gente di pianura

Viviamo vite quasi eguali in pianura,
perduti in città sonnolente con troppi turisti,
la povertà e le paure si mescolano
tra impoveriti e periferie maltrattate,
bambini senza cortili
e troppi bar senza amici.
Dove le case diventano ornamento di strade,
I camion e le auto passano veloci,
lasciano veleni nell’aria
e sembra non ci sia nulla da vedere.
Dietro la quinta di case e supermercati,
ci sono orti e quartieri e poi la campagna.
Terra arata, fossi e canali.
Luoghi da camminare senza fatica,
un po’ di veleni nell’acqua e nei campi,
alle scarpe s’attacca un fango
grigio, marrone, pesante e privo di storie,
e le rane da due anni sono sparite dal fosso.
Campi arati e piccole aree industriali,
con stipendi tirati a fatica,
gavette e panini nei bar,
e dove lavorare fa male,
C’è un tempo che capisci dove vivi,
molto del mio tempo era al lavoro.
La notte arrivava e gli occhi erano stanchi,
spegnevo la luce
e dall’alto seguivo i fari sulla tangenziale,
poi lo sguardo saltava la città e si perdeva nei monti,
Immersi nel buio con i tornanti tracciati dai fari.
Un poeta avrebbe trovato l’uomo e il lavoro,
tra luci gialle e fumi di fabbriche che non fermavano mai,
Vedevo solo la fatica,
sentivo i pensieri per chi era a casa,
il viaggio, i bimbi, la cena,
le parole prima di dormire,
il sonno e il risveglio.
Di nuovo la fabbrica che non si fermava
che non sentiva il freddo e la nebbia,
il caldo che si sommava,
solo il tempo in cui fare in fretta le cose
destinate a un altrove.
Li un tempo c’erano campi,
e aie, e case e galline,
Non erano meno poveri e neppure più felici
Ma era la terra lavorata da sempre,
la fatica e il vino cattivo d’osteria.
Serve un poeta per sgranare dagli uomini, lo spirito dalle cose,
per vedere nelle strade le case,
il lavoro, nel crescere, le vite
Non sono adatto.
Ma c’era poesia in quella fatica
che bagnava la terra
e disperazione ad ogni grandinata
in ogni malattia, in ogni albero che non fruttava.
C’era disperazione e speranza
e fegati e schiene dissolte dalla fatica.
La pianura era l’arte che legava il tralcio col salice
ma la fame era la stessa di chi si perdeva
tra pennellii e colori,
tra assenzio e cocaina,
in tuguri dove il genio faceva.
Qui c’era solo vino e fatica,
sudore infinito diluito con la fame
E nessuno che scrivesse
dei dannati senza gloria,
dei margini della città,
del lavoro senza sosta,
fatica è sapere e condanna
e chi ne ha frutto non vede
e neppure conosce.

2 pensieri su “gente di pianura”

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