l’elogio dell’utile

La mia generazione è cresciuta con l’educazione all’utile. Lo spreco era aborrito per penuria, quasi tutto veniva riusato fino a consunzione. Strano che un popolo abituato a vedere l’eccesso come un segno di maleducazione e sguaiataggine, si sia riconvertito allo scialo anche di se stesso e delle proprie convinzioni oltre che degli oggetti.

In tempi di nuova penuria, gettiamo via di tutto e di più e le nostre case sono sempre troppo piene. Non voglio però soffermarmi su questo, perché è un mio cruccio irrisolto, mi basta non buttar via me stesso, ma ciò che mi attrae è proprio l’idea dell’utile. L’utile vale ovunque, nell’intelligenza, nella politica, nelle relazioni, nell’amore. Qual’è l’amore utile, ad esempio? Direi di primo acchito, quello che ci muta, che indipendentemente dalla felicità che genera, ci porta verso un riconsiderare abitudini e vita. E il cambiamento è comunque una funzione vitale. Anche l’intelligenza utile ha un suo segno, che non sta tanto nella rivoluzione che produrrà, ma piuttosto in come cambierà il nostro modo di vedere le cose e quanto ci manterrà in sintonia nuova con esse. Analoghe considerazioni valgono per le relazioni, una nuova amicizia è utile, non per i favori che procura, ma perché ci fa stare bene. Così l’utile acquista, per me, un significato nell’età dello scialo, ovvero quello che mi muta e mi rende più confacente al mio vivere, è utile. Anche i desideri sono utili, da questo punto di vista, e così il futuro che vorrei per me e per gli altri, che condividono il luogo, il tempo, i problemi, la vita collettiva. E’ utile ciò che mi cambia senza rinunciare a me, quello che davvero è compatibile con il reale convissuto. In questo sento che nello sforzo di tanti che con onestà, convincimento e scelte di vita si danno da fare per migliorare le loro e la mia vita, ci sia un profondo senso etico dell’utile. Oltre il sogno, che pur resta mio, oltre alla discussione che pur appartiene allo scambio e al ragionare, oltre alla cecità che fa vedere solo una parte della realtà, oltre al dubbio che un buon compagno, credo che nello sforzo comune ci sia l’utile di mettere insieme e non dividere, di unire spinte e voglia di cambiamento in un progetto. C’è quanto basta non solo per confermare il farmi coinvolgere, ma anche la serenità che toglie il senso dell’ inutile.

Oltre alle campagne elettorali, il vociare, le bugie smaccate,  la voglia di sangue di chi si è sinora disinteressato o peggio dimentica per chi ha votato e ci ha condotto in queste condizioni, si può cambiare e il mio voto conterà davvero.

p.s. per chi non mi segue forse non è chiaro, ma voterò PD.

autocensura

Ultimamente mi autocensuro, non scrivo e non dico quello che penso nella sua gravità per me. Ho l’impressione che stiamo scivolando verso un buco e non so quanto sia profondo, ma è un precipizio in cui non c’è analisi, prospettiva costruita sul ragionamento. Manca quello che io, qui il pronome personale ci sta tutto, ho considerato, da sempre, futuro comune. E siccome ho l’impressione che questa sia un mio personale sentire, mi fermo e mi autocensuro, oltre questo sfogo.

Se leggo la cronaca del discorso di Grillo a Torino, fatico a capire il nesso tra le tante denunce e i rimedi, un saltare da una parte all’altra che non considera nessuna logica reale, ma la realtà in piazza sembra essere conservatrice. Poco incline al cambiamento. C’è troppo debito, non paghiamolo. C’è la crisi e la disoccupazione, diamo un salario di cittadinanza a tutti quelli che non lavorano. Mancano i soldi, preleviamoli dal finanziamento ai partiti, ecc. ecc. E’ il ragionamento (?) speculare a quello di Berlusconi: restituiamo l’imu e facciamoci dare i soldi dalla Svizzera, non dagli evasori ed esportatori di capitali, ma dalla Svizzera dove li hanno portati, ovvero assolviamo il ladro e condanniamo il ricettatore. Qui mi fermo perché mi rendo conto che parlo a me stesso, che ho un pregiudizio sul populismo e sul popolo, quindi è cosa da aristocratici e snob. Anche se penso sia altrettanto da aristocratici e snob passare dal vezzo del non voto ostentato alla protesta senza sbocco. E uno sbocco in realtà lo vedo, è il buco di cui parlavo all’inizio, un buco che inghiotte le idee in cui sono cresciuto e invecchiato. Ieri sera sentivo un comico, Bisio, che diceva una quasi verità, ovvero che chi ci governerà sarà lo specchio di tutti noi, che noi siamo il problema. E’ vero, noi, siamo un problema, ma non credo che sia solo così: io voglio i migliori al governo e all’opposizione e credo che una parte non piccola del Paese lo pensi. Per necessità, non per retorica, preferisco che mi conduce sappia guidare e dove andare. Molto di più mi piace quanto scrive, e fa dire oggi, Gramellini, sulla Stampa, nell’elogio della genericità. 

Però mi accorgo che confronto, analizzo e mi faccio prendere dalle cose che accadono. Ci soffro, quindi sono fuori dei tempi, questo mi sembra il messaggio che mi arriva. E soprattutto le mie priorità sono solo mie. E’ importante condividere le priorità e poi le soluzioni, è importante perché così si pensa di fare un passo avanti e nella stessa direzione, ma non mi pare sia così. Non ora almeno, passerà, io ho tempo. 

p.s:  http://www.lastampa.it/2013/02/16/cultura/opinioni/buongiorno/elogio-della-genericita-T4HogWgB5QGpcW0XT9GDZL/pagina.html

il vero potere

Questo puttanaio di intrecci tra politica, economia, finanza, giudici deve finire. E’ questo il potere vero, pervasivo e indifferente a chi governa, che si insinua ovunque c’è qualcosa che conta. E contamina, sporca dappertutto, perché diventa modo di fare, imitazione, spesso maldestra, ma non meno pericolosa. Così percola verso il basso: anche nel piccolo comune si sa chi comanda davvero, e non è chi ne avrebbe titolo.

Non ho simpatia per Grillo, è distruzione e fantasia, mentre qui c’è bisogno di razionalità e voglia di costruire, ma il problema del potere vero e di chi lo esercita, esiste ben oltre lui. Basti pensare che se il fatto di dire di no rende delle persone normali, eccezionali, è ora di farsi domande su dove siamo finiti.

Avere nozione e consapevolezza di questo potere vero, che non è quello che si vota, sapere che è saldamente cementato da relazioni, favori, impegni, obblighi reciproci che di fatto impediscono il giusto, l’equo, il vero. Rendersi conto che questo nodo non si può sciogliere, si può solo tagliare, riportando il potere nelle mani di chi lo deve esercitare, per mandato, consenso, responsabilità.

Sarà questa la più grande fatica del governare futuro, se si vorrà andare alla radice del male. E neppure tutto il paese sosterrà lo sforzo perché una raccomandazione, un favore, al potere vero viene chiesta ovunque. Ma è un nodo ineludibile per andare oltre, per rendere possibile un mondo diverso. In questo mondo diverso, un dirigente sarà tenuto o rimosso sui risultati raggiunti e non sulle amicizie e sulla sua capacità di fedeltà a un gruppo di potere che ricatta. E’ un problema che esiste ovunque, ma qui di più, forse per questo non è più rinviabile.

solitudini

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Inizia appena nati, poi continua attraverso una coscienza indistinta, fatta di paure e di certezze inoculate. E’ la solitudine. Chi ci educa trasferisce quello che può, anche il suo bisogno d’amore trasferisce. Assieme ai dubbi e a quello che ha sua volta ha ricevuto. Per questo i genitori sbagliano sempre e non sbagliano mai. Chiamati a un mestiere che si impara in corso d’opera, con la voglia di mettere una pezza a quello che è mancato loro, al più si può chiedere la buona volontà e quello che possono dare, non quello che non hanno. Eppure il bisogno insanabile di sicurezza comincia lì, tra le prime mura che conosciamo, dove è avvenuta la scissione dalla protezione assoluta che c’era prima di nascere e che cerca ragione in un’ educazione sempre carente, perché non può immaginare quello che verrà, ma al più quello che è stato.

Credo che la vita sia un perenne elaborare la solitudine, trovarne il senso e la forza. Non è poco se si pensa che in essa c’è l’individuo e la sua originalità. E anche la felicità promana da essa quando trova la sua compensazione in un riconoscimento, in una condivisione inattesa, in quello stato di vita altra, che per comodità chiamiamo amore. E’ in questo perenne bisogno d’amore e di individualità, si svolgono le vite. Una soluzione facile e biologicamente efficiente è la vita in due, ma spesso si è soli anche in due. Chi più, chi meno, ci si adatta, si trova un equilibrio, ma le solitudini ci differenziano. Se non fossero così pesanti a volte, si potrebbe dire che sono la parte interessante della vita, non solo il refe che la cuce, perché da loro parte il bisogno che spinge al nuovo e alla ricerca della felicità. Però raramente la solitudine si percepisce così e comunque, anche in compagnia, essa emerge, attraverso la chiusura in sé perché i canali comunicativi si chiudono, perché l’ affetto non è sufficiente alla domanda, perché semplicemente le risposte non sono più adeguate. Pareva risolto il problema, ma il tempo si preoccupa di togliere gli aggettivi assoluti.  Cos’è il rifiuto dell’altro, con cui si vive, se non la difficoltà di un progetto comune? Forse si cresce anche oltrepassando i limiti ricevuti, spesso si usano termini allusivi: complicità, compensazione, coppia aperta. A volte servono per tenere assieme persone che altrimenti andrebbero per loro conto, oppure sono un compromesso che tampona le falle, comunque non sono una soluzione definitiva, forse perché questa non c’è in due e la solitudine si riporta all’individuo.

Noi scegliamo, dopo aver lasciato la famiglia di origine, con chi crescere, sia esso uomo o donna. E’ una scelta nostra, di compensazione della solitudine esistenziale che ci accompagna, una parte della risposta e il bisogno primario dell’individuo. E’ una scelta che si verifica in continuazione con noi e con quello di cui abbiamo bisogno. Per questo bisognerebbe aver più rispetto delle scelte individuali d’amore, ben oltre il genere e la parola famiglia. 

la shoah raccontata ai bambini

E’ un tema vecchio e sempre attuale: come raccontare l’orrore ai bambini?

Ciò che accadde, e in altri contesti accade ancora, può essere spiegato con esattezza, mostrato nelle fotografie, legato a una qualche esperienza sensibile che lo faccia diventare reale a un bambino ancora piccolo? Perché un rischio grande, è che la vicenda terribile della shoah diventi una favola, una cosa priva di realtà e così sia il contrario della memoria, perdendo la sua funzione di insegnamento e guida. Ma anche nel caso in cui tutto l’orrore diventi reale e i fatti sentiti come accaduti, quale può essere l’effetto di questo racconto?

Lo storico francese Georges Bensoussan  qualche giorno fa affermava su ” la stampa ” che  “non si può insegnare la shoah ai bambini, non si può mostrare loro Treblinka. Perché è una memoria troppo pesante, troppo dura da portare e finisce per colpevolizzarli”.

Non so se sia l’unica risposta, di certo è un pericolo reale e i bambini col senso di colpa hanno consuetudine, ma molti libri e film, riportano una risposta diversa alla domanda se insegnare o meno la shoah, e credo che ognuno dovrebbe pensarci e trovare la sua risposta; se questo è per lui un tema importante dell’insegnamento a vivere. Non si è sempre parlato molto di ciò che accadde durante e prima della guerra, gli anni immediatamente seguenti ai ’40 furono a scuola, parchi di notizie su quanto era avvenuto. Non ne sentii mai parlare alle elementari e così la shoah vera l’ho appresa dalle fotografie di un libro di Pietro Caleffi e Albe Steiner, Pensaci uomo, quando ero già grandino e comunque fu per mia scelta. In famiglia parlavano di questa tragedia, ma più attraverso la costernazione del fatto che molte persone conosciute non fossero tornate dai campi di sterminio, che per la sua dimensione immane di tragedia umana collettiva. E dei bambini dei campi si parlava comunque poco, come fossero stati una conseguenza agghiacciante, della decisione di uccidere tutti, non un orrore nell’orrore.

Certo che le parole che usiamo noi adulti, hanno un significato molto diverso per i bambini, anche le fotografie vengono vissute diversamente, quindi il processo del condividere non è facile, però si può, e si deve, affrontare, considerarlo come un’ insegnamento fondamentale sui pericoli che ci portiamo dietro e che non sono solo in una parte malata dell’intelligenza o un prodotto della pazzia di qualcuno, ma che possono sorgere da persone insospettabili, intelligenti, acculturate e diventare follia collettiva, non un raptus di pochi. Quindi è un pericolo da trasmettere e un tema, a mio avviso, da risolvere. Nei bambini bisognerebbe ricordarsi che il percorso con loro è apprendimento comune, e che vedere e sentire come la realtà si trasfigura in loro, riemergendo dalle loro parole è insegnamento per noi, per adeguarci e capire cosa significhi maneggiare la storia. 

Mio figlio, vide da bambino a Praga i disegni  dei bimbi di Terezin, non chiese troppe cose, ma gli fu risposto. Quei disegni erano terribili più per noi adulti che per un bambino. Aggiungemmo qualcosa, seguendo la curiosità. La mia idea, di allora e di adesso, è che bisogna rispondere alle domande dei bambini, in questo caso, come negli altri. E approfittare del molto che esiste per non dimenticare. Certo, bisogna che quanto accadde sia importante anche per noi, e non è così scontato, perché non poco di quanto si agita negativamente al mondo, è parte ancora del problema irrisolto dell’intolleranza e del rifiuto della diversità. Forse anche per questo è importante parlare della shoah ai bambini e assieme a questa di altre stragi che ci furono e continuano, perché se rifiuteranno l’intolleranza e il razzismo, il loro mondo sarà migliore del nostro.

p.s. aggiungo l’intervista di Bensoussan alla Stampa, è una riflessione che suscita domande, non solo per l’autorevolezza di chi studia da una vita la shoah, ma per la necessità che ognuno, sensibile al tema, dia una sua risposta:

Saturazione della memoria:
Alberto Mattioli – ” Non si può insegnare la Shoah ai bambini “

Georges Bensoussan, Storia della Shoah, ed. Giuntina

Storico e responsabile editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi, Georges Bensoussan è l’autore di una sintetica ma assai ben fatta Storia della Shoah che La Giuntina ha appena tradotto e pubblicato in Italia (pp. 168, € 12).

Professore, il 27 è la Giornata della Memoria.

«È importante celebrarla.
Ma bisogna avere ben chiaro che in realtà l’Unione Europea l’ha istituita per celebrare la rifondazione dell’Europa.
L’unità europea è stata costruita sull’antinazismo e il simbolo del nazismo, ciò che lo differenzia dall’altro grande totalitarismo, il comunismo, è appunto la Shoah.
È la Giornata della Memoria europea, non ebrea.
È l’Europa dei lumi contro la notte della ragione».

Sulla memoria, la Francia ha ancora del lavoro da fare?

«L’idea della complicità di Vichy, dunque dello Stato francese, è recente.
Nel ’73 fu uno storico americano, Robert Paxton, a pubblicare i primi studi sull’argomento.
Ormai la tradizionale visione binaria Resistenza-collaborazionismo non regge più. In mezzo c’è una vasta zona grigia.
All’inizio della persecuzione, la maggioranza dei francesi, e le élite in particolare, non protestarono affatto.
Anche se è difficile valutare l’evoluzione dell’opinione pubblica in un regime dittatoriale, la svolta avvenne nel 1942 quando iniziarono le rafles , le retate.
La caccia all’ebreo indignò molti francesi.
Ma, in generale, è sbagliato avere una visione monocolore.
La Francia non è stata solo Vichy e non è stata solo la Resistenza.
E per fortuna circa tre quarti degli ebrei francesi si sono salvati».

Perché?

«Intanto perché la Francia è grande e fatta anche di foreste e di montagne.
E poi non dimentichiamoci che la Francia del Sud, la cosiddetta zona libera, fu occupata solo per venti mesi.
Infine, parte di questa zona fu occupata dagli italiani.
I documenti tedeschi sono pieni di lamentele contro gli italiani che proteggono gli ebrei e addirittura li sottraggono alle retate della polizia francese».
Lei ha polemizzato con Nicolas Sarkozy che aveva proposto che ogni bimbo francese ricostruisse la storia di un bimbo ebreo deportato.

«Semplicemente, da storico ho fatto presente che l’idea era benintenzionata ma assurda.
Non si può insegnare la Shoah ai bambini, non si può mostrare loro Treblinka.
Perché è una memoria troppo pesante, troppo dura da portare e finisce per colpevolizzarli.
Si può, anzi si deve, insegnare loro cosa c’è intorno alla Shoah, cosa sono il razzismo o l’intolleranza.
Alle elementari puoi parlare di Anna Frank. Delle camere a gas, no».

Sulla memoria, c’è qualcosa che si potrebbe fare e non si fa?

«Forse avere ben presente che, dal punto di vista storico, la memoria è una trappola.
La memoria non è la storia, è una religione.
E non serve a ricordare, ma a dimenticare, perché è fatalmente selettiva.
Per questo lo storico è disincantato e deve esserlo.
Mi spiego con un esempio che non c’entra con la Shoah.
Nel 1985 furono ricordati con grande riprovazione i 300 anni della revoca dell’editto di Nantes, quello che aveva concesso agli ugonotti la libertà di culto.
Tre anni dopo, lessi il Code noir , cioè l’insieme delle leggi che regolavano la schiavitù nelle colonie francesi.
Bene.
Sa in che anno Luigi XIV l’aveva promulgato?
Nel 1685.
Solo che il suo terzo centenario non l’aveva ricordato nessuno».
Insomma, della Shoah si parla troppo?

«Se ne parla troppo perché se ne parla male.
Cioè se ne parla in maniera compassionevole per le vittime, mentre la Shoah è un’enorme questione politica e antropologica.
Politica, perché pone il problema di come un popolo civilizzato abbia scientemente deciso di eliminarne un altro.
Antropologica, perché rappresenta una cesura, una rottura nella civiltà occidentale.
Lo capirono per primi certi intellettuali cattolici del dopoguerra, come Maritain, Claudel o Julien Green.
Poi il tema è stato ripreso dagli Anni 70 con uno studio della Shoah che si è giovato di nuovi strumenti, per esempio la psicanalisi».

Ma a livello mediatico, lei dice, è troppo presente.

«C’è una saturazione della memoria. Il discorso sulla Shoah, sui giornali, nei film, in televisione, è talmente invadente e basato soltanto sul pathos da diventare banalizzante.
La nostra è una società compassionevole, dove lo status di vittima è quello più ambito.
Dunque ognuno vuole avere la sua Shoah.
E Auschwitz viene continuamente evocato per situazioni completamente diverse.
Fino al paradosso di paragonare sulla questione palestinese i nazisti di ieri agli israeliani di oggi, che è una bestialità».

Ultima domanda e anche personale. La Shoah non è un soggetto troppo duro per dedicarle la vita intera?

«È sicuramente un soggetto sconvolgente.
Ci si salva con un humour nero che per i non addetti ai lavori potrebbe risultare scandaloso, politicamente molto poco corretto.
È lo stesso che hanno i medici o chi è tutto il giorno e tutti i giorni alle prese con la sofferenza.
Però vivere quotidianamente a contatto con la Shoah ti rende anche molto acuto sulla realtà di oggi.
Ti si drizzano le antenne, stai più attento a quel che senti.
E capisci che le parole sono sempre la prima tappa della tragedia».

Alberto Mattioli
«Non si può insegnare la Shoah ai bambini »
l’intervista di Alberto Mattioli a Georges Bensoussan
La Stampa 22 gennaio 2013

il diritto a vedere

I miei sguardi, ciò che fotografo mi appartiene assieme a ciò che vedo.

Ciò che vedi nelle mie immagini sono io che vedo. Anche te. Non ti piaci? E ‘ perché sei tu che non ti vedi con i miei occhi.

Ricordati che il mio affetto non sarà mai il tuo, che io vedrò cose di te che tu non vedrai e che tutto questo sarà parte della mia verità su te.

E’ per questo che solo a volte coincidono gli sguardi, che il diritto a vedere non dovrebbe mai essere messo in discussione.  Potremmo parlare a lungo tra noi di ciò che vediamo e scendere nella profondità di ciò che si sente. Sarebbe un grande argomento per capirci di più.

Non basta che sia bello, ma questo lo sai bene quando fatichi a gettare un’immagine che ha poca tecnica e tanto cuore.

In fondo con gli occhi cerco ciò che sento, quello che non dicono le parole, e se sono insoddisfatto è il mezzo che non vede come io vedo. Quasi mai mi basta, ma quello che ne esce, pur essendo altro, è ancora me.

Il diritto d’mmagine inizierebbe se mercificassi il sentire, se ne facessi oggetto di un vantaggio, ma non è così. Per questo non darò mai via quello che i miei occhi vedono, il mio cuore sente, la mia testa interpreta. Al più lo regalo.

la forza salvifica delle parole, ovvero divertimenti di un pomeriggio festivo d’inverno

Tortuoso, doloroso e pesante. Mi trovavo con questi tre aggettivi, alle cinque del pomeriggio di domenica, la non ora per eccellenza. Fuori un cielo di sera invernale, anch’esso indeciso e piovoso, insomma pessima compagnia, ed io lì, a chiedermi che ne sarebbe dei miei occhi senza termini di paragone, o ancor più senza speranza, ché questo sono poi gli aggettivi: misura della speranza, chierichetti di funzioni, senz’officiante, per  religioni del bello ridotte a luogo comune.

Ed allora che farne di questo senso negativo che questi poveri disgraziati aggettivi si portano dietro e come rovesciarlo in un roseo orizzonte? Oltre il cielo plumbeo e l’apparenza, oltre la superficie, oltre e basta.

Il tortuoso del ragionare non era forse il mio bighellonare da flaneur, da perditempo, che non ha altro di meglio che attendere il caldo del letto e il conforto del sogno, quindi un tortuoso da gigione, simpatico perché disposto all’interlocuzione, alle culture del dubbio, con tempo a disposizione ed energia da spendere, perché è un po’ stupida l’energia che cerca il cammino più breve, risparmia un sacco di tempo di cui non sa che farsene e soprattutto con tutta quest’ansia di linearità non coglie nulla, non si perde in quelle sacche così interessanti che sono i meandri dove lussureggia l’erba dell’alternativa. Non si dice un po’ annoiata: andrò di qua oppure di la’, mi perderò oppure alla fine la strada si troverà ? E non è questa, in fondo la lezione dei fiumi di pianura, che per andare al mare distendono pigramente i meandri, bighellonano per la pianura, portando acqua, ora da un lato ora dall’altro, e soffermandosi in città o fattorie, non fanno distinzioni e neppure si peritano di far mancare la loro opera ad altri usi, se ne possano assicurare buona riuscita. Generosi e bighelloni i fiumi, che ben altro sarebbero se nella loro corsa seguissero una retta foriera di disgrazie, splendente, sì, di lucida razionalità come una cicatrice, ma gelida e scostante da sé. E ancora sarebbero necessariamente costretti da alti argini per impedire il dilagare dell’energia che si spende nei meandri, e quindi neppure porterebbero la lietezza del luccicore d’acque, il loro rinfresco agli uomini, affannati come sarebbero in una corsa al mare, senza ascolto d’altri che del proprio ansare. I fiumi vanno e fanno il minimo percorso nella minima resistenza, perdono il tempo necessario, sono in equilibrio con ciò che sta attorno, non c’è quindi un insegnamento nella tortuosità ? A domanda retorica, si dovrebbe rispondere a monosillabi, ma la riflessione è sulla capacità d’essere in equilibrio e quindi se la tortuosità non è pretesto, bisogna avere la gioia umile di seguirsi e percorrere i meandri lasciandosi attrarre non dal risultato, ma dall’utile a sé. Se volessimo discutere su quanto questo peserebbe sull’economia arriveremmo a conclusioni apparentemente disastrose, ma io credo che il lavoro degli uomini che pensano ad altro che non sia solo il lavoro, sia più utile della corsa affannosa e della competizione esasperata. Ma questo è divagare, ossia un verbo che non era in nota stasera.

Tornando ai nostri maltrattati aggettivi c’è il doloroso. Se si pensa alla condizione, vi troviamo già ansia di riposo, dopo il lancinante del dolore pieno, e nuovamente speranza e possibilità d’un preannuncio di moderato benessere. Potrà passare, sembra dirci, fa male ma di certo passerà. Si dovrà trovare il modo di mutare stato, uscire da una condizione che potrebbe diventare comunicazione e modo d’essere; perché tale può diventare il dolore se non si movimenta, e respira troppo della sua aria greve, zeppa d’umori, tendente a vedere sé dolente come centro per sentirsi, ma passerà.  E il dolore questo è, ovvero un sentirsi acuto, e misericordioso, e ambiguo, che indica due vie: quella del mutare la propria visione di sé è del mondo e quindi uscire dalla sua condizione verso una rischiosa possibilità di star bene, oppure il rimanere in un bozzolo protetto che trattenendo le energie e facendo dell’immobilità una condizione permanente non s’espone più al rischio del lancinante, ma neppure della felicità. La prima strada è faticosa, però respira aria pulita, la seconda vive in un’atmosfera tiepida di malstare, che permette di dire al mondo: ecco, non vedete che sto male, prendetevi  cura  di me, non minacciatemi, tanto non sono pericoloso, anzi ascoltate da me ciò che v’assomiglia, riconoscetelo e nel consolare me, consolate voi. Io resto nella mia condizione per permettervi di star meglio, di dirvi: ecco uno più disgraziato di me, posso ritenermi fortunato. Preferisco l’aria e il camminare, e che il doloroso sia lo stato transitorio verso lo star bene. Preferenza che esclude l’autocommiserazione, ma non la misericordia e il perdono verso sé, anzi da questi traggo energia per allontanarmi dal doloroso e ricominciare. 

Tornando all’ultimo degli aggettivi, resta il pesante. Aggettivo palestrato e forzuto, quando è lieto, mentre è faticoso nel quotidiano. Eppure dovrebbe indurre a pensare al termine della fatica, a quando la schiena si rizzerà e ci sarà un riposo che segue l’ obbiettivo raggiunto. Non è forse più lento il tempo del peso e più disteso e veloce, quello in cui, deposto ciò che gravava, subentra una sensazione di benessere che si trasporta a tutte le membra, e sembra far riscoprire piaceri inusitati in piccoli angoli che non si sapeva d’avere. Non è forse quello il momento in cui si apre una possibilità di riaversi per sé perché ciò che ci toglieva energia e pensiero finalmente e’ oltre le nostre spalle ed è qualcosa di fatto? E’ il senso della fatica utile che si conclude e, appena passata, ci consegna un tempo bianco tutto da scrivere, anche da non far nulla, ma tutto nostro. Un tempo della possibilità oltre la pesantezza del momento, di cui abbiamo buona esperienza se torniamo ai tempi dello studio e degli esami, se ripensiamo al verde e al sole che c’aspettavano appena oltre la fatica. Ed era questo il senso dell’estate che si ripeteva, oltre ai cicli del freddo, della costrizione e della luce elettrica, nel dirci che il pesante sarebbe finito e il leggero c’avrebbe portato in un vivere di bengodi. La pesantezza, insomma, si sarebbe riscattata in lunghe giornate in cui alternare il fare all’ozio, sarebbe stato libertà senz’obbligo. Un vivere così, tutto per se’. Credo che tutti continuiamo a sperare che ciò, prima o poi, si realizzi e che non sia solo il portare carichi che caratterizza il vivere, ma anche un andare leggeri, seguendo estro e passi, insomma una vacanza dall’obbligo, non dalla responsabilità.

Ecco che farmene di questi tre aggettivi nel pomeriggio della domenica e in quella che è stata definita l’ora in cui la festa finisce e già il peso della settimana s’avverte. Sovvertire l’ora, gli aggettivi, modificarne il contesto perché emerga ciò che spesso si rifiuta di vedere, cioè che abbiamo fogli bianchi e del buon tempo ancora da scrivere, ci appartiene, lo scriveremo e sarà un piacere .

delicatezza

Non ho bisogno di spiegare, lo sai cos’è la delicatezza. Certe cose si capiscono a pelle, non importa se parli sempre ammodo, quando serve sai usare parole non particolarmente educate per ridere o per sfogarti. E ogni tanto accade. Non importa neppure se in certi momenti ti lasci scappare qualcosa che fa parte dell’intimità, sono cose tue che fanno piacere in quel momento. Ma la delicatezza te la porti dietro e ti fa piacere. Perché è un modo di stare con te prima che con gli altri, una condizione che si raggiunge, in parte per educazione e in parte per predisposizione, ma quando ce l’hai non ti lascia più.

Dà molte soddisfazioni, la delicatezza, fa stare bene, aiuta a vedere lati delle cose che rendono più leggeri. Ha anche i suoi lati negativi, perché rende più vulnerabili alla volgarità, non quella delle parole, ma quella del cuore, quella della timidezza rovesciata in protervia, quella del rispetto dimenticato.

E toglie pure qualche possibilità di comunicazione con quelli che competono sempre e pensano principalmente in termini di sudore, risate, sangue e merda. Ricordi? quella era la definizione della politica fatta da un ministro socialista, ma a te di quella politica non è mai piaciuto il profumo, perché ciò che vedi non è mica fatto solo così. E’ una parte del mondo che hai conosciuto, non t’è piaciuto e hai deciso che non era per te.

Ti dicono che la delicatezza è cosa da donne, e ti ricordi che hai conosciuto donne che la delicatezza l’avevano solo in bocca, e altre invece, che senza dire, ne avevano fatto gesto, pensiero e umanità. Ma ricordi anche persone, tra le più belle che hai conosciuto, che emanavano rispetto anche quando incitavano a prendere posizioni dure. Ed erano uomini, delicati nel lasciare all’altro sempre la possibilità di dire e di essere.

Così finisci per pensare che stai bene cosi e che hai avuto uno strumento notevole per fare delle scelte, per distinguere senza giudicare, chi può essere con te e chi invece, pur con le più grandi qualità e intelligenza, non potrà esserci.  E neppure ti dispiace, come certamente non dispiacerà all’altro,  ma non ci puoi fare nulla,  per te la delicatezza è una premessa, la comunicazione viene dopo.

Jan Palach, Praga:16 gennaio 1969

Difficile raccontare quale fu l’emozione di quel 16 gennaio ’69. Ne scrissi già in passato, e ancora, ogni anno ritorna, perché resta un fondo di mestizia, di mancanza, come un sogno interrotto. La notizia che uno studente s’era dato fuoco a Praga, in piazza san Venceslao, era arrivata con i giornali della sera. E con la notizia l’emozione. Profonda, contigua alla rabbia, con un bisogno di far qualcosa subito. E’ facile scivolare nella nostalgia dei reduci, ma è penoso quando accade perché diventa il come avremmo voluto essere più che il come eravamo davvero. Eravamo chi? Quanti? E cosa pensavano gli altri? Era tutto scontato: eravamo in tanti, avevamo tutti la stessa percezione, eravamo pronti. Non era vero e i fatti poi lo dimostrarono, ma l’emozione fu davvero profonda perché ciò che era accaduto rappresentava la ribellione estrema attraverso il sacrificio di sé, ed era uno che aveva la nostra stessa età, che sognava le stesse cose. C’era la speranza in quel gesto, e in noi, anzi la certezza, che davvero si potesse cambiare insieme, che il mondo si sarebbe messo sulla strada giusta, per sé, per tutti. Bastava volerlo.

Da tempo giovani monaci si davano fuoco a Saigon, passavano le loro immagini sulle TV in bianco e nero , e sapevamo ch’erano vestiti d’arancione. Forse li vedevamo così anche nel bianco e nero e impressionava la compostezza nella morte data e orribile, ma c’erano i Viet Cong che facevano notizia ogni giorno e combattevano. Il primato dell’azione, di Davide contro Golia, la sconfitta della tecnologia e della forza, battute dal diritto e dall’ingegno. Non era una novità il suicidio con il fuoco per protesta, ma Jan Palach fu un’altra cosa. Era uno come noi che chiedeva il giusto, cioè l’impossibile che cessava di essere tale.

Nei giorni successivi, anche senza nominarlo, emergeva in continuazione, nelle assemblee, nelle occupazioni, nei discorsi tra noi. Gli interventi si infiammavano di giorno, la sera guardavamo ancora immagini e c’era una tristezza incredibile in quel bianco e nero, nella sua fotografia ripetuta, nella folla enorme che si radunava a Praga. Tristezza e consapevolezza che così non sarebbe potuto continuare. Credo che tra i grandi simboli di quella stagione, accanto all’entusiasmo, ci fu il suo nome, la sua giovinezza e il sogno che la accompagnava. La differenza con tutto quello che ho visto dopo era la certezza che avremmo vinto. Che i giovani avrebbero vinto, che sarebbe cambiato il mondo in meglio. Definitivamente.

Ma questi sono pensieri da reduci, il mondo è una scena e chi recita, interpreta ciò che gli pare giusto, basterebbe non stancarsi presto della parte. Vedendo come sta andando, verrebbe da dire a chi non prende in mano la sua vita: diventerete vecchi anche voi e se non avrete qualcosa di vostro dentro, cosa vi resterà? Pensieri da vecchi che non capiscono, per l’appunto.

Un tempo si diceva, di quelli che invecchiavano per loro conto e magari non sembravano neppure così vecchi: è rimasto fedele agli ideali della sua giovinezza. Non credo si usi più, perché quegli ideali così includenti e collettivi, non hanno più molta corrispondenza con ciò che c’è attorno. E anche gli ideali hanno bisogno di realtà.

dubbi e risposte

Debbo fare una premessa autobiografica: politica attiva, con responsabilità diretta, ne ho fatta per molti anni, e ancora la faccio, sia pure con molta libertà. Non ho dubbi da che parte stare e non ho mai considerato che disinteressarsi o non votare sia una soluzione alle mie insoddisfazioni. Conoscendo le difficoltà delle mediazioni e del governare, non sono neppure un malpancista, semplicemente se è il caso dico no e me ne assumo la responsabilità. Fine della premessa.

Con quello che posso capire, si è avviato un rinnovamento della politica. Finalmente, sembra, che le fasi indeterminate del passaggio dalle ideologie alle rappresentanze d’interessi, si siano concluse e che una nuova possibilità di relazioni tra cittadini e politica si stia aprendo. Resta fondamentale una divisione tra interessi preminenti dell’individuo, ovvero il dettato liberale e la destra più o meno illuminata, e la prevalenza dell’interesse generale, ovvero la prospettiva social democratica, quindi la sinistra più o meno accentuata. Riformisti si dicono tutti, quindi non è una categoria della politica distinguibile, i centristi poi, sono un’altra categoria che media tra le ali moderate dei due schieramenti d’interessi e che si allea con l’uno o con l’altro secondo convenienza. Capisco che la cosa è semplificata, ma passatemi la definizione del contenitore. Venendo al contenuto, i gradi di libertà, che pure esistono, sono minori che nel passato perché il prevalere della finanza e dell’economia sui governi e sulla democrazia (i poteri reali oggi non hanno una verifica elettorale e sono semplicemente nominati sulla base di lobbies sovra governative), hanno di fatto ridotto le possibilità di politiche radicali, anzi gran  parte delle politiche sono conservative e dedicate al rispetto di impegni sovranazionali piuttosto che innovative nella tutela dei diritti fondamentali, nella loro discussione ed evoluzione nel senso di avere più diritti reali e spendibili piuttosto che diritti dichiarativi virtuali.

Mi rendo conto che sto tagliando con l’accetta, ma per rispetto di chi leggerà non posso far di meglio, disponibile però a qualsiasi discussione nel merito delle proposizioni che ho enunciato. Voglio solo aggiungere che alla globalizzazione dei mercati e della finanza non è seguita, né tanto meno è corrisposta una globalizzazione dei diritti individuali fondamentali, della democrazia, delle libertà collettive. Questo ha enormi ripercussioni sulla sussistenza delle economie con diritti, quella occidentale e italiana in particolare, ma soprattutto corrisponde ad un impoverimento crescente delle persone che vivono di lavoro e non di rendita o di speculazione, dei servizi collettivi, del mantenimento del Welfare, della  stessa possibilità di esercizio dei diritti democratici conquistati. Una consapevolezza dell’internazionalismo dei diritti fondamentali, un ruolo della politica che guidi l’economia e non viceversa è un atto di tutela della possibilità di non avere prossime guerre basate sulla sovra popolazione, sulla povertà sociale, sulla impossibilità di mantenere squilibri così evidenti a livello planetario.

Tutto questo è una considerazione generale in cui colloco qualcosa di molto più piccolo e insignificante, che però mi mette a disagio, anzi diciamo che mi fa incazzare. E cioè la difficoltà del mio partito, pur con grandi passi avanti di uscire definitivamente da alchimie che devono tener conto di interessi molteplici e certamente non tutti nobili di persone. Preciso che il mio partito è il PD e che non ho nessuna intenzione di cambiarlo perché c’è molta più democrazia e partecipazione dentro questo partito che in qualsiasi altro in Italia.

La mia riflessione di questi giorni era: perché non si riesce a superare una soglia, sia pur alta, di innovazione della politica che davvero liberi tutte le energie represse che ci sono nella società? Perché, pur considerando le primarie uno strumento utile e non una panacea, se questo esiste esso non debba riguardare tutti, ma solo il 50% dei possibili eletti? Perché a risultati ottenuti, devo sentirmi dire che comunque questo è il migliore dei risultati possibili, senza aggiungere che c’è stata una mediazione e che alcuni tutelati potevano benissimo essere fuori, ma sono stati tenuti dentro perché servono e allora perché non dirmi anche perché servono.

Tutto questo non mi impedisce di considerare Bersani come la persona che ha mantenuto i patti, che ha dimostrato una serietà e una sobrietà assolutamente inusuali nella politica, che pur, non avendolo appoggiato al congresso, ha gestito bene una fase di cambiamento senza sfasciare il partito che ancora non aveva leganti o identità.

Questo agire mi tranquillizza, mi fa dire che da questa parte non verranno raccontate più di tante promesse irrealizzabili, che un processo è comunque in movimento, che chi ha voglia di fare, di partecipare spazio ne ha. Ecco credo che la ricchezza possibile di questo statu nascendi possa essere proprio nel superare i compromessi attuali riaprendo la speranza nelle possibilità della politica di cambiare davvero le cose. Molto si può fare a basso o nullo costo per modificare positivamente le nostre vite, decisioni coraggiose possono essere assunte e nuove alleanze internazionali possono trovarsi su interessi globali. Se non si troveranno, il clima, la sovra popolazione mondiale, la rarefazione delle risorse si incaricheranno di far detonare il nostro modo di vivere e di crescere. Ma questa è l’occasione di ritornare alla politica, di essere esigenti, di costringere le cose a muoversi ed evolvere oltre la ruggine dei privilegi Ed è quantomai necessaria da cogliere perché non ci assolverà nessuno, se per ignavia, o paura ci ritireremo nei nostri preconcetti, nei giudizi che includono il non fare, adesso è ora di esserci, di partecipare, pretendere ed è ancora possibile e pacifico.

Se non ora quando?