Vorrei parlarvi d’amore,
di quello quieto,
ma anche dell’altro che ustiona e brucia.
Vorrei dire che un passo,
nell’indefinibile infinito, s’è compiuto,
che l’amore è più dolce e maturo
al tempo della paura,
Vorrei dirlo,
e tra le mani giro il fragile vaso
che contiene il sentire,
è porcellana esile, fine,
color rosso cuore,
se la agiti piano si senton le parole pronunciate,
quelle trattenute,
quelle pensate e poi svanite.
Parole che suonano del tintinnio dolce degli amanti,
sperano come mai sarà altrove,
mentre lamentano ogni patita assenza,
termometri veritieri,
nell’aria dolce di primavera.
Nulla dice che qualcosa sia mutato,
che quel passo di speranza già si sia compiuto,
e come in ogni tempo di bufera
si stringono i corpi,
cercando nell’altro l’unica certezza:
l’ esser soli e salvi,
nell’attimo che non rispetta il tempo.
Ma poi il pensiero afferra
e se pur spera,
già, non muta.
Archivio dell'autore: willyco
sparpagliato cuore
Anime cadono in vortici a spirale,
tardive foglie,
pacciamature di vite scorse,
mentre il vento affila le sue armi,
spiana il prato, percuote, insinua voci.
L’ironia nell’amore, racconta trame intessute d’aghi di pino,
l’aria leviga intonaci di lucertole e di vuoto,
ha aperto una porta nei fortilizi, sbattuta una finestra,
ma gli ansimi, quelli, sembrano d’umani.
Nel vicolo una bottiglia di plastica giocosa corre,
sbatte con rumori secchi tra gli stretti muri,
è solo vento che pulisce l’aria,
rimette ordine tra vecchie carte, foglie che s’erano nascoste,
e porta pezzi di note, si lascia derubare
di sguardi, di svolazzar di gonne e di cappotti.
Dentro al bar, guardo oltre la vetrina.
Aspetto,
mi parlano e sento parole,
escono, via nel vento,
senza traccia.
Sparpagliato cuore.
il kairos, paziente attende

… e poi non è vero che un battito d’ali,
lì, dalle parti dell’Australia,
nel golfo del Leone generi un tornado.
E neppure è vero che questo confuso canto d’uccelli
parli l’unica lingua di chi sa capire.
Ci sono misteriosi segni attorno,
volontà difficili da intendere.
Ma è pur vero che un battito di ciglia riordina il mondo,
e fa risuonare le campane, con un segno nuovo,
e forte,
e caro.
Ma tutto questo è natura,
è scorrere, è disordine apparente,
che accade inatteso nel mistero ordinato dei segni,
e non c’è arroganza nel fluire,
e neppure nella gravità,
per questo se a un desiderio accade d’accadere,
meglio che di volontà propria sia.
E basta.
E nel far di noi bambini nel tempo, attendere,
che riaccada diverso,
se d’accadere avesse ancora voglia.
della mal dicenza

Il racconto procede a salti, come accade ad una cena dove l’interesse è altro e il contorno avvolge le parole. La loro precisione s’approssima, si spezzetta tra un boccone e il successivo, così ciò che ne emerge è un’impressione, uno schizzo a carboncino di qualcosa che comunque arriva e viene elaborato. I fatti si perdono in tempi comuni,: altri ruoli, altre situazioni, ma in una vita ci sono fili che sono principi e quando li si spezza si diventa altro. Forse per questo si tengono così da conto, perché sono identità. Ci si riconosce e ci si ritrova in essi.
A lungo ho meditato sul rancore, sui sentimenti negativi che esso provocava. L’ho scorticato per capire cosa celasse e ho trovato attese deluse, disattenzioni dolorose che testimoniavano dipendenze negate. Un paniere di cose non accadute, di altre conquistate e non riconosciute, fino all’epilogo di un abbandono per manifesta incongruenza tra energie profuse e risultati. Ma ne ho impiegato di tempo per capire che non era il caso, sottovalutando i segnali, l’aria fosca delle conversazioni, il procrastinare delle decisioni attese, poi la libertà del decidere, di condurre facendo errori e cogliendo quello che era possibile. Come finisce il rancore? Attraverso un gesto che è una decisione, una svolta e poi una convalescenza che ripristina la distanza dalle cose. Ci si impiega tempo. Quello che serve finché l’equilibrio viene nuovamente ritrovato, più avanti. In una condizione di vita che ha rimesso a posto le relazioni. Non è questione di torto o ragione ma di come si colloca l’attesa in una disponibilità di altri, uscire dal rancore significa ritrovare i fili intatti dei principi e la libertà di costruire con essi. Tra il rancore e l’invidia ci sono relazioni sottili, ma raramente si pensa, o almeno così mi è accaduto, di essere oggetto di invidia. E invece mentre pensavo che ciò a cui potevo aspirare mi veniva negato ed estirpavo con cura l’invidia dal giudizio, quello che facevo, il ruolo che ricoprivo era oggetto di invidia. Questo emergeva dal discorso che riandava a fatti e ricordi.
I ricordi sono una massa manipolabile, sempre molto sbozzata e riportata in un presente che è molto mutato per noi e per i fatti che accadono, ma se si usa un portolano che ci orienti rispetto ad essi, la rotta si legge e quei fili di cui parlavo, si ritrovano in mezzo agli errori e agli insuccessi che costellano ogni progetto del fare nella vita. I quel racconto a cena emergono persone e giudizi, avversioni che neppure avevo notato visto che il mio lavoro era spesso lontano, che i risultati erano numeri di bilancio, che le cariche erano giustificate solo se c’era una positività nel loro esercizio. Quello che allora non consideravo era che proprio la carica, per me ben meno di ciò per cui prima avevo speso e lavorato, era invece oggetto di giudizio e invidia. Qualcosa mi arrivava ma non ci davo peso e così ho continuato a occuparmi d’altro senza capire che il clima caliginoso, le parole non dette, la stessa freddezza per cui poi decisi di chiudere l’incarico senza nulla pretendere aveva un ambiente parallelo in cui si alimentava. Persone che non conoscevo o che conoscevo a malapena, parlavano male di me senza sapere cosa facevo, quali erano le difficoltà, i risultati raggiunti e quelli falliti. Nulla contava, bastava un giudizio e l’apparenza di una facilità che non c’era.
Male dire è colto nel suo significato più pieno e terribile dell’invocare il male su qualcuno, ma esiste una etimologia più profonda che dovrebbe indurre a controllare ciò che si dice e invece si banalizza. Non sono solo parole ma giudizi che poi prenderanno una persona, un gruppo e questo dovrebbe attingere ai fatti, alla conoscenza, non è gossip, non è leggero, si alimenta il peggio dell’uomo ovvero la sua disponibilità a credere ciò che diminuisce gli altri per esaltare se stesso. Pesare ciò che si dice è un atto dovuto, perché le parole pesano e generano errori in chi ascolta.
Penso che in quegli anni, inconsciamente, si sia rafforzata l’idea che il giudizio nei rapporti sia un sentire indebito e pericoloso. Cosa ben diversa dall’intuito, esso portava a vedere non l’insieme ma il particolare, sostituiva la propria idea dell’altro, o ciò che si credeva giusto, con la persona e la sua umanità.
Si impara da ciò che si sa e si capisce, ma anche da ciò che dentro di noi trova i fili per connettere i fatti a noi stessi. L’inconscio ci vuol bene e ci aiuta a trovarci oltre le negatività, i sentimenti negativi lo sono per chi li prova. Avere una immagine di sé riportata da altri che ci fa pensare a come eravamo, fa pensare e capire cose che ci erano sfuggite, dispiace non aver colto allora, ma abbiamo vissuto e i fili rimangono intatti.
troppo stanca l’anima

E’ una delle ultime feste delle matricole, il ’68 renderà improvvisamente anacronistica questa festa, che riprenderà alla fine degli anni ’70, quando tutto sarà normalizzato. La fotografia è del 1967, scattata su fp4 Ilford, sviluppata e stampata in casa. In quell’anno l’università elitaria diventa università di massa, ma soprattutto comincia a mettere in discussione i meccanismi di trasmissione del sapere e la loro incidenza sulla società. Si capisce che il sapere serve per mantenere potere, soggezione e diseguaglianze se non mette in discussione il suo fine. La conoscenza fino a quel momento, ha liberato poco le persone e la società, se non è stata accompagnata dalla critica e dalla richiesta di cambiamento. Cioè non basta leggere la società, bisogna trarne le conseguenze. E’ una consapevolezza che cresce e diventa collettiva, ma quello che viene poi, dal 1972 è una sequela infinita di errori, di radicalismi, di alienazioni differenti, e altrettanto gravi. La lotta armata, le uccisioni di magistrati e giornalisti, l’attacco al cuore dello stato, i servizi deviati, gli attentati neri, i golpe falliti. Il poligono dei fatti, la stanchezza, le intenzioni diverse si combinano. Ci sarà la restaurazione e il lento scivolamento nell’anomia, nell’esasperazione dell’io perché il noi è insoddisfacente. Il sapere torna nell’alveo della trasmissione delle competenze, non discute più rapporti e fini, si tecnologizza e parcellizza ulteriormente. Si capisce che il sapere di per sé non salva, al più pone domande radicali, anche se aiuta a trovare risposte nell’analisi della realtà e bisogna decidere se ascoltarlo o meno. Nel frattempo la macchina del sapere si organizza, crea competenze alte ed esclusive, ma in campi ristretti, dequalifica come inutili economicamente le conoscenze umanistiche, punta sulla parcellizzazione che allontana le risposte complessive e fa trionfare la tecnologia. Ogni problema singolo ha una risposta tecnologica, ogni malattia del corpo e dell’ambiente riceverà una guarigione. E poiché non può economicamente attendere la coscienza del problema che crea, spesso la tecnologia anticipa la domanda, la crea.
Il bivio tra un sapere che colloca l’individuo nella società e quindi la sottopone al suo vaglio e il sapere funzionale nasce ben prima del ’67, però in Italia diventa coscienza collettiva in quegli anni. I risultati di una meditazione caotica, non per questo priva di acutezza, di fortissimo discernimento, sfociano, anziché nella sabbia che è sotto l’asfalto, come si scriveva sui muri di Parigi, in un grigiore di cemento. Se prima del ’68 l’attacco al territorio e all’uomo, la speculazione, erano un fatto enorme e censurabile, questa pratica divoratrice diventa poi una corsa all’arricchimento di molti improvvisati prenditori. Cresce la scolarizzazione, il sapere eppure aumenta la malversazione, il malaffare grigio, la corruzione, la pratica criminale intelligente. Non c’è correlazione tra sapere e comportamento delinquenziale, ma certamente viene riscoperta da chi avrebbe nuove capacità di critica, l’infingardaggine, il girarsi altrove, il non vedere per interesse. Quindi il sapere abiura alla sua funzione critica e pur essendo di massa non migliora complessivamente la coscienza sociale. Dov’era l’errore? Forse nel dare al sapere una responsabilità che in realtà è dell’uomo, ma anche nella malintesa concezione che il sapere serva a fare e non ad essere.
Quel giorno, è l’otto febbraio, sono molto giovane e pieno di pensieri e speranze, giro per la città con la mia macchina fotografica. Cerco i volti e i particolari, come sempre, le situazioni accennate. Guardiamo questa situazione, dietro l’angolo del Pedrocchi si prepara una sorpresa, sono giovani che vogliono ridere con altri giovani. La giovinezza esplode nello scherzo e nell’ilarità conseguente. E’ un attimo poi qualcosa di diverso attirerà l’attenzione per ulteriore ilarità. In questa sospensione prima che qualcosa accada, è vissuta una generazione e la successiva. Non malamente, si è riso molto. I due della foto si stanno preparando alla vita, non so cosa sia accaduto loro, come le vite si siano svolte. Se penso a ciò che conosco, immagino che le difficoltà e i grovigli non siano mancati, che la crescita abbia avuto luci e amarezze, che l’indole si sia piegata, indurita, che abbiano appreso molto dalla realtà (che è sempre una dura maestra). Sono miei coetanei, e poi hanno avuto occasioni per usare il sapere che questa alma mater gli ha dato. Chissà, e come, le hanno usate le occasioni. Comunque i loro anni saranno stati pieni e di certo le soddisfazioni avranno equilibrato le amarezze. Sono anche certo che c’è stata molta speranza, ma che questa si sarà via via esaurita se non l’hanno alimentata di utopia e di sogni. Hanno vissuto, ma non sappiamo come abbiano impiegato ciò che gli è stato dato, se l’abbiano elaborato e siano diventati eretici rompendo paradigmi, oppure si siano smarriti in nuovi stereotipi del vecchio mondo. Stanno per avere una grande occasione e così li lasciamo, nel 1967, in attesa di una vita che ci sarà.
impossibili kintsugi









Quando qualcosa si incrina, o si ricuce oppure ci si dispone alla rottura.
All’inizio non lo si fa neppure consciamente, ma ciò che prima era semplice e accettabile, muta e prevale il sentirsi non capiti, spesso offesi. Questo genera omissioni, silenzi, rimbrotti e ogni cosa cambia di significato. Insomma ci si orienta verso un fine di separazione. E c’è un limite oltre il quale tutto precipita, diventa inevitabile. Non lo è per necessita, ma ricucire costa fatica perché provare sentimenti non è gratis, capire l’altro è un impegno.
Il conto sull’efficienza di una relazione, una sorta di economia dei sentimenti, prevale se ci si chiude, se non si costruisce/avverte il nuovo, dicendolo esplicitamente (non ho più nulla da dire è la rinuncia a dire il nuovo), e al contrario, mettendosi in attesa di qualcosa che non verrà. Credo sia questo uscire da una fatica che si ritiene solo propria che accelera la distanza, l’inevitabilità. E il lasciarsi andare all’inevitabile, è un togliersi la colpa di ciò che si doveva decidere. Forse per questo c’è un culto del destino per il quale le cose succedono senza nostra responsabilità. Non è così, ma siccome un po’ infingardi lo si è di default allora è meglio crederlo.
Si dovrebbe dire la stanchezza e la propria difficoltà e sperare che venga capita, perché solo l’accettazione della difficoltà, può cambiare entrambi e le cose. Se così non è, non era una incrinatura ma una rottura antica consumata da chissà quanto tempo e poi coperta d’ abitudine. L’abitudine non è un kintsugi d’oro che ripara ma un sipario che nasconde.
Da molto l’io aveva soverchiato il noi, ma si faceva fatica ad ammetterlo, perché non essere in grado di tenere in piedi un progetto è un fallimento. Però ci si dimentica che solo i progetti, l’entusiasmo e il costruire falliscono, ed essi possono conservare il buono del molto che si è fatto. E così può riprendere il senso del futuro con una conoscenza acquisita mentre l’arroganza, la prevaricazione, il dominio non falliscono, ma non costruiscono nulla.
l’età e l’innocenza
Portavo pantaloni neri alla zuava infilati negli stivali neri di cavallino, giacche di velluto chiaro e maglioni o camicie aperte. Mi piacevano (e mi piacciono i colli alla coreana), sentivo il cuore che pulsava all’unisono con il mondo. Il mio romanticismo era anche questo: passione in accordo con il fare, un buttarsi oltre perché ciò in cui credevo era più importante. Avvolgevo il tutto in un mantello nero a ruota che ho ancora oppure in un eskimo che finì a pescare con mio zio, quand’ero militare.
Se c’è stata una costante in Europa per oltre un secolo e mezzo, questa è stata il romanticismo. Declinato in tutte le forme, ha infiammato, unito, rovesciato, diviso, creato, distrutto e costruito stati, economia, idee, scienza e sapere. Il novecento ha sepolto se stesso e il romanticismo, ma non l’idea che qualcosa possa far da collante al bisogno di cambiamento. Sarebbe triste un mondo che ripete se stesso, ma anche un mondo che muta con la sola tecnologia sarebbe altrettanto triste.
Un imprenditore, padrone del vapore, portato allo scontro in fabbrica, mi diceva di sé che era un inguaribile romantico, forse intendendo che credeva nella forza che spinge oltre il singolo, che unisce e mantiene ben distinti gli slanci personali. Insomma credeva in qualcosa che non era il solo denaro, ma la crescita dell’uomo, e per farmelo capire bene paragonava la manifattura, che è fatta di forza, precisione, ingegno e trasforma, crea quello che prima non c’era e non ripete, rispetto alla finanza dove tutto questo non esiste e il denaro genera se stesso. Questo scontro tra padroni e operai, tra dominatori e liberatori era uno scontro tra romantici. Finito? Forse. Oltre al macro dato che alle aspirazioni alla libertà si sono sostituite altre aspirazioni, che creati gli stati ben poco rimaneva da fare, con la seconda guerra mondiale anche il romanticismo ha iniziato a scomparire dalle coscienze. Le ultime vampate del ’68 e degli anni ’70 hanno lasciato il posto al prevalere dell’individualismo, abbandonando il collante che ne permetteva il beneficio per tutti.
Il mondo avanza sulla tecnologia e la passione è una virtù domestica da esercitare dove meglio si crede, tanto che è più facile unirla al sesso e al potere che ai progetti collettivi. Può bastare per un poco, ma credo lasci larghi spazi all’insoddisfazione senza nome. All’anomia che divora quando non si è parte di un progetto di futuro. Non importa se conduttori o passeggeri, ma un progetto è un veicolo con una forza enorme che trascina tutto in avanti.
Mi chiedo se chi è stato romantico lo sia per sempre, come fosse una cecità dello spirito che impedisce di vedere altro. Eppure mutiamo, non siamo quelli dei nostri anni giovani, se ci furono idee forti queste si sono attualizzate, più che invecchiate con noi. Mi piacerebbe sentir dire di un compagno che degli ideali giovanili ha fatto motivo di una crescita personale che non si è mai conclusa e che non si è stancato di lottare per gli altri. In fondo questo fanno i romantici, vivono e lottano, provano passioni e cercano di condividerle.
Sono un po’ fuori del tempo, i romantici, perché si richiamano a qualcosa che pare non sia specifico di un’età dell’uomo: la giovinezza. Forse lo dico per darmi speranza, per dirmi che se il romanticismo è morto non ha vinto il cinismo e che da qualche parte il fuoco è ancora acceso e che insieme si potrà andare avanti e che la libertà avrà un senso collettivo e che il mondo sarà un diverso terreno di competizione e di crescita per le idee e gli uomini, non solo il luogo per accumulare cose e denaro.
Quando è finita l’età dell’innocenza e dello sperare in qualcosa di comune? Me lo chiedo perché penso che da quel momento si inizia a diventare vecchi e non si smette più. Solo sperando contro l’evidenza si può essere giovani nel vedere la realtà, invertire il corso del tempo reale. E allora gli ideali della giovinezza ritornano vivi, quelli che permettono di sperare che cambierà e che spingono perché ciò si avveri.
Intelligenza, passione, fare insieme, credo sia tutto qui.
mattina



Un mattino morbido avvolge le finestre nella luce,
le tende si gonfiano di tenui colori,
È un tempo dolce che chiede ascolto, anche gli oggetti non hanno fretta,
si mostrano
col piacere languido delle cose,
che osservano il respiro lungo della notte.
Trascorsi i sogni, grani d’infanzie mai chiuse,
il risveglio è gemma di voglia
che si protende verso l’aria nuova.
I profumi del caffè sono densi e quieti.
annunciano che c’è tempo
e sarà nella corteccia d’altro tempo.
Un brusio sommesso
arriva da lontano,
incauto, indifferente,
è decrittata immagine di vita
che si svolge,
libro che il vento sfoglia è non fa leggere.
La pipa sul legno attende,
il computer è chiuso:
piante nell’acqua in controluce,
mentre un taglio di sole sceglie tra i libri,
la musica,
le frasi per dirsi.
Intanto la radio racconta,
appende parole,
le cuce con fili sottili.
Le sgrano una per una,
le scompongo nel suono,
che sia questo uno dei significati dell’udire?
Non ascoltare più,
render proprio ciò che per altri è diverso, vederne la trama,
e perdersi nell’inutile
così denso di significato.
una comune attesa




Ma cosa sentiamo davvero di comune e di collettivo?
Abbiamo sentimenti forti e individuali, l’amore, il disamore, affetti, solitudini e su questi regoliamo il sentire un po’ più profondo, generiamo stati emozionali che modificano i rapporti, e magari seguono per un poco le vite. Ma poi ? C’è un difetto di speranza che pervade lo stare assieme e si ripercuote sulle capacità individuali di uscire dal contingente, di superare i dolori e le difficoltà. Questa insicurezza nel futuro preclude anche la capacità di star dentro a ciò che vorremmo durasse. Insomma corrode l’idea che la vita abbia un discreto diritto a felicità momentanee e serenità durature come bagaglio di nascita e ci rimanda alla precarietà, come nei tempi in cui le vite era molto più insicure. E’ un devolverci a noi stessi come zattera unica di salvazione. Ci consegna interamente alla fallacia, all’insicurezza dubbiosa delle nostre passioni dove ogni orgoglioso e ottimista, per sempre, viene temperato dai fatti, dalle contraddizioni interiori, dalla testa e dal sentimento d’altri. Mancano all’appello non poche passioni collettive, che erano a loro modo più forti perché s’alimentavano non dei dubbi di ciascuno, ma dalla necessità che scaturiva nell’analisi del reale, dalle certezze enunciate, ed erano pur sempre un divenire. Le passioni collettive non sono date in un adempimento vicino, ma includono la felicità relativa del sapere che si procede, e si conquistano posizioni, nella giusta direzione. Ebbene, queste passioni, oggi sono assenti o più flebili, quasi più petizione di principio che una forza condivisa.
Qualche sera fa, in un incontro politico dove, tra diverse parti della sinistra si discuteva sulle ragioni dello stare assieme, è stato consegnato un documento di 7 pagine, scritte fitte, con carattere 6 o 8 e interlinea 1, moltissime parti in grassetto, sottolineature e un argomentare sull’imprescindibile. Pensavo, leggendo, che tutto questo ordinare per assoluti senza esercito, è debolezza intellettuale e fisica, e che esprime l’incapacità di uscire dalle gabbie e dai luoghi comuni dell’ideologia passata, ma che soprattutto impedisce di trovare ideali condivisi perché esso parte dal delimitare confini anziché evidenziare ciò che dovrebbe tenere assieme. Ho ricordato questo fatto, non perché la politica sia particolarmente importante (lo è per me), ma perché essa è misura della presenza o meno di ideali nella società, oltre le convenienze, l’interesse personale, il giorno per giorno. E del resto, non accade così anche nelle vite dei singoli, negli amori che si trascinano. Quelli che ancora così si chiamano ma sono incapaci di futuro e di novità. L’immagine che mi veniva da quelle pagine e dalla loro assolutezza, era quella delle infinite riunioni, un tempo molto fumose di qualsiasi cosa si potesse fumare, e ricche di opinioni, in cui il numero spesso superava quello dei presenti, ma che alla fine non uscivano dai circoli, dalle conventicole, e non investivano la società. Essa, nelle discussioni, era sbagliata ma senza analisi e spesso astratta, priva di bisogni che potessero diventare cultura collettiva, insomma indocile a conformarsi a un fine alto. E i bisogni venivano visti come espressione individuale, non gestibili in un bisogno che li contenesse, come se tutti avessimo le stesse paure, lo stesso corpo, la stessa età, gli stessi desideri. Non avere chiari i bisogni, la loro soddisfazione secondo criteri collettivi, portava anche all’assenza di un progetto concreto, capibile e spendibile verso chi non aveva né tempo, né sufficiente sensibilità per sentirsi appartenente a un noi sociale condiviso. Non riuscire a capire che la passione nasce da un obbiettivo alto, ma si alimenta nel suo farsi, nel suo generare sentire condiviso, è il sintomo di allora e della difficoltà di questi anni.
Quindi mancano i modelli e i condottieri forti di pensiero, ma noi dove siamo e cosa sentiamo davvero? Perché non c’è attenzione e analisi per ciò che si ripete, per ciò che si accetta senza discutere? Cosa vi dicono queste parole: povertà, occupazione, lavoro, libertà, diritti individuali e collettivi, Ucraina, Gaza, Libia, immigrazione, sicurezza personale e collettiva, cultura, democrazia, futuro, presente, patrimonio comune, altro da me ?
Finché l’emozione della realtà passa attraverso il computer, al più leggo, spesso guardo e non sento che un breve brivido di fronte alla minaccia, distolgo il pensiero e passo ad altro. Eppure so che finché non mi faccio domande posso solo soggiacere alla tecnologia e al più ricondurmi ad una virtualità di persone che sono come me. Nella bulimia del virtuale, nella curiosità vorace dell’eccezione resto in superficie, relativizzo ogni cosa, aspetto passi, anzi la faccio passare subito distogliendo lo sguardo e mentre penso d’essere aperto in realtà mi chiudo alle passioni comuni. La tecnologia così adoperata mi porta alle mie piccole passioni e le rende totalizzanti, ho un ambito in cui posso essere felice o triste, ma sarò inequivocabilmente solo.
Ecco perché queste domande che hanno un peso reale nelle vite, si accantonano, sono difficili e ci pare di essere inani di fronte a qualcosa che avviene, e avverrà, nonostante noi. Senza passioni comuni si fa strada l’idea di essere prigionieri di un dio che impone secondo caso e sua necessità, umiliati dall’assenza di un’eresia che cerca la verità e indichi una strada e che se non salva dia almeno dignità al vivere comune.
Non perdo la speranza, rompendo le abitudini, guardando la realtà, passerà l’inverno della solitudine e dello scontento. Tutta questa manipolazione non è nuova agli uomini e che tornerà un sentire comune e forte, il motivo per cui siamo assieme. Vorrei fosse per scelta e non per necessità.
di chi sono?


Se la strada mi calpesta,
se il mare mi sommerge,
se il cielo mi schiaccia,
di chi sono io?
Sono terra, acqua, aria? Oppure nella mia pretesa individualità, nella differenza che ostento, nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato, in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo al quale incautamente mi sono affidato?
La mia libertà è nell’essere elemento e direzione,
cosa ed essenza,
passo, nuoto, volo,
ghepardo, delfino ed aquila. Insieme.
Uomo.