navi in banchina, e neppure grosse: una ottantina di metri e 20.000 tonnellate al massimo.

La banchina allinea cumuli di sfusi, granaglie, cemento, legno e ferro. Pochissimi containers, un paio di volte a settimana, da Malta, arrivano i negozianti a fare il carico di orto frutta per abitanti e turisti. Storie di banchina, senza blasoni di conquiste, qui non siamo a Venezia, Genova o Trieste, si corre, si fatica, si cresce lentamente.

Mi è tornato alla mente il colloquio, in un officietto arrampicato sulla banchina, con un operatore del porto.

Vede – diceva- e il braccio indicava la prosecuzione della banchina verso il frangiflutti, abbiamo navi in rada che attendono. Lo sa quanto costa un giorno di attesa? Ma non è possibile mettere più di due navi in banchina, spesso solo una. Lavoriamo giorno e notte e non cresciamo. Sono quelle – e la mano quasi percuoteva una distesa di vecchie barche, alcune sfondate, in gran parte di legno dipinto d’azzurro- che non sanno dove mettere e che stanno invadendo il porto. 

Poco lontano, in un magazzino vuoto, appoggiati o seduti per terra, c’erano una quarantina di africani. Un tavolino e una sedia di plastica bianca, un poliziotto che scriveva, due volanti a fare da barriera. Era l’arredo del centro di identificazione o, forse, di prima accoglienza. La barca era ancora spiaggiata, erano arrivati nella notte. La procura, con il sequestro, l’avrebbe aggiunta alle altre come corpo del reato, in attesa di chissà quale improbabile asta. Nulla da conservare, solo legno da smaltire, neppure buono da bruciare.

Mi chiedo cosa accada in questi giorni a Pozzallo, quanto le regole renderanno la vita difficile a tutti. Agli immigrati, alla polizia, ai magistrati, agli operatori del porto, a chi ci lavora. In questi giorni è circolata la notizia dei primi (?) 7000 iscritti nel registro degli indagati per immigrazione clandestina. Una necessità (?) della legge Maroni, adesso si nomineranno i difensori d’ufficio, lo stato li pagherà, nel frattempo una buona parte degli immigrati sarà andato chissà dove, speriamo non restituiti alla Libia.

Le regole confliggono con l’accoglienza, non la disciplinano. Diventano la prigionia della realtà: c’è un mondo in fuga e l’emergenza si avvita in carte e procedure. Accoglienza, una parola antica, pronunciata e sacra quando gli uomini erano “feroci”, poco organizzati e privi di leggi. Qualcuno dalle mie parti mi dirà: accoglili a casa tua. Ho già risposto: ma a che mi servirebbe vivere in un contesto organizzato, in una società, se questa mi trasferisce intatto il problema dell’emergenza. E’ l’equivalente dell’arrangiati, quell’arroganza che ci porterà a disgregarci, non a conservare il benessere che abbiamo. Come posso, e non da solo, aiutiamo, diamo una mano perché le persone possano vivere nei paesi da dove vengono, ma questo implica una gestione dell’accoglienza, non lasciare il problema a Pozzallo o a Lampedusa, o a Santa Caterina dello Jonio. Accogliere non è disgiunto dal creare le condizioni per il ritorno, significa essere umani.

Intanto l’ingiusto diventa grottesco e la norma si ritorce contro chi l’ha emanata. Prigionieri della lettera, ciechi della realtà.

 

 

grecale

Anime che cadono in vortici a spirale,

tardive foglie,

pacciamatura di vita,

ed il vento affila le sue armi,

spiana il prato, percuote, insinua.

Ironia nell’amore, che racconta di trame intessute d’aghi di pino,

mentre il vento leviga intonaci di fortilizi pieni di vuoto:

s’è aperta una porta, ha sbattuto una finestra,

ma gli ansimi, perdio, quelli sembravano…

Nel vicolo una bottiglia di plastica corre giocosa,

con rumori secchi tra gli stretti muri,

è solo vento che pulisce l’aria,

rimette ordine, sparpaglia carte di supermercati, foglie nascoste,

e porta pezzi di note, si lascia derubare

di sguardi, di svolazzar di gonne e di cappotti.

Dentro al bar, guardo oltre la vetrina.

Aspetto, 

mi parlano, e sento le parole che escono

via nel vento,

senza traccia.

 

il lieto fine

Esiste un collegamento tra la libertà dell’amore e la fine tragica di gran parte dei racconti, romanze, opere che trattano d’amore ?

Solo nelle favole è ammesso il lieto fine, come se la vita reale avesse in sé i motivi per la scontentezza, infelicità, morte nel vivere comune. E non fosse possibile altrimenti, se non attraverso il prevalere dell’uno sull’altro, l’adattarsi, il ridurre il sé. E se invece di sono come tu mi vuoi, fosse sono come sono, che accadrebbe? Chi è arrivato fino a questa riga, si fermi un momento, perché vale molto il sono come tu mi vuoi nella realtà amorosa iniziale, ma questa condizione implica subordinazione e dopo l’entusiasmo iniziale, l’adattarsi implica un rapporto paritario.

In questo confronto tra sessi, che non voglio banalizzare, un punto di nascita c’è, ovvero l’idea dell’amore ottocentesca, dove la libertà di scelta è mitigata dall’eternità ed il sesso sublimato nella vicinanza assoluta/appartenenza. Dai beni economici ( la dote) si passa alla persona, come oggetto di scambio per la libertà amorosa. Ma visto che non siamo nell”800 se si introducesse l’eguaglianza vera, come muterebbero i finali delle storie? Eguaglianza significa reciprocità, possibilità equivalenti, libertà di essere ciò che si sente. Una quarantina d’anni fa ci fu un approfondire questi temi, provando e riprovando galileanamente. E si pensava che queste idee che sembravano così ovvie e lievi da non trovare peso oltre il ragionar cortese, fossero invece di grande impatto su molta della violenza che esisteva nei rapporti d’amore. Quello che ne è venuto, è solo un processo in corso dove coesiste il vecchio ed il nuovo. Forse il passo decisivo in più, è proprio la possibilità di ragionare e di convincersi su questa relatività che accompagna la libertà, come pure della non necessità che uno si debba modificare così tanto da non essere più sé stesso, ma che il discrimine dell’amore sia proprio l’accettare l’altro fino al punto di dire: oltre questo non riesco ad arrivare, non siamo fatti per stare assieme ovvero, abbiamo tanti punti di convergenza, accontentiamoci di questi.

Educare al lieto fine significa ammettere che solo le persone contano, che le storie proseguono, che la fatica di stare insieme implica interessi condivisi, che la sopraffazione non paga, non trattiene, né migliora. Lasciar andare è rispetto, andare è una scelta, voler bene un impegno.

Propongo la nascita del club del lieto fine, non importa come finisca, ma facciamo in modo che finisca bene. Ovvero che continui.

 

 

 

la parola della settimana: cultura

Il ministro Bondi si è autosospeso, non vogliono accettare le sue dimissioni. E’ depresso, non va al ministero, frequenta un ufficio di partito vicino al palazzo, ma solo per gli affari correnti.

Mai come ora, il ministro, ha incarnato la cultura in Italia: depressa, dimessa, autosospesa. Gestita per gli affari correnti in una sede di partito. A dire il vero, la cultura, il suo ministero l’ha frequentato sempre poco, per quel vizietto della libertà che l’ha tarata agli occhi della politica. Di qualunque segno fosse. Certo che adesso è un po’ peggio, almeno da quando un ministro, più potente del presidente del consiglio, ha detto pane al pane e vino al vino, ovvero: con la cultura non si mangia.

In un paese vicino e forte, le università, la cultura accademica fanno dimettere un ministro in ascesa inarrestabile, glamour, ricco e potente, perché aveva mentito sulla tesi di laurea. E che sarà mai, un dottorato, un sigaro e un cavalierato non si nega a nessuno, qui gliene avrebbero dato ad onoris causa: è intraprendente il ragazzo.

Il nostro ministro dell’economia esprime un parere da osteria sulla cultura e taglia i fondi, studenti e ricercatori in piazza, università anziché mettersi a lutto, borbottano.  Beh, anche sulle leggi razziali 12 cattedrattici salvarono l’onore d’Italia, gli altri borbottavano. Stamattina, in occasione della pubblicazione di indignez vous in italiano, un autorevole sociologo-giornalista affermava che da noi la pratica dell’indignazione non è più penetrante, e soprattutto non è continuativa. Come dire ci si stufa e si torna alla normalità. Qual’è la normalità? Questa in cui annega il paese che considerava la cultura un valore alto, oppure quella che rimette in ordine i valori e lascia che sia il successo, il denaro, il potere a dare identità ad un’epoca? La normalità è entrambe le cose, ci si abitua anche alla forca, ma mentre una normalità fa pensare che la cultura appartenga a tutti e che tutti possano averla, l’altra parla di cose che solo alcuni possona avere e che, come i maiali di Orwell, sono più normali degli altri.

La cultura si nasconde, di moda non è mai stata, tra poco verrà ricondotta là dov’era ai tempi dei poteri assoluti, ovvero a servizio, con una livrea ed uno stipendio che tolga la fame. Devono stare attenti i consapevoli della propria ignoranza, chi è ignorante davvero può scambiarli per profeti e prenderli alla lettera.

Il ministro è depresso, dio è morto e la cultura non si sente troppo bene, proviamo a ridere ed ironizzare, con un compendio geniale, male non ci farà. Non di più, almeno.

 

 


obi mantra

 

 

Difendermi dagli entusiasmi sbocciati senz’ attesa o ragione.

Devo.

Capire un prato che rifiuta fiori di bulbo, ed erba troppo pronta al vento.

Devo.

Cercare quel barattolo di grigio oleoso ,

sentirne il senso e la trementina, che satura l’olfatto.

Devo.

Con fiduciosa ignoranza lasciare che il mondo

nuovi colori regali agli occhi sazi.

Devo.

Difendermi dalle note perdute,

e dal mio strumento bizzarro ed usato.

Devo.

Del muto cantare, essere cantore

in stanze ricche di legno e d’echi.

Devo.

Scrivere la malinconia e la gioia,

disseminando segni su rosse pietre di cotto.

Devo.

Stropicciare trame di tessuto e di tempo tra le dita,

ripetendo rosari laici vuoti di parole.

Devo.

Ricordare a me stesso le cose mai più viste,

ed attendere che nuove, riaccadano.

Devo.

Difendere lo spazio del mio ballo tra necessità e ventura,

gli oggetti senza oggetto,

il tintinnio, il sogno, il desiderio, una nuvola d’agrumi e la scia di rosso che sento.

Devo.

Sentire il nuovo che intreccia i suoi fili

e ridiscute la vita anche mia.

Devo.

La forza, la pazienza, l’acuita sensibilità, la misericordia che esercito su me, il sentire e l’essere.

Mantenere e crescere,

devo.