bambini

I bambini, in Senegal, li vedi ovunque, spesso ti sono attorno, e sono tanti, tantissimi, ma alla fine della visita di un villaggio, diventano un fiume in piena alla ricerca di caramelle. penne, quaderni, fotografie, parole. E tutti ti vogliono stringere la mano, farsi vedere e vederti, e si scavalcano gli uni con gli altri per venirti vicino, ti parlano tutti assieme in due, tre lingue e ridono perché non capisci, e ti sorridono sempre.

Quanto sorridono, parlano ed emanano vita, energia, tenerezza …

Non siamo più abituati ai bambini, alla loro allegria esplosiva, alla mobilità senza freni, al vociare, ma soprattutto non siamo più abituati al numero.

In Senegal, come in molta parte dell’Africa, le famiglie sono numerose. Le gravidanze sono precoci -ho visto ragazze incinte di 11-12 anni- e a vent’anni una donna ha spesso già tre o quattro figli; la poligamia è abitualmente praticata, quindi nelle famiglie il numero di fratelli è elevato. Si incontrano spesso bambine piccole che tengono in braccio o per mano, fratelli ancora più piccoli. La campagna contro l’hiv è sottotono, ma si vedono i cartelli perché il problema esiste, mentre non ci sono campagne esplicite per la contraccezione. Queste ultime sono limitate dalla cultura e dalla tradizione. I villaggi sono molto coesi e una donna non lo farebbe mai da sola, perché il marabutto (il capo villaggio),  disapproverebbe, assieme a gran parte della comunità, sia maschile che femminile, con il conseguente isolamento.  

La povertà di cose e di mezzi, ai nostri occhi, è grande, però la mortalità infantile s’ è abbassata. Anche se resta comunque molto alta per i parametri occidentali ed i bimbi sono spesso malati da malattie da caldo, dissenterie per acqua infetta, raffreddamenti per i grandi sbalzi termici giorno/notte (hanno tutti il naso che cola), malaria, malattie trasmesse da animali, ecc. ecc.. In Senegal si muore per poca distribuzione di medici, medicinali, tecnologia. Piano piano, le cose migliorano, ma sembra che tutto sia lento, che basterebbe… In realtà non basterebbe perché il basterebbe deve diventare abitudine, continuità, modo di vita. 

E’ difficile, per le nostre teste, mettere assieme la loro allegria, con la precarietà del vivere,  ma loro ci riescono benissimo, e così i bambini sono dappertutto, e sono i veri padroni dello spazio fisico. Giocano tra le capanne, a frotte rincorrono un pallone, sollevano nuvole di polvere, accudiscono le capre e i fratelli, vanno a scuola, in talmente tanti per classe che l’autodisciplina dev’essere stata inculcata prima di nascere. Esiste una campagna costante per la scolarizzazione di massa, che è ancora un problema per il paese, dove, se si escludono le scuole coraniche, metà dei bambini non vanno a scuola. Je veux aller a l’ecòle et reussir. E’ una comunità che si forma, ma che gioca ancora tantissimo, e questa è una ricchezza che noi abbiamo perduto assieme all’adattabilità nelle condizioni che mutano con rapidità, mantenendo l’identità.

I bambini nei villaggi, non chiedono l’elemosina. E’ una cosa singolare per chi è abituato ad essere immerso nella ressa bambina, africana od orientale, che ti circonda e chiede di tutto. Eppure sono andato in paesi privi del necessario, che soffrono la fame e si mangiano la semente per sopravvivere, dove non c’è alcun sovrappiù visibile, però la dignità è conservata. Credo dipenda dal fatto che l’educazione famigliare è ancora molto forte, che le famiglie hanno cura dei bambini, che la trasmissione di sapere e dignità è pari, almeno, a quella scolastica. Un modo di tenere assieme gli affetti e la penuria che non è un restringere la condizione bambina, ma un suo allargamento verso la fantasia ed espressione libera.

di molti tempi c’è bisogno

“Per ogni agire ci vuole oblio come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto luce, ma anche oscurità”

Queste sono parole di Paolo Rossi, un grande studioso della memoria, se le riporto non è per dare forza ad una asserzione, ma perché ne sono convinto. Se la memoria è un luogo in cui ci si può perdere, l’orlo dell’abisso di ciò che poteva accadere e non è accaduto, se si cade, di colpo la luce attorno scompare, e lancinante emerge l’assenza di futuro. E’ come se un buco nero assorbisse, con la sua immensa gravità, la luce. Abbiamo bisogno di sbagliare di nuovo credendo che non sbaglieremo. Per questo l’assenza di errore mi fa paura, come mi fa paura la fuga nell’esperienza che assorbe il senso, sento entrambe come il tentativo di dimenticare qualcosa che non vuol essere scordato, che viene seppellito e riemerge. Se invece venisse affrontato riaprirebbe il futuro, ma non accade perché di finzioni siamo maestri, soprattutto con noi stessi. Dei divoratori di presente è fatto il mondo, ma è il mondo della penuria non quello del benessere, un mondo in cui si ha solo paura di perdere, in cui si smarrisce il senso dell’acquisire. Ben essere, è qualcosa che è in equilibrio dinamico con la propria storia, il presente e il futuro.

Torno, in questo girovagare sulla memoria e sull’oblio, nel mio concetto di tempo. Ho la sensazione di un tempo che s’allunga, non ha limiti al progettare, non consuma, ma aggiunge e per questo può essere parco. Un tempo che può dare senza la fretta di consumare e non teme di perdere tempo, quindi un tempo che convive con la memoria, ma non la subisce.

Uscendo dal tempo cronologico si esce dalla necessità, le prospettive si dilatano, subentrano altri tempi, il kairos, il tempo dell’occasione, che non tiranneggia nel fare e riproporrà ciò che apparentemente si lascia, o il tempo del probabilmente, così presente in molta parte del mondo, dove l’uomo si affida alla propria volontà ed a quella del flusso del caso. Li sento presenti questi tempi e se, vivendo assieme ad altri, non sempre posso uscire dall’obbligo, sapere che posso vivere un mio tempo, mi regala una prospettiva diversa nella percezione di presente e di futuro.

Mi si potrebbe dire: illuso, non vedi ciò che perdi, non vedi che ti perdi? Ed io dovrei spiegare che non ho fretta, che progetto la mia vita e ciò che non ho fatto un tempo, non lo rimpiango, perché allora, era solo possibile, ma ora perché dovrebbe chiudermi la possibilità di fare, ed essere, con maggiore coscienza e gusto, senza l’obbligo di accumulare esperienze. L’esperienza adesso è vivere,  non guardare l’orologio per sapere quanto sto vivendo, credo che sia per questo che si dimentica e ciò che si ripete sembra nuovo. E’ come avessimo dentro due orologi da leggere insieme, quello biologico e quello emotivo ed entrambi ci dicessero la stessa cosa, ovvero l’inutilità di rincorrere il tempo.  

sulla facilità di dire amore

<<Sì, vero: sono innamorata del comandante Schettino>>

E così irrompe la parola amore nel naufragio. E’ un dettaglio, bisogna dargli il posto che gli spetta e spero scompaia nel privato. Se non è stato causa di qualche dimostrazione d’incoscienza, questo amore è già mutato nell’abbandono della nave. Consumato. E non occorre immaginare troppo per capire che per Schettino nulla sarà come prima, anche nelle sue vicende personali e familiari. Ma ciò che non riguarda i fatti, si copra, è inutile a tutti.

S’ inciampa continuamente nella parola amore, anche nella cronaca, come fosse un badge che permette di aprire chissà quali porte comuni. Invece è questione tra persone, tra cui è già molto difficile che ci sia coincidenza di significati sulla parola, chissà poi con gli altri di cosa davvero si parla con questa parola.

L’amore dei sedici anni è lo stesso del travagliato rapporto maturo? Domanda pleonastica, naturalmente no, in questa parola contenitore si mettono stili di vita, faticosi compromessi, sfrenate voglie, comportamenti non confessabili, languori inattesi, perdite del reale, fantasie sferraglianti, abbandoni, tutto costruito con il vivere e non insieme di dotazione. E nell’enumerare gli effetti dell’amore, ognuno ha la propria interpretazione della parola, proprio nel momento in cui la pronuncia: è questo di cui parliamo, quando parliamo d’amore? Forse per averne confine bisognerebbe chiedersi quale processo investe la testa dell’amante, quando fa un passo indietro, si ritira dall’amore possibile perché avverte la differenza di sentire con l’altro e quindi l’impossibilità di un progetto. Quindi partire dalla fine per trovare il bandolo che porta all’inizio. Fatica mal spesa, farsi domande senza risposta è un esercizio poco utile, e se parliamo d’amore, parliamo della fotografia di noi, noi siamo quello che sentiamo in amore, anche quando questo non c’è, ed è impossibile osservare/ci senza modificare la percezione e quindi è impossibile definire/ci. E’ un’affermazione lapidaria, ma rispettosa che non scompongo, se non per dire che i nostri comportamenti sono quello che deriva da questa immagine. Nulla è così rivelatore quanto la gestione dei sentimenti, il sentimento principe è l’emblema di tutti, vale a dire che ogni storia è a sé, come il ritratto di ciascuno,e  che l’ igiene mentale a volte, serve per preservare l’integrità della persona, e che la morale nella sua generalità, è una norma semplificatrice, ma poco o nulla ha a che fare con quanto uno sente davvero.

Parliamo d’amore, se l’obbiettivo è la collezione di uomini o di donne? come si fa a parlare d’amore senza soggetto che condivide ? Se la pulsione è tutto, se il sesso è il legame prevalente possiamo meravigliarci della noia, dell’assuefazione ? Ecco torno alle domande, e non va bene, nell’educazione ai sentimenti, il sentire ha una sua persistenza. E’ una asserzione semplice, persistere significa accedere al ricordo, persistere significa avere terreno solido per un qualsiasi progetto, persistere significa essere sullo stesso piano della sensazione, dopo che l’uno o l’altra è prevalso, ha attratto l’attenzione, ha usato il fascino del vedere e del mostrare qualcosa che non è percepibile da altri ed ora comunica tra pari. Per questo collego il sentire all’amore, cioè quanto di più individuale vi possa essere, eppure non ne è condizione sufficiente, ma necessaria lo è di certo.

Ci sono frasi, parole che si possono estrarre da un discorso, perché ci definiscono in maniera netta, è quando l’io sono diventa l’importante di noi. La signorina era innamorata, sentiva, il capitano sentiva, era cosa loro, e tale rimanga se non ha provocato un disastro esterno.

Basta il loro personale come problema.

p.s. se Schettino doveva tornare a casa, il comandante De Falco glielo avrebbe detto: Comandante Schettino torni a casa, cazzo!

polvere

La polvere e’ dappertutto, nelle piste, nei campi, fino alla porta delle case. La polvere e’ nei giochi, nei visi, nelle mani, sui corpi dei ragazzi e degli uomini. E’ sui vestiti delle donne, nel gesto bello che porta un velo sulla testa per il sole, e’ sui banchi, su ogni oggetto di lavoro, sulle capanne, sulle imposte di ferro della scuola. Così ti viene finalmente il dubbio che la polvere sia un elemento del mondo, che faccia parte della vita e non sia così sporca come si pensa da noi. Infatti non ha l’odore di marcio che ti segue nei mercati delle città, non odora  di nulla conosciuto se non di sé ed è giallo ocra. Cotta dal sole, ne prende il colore, viene portata dalle tempeste di sabbia, ma ancor più si genera in questa terra arcaica che si sbriciola fino ad essere talco. Qui la terra è davvero antica, una zolla di universo su cui ominidi hanno cominciato a correre, venendo dalla Rift valley, talmente tanto tempo fa, da poter usare solo l’immaginazione per vederli mentre per decine di migliaia di anni tentano la savana e si devono rizzare  in piedi per guardare oltre le erbe alte, cacciare e fuggire. E poi, sconvolti da tanto ardire, tornare nella foresta, in un entrare e uscire che selezionava, trasformava il ricordo in specie. E allora l’esperienza dell’aria, dello spazio,del correre  non li abbandonava e ri uscivano finché si sono retti bene in piedi e correvno su due gambe e le mani stringevano le cose in maniera diversa. Allora è cominciato il cammino mentre altri restavano, e tutti hanno pestato questa polvere, se ne sono ricoperti il corpo, l’hanno lanciata per aria nei riti propiziatori, hanno letto il futuro nell’andare del vento. Oggi ci convivono e la sentono parte del mondo, ovvero non se ne accorgono. Così in questa polvere c’è la storia del mondo, la traccia degli antenati, il rumore delle percosse che i piedi hanno inferto alla terra, lo sbattere dei piedi, ancora così presente nei balli delle donne nei villaggi, quando la schiena si inarca in avanti, le natiche si protendono, la parte sessuale emerge, mentre le braccia si portano verso la terra, verso la polvere.

La polvere è ovunque e noi la sentiamo, come solo i forestieri possono notare, finché non la sentiamo più, ed allora emerge nelle rituali disinfezioni con il gel, sulle mani che attaccano, attaccano ovunque. Ma in realtà, e’ il grasso nostro che trasuda e si combina con la polvere. Gli indigeni hanno le mani secche, a loro basta spolverare, a noi non basta, il grasso che ci difende dal freddo, accumula sporco e alla fine siamo disinfettati nello sporco, incapaci di gestire la polvere. Ecco la differenza, ciò che per noi pesa, per loro fa parte della vita, si toglie prima della preghiera, prima del cibo, ma poi fa entra nel vivere.

Non vivrei nella polvere, la terrei a bada, ma già sapere che non ha connotati negativi di per sé, è una conquista, un modo di vedere il mondo.

la “banalità” quotidiana dell’eroe

Dobbiamo considerare definitivamente conclusa l’era di Nietzsche e Wagner, il romanticismo, l’idealismo, ecc. ecc. E Brecht avrebbe difficoltà a ripetere la frase sull’infelicità del paese che ha bisogno di eroi, perché da tempo l’eroe è solo una persona normale che fa ciò che dovrebbe fare, non rifiuta la responsabilità per cui lo pagano o che ricopre. Eroe diventa il normale, ma ciò significa che tutti gli altri sono peggio di lui, meno normali ? Non credo, e non voglio citare nulla di quanto accaduto in questi giorni, perché non è avvenuto uno scontro di titani, ma al massimo tra persone che di fronte alla difficoltà reagivano in modo responsabilmente differente. L’eroe d’un tempo era altro, ma in realtà non è mai servito a molto e comunque è stato svalutato. Punto sull’eroe quotidiano di cui ho una definizione molto opinabile e cioè che è colui che cerca di essere ciò che è davvero, ovvero non si spaccia per altro da sé. Cosa difficilissima detta così, oppure naturale, senza discrimine se non se stessi e quindi non visibile. Allora prendiamo l’argomento da altra visuale pensando a colui che ogni giorno si sforza nello star bene o male, di essere se stesso e non rinuncia al vivere, non si lascia andare. Non penso ad una persona che non si contraddice e tanto meno a quello che non cambia idea, questi non sono eroi quotidiani, ma persone che scelgono la scorciatoia facile della norma per dire si deve far così, penso piuttosto a chi si mette in discussione in continuazione perché sa cosa vorrebbe essere, cosa è davvero e sceglie. Questa persona si sforza di conoscersi, sta male quando serve e lo accetta, affronta la solitudine che non vorrebbe perché fa parte della sua strada, non ha paura di riempirsi le mani con la gioia di vivere, non pensa che la vita la consumi, e punta comunque alla costruzione di sé. E’ capace di rinuncia in nome di qualcosa che lo riguarda, sa mettersi in gioco rischiando molto, persegue un obbiettivo personale in cui ci sono gli altri. Questa pratica del vivere è molto diffusa, genera solitudini spaventose, insinua diversità che fanno soffrire, non si riesce a comunicare. Ecco la ragione, non c’è comunicazione della normalità per cui alla fine si pensa che la normalità sia altro, sia quello che i media propongono, quello che al massimo dura tre giorni perché dopo tale tempo ogni notizia diventa usata. L’obsolescenza dell’eroe quotidiano sfocia nella sfiducia, seleziona, e ciò che dovrebbe essere naturale, un comportamento comune diventa eccezione. Questa versione domestica e segreta dell’eroe che non è eroe, che è persona che cerca di star bene senza scordare gli altri, non trova posto nel pensiero comune, bisognoso di notizie altisonanti, ma è l’ardua volontà di essere in sintonia con noi e con il mondo. Da questo confronto quotidiano poi verranno gli atti esterni, quelli che è giusto fare. Dopo.

palextra

Gli iper determinati spingono il petto in avanti e finiscono in iper lordosi. La velleità in eccesso non fa mai bene, genera chiusura, repulsione, ansia. La spina dorsale assume un arco inverso e trattiene il respiro. 

Una sindrome da tette che non guarda in faccia il portatore, ma solo dentro la sua testa, ché se vedesse la sua faccia nei momenti bui, magari ci ripenserebbe. La sindrome.

Usando la schiena dritta come metafora, m’ aveva colpito, molti anni fa, un modo di camminare da città che proponeva di mettere la testa alla ricerca di qualcosa che si trovava sopra di essa di un paio di centimetri, naturalmente non lo trovava, ma distendeva la colonna ed allungava il collo. Ed aiutava a guardare in faccia le persone. Mi piace ancora l’idea, perché allunga e non si cura del resto che la segue, come un appendersi al cielo. Chissà quanto bene fa al petto, e alla respirazione che si stende verso il basso e poi risale. Chissà?

E la postura dei dubbiosi qual’è? Abbastanza seduta, credo ed in piedi, molto sciolta perché può andare ovunque. Mi viene in mente una donna che fuma, accavalla le gambe, guarda negli occhi e sorride, anzi ride, ma solo quando è ora e lo pensa davvero.

fuori

Mi ha invitato ad essere fan del suo nuovo gruppo su fb, non sono fan di niente, le ho scritto, non più da molto tempo. Ho affetti importanti, un lavoro, una squadra, anzi due per cui tenere e già questo dice molto), ma non sono fan di idee e tantomeno gruppi.

Il partito a cui sono iscritto mi sta stretto, non ci siamo mai amati per davvero, in compenso mi piacciono delle cose, dei libri, dei film, delle idee che per me sono intelligenti, dei particolari che l’occhio coglie, qualche parola. Sono molto attaccato a dei principi, l’eguaglianza, la giustizia, la libertà, ad esempio, e mi piace chi li difende. Mi piacciono molto alcune persone, per come pensano e vedono il mondo, per il piacere che mi suscita la loro presenza, posso dire di essere un loro fan? Non credo, li ridurrei a una parte di me stesso e m’interesserebbero molto meno. Quindi non sono fan di niente.

Quante storie, che ti costa, mi ha detto, lo fai per me e diventi uno in più, i numeri contano nella rete.

Appunto. 

taxis

Mi piace l’idea che i nostri tassisti prendano nome dai Thurn und Taxis, che oltre a fare gli esattori e i principi (e ospitare Rilke a Duino), gestivano il servizio postale nei paesi del sacro romano impero. Mi piace perché un’ascendenza nobile giustifica l’attaccamento al passato, ai privilegi, mentre il mondo cambia e mette i villani nei castelli. Ma in realtà non è così, e le regole che valgono nel nostro paese, buone o cattive che siano, non sono assolute. Nel paese in cui ero sino a qualche giorno fa, il Senegal,  i taxi erano tantissimi e scalcinati. Si contrattava il prezzo prima di salire, il tempo per arrivare era un problema del tassista. Tutto questo in un traffico caotico, con pochissime norme, e pieno di eccezioni: bastava non farsi male. Questa è una liberalizzazione selvaggia, non priva di fascino devo dire, perché se uno ha i soldi e vuole la macchina bella, chiama un’agenzia specifica, altrimenti tutti uguali nel traffico. Lo stesso sistema non l’ho visto solo in Africa, ma in sud America, in Cina, in medio oriente, nei paesi dell’Est, ecc. ecc.  E non significa nulla, se non che i sistemi non sono immutabili e nessuno è perfetto. Così vengo a casa nostra, premetto che ho conoscenza delle cose come stanno, e quindi mi sono formato un’opinione, che non è più autorevole, ma si può fare. Bene, mi pare sbagliato che una licenza pubblica possa essere oggetto di eredità senza un limite, questo vale per uno stabilimento balneare, per un suolo con diritto di superficie, per un plateatico, ecc. ecc. quindi essa dovrebbe avere una durata, essere onerosamente rinnovata, decadere con il mancato esercizio da parte del titolare, stabilendo casomai, una prelazione nella continuità dell’attività, e così via. E’ troppo difficile? Mah, non credo, se si esce dall’età di mezzo in cui c’erano sì i privilegi regi o papali, ma anche i ducati venivano riconcessi alla morte del duca. Se una persona compra una licenza è per usarla, non per rivenderla. Magari questo principio avrà bisogno di gradualità, e questo va bene, facciamo 5 anni? Poi tutti alla pari e quando l’ esercizio della concessione cessa, farmacie comprese, si va a concorso, magari ricomprendendo una buonauscita per chi cessa l’attività. In realtà quello che non si vuole smantellare è un mercato drogato dove si vende qualcosa che ha un valore fittizio, e per mantenere il quale bisogna che cessi il libero mercato e la concorrenza. Ma se non c’è un cambiamento tangibile, in un tempo certo, come lo spieghiamo a quelli che dovevano andare in pensione quest’anno e ci andranno, forse, tra cinque anni? In realtà alcune categorie, non persone, difendono se stesse a prescindere, oltre il merito e il momento, però credo anche che generalizzare non faccia mai bene, molti tassisti non hanno redditi da professionisti, e casomai bisognerebbe cercare tra gli orafi, i bar, i ristoranti, ecc. ecc. qualche tesoro nascosto. Devo anche dire che i tassisti non hanno fatto molto per far  essere simpaticamente ligi: cosa sono quegli straccetti di carta pubblicitaria, magari di night club, che mi vengono dati per ricevuta? Più di una volta ho dovuto protestare perché non si capiva nulla, oltre l’importo, anzi un abusivo mi ha dato una ricevuta di un’altro taxi, e mica si capiva, il taxi era eguale agli altri,  poi cercando il mio telefonino smarrito ho scoperto che era abusivo. Poi perché il metodo per tariffare una corsa è il tempo e non il percorso? Perché devo pagare l’inefficienza del comune nel regolare il traffico, che è anche quello che mi impone la tariffa. Doppia beffa. E’ ora di stabilire che nessun mercato è privilegiato, che i monopoli non esistono e che gli utenti devono poter contrattare i servizi. Quanto questo costi in termini elettorali ce lo potrebbe spiegare il sindaco Alemanno, ma se i tassisti, i farmacisti, i tabaccai, gli edicolanti, i baristi, i notai, gli avvocati, i commercialisti, ecc. ecc.  sono un’eccezione intoccabile, alla fine sappiamo bene chi resta. Pagassero almeno le tasse fino in fondo, ma neppure questo è concesso verso chi ogni mese scopre che lo stipendio si decurta ed ha il rischio assoluto del licenziamento. Bisogna mettere mano al sistema delle caste, non perché questo ci porterà fuori dalla crisi, ma perché lo stato, le regole, il lavoro, i pesi e i diritti devono essere uguali, altrimenti ogni efficienza, ogni cambiamento sarà impossibile, e la gestione della cosa pubblica dovrà procedere per eccezioni. E sulle eccezioni si reggeva il sistema feudale, non lo stato democratico.

p.s. leggo che nel provvedimento del CdM i taxi sono stati tolti e demandati all’autorità sui trasporti. Tutti bravi a bastonare chi lavora a reddito fisso.

ritorno

Specchio dell’andare, il ritorno non è mai perfetto. Manca sempre qualcosa e disperdiamo ciò che serve, ma questo, che lasciamo dove amiamo, altro destino non può avere, ch’essere lasciato lì, perché quello è il suo posto.  Questo vale per le persne e i luoghi, e così, stamattina alle cinque, per poco, il sonno si è sospeso: attendeva il parlar cantando del muezzin, poi è subentrata la sensazione del letto, il silenzio, il freddo, la stanza, prima di scivolare nel sogno nuovo. Fino a ieri, il muezzin metteva fine al sonno, così strano e lieve, dell’esser via. Perché si è sempre via finché una nuova abitudine non subentra, e il sonno è un’abitudine piena di circostanze. Le circostanze di questi giorni erano suoni, rumori d’animali sul tetto e intorno ai bungalow dove dormivo, silenzi improvvisi e così strani da trattenere il fiato. I silenzi nei mondi commisti d’uomini e animali non sono mai perfetti, nel mondo antico occidentale era così, ora non ne abbiamo più memoria, il nostro è il silenzio delle macchine, quasi mai minaccioso, invece quando il silenzio subentra tra gli alberi, inquieta, è timore collettivo. E il tempo si fa lungo, lunghissimo, finché poi tutto riprende con un sospiro che è ciarlare che intreccia versi, storie di specie diverse, gridi d’uomini e d’animali, ciascuno che s’ addensa nei luoghi in cui ha deciso di stare, ma trabocca, esonda, si fonde.

Le mie sono impressioni del sentire, chissà cos’hanno sentito gli altri. Dell’Africa conosco pezzi, se conoscere si può racchiudere in quello che ogni volta mi scuote nell’andare. La mia Africa è la sensazione di sterminato che si prova nell’ approdo, l’esperienza di un luogo che si apre. Ne parlerò a pezzetti, assieme ai progetti di Cumbacarà e degli altri villaggi, ma ora sono ancora sospeso tra due mondi, con la sensazione che, ancora una volta, un pezzetto sia rimasto lì ad attendere un ritorno. Torniamo per ritrovare, ma quello che c’era si è evoluto dentro di noi, ha acquistato fattezze diverse, eppure c’è nell’aria. Mi pare, riconosco, ma ciò che riconosco è nuovo, e quel nuovo sono io che rimetto in ordine. Quand’ero bambino e tornavo dopo 5 settimane di mare, la casa, le stanze, le scale sembravano estranee, come familiari cresciuti distanti che si riconoscevano, ma non appartenevano più. Impiegavavo qualche giorno a ritrovare le abitudini, la fessura del pavimento su si giocavo, la merenda con il profumo di casa. Adesso, quando viaggio, l’estraniarsi è dai fatti, dagli odori, dai suoni, per l’appunto, più che dalle cose, ma anche dalle dimensioni delle notizie. Dopo tanto vedere privazione, già lì, la miseria ha bisogno di definizioni geografiche. Quel banale dire “non ho parole” adesso è ricerca di significato alle mie parole, ben sapendo che quello che ne uscirà non sarà la realtà, ma come io la sento. Capisco meglio il suono che muta con i popoli, la necessità che le parole abbiano significati diversi nei posti in cui si va, e mentre avverto una delle motivazioni affascinanti e misteriose delle lingue, ho la stessa testa con più cose dentro, la mia stessa lingua da precisare. Bisognerebbe far una lezione, un corso, su una sola parola, definire assieme un colore, un suono, un sentimento e un mondo si spalancherebbe. Noi ci spalancheremmo, come quelle case che non hanno finestre, ma solo zanzariere, dove la terra battuta è pulita come un pavimento in ceramica, dove le galline mangiano nel piatto di portata prima che questo arrivi in tavola, ma si capisce che accolgono, sono attente e rispettose di chi è arrivato. Le lingue servono come gli occhi, ma io ho solo i sensi ed in Senegal se ne parlano cinque, di lingue. Dal tono e dalla velocità si può fantasticare sul mondo in cui sono nate e servivano le parole, come costruzione progressiva, utensile adatto all’uopo. Le lingue veloci del lavoro e della caccia, le lingue lente del racconto, dell’educazione e del commercio, le lingue mute del sentire, intercalate dalle espressioni di gioia o sofferenza o richiesta grave. Le lingue esplosive del gioco, le lingue del parlare con gli spiriti e con gli animali, più ricche di consonanti e vocali lunghe.

Io non capisco ciò che dice il muezzin, ma quando sento il primo Allah, con la finale aperta, lunga, modulata, penso che un po’ d’amore, di regole ci dev’essere in questo mondo. Io che non sono credente, credo che il refe che unisce gli uomini scorra nel suono delle parole, che quando questo s’allarga, si aprano speranze, che inizi il giorno, sia quello vero che quello virtuale. Alle cinque non c’è invito alla guerra, ma il saluto al sole. Penso allora che ogni risveglio è una possibilità e che questo unisce quest’Africa alla mia Europa. Mi manca il muezzin, mi lasciava a letto e mi faceva allungare il corpo nel primo risveglio, tra luce e sonno. Poi veniva la fatica del giorno, ma solo poi.

p.s. adesso è presto, uscirà un po’ per volta, il racconto, cosa in fondo facile, e ci sarà la lettura di ciò che provo davvero, cosa difficile, perché tra il positivo e il negativo si tende a far bilanci ed invece dovrei solo lasciar fare al mare che disegna in continuo la mia spiaggia. Proverò.

p.s. 1 ciascuno a suo modo, mi siete mancati, non c’era molta possibilità di rete, ma tutto questo vi rendeva più reali. Grazie per gli auguri: sono serviti.

bevo caffè, alcoolici e fumo il toscano

Tra le tante cose che non sopporto piu ci sono i concerti di capodanno, (plurali perché adesso, oltre a Vienna, li deve fare ogni teatro, teatrino, piazza di paese, fa fino e intelligente, pare). Ma non sopporto neppure la musica classica che comincia a parlare di natale a novembre, la passione secondo Matteo, a pasqua, le major che propongono l’ultimo cd di Lang Lang o Yo-Yo Ma. Non mi piacciono i concerti imbalsamati, con la musica piaciona perché la prima fila o il palco reale, sonnecchiando, possa riconoscerla nella canzonetta che cantava tanti anni fa, insomma non sopporto l’uso distorto della musica per persone che se ne fregano tutto l’anno di lei. Uso il pronome perché, per me, la musica è una persona collettiva, esattamente come la poesia, e va rispettata, considerata, ascoltata. Tutto l’anno, come si vuole e senza occasione, la musica è come la speranza e la razionalità, si esercita ed ascolta ogni giorno. I luoghi comuni anche nella musica, sono perniciosì, illudono gli stupidi e seminano altri luoghi comuni, infine assolvono dal disinteresse e dalla mancanza di intelligenza, e così occultano e devastano.  Per la diretta televisiva, un bel concerto hard rock sarebbe una buona apertura al nuovo, anzi meglio, se spostassimo il concerto del 1° maggio a capo d’anno, qualche milione di persone, tra diretta e presenza in piazza sarebbe felice, parlerebbe di futuro e magari s’incazzerebbe perché è un capo d’anno di qualcosa che, per ora, non promette nulla di buono per lavoro, eguaglianza, possibilità di crescita. Invece si insiste su questa zuppa intelligente, con una coreografia così tradizionale che neppure Zeffirelli saprebbe rendere il tutto, più mieloso e autoconsolatorio, con voci suadenti, che commentano a bassa voce, sempre con le stesse parole: i fiori della riviera, il corpo di ballo, i posti esauriti già l’anno prima. E non potrebbe essere altrimenti, perché non c’è nulla di nuovo da dire e nella sala del Musikverein si vorrebbe far rivivere un’atmosfera morta un secolo fa, ben consci, gli organizzatori, che molto più del nuovo, il ricordo e il malamente sconcluso sono in grado di spillare denaro. Funziona, ma funziona lì e sarebbe giusto lasciarla in quel posto, con tutti i luoghi comuni che si trascina dietro, con i grandi direttori, con il finto scandalo dell’introdurre nuovi brani rispetto al programma canonico, con la sua storia dal 1939 in poi,  con la Radetzkj marsch alla conclusione e tutti che da allora battono le mani a tempo (chissà se si allenano a casa), con la scelta di Strauss jr. che trascinava al ballo, e ridendo portava sfiga mentre la società scivolava verso la guerra e la sua fine. Insomma è una rappresentazione, un’icona che poco ha a che fare con la musica, il futuro e il nuovo che dovrebbe annunciarsi. Peggio, molto peggio, le copie, gli scimmiottamenti che avranno positività locali, forse, ma sarebbe meglio un concerto di zampognari, una banda in piazza, una sciamanica cacciata degli spiriti cattivi piuttosto di far finta che improvvisamente la musica sia importante davvero.

Dopo questa tirata sul concerto di capo d’anno è meglio dirlo : sono una persona a mio modo strana, non medito su quanto fatto una volta all’anno, non ho buoni propositi   conseguenti, continuo a bere caffè, alcoolici e fumare il mezzo toscano, senza eccedere il piacere nella dipendenza. Più o meno come un tempo, e se non sopporto più la fine d’anno e il suo banale inizio, dopo le epoche dei vestiti da sera, dei fifì, dei mantelli, delle bizzarrie che prescindevano dalle ricorrenze, è perché non conta davvero più. E’ solo una data burocratica, che altrove ha forti significati di bilancio aziendale da aggiustare, ma obbligo da rifiutare, assieme al vincolo collettivo di far festa. Dopo il natale, festa dello spirito per i cattolici, serviva un contraltare laico, qualcosa che incitasse alla trasgressione ludica perché non se ne poteva più e l’anno fosse davvero nuovo, come le missae jouculatores del medio evo, i carnevali a parti invertite, ma non è cambiato nulla della pressione di ciò che non va, si è solo dislocata altrove nella società, con gli stessi invariati meccanismi di subordinazione agli interessi di potere. Se la trasgressione è conformismo, che c’è da festeggiare se non c’è cambiamento, se non inizia nulla d’interiore? Questo sarebbe il vero mutare di tempo, quello che supera la confusione del leopardiano venditore di almanacchi.

L’ ottimismo non mi manca, ir- ragionevolmente cambierà, anche il nero impero della ragione dei vincoli cambierà in una nuova ragione delle possibilità.  Se l’anno si sta chiudendo, è solo un fatto burocratico, ma quello nuovo dipende da noi, dalle nostre fortune e dai limiti che abbiamo e che ci poniamo. Tutto assieme. Se posso farvi un augurio, oltre la salute, le soddisfazioni, la serenità nostra e di chi amiamo, è quello di avere passioni. Passioni di quelle importanti, illimitate, bulimiche di crescita. Passioni che facciano vedere il positivo nelle nostre storie. Passioni che prescindano dal piacere fugace, passioni forti e chete, passioni che restano.

E’ quello che auguro a me.