marxiana brasileira

Ci sono passaggi, zone grigie, momenti, in cui tutto -o quasi- sembra sovrastruttura, ma solo ad un infelice disattento potrebbe sembrare un momento negativo, perché è proprio allora che emerge il fiume carsico che abbiamo dentro. Quello che è il vero nostro fluire, con il suo tempo così poco lineare, con le attese tutte spostate e “sbagliate” nel loro improbabile accadere. Questo  flusso sotterraneo è orientato alle risposte, ai significati: cosa significa voler bene, quanto bravi siamo nell’accudire il bambino che è in noi, come evolve la vita e come, essa, ci faccia adulti e piccoli assieme.

Perché quanta più esperienza e conoscenza s’accumula dentro di noi, tanto più essa rivela il suo limite e non sappiamo che farne se non gettarla in quel fiume e mescolarla a quel noi che non è sovrastruttura. E’ allora che diventiamo piccoli e ne siamo coscienti, magari con un sogno da grandi: riuscire a parlare a chi è come noi.

ho bisogno

Ho bisogno di sogni lunghi, 

per soddisfazioni stabili e lente.

Ho bisogno di progetti grandi,

per dar senso alle piccole sicurezze quotidiane.

Ho bisogno di passioni importanti

per desiderare le notti di quiete.

Ho bisogno d’ amore

per voler la vita e scordare i limiti che ho.

Ho bisogno d’ un tempo che m’avvolga

per apprezzare la dolcezza dei minuti.

Ho bisogno di solitudine quieta

per amare la tua compagnia.

Ho bisogno di silenzio

per parlarti dei miei pensieri.

Ho bisogno di tutte le vite che mi verranno date,

per avere i giorni che ho desiderato.

Ed ora, mentre guardo la neve, sento

che di caldo non ho bisogno, 

perché nel buio ti vedo nel mio cuore.

l’educazione al tempo del 4G

Cambia l’educazione o il confine della maleducazione? Si è in riunione o si sta parlando con altri, arriva il suono di un messaggio, una telefonata, comunque l’istinto è quello di andare a vedere. Altrimenti bisogna spegnere. Qualunque sia la risposta allo stimolo, l’attenzione è influenzata dalla presenza del cellulare, anche quando è spento, e quindi dalla connessione costante con gli altri che diventano presenti, partecipi. La qualità della comunicazione cambia, tenderei a dire che diventa più superficiale, però non è possibile fare un vero confronto tra un prima e un dopo, perché il prima era totalmente differente, con regole di privacy e di educazione diverse.  Non pochi diranno, per me non è cambiato nulla, l’educazione, il rispetto, è lo stesso. Non credo sia così, certo il rispetto per gli altri è un pilastro delle relazioni, ma credo che anche questo sia meno rigido, che ormai abbiamo una compresenza di un terzo, esigente, incomodo, che rappresenta tutti quelli che ci possono raggiungere e che vogliono dirci qualcosa. E tutti questi, se troveranno una comunicazione chiusa trarranno delle conseguenze, faranno delle considerazioni, non di rado significative, se la cosa si reitera. Altrimenti bisogna che la cosa sia conclamata, non si risponda mai, oppure che si sia talmente importanti da avere comunque un filtro. Ma anche in questi casi, per i potenti, c’è un numero particolare, un canale riservato, che delimita una cerchia, non la possibilità di essere raggiunti.

L’educazione al comunicare è in evoluzione, il limes del pudore, dei fatti propri, si è abbassato, anche se gli eccessi del farsi notare non sono più così frequenti e plateali, come quelli di un tempo, nei limiti della bassa voce la comunicazione è tollerata anche nello scompartimento ferroviario e comunque abitudini nuove emergono. Il tema si è spostato su quanto dire in presenza d’altri, quando rispondere, quando spegnere, e se sì, farlo sempre e comunque, oppure stabilire graduatorie d’importanza: adesso si può lasciare acceso, no, qui bisogna spegnere. Comunque sia, così gli uomini non sono tutti eguali, e già questo farebbe pensare, ma soprattutto, la testa comunque viaggia con un flag sempre aperto verso qualcosa che non trillerà, vibrerà, od altro, però c’è ed è attivo.

Attivo anche quando è spento, tra segreterie, tracce di telefonate e quant’altro, la tecnologia ha fissato nuovi confini dell’educazione: devo richiamare, il messaggio esige una replica, ecc. ecc.

Se poi è attiva una situazione sentimentale “complicata”, come genialmente la definisce fb, allora le cose si complicano ancor più. Più cellulari, codici particolari di risposta, luoghi e comportamenti strani per comunicare, ecc. ecc. Anche in questo caso la facilità di raggiungere l’altra persona ha fatto fare un balzo alle regole ed alle possibilità, nel tempo forse ha solo abbassato il tono della voce nelle risposte.

Certo è che mai come ora angoli negletti degli edifici, delle città, trovano insperati frequentatori ed estimatori. Angoli di giardino abbandonati, bagni, sgabuzzini, sale deserte, corridoi, tutto portato a nuova vita e frequentazione. Ieri nel giardino davanti all’ufficio, c’erano tre persone che s’aggiravano, vicine senza vedersi, impegnate in tre conversazioni diverse. D’altronde in uffici sempre più densi di persone, senza privacy, la reazione, per chi può, è quella di farsi una micro passeggiata. Via dall’impicciona folla, eh sì perché in questo dire, spiattellare affari propri, è vero che si è abbassata la soglia della decenza e dell’intimità, ma è altrettanto vero che tutto quello che viene sentito viene riutilizzato ed amplificato in una catena infinita di rimandi.  I fatti propri ormai sono i fatti di molti e se il telefono è la tua voce, come diceva uno slogan particolarmente indovinato che faceva coincidere medium e messaggio, questa voce ormai è vox populi.

Direte che per voi non è così, che il cellulare lo sapete usare, che l’educazione non è mutata, per voi almeno. Me lo auguro, lo vorrei, ma è mutato il mondo e fatalmente muteranno gli uomini, divenuti corollario del cellulare, ovvero la comunicazione sempre e dovunque, ha già cambiato le modalità di esserci. Nel lavoro non di rado, viene chiesta una presenza totale, 24 ore su 24 (non mi piace l’acronimo h24, sembra un aereo e poi evoca eroismi lavorativi fuorvianti), ma soprattutto nella vita viene chiesta una presenza/disponibilità senza soluzione di continuità, tanto che una mancata risposta solleva l’ansia, induce ragionamenti che appiccicano le vite, come se il cellulare avesse la capacità di far procedere tutto in parallelo, tutto nel conosciuto condiviso.

L’educazione e la necessità sono sempre andate pari passo, il Galateo di Baldassar Castiglione e tutti quelli che l’hanno seguito altro non è che la formalizzazione dell’esistente, la definizione di un ambito, un riconoscersi tra pari, dove il gesto è comunicazione. Un ambitus, per l’appunto, dove il comportamento non conforme può essere sanzionato con la riprovazione oppure tollerato come snob, deviante, ma magari preannunciante di nuovi comportamenti comuni e nuovi. Un codice di classe, di ambito condivisi e differenzianti, al barbone non si chiede di rispettare le regole degli altri, dalla pulizia alla comunicazione, dalla relazione al posto sociale. Meglio essere consapevoli che l’educazione sta mutando e ben oltre alle varie netiquette virtuali, che la cosa diventa un fatto personale, una scelta. Il cellulare tiene costantemente aperte più attenzioni, se e come dare rilevanza a queste attenzioni, ci connota, ci rende diversi. Ma quanti vogliono coscientemente essere diversi, quanti vogliono stabile la differenza?

Il paradosso è che siamo in un mondo di uniformati (di eguali non coscienti e privi di veri diritti) che rivendicano la propria diversità, salvo poi buttarsi nella tranquilla protezione del comportamento comune.

dovrei

Dovremmo lasciar svolgere le nostre vite, ascoltare il buono che ne viene,

parlare anche con il silenzio, e pensare con forza a chi si vuol bene,

togliere ogni consuetudine che divenga falsità,

astenersi dai luoghi comuni perché il cuore trovi parole nuove, inusate, assieme a musiche senza tempo,

riconoscere la propria e l’altrui unicità, far leggerezza di sé e accettare di sparire quand’è ora,

essere malinconici e cercare le emozioni lievi per riempirsi la vita,

non aver fretta d’essere ascoltati con l’attenzione che vorremmo,

accettare di essere sorpresi, capiti,

ascoltare il corpo quando parla. 

il vento ci porterà

Mi piace il vento che gonfia le tende di luce

e percorre indiscreto la casa.

Lo vedo, occhiuto, scrutare i miei libri,

mentre deposita pollini e polveri,

e con lui sei giunto inatteso:

gl’assomigli, straniero e lontano.

Ospite a lungo d’altre case e d’idiomi,

ora t’affacci alla porta,

con odor di tabacco e di cuoio.

I pensieri tuoi son deposti altrove,

qui al più, c’è segno d’un antico passare,

qualche giocattolo rotto, una penna, 

poche pagine un tempo, vergate, 

di pallida  grafia, azzurra e sottile.

Di quel pallido i tuoi rossi pensieri d’allora,

di quel pallido ora parli,

come cicatrice che si staglia sulla pelle del ricordo.